Projeus: the Big War

2015. Erikson, Presidente degli Stati Uniti d'America, rivela al mondo l'esistenza di alcune persone dotate di poteri particolari: possono creare il fuoco dal nulla, possono trasformarsi in animali, creano elettricità con le mani, hanno premonizioni... Erikson le vuole catturare e rinchiudere perché sono pericolosi. Mostri assassini, li definisce. Soldier, si definiscono loro.
Crystal fugge dopo la morte della nonna, unica parente. Non si fida più di nessuno, nemmeno dei vicini. Marie-Anne scappa, spaventata da quello che è. Benjamin se ne va dopo la misteriosa scomparsa del padre. Kathy e Samuel fuggono dopo la festa per il loro fidanzamento, Erik segue l'istinto e scappa, Kyle e Jenna scappano perché è l'unica cosa da fare. William, Emily e Sarah scappano dopo che gli uomini di Erikson hanno ucciso la madre davanti a loro. Dawn, della sede Newyorchese della Projeus, momentaneamente trasferita in Canada, cerca di salvarli.

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1. 0. Prologo

Venerdì 4 Settembre, metà pomeriggio.

Crystal fissò il suo letto, i vesti e vari oggetti riposti ordinatamente. Sbuffò infastidita. Non voleva scappare, non voleva andarsene da casa sua, dalla sua città ma allo stesso tempo sapeva che era pericoloso restare lì. Da quando il presidente Erikson aveva detto a tutto il mondo che c'erano esseri umani dotati di poteri soprannaturali e che erano pericolosi — e lo aveva fatto in diretta nazionale — tutto era andato a rotoli. Alcune nazioni si erano uniti a lui in questa "guerra" — come amava chiamarla il presidente degli Stati Uniti —, altre non avevano aderito a quella specie di statuto che Erikson aveva stilato. Uno degli stati neutrali più vicini era il Canada. Sarebbe andata a piedi — aveva venduto la sua auto qualche giorno prima, voleva evitare che gli uomini di Erikson rintracciassero i suoi spostamenti.

Il viaggio sarebbe stato lungo. Molto lungo, lo sapeva. Abitava nella contea di Rockbridge, in Virgina, al confine con la West Virgina, che avrebbe dovuto attraversare, camminando verso nord, per poi attraversare l'Ohio, arrivando sulle rive del lago Erie e lì avrebbe pagato qualcuno con una barca per poter arrivare sulle sponde canadesi dal lago. Poi, una volta al sicuro da quei pazzoidi agli ordine di Erikosn, avrebbe affittato un auto, per dirigersi verso Québec, dove c'era un posto sicuro per gente come lei. Almeno così le raccontava il nonno. Sapeva che c'era una cosa del genere anche a New York, ma la città era sotto assedio, con militari che controllavano chiunque, con qualunque pretesto. Non che lì in Virginia le cose andassero meglio, per questo voleva scappare.

Crystal sistemò lo zaino da trekking sul letto e iniziò a riempirlo, maledicendo Erikosn. Se se lo fosse trovato davanti lo avrebbe azzannato alla gola. No, prima avrebbe dato un morso ai testicoli dell'uomo e poi lo avrebbe azzannato alla gola. Era stanca, esausta di stare sempre all'erta, di fissare i vicini domandandosi se l'avrebbero denunciata. Le mancava il nonno, morto qualche anno prima, quando lei aveva diciotto anni, per infarto. Era uscito per prendere il giornale e si era accasciato al suolo. Le mancava la nonna, morta sei mesi prima, poco dopo il suo ventesimo compleanno.

Le mancava avere una vita vera, dove la sua unica preoccupazione era sentire la sveglia al mattino, sperare che nel frigo ci fosse almeno mezzo bicchiere di latte e scegliere cosa mangiare nella mensa aziendale per pranzo. Invece doveva stare attenta a chiunque, doveva mentire e sbandierare ai quattro venti di essere d'accordo con Erikosn — e ciò le faceva venire la nausea ogni volta.

Riempì tutto lo zaino, nascondendo anche un piccolo portagioie dove aveva infilato dentro qualche rotolo di banconote, per un totale di duemila dollari. Millecinquecento dollari canadesi erano infilati in un calzino che aveva incastrato in un paio di scarpe, messe sul fondo dello zaino. Altri tremila dollari erano sparsi nello zaino, riposti in sacchetti di plastica, nascosti nelle varie tasche del grosso zaino. Quei soldi le sarebbero serviti una volta arrivata in Canada. Aveva altri soldi, quasi cinquantamila dollari, su un conto della Banca di Ginevra, in Svizzera, altro stato neutrale.

Fece un giro della casa, assicurandosi di non aver dimenticato nulla d'importante in giro. Fissò la porta della cucina su cui il nonno le segnava l'altezza ad ogni compleanno. Sfiorò lo stipite, passando il dito sulle incisioni e sorrise. Si avvicinò alla finestra più vicina e sbirciò fra le listarelle delle persiane chiuse: il sole stava tramontando. Aveva tutto il tempo per farsi una doccia e cambiarsi prima di lasciare per sempre casa sua.

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Benjamin infilò dentro lo zaino alcuni vestiti, spingendoli verso il fondo, non preoccupandosi se si fossero rovinati. Aveva altre cose di cui preoccuparsi, tipo che fine avesse fatto suo padre. Dieci giorni prima era uscito di casa per andare al lavoro ed era sparito nel nulla. La polizia si era limitata a trovare l'auto — le portiere erano spalancate, un paio di vetri erano rotti — e dire che l'uomo era fuggito, o ucciso da uno dei quei "mostri orribili".

Peccato che sia Benjamin che suo padre fossero quei "mostri" e che non avessero mai ucciso nessuno. Il venticinquenne era convinto che avessero scoperto la vera identità di suo padre e che lo avessero catturato. E ciò voleva dire che presto avrebbero trovato anche lui, anche se era sicuro che suo padre si sarebbe fatto ammazzare piuttosto che ammettere una cosa del genere.

Infilò nello zaino un piccolo album di foto e lo coprì con altri vestiti. Voleva andare in Canada, perché era uno stato che accettava quelli come lui e perché c'era un posto dove avrebbero potuto aiutarlo a cercare il padre. Sarebbe stato un viaggio lungo, dalla Virgina sarebbe passato per la Pennsylvania, poi nello stato di New York e sarebbe arrivato in canada, passando per quella striscia di terra che divideva il lago Erie dal lago Ontario.

Se avesse potuto avrebbe preso a calci Erikson, gliene avrebbe dati così tanti da farlo sanguinare e gemere. E poi lo avrebbe ammazzato di botte. Ora, per colpa sua, tutti si guardavano in cagnesco, ed erano tutti pronti a denunciare i propri vicini alla prima stranezza, solo per avere i duemila dollari di ricompensa. Con un sospiro andò nel bagno, per riemergerne qualche minuto dopo, afferrò le chiavi di casa, quelle dell'auto, lo zaino e partì.

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Marie-Anne sobbalzò quando sentì il colpo, si accorse che era solo una portiera sbattuta con troppa forza e si impose di calmarsi. Aveva i nervi a fior di pelle e qualsiasi rumore la spaventava e lei doveva trattenersi dall'urlare e nascondersi dentro l'armadio.

Si raggomitolò sul divano e coprì le orecchie con le mani e scoppiò a piangere, invocando la mamma. Si sentiva sola, spaventata all'inverosimile e continuava a ripetere che non poteva succedere, che non stava accadendo sul serio, che lei era una persona normale.

La tv era accesa e un TG locale stava mandando in onda una delle varie interviste del presidente: «Quei mostri vanno catturati. I mutaforma uccidono i bambini! Li uccidono! Ammazzano quelle creature innocenti. E poi ci sono quelli che sanno creare il fuoco... bruceranno le nostre case, le nostre città! Ci carbonizzeranno vivi!» esclamò Erikson e Marie-Anne strizzò gli occhi, spingendo le mani contro le orecchie perché non voleva sentire tutte quelle cose, perché lei non era così cattiva. «Dovete denunciarli! Dovete farlo, è il vostro compito da bravi cittadini!»

La giovane singhiozzò più forte, desiderando avere i suoi genitori accanto a sé ma non era possibile: erano morti entrambi e lei si ritrovava orfana a venticinque anni. Sola, orfana e spaventata da quello che era. Era uno di quei mostri e presto o tardi l'avrebbero scoperto e l'avrebbero uccisa. Per questo aveva deciso di andarsene, di partire. Un giorno, mentre era in un bar, aveva sentito alcune persone parlare di un centro in Canada, a un centinaio di miglia a nord di Québec, Canada, dove i "mostri" potevano stare tranquilli. Il presidente aveva minacciato di attaccare il Canada, se non avesse dato il permesso di deportare tutti i fuggitivi. Il Canada aveva risposto di no. Marie-Anne aveva deciso di andare lì, così nessuno l'avrebbe uccisa.

Si rialzò, mettendosi seduta, asciugò le lacrime e fece un respiro profondo e si disse che doveva finire i bagagli e partire, anche se aveva molta paura.

Ma doveva farlo se voleva salvarsi.

 

 

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Attenzione! Questa storia è presente anche su EFP e Wattpad. Sono sempre io. Se mi plagiate vi trancio tutte le estremità.

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