Starry Light


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16. Capitolo16

Il venerdì mattina, una settimana dopo lo strano caso del sogno-incubo-presagiomalato dovevo ritornare a scuola e affrontare la mia vita mettendo nuovamente piede in quell'edificio grigio e tetro chiamato scuola.

Sinceramente? Non faceva per me.

Cioè un momento prima ero sul letto a dormire e a mangiare tacos e panna spray e l'attimo dopo mi facevo i miei cari problemi mentali per affrontare la giornata e arrivare alla fine viva rimanendo sempre dello stesso pensiero, ovvero non volevo uscire di casa.  Quando mettevo piede fuori dalla porta della mia abitazione succedevano disastri per non dire catastrofi, e se da un lato non volevo danneggiare la mia salute mentale con altri incidenti da un altro avevo voglia di urlare e infuocare qualcosa. Sul serio.

Ero stata a casa per la bellezza di sette giorni, e durante tutto quel tempo l'unico a ricordarsi della mia insulsa esistenza era stato un ragazzo con cui avevo scambiato a malapena sei parole di nome Daniel. Non volevo definirmi depressa a tal punto da tagliarmi, ma se ci riflettevo seriamente il mio stato d'animo rasentava la voglia di non vivere. Insomma ero l'allegria fatta a persona. Un mostro di felicità.  Un orso di caramella gommosa che fa la cacca di JellyBeans. 

L'apoteosi di ogni singolo frammento di euforia.

«Leila!» Mia madre dopo la prima mezza giornata non mi guardava più con lo sguardo strabico d'affetto che avevo ricevuto dopo essermi svegliata. Sembrava si fosse scrollata di dosso la preoccupazione e con una notte di sonno, anzi, di sesso selvaggio con Dave, era entrata nuovamente in modalità " fare finta che non sia mia figlia ma mia sorella." Per giunta io ero la sorella rompiscatole, quella che le impediva di vivere.

«Ti vuoi sbrigare? Sennò Dave arriva in ritardo al lavoro per colpa tua!»

Alzai gli occhi al cielo, sbuffai e poi mi affrettai a scendere per non farla gridare di nuovo. Mi arrestai alla fine delle scale con un colpo di tosse.

Mia madre trentacinquenne era seduta sul bancone della cucina con le gambe divaricate tra cui Dave, uomo brizzolato quarantenne, la baciava. Se non sboccai di getto fu solo perché il ricordo di Blake che mi faceva la stessa cosa appannò tutti i miei pensieri. Sentii ancora la sensazione del cuore che sembrava impazzito e che volevo uscire a farsi un giro. Era bellissimo, naturale. E non mi ero sentita per niente impacciata, come se limonare con un tipo del genere fosse nei miei programmi ogni pomeriggio dopo la scuola. 

Mia madre si accorse di me e  del fatto che ero mezza verde dalla nausea e diede uno schiaffetto al suo uomo ridacchiando, poi saltò giù e si sistemò la vestaglia. Dave mi rivolse lo stesso sguardo imbarazzato  ma riuscii ad anticiparlo prima che dicesse qualcosa di altamente fuori luogo.

«Ti aspetto in macchina.»

Come c'era da aspettarsi mi raggiunse in silenzio e durante il viaggio non volò una mosca se non i nostri respiri. Il tragitto per arrivare a scuola non era lungo, ma sembrò comunque durare cent'anni e ne io ne lui accennammo a un discorso che sarebbe stato sgradevole. Dave mi sembrava un po' uno stoccafisso norvegese a dirla tutta.

Davanti ai cancelli della Saston Hight School, fermò la macchina e mi augurò buona giornata formalmente, poi senza aspettare una risposta sgommò via lasciandomi con il braccio ancora sollevato per chiudere la portiera. Che gentilezza che aveva, era proprio adorabile. 

Entrai insieme ad altri ragazzi in ritardo e quando raggiunsi il mio armadietto ebbi una doppia sorpresa che mi lasciò un po' di disagio. In piedi, c'erano vicini Daniel, che mi sorrise in lontananza ed April che aveva un broncio inconfondibile e delle occhiaie spaventose. Una cera peggio della mia, da quel che vedevo.

«Ciao.» 

«Buongiorno bellissima» mi salutò elegantemente Daniel, Mi depositò un bacio umido sulla guancia  e  poi mi strinse in un abbraccio inaspettato. «Sono stato tanto in ansia per te in questi giorni, come ti senti?» Lo scrutai negli occhi per vedere se era uno scherzo.

«Sto emm, bene credo.» 

April dietro di lui storse il naso disgustata e un moto di irritazione mi colpì inaspettatamente. Dopotutto lui era il più civile che avevo conosciuto. E sembrava pure normale.

Gli feci un sorriso smagliante poi lo lasciai andare alla sua lezione stringendomi a lui in un altro abbraccio. Avevo un odore familiare; sembrava il profumo di Abercrombie che i ragazzi nella vecchia scuola usavano boccetta per boccetta. 

Una volta che Daniel ci ebbe voltato le spalle lei mi fulminò con i suoi occhi cristallini. 

«Cos'era tutto questo? Non dirmi che adesso ti senti con quello.» Il suo tono era.. sconcertato?

Le diedi le spalle aprendo l'armadietto e presi i libri sotto il suo sguardo accusatorio, poi quando vidi che attendeva una risposta alla sua domanda scrollai le spalle. Sbuffò rumorosamente.  

«No Leila non fare così con me! Perché ci stai a quello psicopatico? Dovevi solo far ingelosire Blake, non provarci seriamente con lui..» mi ricordò, aumentato la mia rabbia. Da quando ero una pedina per giocare con suo fratello. Tuttavia mi contenni e la sviai andando dalla parte opposta. 

«Insomma si può sapere cos'hai?» mi chiese esasperata.

Okay, la parte eruttiva e nascosta in me fece una grande festa. 

«Vuoi proprio saperlo April? Bè ecco faccio un po' il capitolo della situazione: da quel che ho capito da mia madre ho avuto un fottuto trauma cranico eppure io ricordo come se l'avessi vissuto realmente tutto il venerdì pomeriggio, la notte e il giorno dopo. Ma vuoi proprio sapere la cosa che fa più schifo? Quando mi sono svegliata, - perché a quanto pare non ero sveglia -, tu, Bart e ogni altra persona sulla faccia della terra a parte Daniel, mi hanno ignorato fino ad oggi. Dimmelo te cosa mi prende, amica.»

Presi fiato e la guardai con aria di sfida mentre spalancava gli occhi sorpresa. Probabilmente era più colpita dal fatto che le avessi urlato contro di quel che avevo realmente detto.

«Non dirmi cazzate. Io non lo sapevo che avessi avuto un trauma cranico.»

Incrociai le braccia e inarcai un sopracciglio. «Non dirmi tu cazzate. Ero con te dopo l'allenamento delle cheerleader, ma a chiamare l'ambulanza sono stati Daniel e Violet. Di voi tre non c'era traccia.»

Bruscamente mi prese per un braccio conducendomi in bagno preoccupata e intanto spiava in corridoio come se non volesse farsi vedere da nessuno. Tirai il braccio nella mia direzione ma vinse comunque lei riuscendo a trascinarmi fin dentro un gabinetto, dove chiuse la porta a chiave.

La fissai stranita, poi mi venne in mente una domanda su cui avevo riflettuto per un po' di notti senza sapermi dare una risposta.

«Come sta Blake?»

Gli occhi di April si sbarrarono, poi però un sorrisino malizioso gli spuntò sulle labbra.

«E questo tuo improvviso interesse da dove nasce?» mi punzecchiò eludendomi con un'altra domanda. Mugolai disperata dato che non rispondeva a niente di ciò che gli domandavo.

«April ho bisogno che tu mi risponda!»

«Okay, okay.. ha passato giorni migliori, l'hanno picchiato in gruppo qualche giorno fa ma se l'è cavata con qualche livido e graffio. Ma è stato strano ultimamente, molto strano. Vi è successo qualcosa?» Spalancò i suoi occhioni verso di me e mi intimò con uno di quegli sguardi che mettono a nudo l'anima, come se stesse cercando di farmi arrossire in minor tempo possibile.

Tossicchiai. Non era normale confidarle di quello che poteva esserci stato, giusto? Giusto. Non potevo uscirmene con un " Eh sai, credo di aver sognato che Blake mi palpava mentre io gli ero seduta sopra, poi io ero rimasta da lui a dormire nel suo letto mezza nuda". Ma..

No, decisamente no.

«Sono quasi sicura che tu mi dirai di no, ma sono anche abbastanza intelligente da capire dal tuo sguardo che è successo molto più di qualcosa. E dev'essere qualcosa non da santarellina dato che l'hai fatta con mio fratello.. e mio fratello lo conosco.» La sua faccia di chi la sapeva lunga mi fece andare la saliva di traverso.

«Comunque» si riprese brusca, «venerdì è successo qualcosa di strano. Per prima cosa non sei venuta via con me perché io ho dovuto fare un giro con London, sei rimasta sola con Blake.» Annotò l'informazione sull'indice. «Poi non lo so, ho chiamato tua mamma dato che non rispondevi al cellulare e mi ha detto che eravate andate in montagna e tu non l'avevi portato dietro..»

Scossi il capo freneticamente, forse cercando di dissipare la nebbia e la confusione che avevo in testa e che mi impedivano di ragionare. Io non ero andata da nessuna parte con mia madre. Men che meno in montagna per una gita tra me e lei.

«Io non sono andata in montagna. Mi sono svegliata venerdì pomeriggio sul divano di casa e da quel che ho saputo ho picchiato la testa forte.»

April scosse debolmente il capo con un sorriso triste a increspargli le labbra. 

«No Leila, non credo che tu sia caduta.»

Dopo pochi secondi mi fiondai fuori dal gabinetto dove iniziava a mancarmi l'aria e misi i polsi sotto l'acqua fredda dei lavandini. April mi seguì pensierosa, poi mi mise le mani sulle spalle, e sospirò profondamente. Appoggiai la testa sulla sua mano, poi chiusi gli occhi, togliendomi dalla vista il mio riflesso poco curato che aveva un aria troppo disperata.

«Cosa devo fare con mia madre?» sussurrai a April.

La sentii avvicinarsi. «Non fidarti di lei, non finché non scopriamo cosa successo, e penso anche  che tu debba farti una bella chiacchierata anche con Blake.»

Oh cavolo. «Hai ragione.»

«Che ne pensi se salti un giorno di scuola in più?»

Aprii gli occhi e risi guardandola divertita, e chi si preoccupava più della scuola?

 

Raggiungemmo Blake nella fatidica casa di London, alla quale per arrivarci era necessario prendere stradine sterrate poco adatte alla macchinina di April e inerpicarsi su per salite alquanto brusche. La sua abitazione somigliava tanto a una baita di montagna e non appena April spense il motore vedemmo London uscire dalla porta di casa con il fucile su una spalla. April sorrise di nascosto, e io intravidi nei suoi occhi un pizzico di tenerezza. 

London era il suo uomo. E nonostante le poche ore che April dormiva complessivamente di notte, non riusciva a fare a meno di amarlo.

Scesi dalla macchina con la pelle d'oca consapevole che tra quei due c'era una storia così fitta e tragica che avrebbero potuto dedicargli un libro che si sarebbe riempito come niente delle loro anime tormentate. La mia vena poetica scomparve nell'istante esatto in cui Blake comparve dietro London, con un occhio blu e viola, e il labbro inferiore rotto in modo doloroso.

Nel vedermi spalancò gli occhi sorpreso, e aprì leggermente le braccia dubbioso sul fatto se l'avessi abbracciato o meno. Non ci pensai granché sinceramente. Quello era il posto preferito al mondo, sicuro, comodo e caldo, e non ci avrei mai rinunciato.

Quando non vidi più niente se non il nero della maglia di Blake, la risatina di April mi fece sorridere. Non potevo neanche paragonare le sensazione di quando Daniel mi mandava un messaggio mieloso a quello. Blake mi faceva sentire viva, e nuova.

«Noi due abbiamo molto da dirci» mi sussurrò sui capelli, mentre le sue mani mi massaggiavano la schiena su e giù. 

«Um, um.» E ad un tratto mentre me ne stavo lì adagiata contro di lui mi ritornò la paura che fosse stato solo un sogno quello che avevamo vissuto. «Blake, cos'è successo venerdì sera tra di noi?»

Il suo sorriso malizioso mi fece precipitare il cuore dalla felicità.

 

 

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