Starry Light


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3. Capitolo 3

Per conoscere Bart e sentirmi a mio agio con April ci avevo impiegato meno di mezza giornata. Erano le tre di pomeriggio e vagamente consapevoli del tempo che scorreva intorno a noi, ce ne stavamo seduti sul tetto del Wallace Market a contemplare gli skater che passavano in strada.

Se di April non sapevo solo che il nome, di Bart avevo appreso i suoi dettagli di vita come fossimo amici dall'era dei pannolini, con feste di compleanno e Natali compresi. 

Bart Norris era nato a Dallas, ecco spiegato il suo accento Texano ancora presente, per poi trasferirsi a Saston City dallo zio all'età di dieci anni. I suoi genitori si erano trasferiti a Tokyo ma mi aveva spiegato che non ci rimanevano mai per più di una settimana a causa dei continui viaggi di lavoro e da quando aveva saputo che non li avrebbe seguiti non l'aveva trovata una novità. Da sempre l'avevano messo in secondo piano. Suo zio John tuttavia era un patito di football e dal primo giorno era stato inarrestabile con gli allenamenti, convinto di farlo diventare un piccolo campione, cosa che alla fine era successa. Con tutto l'orgoglio e la fierezza che Bart non aveva, ma lo zio sì, era diventato capitano della squadra di Football al penultimo anno ed aveva sul serio talento. Le spalle larghe, i pettorali e i bicipiti da far impallidire ogni ragazza, gli addominali da sbavare, gli occhi verde menta e i capelli ramati poi completavano il quadretto. Bart era semplicemente bello.

Non sicuro di sé o egoista, ma buono e innocente. Sembrava aver sbagliato collocazione in quell'ambiente e sinceramente mi stupii che nove anni a Saston non l'avessero corrotto facendolo diventare un cattivo ragazzo. A proposito di cattivi ragazzi...

«Chi sono quelli?» mormorai indicando ad April un gruppo di tipi dall'aria minacciosa. Lei seguì il mio sguardo e balzò indietro, come se si fosse scottata. Tirò via le gambe a penzoloni nel vuoto e io la imitai innervosendomi. Una cosa l'avevo capita; April era una roccia, e se era spaventata allora sicuramente c'era qualcosa di molto pericoloso.

«Bart chi sono?» ripetei agitandomi.

Bart si mise un dito davanti alla bocca intimandomi di fare silenzio, poi si sporse leggermente per sbirciare, nella stessa posizione in cui era messa April. Incuriosita mi sporsi anch'io e quando vidi l'individuo sotto di noi per poco rischiai di capitombolare giù, finendo direttamente sulla sua testa bionda. Un braccio di Bart mi afferrò da dietro e spaventata lo guardai. Mi riportò stabile e mi afferrai facendo diventare le nocche bianche per lo forzo, poi tirai un leggerissimo sospiro di sollievo. 

I tipi stavano parlando. Anzi, litigando. E le loro voci si contrastavano l'un l'altra rendendo incapibile ciò che stavano blaterando tutti insieme. Ma dalla faccia dei miei amici capii che sapevano esattamente chi era quella gente. Criminali innanzitutto. 

Un ragazzo con due spalle che lo rendevano un armadio inquietante zittì tutti con una frase, e quando iniziò a parlare, capimmo senza difficoltà tutto ciò che scandì gelidamente. Io mi feci minuscola dietro il fianco di April, che come me sembrava avesse smesso di respirare.

«Sarò molto breve su ciò che ci serve per domani.» Con una pausa squadrò tutti per vedere se si erano intesi, e anche a quella distanza vidi i suoi occhi di ghiaccio lampeggiare. «Felix, il nastro adesivo. Miller, i proiettili. Drew, le maschere. Taylor, la mazza da baseball. Adam, dei sacchi. Rush, i fumogeni e Blake...» fece un ghigno, probabilmente la cosa più simile alla sua risata, «Ricordati di fare benzina al furgone, testa di cazzo.» Blake rise del nulla turbato, e la sua risata roca si disperse nella strada silenziosa facendomi venire la pelle d'oca.

«La prossima volta che ti prendono per una stronzata simile, ti lascio lì per almeno due mesi prima di venirti a recuperare.» Anche se probabilmente stava scherzando, era comunque minaccioso allo stesso modo. Probabilmente se avessi incontrato un tipo del genere di notte mi sarebbe venuto un infarto. «Ricordate domani alle 3:46 del mattino, strada adiacente alla gioielleria di Somersouth. E se tutto va secondo i piani a pranzo ci mangiamo un costato di maiale da Applebee's...»

Qualcun altro mugugnò qualcosa, e il gruppo rise, poi ripresero a parlare in un brusio fin quando Blake parlò più forte e riuscimmo a sentirlo. «E adesso ognuno per la sua strada gente, questo posto al pomeriggio pullula di coglioni meglio non sbandierare ai quattro venti una gioielleria ancora non ripulita.»

In pochi minuti si allontanarono tutti, a parte Blake e l'altro, e io mi tirai indietro coprendomi la faccia con le mani. Mi sfuggì un gemito soffocato. 

«Non avevo idea che London Crawford fosse ritornato in città.» Il primo a sussurrare qualcosa fu Bart che scrutava April curioso. Lei invece pareva ancora mezza rintronata, e sulle prime non parve capire. Avevamo appena sentito una banda di criminali mettersi d'accordo per una rapina, e a Bart veniva in mente un amico di vecchia data? Incredibile non mi sembrava neanche più oramai.

«Qualcuno mi può spiegare?...anche se probabilmente poi me ne pentirò.» Sapendo i miei attacchi d'ansia e la mia fifa per le scemenze, questo non poteva che peggiorare la situazione.

«Non si verificavano attacchi da mesi, e adesso, proprio con il tuo arrivo, prima il furto di droga a Mason Ville e l'aumento degli spacciatori qui, e a quanto pare domani una rapina a Somersouth dove c'è una delle gioiellerie più grandi e rinomate in zona.»

«A Saston City non ci sono attacchi?» domandai sollevata. 

«A Saston non c'è un cazzo.» 

April scosse la testa afflitta. «Saston è il covo, e per attaccare vanno nei dintorni o si spingono nella grandi città. Ma quando il nemico attacca, arriva qua, e siamo noi, la gente innocente a rimetterci di ciò che fanno. Non ne abbiamo nessuna colpa.»

«E... e i poliziotti in tutto ciò? Nessuno ha mai chiamato la polizia?...o scelto di rivolgersi all'autorità?»

Bart rise. «Leila non è come uno schifo di telefilm e non c'è nessun supereroe. Qui se i poliziotti intervengono si fanno male sul serio.» Il suo sguardo duro mi fece accapponare la pelle.

«Oh, ma andiamo! Erano una banda di ragazzini! Non posso credere che degli...» April mi tappò la bocca con una mano e Bart si sporse a guardare con lei. Forse avevo parlato troppo forte. Era probabile che ci avessero sentiti se erano ancora sotto. Mi immobilizzai serrando le palpebre e pregando di no.

«Cazzo, sta salendo Crawford! E Silver è sparito, siamo nella merda!» sussurrò April pietrificata quanto me. Poi abbracciò Bart, confondendomi e terrorizzandomi ancor di più, mentre me ne stavo in piedi immobile, senza più ricordarmi come si utilizzavano braccia e gambe. Era passata un'ora e mezza da quando ancora avevo avuto la cognizione del tempo e il sole non ci avrebbe impiegato troppo a calare, rendendo tutto buio. 

«Bart vai via tu, se no per te è finita.» April sembrava più pallida di una fantasma quando si scostò da lui. 
«Mi dispiace Leila» sussurrò guardandomi triste.

Capii appieno il significato della sua frase solo quando abbassò il capo con un espressione semi disperata. Senza indugiare oltre prese la rincorsa e con un salto di quasi oltre due metri volò sull'altro tetto e atterrò con una capriola che probabilmente solo gli esperti di parkour sarebbero riusciti a fare senza spaccarsi l'osso del collo. Una volta rialzato prese a correre sui tetti, volando via come solo nei film avevo visto fare. Mi ricordò Assassin's Creed così tanto da distrarmi sul fatto che io ero ancora in trappola con April ferma sul discount. 

Mi guardai attorno alla ricerca di una via di fuga, ma a parte il salto due metri che aveva appena fatto Bart, l'edificio era isolato dagli altri, e l'unico modo per salire o scendere era la scala antincendio. La scala dalla quale stava salendo la nostra fine personificata in un uomo dagli occhi agghiaccianti. 

«Leila! Leila! Ascoltami!» April venne verso di me con gli occhi sgranati. Mi prese per un braccio e corse nella parte opposta a quella in cui eravamo, che dava sul retro del Wallace Market. «Io lo distraggo, non è la prima volta che ci ho a che fare... tu scendi da qui.» Mi portò sul bordo del tetto e mi indicò una specie di sporgenza a un metro di distanza, una volta messi i piedi lì e spostata di mezzo metro a sinistra potevo fare un salto di tre metri e atterrare nel cassonetto del cartone. «Poi scavalchi la rete metallica e vai il più veloce possibile a casa.» 

Prima ancora che potessi sbraitargli contro di quanto era inimmaginabile, e proporle di scambiarci i ruoli per permetterle almeno di mettersi in salvo, sentimmo la voce di Crawford poco lontana, e lei mi abbracciò forte prima di darmi una spintarella verso la mia immediata morte. Feci appena in tempo a sedermi e poi ad attaccarmi con le mani al tetto lasciando i piedi nel vuoto che la voce gelida di Crawford mi giunse alle orecchie. Però nel mio stato di panico non capii assolutamente niente di ciò che si dissero. Al contrario le mani mi iniziarono a sudare e con le punta delle converse cercai disperatamente la sporgenza che mi era sembrata così facile da raggiungere da sopra. In pratica feci una spaccata frontale ma con il piede destro mi appoggiai poi lentamente la trovai anche con il sinistro, e con un equilibrio molto meno che precario ebbi entrambi i piedi appoggiati. Ora dovevo muovermi, cioè camminare lateralmente staccando in modo coordinato piedi e mani. 

Porca. Merda. 

Rischiai di cadere almeno tre volte nel tentativo di girarmi per guardare dove era quello stupido cassonetto, e l'ultima volta mi ritrovai aggrappata solo ad una mano ricordandomi in modo a metà tra il comico e lo spaventoso quelle stupide scene dei film d'azione. 

Io odiavo i film d'azione. E anche i supereroi. 

Tre passi, poi finalmente fui in traettoria, e sembrò un altezza spaventosamente diversa da quelli che nella vita normale erano tre metri. Mi sembrava di stare sulla cima dell'Empire State Building. 

Chiusi automaticamente gli occhi e le mie dita si aprirono facendomi precipitare nel vuoto. Il mio cervello andò in stand-by, il mio corpo un po' meno. 

Atterrare su del cartone non fece per niente meno male, ma almeno mi dette una svegliata e mi ricordai che mancava ancora metà parte dell'azione. Dovevo correre, correre, correre a casa.

E naturalemente superare una rete metallica.

Tuttavia non ci arrivai alla rete metallica, perché due braccia dure come l'acciaio mi afferrarono prima di fare due passi, e mi ritrovai schiacciata di schiena contro un solido muro di addominali. Sgranai gli occhi e boccheggiai terrorizzata, mentre il mio aggressore si chinava vicino al mio orecchio, respirandomi sul collo. Mi immobilizzai dalla paura quando ridacchiò, e involontariamente rabbrividii come una foglia contro il suo petto. 

Dio, quanto era piccola quella cittadina. 

«Finalmente ci incontriamo Smokie.»

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