Starry Light


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15. Capitolo 15

«Adesso si decide come attacchiamo noi.» La voce di London mi risuonò nelle orecchie.

«Adesso si decide come attacchiamo noi.» Di nuovo lo ripetè.

«Adesso si decide come attacchiamo noi.» Non era possibile che me lo stessi solo immaginando?

«Bart! Ma che stai dicendo?»

Mi voltai per rivolgermi a Violet e chiederle qualcosa. ma lei non c'era più sul sedile posteriore. Era sparita come se non ci fosse mai stata. Guardai di nuovo verso Bart ma al suo posto trovai il viso squadrato di mio padre, che mi guardava sempre con la stessa aria. Come se gli facessi pena, così faceva anche prima di lasciare la mamma.

«Leila, lo sapevi che quando tua madre è rimasta incinta di te, io ero fidanzato con un'altra ragazza? Tua mamma ti chiamava l'errore, ma in fondo l'ha fatto apposta, per ancorarmi a lei.»

Questo sì che era strano. Avevo avuto una conversazione simile con lui prima che si trasferisse dall'altra parte della città in attesa di partire per l'Europa. Aveva dovuto mettere l'oceano tra noi per sentirsi libero dalla nostra "famiglia". Avevo appena aperto bocca per rispondergli quando una vocetta familiare mi interruppe per l'ennesima volta.

«Leila sei sicura di stare bene? ...Mi sembri molto pallida.» La presenza di Sally Brook sul sedile dove prima c'era Violet mi fece sobbalzare nuovamente. 

«Io non ne ho i-idea, papà?» Mio papà aveva iniziato a urlare, e la sua faccia si stava allungando. Le sue braccia si gonfiarono di colpo, e quando posò di nuovo gli occhi su di me tirai un urlo terrotizzata. 

Blake. Stava guidando la macchina e intanto mi fissava. «Cosa c'è Smokie?»

«Tu, tu sei mezzo morto! Ti ho visto mentre ti portavano via, ero lì! Ero lì con te!»

Strinsi fortissimo i pugni e Blake ridacchiò. Sally Brook era ancora dietro di noi.

«Sicura che la tua negatività non abbia influito?» Di nuovo mi fece una smorfia divertita, e la voglia di tirargli una sberla come avevo già fatto era tanta. Se solo lui.. qualcosa che avevo sulle gambe dove tenevo le mani mi graffiò e questa volta mi presi veramente un infarto. Guardai in basso. 

Ma che? John Black mi guardava indignato, mentre io tenevo ancora tra le mani la sua coda. La lasciai andare inorridita e lui scrutò diffidente dove mettevo le mani per poi acciambellarsi nuovamente sulle mie cosce. Non capivo niente e tutto sembrava girare, confondersi e mutare in continuazione. Sentivo mia madre parlare e un momento prima Blake mi guardava, poi vedevo gli occhi di mio padre, poi compariva Violet e un secondo dopo vedevo London e April in mezzo alla strada. 

Stavo diventando matta. Ecco, il giorno in cui il mio cervello aveva ceduto era finalmente arrivato, ma avrei dovuto vivere con quel tormento?

Sobbalzai aprendo gli occhi, e il buio del soggiorno mi disorientò. L'odore che mi arrivò fu più veloce dell'adattarsi della mia vista e subito riconobbi la spessa coperta di lana che avevo da quando ero piccola. Spostai gli occhi sul corpo caldo e vegeto seduto sopra la mia pancia.

Gli occhi d'oro fuso come quelli del mio gatto mi restituirono una sguardo guardingo e spostai la vista sulla mia mano. Era lui che mi aveva fatto il graffio.. ma allora com'è che io ero sdraiata su un divano e non in una macchina, e non c'era nessuno con me? Mi guardai attorno confusa.

La televisione era accesa su un documentario sui rettili e le luci della cucina erano accese.

«Mamma?» La voce che uscì dalla mia gola non sembrava neanche la mia.

«Tesoro ti sei svegliata?» Mia madre scese di corse dalle scale e si inginocchiò vicino a me commossa. Io non capivo niente, però sentivo l'odore di cannella nell'aria e ciò mi faceva confondere ancora di più perché per mia mamma cucinare era una cosa estranea.

«Mamma non capisco.» Lei mi guardò con gli occhi grandi color del rame e scosse il capo.

«No bambina mia, non sforzarti. Non fare sforzi nel ricordare.»

«Spiegami costa sta succedendo. Io ero in macchina con Bart e la sua amica, Blake è stato portato via e, e..»

«Sei caduta e hai picchiato la testa.»

Provai a sollevarmi ma la nausea fitta che mi arrivò mi fece vacillare. Non ci credevo nemmeno un po', non mi avrebbe preso in giro così.

«Mamma non dire s-»

«Tesoro mio è vero.» Annuì convinta e si sedette sul divano accarezzando John Black che però non gradì le sue coccole dato che si allontanò e mi si sedette sul petto. «Avevi finito l'allenamento con le cheerleader, e lasciami dire che sono felicissima che ne fai parte, nel parcheggio della scuola sei scivolata su una pozzanghera ghiacciata, sei caduta e hai picchiato la testa.»

«No, no, no. Non è possibile.» 

Quando pure gli occhi di mia madre si riempirono di pena una parte dentro di me cedette. 

«Un ragazzo di nome Daniel e un'altra ragazza che erano lì hanno chiamato l'ambulanza, e io ti ho raggiunto in ospedale. Hai dormito e pianto per quasi tutto il tempo da ieri. Il dottore ha detto che hai subito un trauma cranico.»

Aspettavo il momento in cui si sarebbe messa a ridere e mi avrebbe presa in giro. Non arrivò, e la fissai in silenzio, sbigottita oltremisura. 

Era seria?

«Non ci credo. Perché non sono in ospedale?» La vidi diventare bordeaux e sviare il mio sguardo. «Mamma?»

«Quando abbiamo affittato la casa qui lo sai che abbiamo dovuto tagliare molte cose, e l'assicurazione sanitaria diciamo che era una di quelle...»

Oh dio, se mai mi fossi fatta veramente male non avevo neanche le cure mediche. In effetti a quanto diceva, io mi ero fatta veramente male ed ora ero sul divano di casa con il mio micio addosso. 

Fantastico.

«Ho fatto dei sogni molto realistici. Erano veri ne sono certa.» 

Mia madre mi guardò con lo sguardo di chi non crede una parola ma sta zitto e sorride. Mi sentivo idiota a parlare con lei, e ancora più a disagio il fatto che fossi così confusa. 

Avevo bisogno di un telefono, e di chiamare qualcuno tipo April al più presto. 

«Mamma quando ti hanno chiamato hai visto una ragazza bionda di nome April?» Con qualche difficoltà mi misi seduta ignorando le sue occhiatacce da infermiera mancata.

«No, la ragazza si chiamava Violet mi pare. Aveva i capelli neri tesoro» mi parlò come se avesse a che fare con un troglodita. «Non c'era nessun altro?»

«Era deserto a parte loro.»

Non capivo. Se degli altri non c'era traccia mi avevano lasciata lì per terra mezza svenuta? Che fine avevano fatto?

E in generale ciò significava che non ero mai andata a casa con Blake.

Non mi aveva mai baciata.

E le cose che pensavo provasse per me erano frutto della mia elaborata fantasia.

Guardando mia mamma, la vidi pian piano appannarsi finché di nuovo il familiare sapore di lacrime si fece sentire e le guance mi si rigarono. Mia madre mi abbracciò. «Tesoro scusami, mi dispiace tanto.»

Non le risposi, anche perché non volevo pensarci. «Stai cucinando per caso?»

L'arrossire in modo istantaneo probabilmente l'avevo ereditato da lei, perché in pochi istanti fu dello stesso colore della coperta. «Emm...»

«Cosa c'è stavolta?» sbuffai esasperata.

«Piccola non ti offendere, ma.. viene Dave a cena...» Si fece minuscola sotto il mio sguardo a dir poco arrabbiato. Cioè quella sera doveva scegliere? Proprio quella sera, in cui io ero k.o. per non dire morta.

Non si poteva fare. Era illegale vivere in quel modo.

«La cena era già fissata da circa due settimane, non sapevo che oggi sarebbe successo quel che.. è successo.» Si alzò dal divano e liquidò il tutto con un gran sorriso che aveva un non so che di arcigno. Lo ricambiai con una smorfia tutt'altro che convincente.

«Ti chiederei se ti serve una mano, ma sai che sono peggio di te ai fornelli.»

I suoi lineamenti si ammorbidirono e poi scosse dolcemente il capo.

«Oh no tesoro. Ora tutto quello che devi fare è riposarti e stare tranquilla. Non fare sforzi e chiamami se hai bisogno.» 

Ritornò in cucina canticchiando allegra e io sprofondai la faccia nel cuscino mugolando disperata. Il mio unico amico ancora presente mi si sedette in testa comodamente, in funzione di copricapo peloso. 

Lo presi e me lo strinsi al petto, ignorando i suoi miagolii sommessi che invocavano un po' d'aria.

Il telefono. Avevo bisogno di quel sacro strumento per ricostruire qualcosa dell'accaduto, ma non avevo la più pallida idea di dov'era dato che a quanto pare mi ero persa parte del film che aveva me come protagonista.

«Mammaaa! Hai idea di dove sia il mio telefono?» urlai fiocamente.

Un minuto dopo mentre aspettavo ancora una risposta mi arrivò via aerea direttamente dalla cucina, senza ulteriore spiegazione da parte di mia mamma. 

«Grazie.»

Non mi considerò e io feci il numero di April alla velocità della luce, con le mani che mi tremavano dall'ansia.

Suonava, quindi vuol dire che era libero. 

Neanche poco dopo scattò la segreteria, e io ci rimasi così male che fissai lo schermo amareggiata per un minuto buono. Mi aveva messo giù. Provai con Bart che senza niente di speciale mi congedò in fretta e furia dicendomi che si era fermato fino a tardi in palestra e che quindi non ne sapeva niente. Altri numeri non ne avevo, così richiamai April che aveva tutta l'aria di una che stava facendo di tutto per ignorarmi e le lasciai un messaggio in segreteria pregandola di richiamare.

Stavo per spegnere il telefono quando notai un messaggio che non avevo aperto da un numero sconosciuto. Qualcuno che mi mandava i messaggi che non era l'operatore telefonico? Impossibile.

"hey piccola, oggi mi ha fatto stare in pensiero. avvisami quando ti svegli che voglio vederti o sentirti. Un bacio Daniel."

Il messaggio risaliva al giorno prima. Riposi il telefono abbastanza imbarazzata e alzai gli occhiali cielo invocando l'aiuto di qualcuno. In cuor mio non potevo negare di non essere felice di sapere che qualcuno teneva a me.

Non era Blake ovvio, ma c'era pur sempre qualcuno che si era interessato, e ciò mi faceva sentire bene. Tanto bene in effetti.

Daniel aveva conquistato un po' del mio rispetto con quel messaggio.

Un bussare alla porta mi ricordò che mamma aspettava l'ospite dei suoi sogni e molto cautamente mi sollevai dal divano con la coperta e il gatto ai miei piedi e mi avviai al piano superiore senza far rumore. Sentii la mamma accoglierlo con calore e poi bisbigli e risatine che non lasciavano trapelare nulla di buono, a parte la maliziosità disgustosa sottintesa.

Sfuggii in camera mia camminando piano, con la continua e terribile sensazione di non reggermi sulle gambe, e una volta raggiunta serrai porte e finestre nel modo più ermetico che riuscii. Recuperai il cellulare decisa a rispondere a Daniel. 

Decretai il mio sacro verdetto: gli avrei dato una possibilità.

Gli diedi l'appuntamento all'incirca una settimana dopo, e lui non tardò a rispondere nel modo più dolce e mielose che un ragazzo avesse mai usato nei miei confronti. Mi diede la buona notte e solo in seguito, fissando a vuoto lo scatolone mi venne in mente la regola che con cui Blake mi aveva minacciato nel "sogno". Non potevo essermelo solo immaginato.

Non parlare con altri ragazzi.

Be io ero stufa di fare Raperonzolo chiusa nella sua torre in attesa di qualcuno che probabilmente non sarebbe mai arrivato. Dovevo prendere le mie iniziative.

E sinceramente, fanculo a tutti.

 

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