Starry Light


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11. Capitolo 11

LEILA.
 

Eravamo in macchina da circa un quarto d'ora e nessuno aveva spicciato mezza parola.

London era alla guida, con gli occhi fissi sulla strada e un'espressione rigida. Blake seduto accanto a lui con le ginocchia strette e semplicemente troppo grosso per il sedile. Entrambi non sembravano troppo felici di stare in quella macchina.

April era seduta accanto a me, e alcune volte mi stringeva un dito, mentre io ero una statua di cera, che respirava a malapena. Sentivo la tensione sprigionare da ognuno di noi.

Il primo atto di coraggio lo compì April avvicinandosi a me più di quanto era consentito prima che Blake ci lanciasse un'occhiataccia. Tutta la sua dolcezza era finita dopo che mi aveva prestato la sua felpa anche se in cuor mio avrei preferito dargli fuoco piuttosto che indossarla.

A vederlo mi ero sentita invadere di strane emozioni. Ansia prima di tutto, il fatto che mi avesse lasciato più confusione che altro non faceva che alimentarla. Tristezza subito dopo. Perché in fondo era palese che provassi un debole per lui, e ignorarlo non appena aveva messo piede nella palestra era stato un colpo duro. E infine rabbia.

Era un grandissimo stronzo.

«Ti sei divertita oggi?» mi sussurrò April tirandomi scherzosamente una ciocca di capelli, «hai ancora un profumino di mensa veramente terribile.»

L'occhiata inquisitoria di Blake arrivò puntuale, seguita dallo sguardo di London che ci guardò di traverso attraverso lo specchietto. Il sorriso sulle labbra rosse di April si represse all'istante.

Oh, andiamo. Sarebbe sempre stata così?

«E' stato molto bello anche se non penso proprio che accetterò di farmi lanciare in aria. Soprattutto dal momento che c'è sotto Violet a prendermi.» Mi venne in mente la figura di Violet Dunn. 

Lei era probabilmente una delle persone che più mi detestava tra la lunga fila di ammiratori che avevo, e il suo era un odio a pelle. Molto evidente.

Alcune persone avevano abbassato la guardia su di me dopo la battaglia di cibo in mensa, in cui io non avevo fatto altro che essere ricoperta di senape fino alle mutandine e Daniel, sant'Iddio Daniel, era venuto persino a flirtare con me. Cioè si era avvicinato lui! Ancora non riuscivo a trattenere un sorriso se ci ripensavo.

«Lei è.. complicata. Allora stai già pensando al tuo appuntamento?» Ed ecco che April ripartiva con il suo piano di far ingelosire quel gorilla di suo fratello. Peccato che il piano era finito nel cesso e lui si era fatto una sana risata, pensando a me come una bambina alle prese con gli ormoni. Imbarazzante.

«Credo che voglia portarmi a ballare, ha accennato un locale fuori da Saston che di solito frequenta. Potreste venire anche tu e Bart in un 'uscita a quattro.» Non feci in tempo a finire la frase che London aveva tipo inchiodato facendoci ammazzare di paura. Se cercava di farci venire un infarto allora con me aveva funzionato. Girai cautamente la testa per vedere April in che condizione era.

Ci fu un secondo di assoluto silenzio poi la vidi divincolarsi per slacciare la cintura e spingersi verso London che intanto stritolava tra le nocche bianche il volante. Sembrava un assatanato dall'espressione e in quel momento provai veramente paura.

«Porca Troia London! Ma ti pare il caso?!» April sbottò con le guance rosse di rabbia.

«Tu.» Lasciò finalmente il volante e vidi che c'era un segno nella plastica. «April Amethyst Silver, scendi immediatamente da questa macchina.» 

Con gli occhi sgranati spiai la reazione di Blake e vidi che studiava il paesaggio fuori dal finestrino come se in macchina si stesse litigando per scegliere la stazione radio. Era completamente indifferente che una specie di serial killer stesse cacciando sua sorella dalla sua stessa macchina. Se non fosse stato perchè non ero io la vittima di quell'ipocrisia avrei dato di matto e stordito entrambi a suon di buoni diritti. Ma come si permetteva? 

Perlomeno April mi diede un po' di soddisfazione e lo insultò così pesantemente che London aprì la portiera. La strada era deserta, e non ci sarebbe stato nessun testimone se ci avessero portato in bosco e ammazzate. London scese dalla macchina contraddicendosi. 

«Io e te dobbiamo parlare soli. E non mi importa se siamo in mezzo a un cazzo di prato.»

Vidi April che mi guardava con un'espressione che rappresentava un buon mix di rabbia e indignazione. Sembrava indecisa se mettersi al volante e lasciarlo lì o ascoltarlo. 

Ascoltarlo? Non sarei scesa da quella macchina neppure se mi avessero buttato fuori a calci. E poi stava già diventando buio. Tuttavia io e April eravamo gli antipodi e lei era dieci volte più coraggiosa di me..

Scosse il capo sospirando e scese con gli occhi lucidi. Io le mandai una specie di sorriso rassicurante attraverso il finestrino poi con una mano mi salutò debolmente, come se avesse paura. Solo in un secondo momento mi resi conto che la macchina si stava muovendo e io vedevo April e London sempre più piccoli e lontani.

MI girai impaurita verso Blake. «Ma che fai?! Non puoi lasciarli qui!» 

Fece una breve risata senza accennare a rallentare e poi batté con la mano il sedile davanti di fianco al suo.

«Quando dicono parlare, non intendono una chiacchierata di cinque minuti. Parleranno per un po'.»

«E quindi? Che intenzioni hai, di abbandonarli lì in mezzo?.. tra un po' diventa buio.»

Lo fissai sbigottita ansiosa di una risposta. 

«No. La casa di London è a cinque minuti a piedi, staranno lì.» Detto questo non mi spiegò altro. Sapevo solo che ero di nuovo sola con lui cosa che volevo evitare fin dall'inizio. Un'altra occasione in cui avrei potuto ficcarmi ancor di più nei casini per due occhi azzurri e un bel faccino. Non era assolutamente giusto.

«Perché quella smorfia Smokie?»  Il suo tono di voce sembrava più basso e seducente quando mi chiamava così. 

«Portami a casa, per favore.» Incrociai le braccia, cosa che mi infondeva sicurezza, e aspettai un suo cenno di assenso. Ma in tutta risposta si limitò a scuotere il capo.

«No, non ti riporterò a casa.»

In fondo me l'aspettavo quella risposta eppure bastò a farmi esplodere come una vera e propria bomba, senza contare il fatto che da sempre mi ritenevo una persona buona e ragionevole. Con delle strane acrobazie mi sedetti sul sedile davanti e infine riuscì a catturare l'attenzione di Blake che mi scrutò dubbioso.

«Si può sapere che intenzioni hai?! Io sono stufa di averti in giro e poi ritrovarti anche a casa mia dove ti racconto uno dei passi più essenziali della mia vita e tu che puoi fare, tra tutte le opzioni? Scompari! Senti Vaffanculo. Okay? VAFFANCULO.» Feci un lungo sospiro.

Blake fermò l'auto sul ciglio della strada ma perlomeno non ripetè il mezzo incidente che ci aveva fatto fare London. Si girò verso di me.

«Sono scappato senza salutarti per motivi che non riguardano te o le tue condizioni. Leila non è stata colpa tua, pure io lavoro. Questa settimana sono stato via e non ho mai rimesso piede a Saston.»

«Fa schifo come scusa.»

«Perché non lo è.»

Con un'ondata di profonda stanchezza sporsi il labbro come una bambina e mi appesi alla sua spalla.

«Ho tanto sonno e devo fare la doccia.»

Non mi insultò come avevo immaginato. Invece appoggiò la testa alla mia mano.

«Pure io sono tanto stanco.»

 

 

In macchina mi addormentai, e quando aprii gli occhi Blake mi stava trasportando fuori in braccio. Cercai di non reagire, davvero. Provai ad ignorare lo stomaco che mi si aggrovigliava senza ritegno di felicità ma alla fine mi arresi. 

Mi strinsi a lui ignorando le possibili conseguenze. 

Blake si sporse su si me e accarezzò la fronte con le sue labbra, ci indugiò sopra facendomi sentire il suo respiro caldo, ma niente di più. Non mi baciò.

Lo sentii armeggiare con le chiavi e mi tirò su, palpandomi scherzosamente il sedere. Appoggiai il viso nell'incavo del suo collo e gli diedi una leggero morsetto. 

Sentii gli addominali tendersi insieme a qualcos'altro.

«Blake» sussurrai. Mi strusciai di più tra le sue braccia e sentii le sue mani indecise sulle mie natiche. Avevo la gonna, e sotto delle mutandine che mi avevo prestato una cheerleader in spogliatoio. Sentivo le sue dita indecise se oltrepassare la stoffa.

Cercai di incoraggiarlo nella giusta direzione.

«Piantala» borbottò entrando in casa. Dove avevo morso ci passai la lingua, ripetendo i suoi movimenti della prima volta. Ora sembrava veramente al limite.

«Cazzo Smokie, sono un uomo e come tutti gli uomini sento delle esigenze molto spontanee.»Il suo tono della voce calava precipitosamente. «Se ci tieni al tuo imene ti conviene piantarla.»

«Portami a letto. Ho sonno.» Mi avvinghiai a lui facendo aderire il mio petto al suo. 

Mi guardò negli occhi e li vidi andare letteralmente a fuoco.

Il mio sedere venne a contatto con qualcosa di freddo e liscio e quando mi guardai attorno riconobbi una cucina. Ma fu tutto abbastanza confuso perché da quel momento in poi vidi solo Blake. Era in piedi di fronte a me, in dei jeans stracciati e una maglietta nera sexy da impazzire. Mi torturava con quegli occhi ghiacciati.

«Sai perché hai voglia di fare cose sconce?» mi chiese malizioso.

MI morsi il labbro e scossi il capo sbattendo le palpebre come un angioletto.

«In macchina gemevi nel sonno. Immagino hai fatto un sogno un po' spinto bimba.» Sentii un flusso di calore salirmi dal bassoventre, era una sensazione senza precedenti. E la provavo solo con Blake Silver.

«Per favore dimmi cosa significa essere toccata» sussurrai reggendo il suo sguardo. Qualcosa di felino sbocciò nei movimenti di Blake e mezzo secondo dopo sentii per la prima volta l'irruenza delle sue labbra sulle mie, voraci e intense. Risposi al bacio lasciandomi guidare solo dal mio istinto. 

Gli intrecciai i capelli tre le dita e lui circondò i miei fianchi con entrambi i palmi attirandomi più vicina a lui. Io lo circondai tra le mie gambe.

E fu quella la prima volta che una mano intrusa si infilò nella mia intimità. Le dita di Blake erano ghiacciate e al contatto con le mie pieghe calde sobbalzai del piacere serrandolo in quella posizione. Mi solleticò la patatina con i polpastrelli, poi l'avvolse tutta contenendola nel suo palmo, mentre la sua lingua mi penetrava la bocca e incontrava la mia. Imparai a ribattere velocemente e intanto non riuscivo proprio a stare ferma, a contenermi e mi muovevo contro la sua mano smaniosa di qualcosa in più.

Ci separammo a malincuore senza fiato, e Blake appoggiò la fronte contro la mia, con un sorrisetto che gli arrivava da un occhio all'altro. Sfilò la mano da sotto la gonna, facendomi sfuggire un gemito di smarrimento che alimentò il suo sorriso già troppo largo.

«Mi sembri giusto un poco su di giri.» Se non avessi saputo che era impossibile vederlo felice l'avrei anche creduto.

«Non illuderti Silver, non mi hai fatto niente di che la sotto.»

Mise tra i nostri occhi la distanza di pochi centimetri, effetto che mi faceva voglia di riprendere a baciarlo e spogliarmi nuda in quella cucina in quel preciso istante, ma ci pensò lui.

«Smokie.» Con la punta dell'indice applicò una pressione la dove sarebbe dovuto passarci il suo cazzo. 

«Se fai ancora la bimba, ti scopo.»

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