Starry Light


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10. Capitolo 10

BLAKE.

Ero incazzato come una bestia con quella testa di cazzo di mia sorella.

Avevo passato una delle peggiori settimane della mia vita ad Anchorage, e non appena avevo rimesso piede in città April mi aveva mandato un messaggio nel quale diceva di andarla a prendere a scuola perché la sua macchina era rimasta a casa e io avrei dovuto scortarla come un fottuto tassista. I mezzi pubblici non avevano fermate ai confini del bosco, e nessuno sapeva dove abitavamo per ragioni di sicurezza.

Un'ora in macchina con lei mi toccava. Alzai gli occhi al cielo e feci una curva più brusca del dovuto, facendo sbattere le ginocchia a London, che in quella macchinina già non ci stava. Anche per me era troppo angusta. Mi mancava l'aria in quell'abitacolo.

Di nuovo feci una sterzata che fece incazzare London ancora di più.

«Cazzo, ma sai guidare?! Quando la strada svolta devi girare il volante che hai tra le mani, rincoglionito.»

Non aveva tutti i torti.

«Mi fa girare le palle il pensiero che l'ho accontentata.» Tirai un pugno al clacson che tanto era rotto. «La prossima volta che dorme a casa di quel suo amichetto frocio ritorna a piedi, e non me ne frega una cazzo se deve farsi diecimila miglia.»

Con la coda dell'occhio notai l'avambraccio di Blake tendersi e la sua mascella scricchiolare; l'aria si saturò all'istante di una rabbia e di una tensione impercettibile. 

Rallentai. Avevo il presentimento che da un momento all'altro avesse aperto la portiera e mi avrebbe mandato a fanculo, ritornandosene a casa.

Non lo fece. Però non ritornò neanche tranquillo come era prima. 

«Norris?» domandò con una voce roca da sembrare un ringhio.

Ecco, adesso non ero solo io a comportarmi come una animale. Ce l'avevo fatta pure a corrompere il mio amico assolutamente calmo e strafatto. 

Dopotutto anche io ero un po' fatto.

«Quel coglione non è gay» borbottò di più a se stesso che a me. «Lei è stata con altri?»

Ci misi qualche minuto a collegare la persona di cui stava parlando con April, poi mi misi a ridere e lui imprecò in una strana lingua che sicuramente non era inglese. Negli ultimi sei mesi era stato in Europa, in Russia forse, e pretendeva pure che io contassi quelli che entravano nel letto di mia sorella.

Non me ne fregava una minchia di chi si scopava. 

«Lo spero per lei, se non ha fatto sesso in sei cazzo di mesi allora mi sa che ha avuto la vocazione per diventare suora.»

La mia riposta non gli piacque per niente, ma non è che potevo cambiare come stavano le cose. Scrollai le spalle e entrai nel parcheggio delle scuole superiori. Odiavo farmi vedere li, perciò, anche se non sarebbe servito a molto, mi misi il cappuccio della felpa e scesi dalla macchina. «Ti muovi o no?!» sbottai contro London che ancora era alle prese con tutta la sua voglia di distruzione. Scese dalla macchina ringhiando e tirò un calcio alla portiera tanto da far vibrare l'intera auto.

«Cristo Santo se gli rompi la macchina poi te la porti te in giro tutti i giorni.»

​Non mi ascoltò e tirò un cazzotto alla fiancata che si ammaccò leggermente.

Porca puttana, cos'aveva quello nelle vene da fargli perdere l'autocontrollo in un soffio? 

Non sprecai nemmeno energie per tirarlo via, invece mi voltai in direzione della scuola e mi avviai rapido all'ingresso. Non era cambiato niente da come me lo ricordavo: stessi armadietti ammaccati, i corridoio grigi e neri e lo squallore che aleggiava nell'aria. La Saston Hight School era uno dei posti più inospitali dove poter crescere un gruppo di adolescenti. Anche se gli adolescenti in questione non erano cresciuti normalmente fin da piccoli.

Sviai per dare un'occhiata alla mensa e dovetti indietreggiare sconcertato vedendo che era inaccessibile. Il cibo era ovunque in quel luogo: non un tavolo o una panca si era salvate, era tutto imbrattato di salse, cibi sciolti o pozze di gelato. Questa si che era una sorpresa. 

Sentii la presenza di London dietro di me. «Che merda.» 

Annuii dandogli completamente ragione. «Adesso puzza anche dieci volte di più.»

London avanzò, calpestando placidamente il cibo sotto gli anfibi neri. «Dev'essere accaduto oggi.»

Scrutammo disgustati quella che una volta era la mensa asettica e triste in cui passavamo i pomeriggi, poi proseguimmo verso la palestra. 

Perlomeno le squadre di football erano sempre state l'orgoglio del preside Burch, che nonostante giocassimo sporco ci incoraggiava come un fanatico. Eravamo delle bestie sul campo. Avevamo fatto parte della squadra ai nostri tempi, ed erano ricordi strani ma belli che mi facevano raffiorare una specie di sorriso a pensarci.

Ci scannavamo peggio dei bufali, cazzo.

«Blake ti sei imbambolato. La palestra è di qua principessa.» London mi fece cenno di darmi una mossa, e quando lo raggiunsi varcammo insieme la soglia dell'enorme spazio che una volta frequentavamo abitualmente. Quella era cambiata fin troppo rispetto al resto.

Sugli spalti c'erano gruppi distanti di ragazzi che scrutavano gli allenamenti e non ci diedero molta attenzione, mentre sul campo la squadra di football che a parer mio era decisamente frivola e in un lato le cheerleader che facevo delle coreografie. London si stoppò quando vide Norris che veniva applaudito dai sui compagni e per poco non si scagliò contro di lui. Lo trattenni saldamente per le spalle e lo trascinai via da bordo campo, sperando che nessuno avesse fatto caso al suo piccolo spettacolo da gorilla. 

«Stai calmo amico. Quello non si scopa mia sorella, si vede lontano un miglio.» Le mie parole era buttate lì all'aria, perché non ne avevo la più pallida idea di chi frequentava, ma almeno London la smise con la sua intenzione di strangolare lui e chiunque altro c'era sul suo cammino, cioè io. Espirò dal naso come un toro e poi si voltò di scatto diretto verso gli spalti. Mi diedi un'occhiata intorno poi lo seguii.

Una volta sopra ci appoggiammo alla ringhiera scrutando la folla di ragazze alla ricerca di mia sorella, e fu come ricevere un pugno allo stomaco trovare Smokie con le tette strizzate in un top nero, decisamente scollato.

La gonna che aveva rendeva le sue gambe strepitose ancora più lunghe e sottili e quando fece una specie di saltello si alzò quel poco da far intravedere benissimo le mutandine rosa.

Ma che cazzo ci faceva lì?! E soprattutto, cosa cazzo ci faceva lì conciata in quel modo?

«Non ricordavo che le cheerleader si vestissero come delle spogliarelliste» borbotto duro London.

«Pensa che l'ha scelta April l'uniforme..» Sentii il cuore accelerare quando intercettai lo scambio di sguardi tra lei e una testa di cazzo della squadra di football. Sarei balzato direttamente in campo a picchiarlo se solo non ci fosse stato London a tenermi un gomito.

«Ecco, perché mi sono sfogato fuori.»

Mi girai lentamente verso di lui, e fu un miracolo se non gli sputai in faccia. Mi trattenni solo perchè vidi che anche lui non se la cavava molto bene, e fissava ancora Norris come se il suo sguardo potesse infuocarlo. Anzi lo altalenava da Norris ad April come una civetta.

«Ehi ma aspetta.» sgranò gli occhi alle mie spalle. «C'è pure la tua cottarella, non è mica lei? Leila Smoke. Guarda sta parlando con uno.»

Mi girai quasi vivendo la scena a rallentatore e vedendola arrossire con quel tizio che sarebbe finito molto male, ma molto male, quasi staccai il braccio a London.

​«Direi proprio che dobbiamo andare» scandii furioso.

Non sillabò neanche mezza sillaba e mi seguì fuori tenendo il mio passo e senza provare a fermarmi. Dovevo solo restare calmo. Inspirare ed espirare come una persona normale. Apatico. Nessuna emozione.

Presi il cellulare e composi il numero di April per dirgli di portare il culo fuori di lì, ma dopo pochi squilli scattò la segreteria. Guardai London incamminarsi verso l'uscita ed espirai ancora più forte.

​Oh, fanculo. 

Con una schienata alla porta antincendio entrai in palestra, e in un secondo sentii gli sguardi di tutte le cheerleader che mi squadravano come un manzo al macello. Qualcuna si toccava in capelli come se ci avesse attaccato un chewing-gum, mentre altre sbattevano le ciglia convulsamente eppure l'unica che volevo mi guardasse era girata di spalle, e non mi degnava neppure di uno sguardo. Niente.

 Lo sfortunato in questione continuava a sfiorargli le spalle e a spogliarla con quel suo sguardo viscido. Dio solo sapeva se non glieli avrei cavati quegli occhi di merda.

Però la risata sforzata di Leila mi colpì più di quanto avrebbe dovuto: non era a suo agio in quel momento, eppure stavo con quello da parecchio. Smokie sapeva liquidare le persone che gli stavano sul cazzo. Il giocatore di football provò ad accarezzarla e lei si spostò prontamente, come se l'ultima cosa che gradisse fosse essere toccata da quello. E anche se avevo il cervello leggermente rallentato ci arrivai.

Mi stava facendo ingelosire. 

Stronza.

Vedendo April sorridere compiaciuta decisi di ribaltare il suo stupido giochetto, facendola pentire. Feci segno a mia sorella di avvicinarsi e lei mi raggiunse pressapoco raggiante. Volevo proprio vedere la sua reazione quando avrebbe saputo che London era fuori ad aspettarla.

«Sbrigati, io e London ci siamo rotti il cazzo abbastanza a lungo.» 

Come previsto il sangue le defluì dal viso, gli occhi si celarono dietro una patina luccicante e la sua aria spavalda sparì. Uno a zero per me, bastarda.

«Leila resta a dormire da me» chiarì, come se avesse appena dato il via a una battaglia verbale. Scrollai le spalle e sbuffai. «Non me ne frega una minchia, devi solo muoverti.»

Celò lo stupore voltandosi a guardare Smokie che avanzava a fianco del ragazzo che oramai mi aveva annoiato. Poteva fare sinceramente di meglio. Quello era uno dei figli ricchi di papà che erano abbastanza benestanti da vivere fuori Saston, ma non troppo per andare al liceo più vicino all'infuori. Che pessima scelta come pedina.

​I ragazzi così erano tutto tranne che eccitanti. Probabilmente quello non aveva neanche mai fatto sesso. 

«Ciao Blake» mi salutò Leila. La fissai intensamente in modo da metterla in soggezione e lei sviò il mio sguardo.

«Smokie.» Rimasi di nuovo in silenzio.

Il ragazzo moro schiarì la voce interrompendo l'imbarazzo che avevo appositamente pianificato, ma per sua sfortuna non accennai neanche a levare lo sguardo per degnarlo. 

«Io sono Daniel» borbottò marcando il territorio appoggiando il mento sulla testa di Leila. 

Se lei non si spostò fu solo per non cedere proprio davanti a me. 

April, che intanto era saggiamente andata a riprendere le sue cose e a congedare tutte le cheerleader alla fine dell'allenamento ritornò guardandomi accigliata. Spostai il peso sui talloni.

«Allora possiamo andare» propose mia sorella preoccupata.

«Sei il fidanzato di Leila?» Tutti e tre sgranarono gli occhi fissandomi stupiti.

Leila poi mi rivolse un'occhiataccia indispettita e io dovetti trattenermi per non scoppiare a ridere.

«No, non direi» commentò sconcertato l'altro, «però stavo proprio pensando che un giorno o l'altro posso venire a casa tua e darti una mano con quegli scatoloni in nella tua camera, o a conoscere tua madre...» le sorrise sornione e lei strinse i pugni decisamente contrariata. Tuttavia ribatté celando l'indiscrezione sotto un sorrisetto malizioso.

«Sarebbe fantastico Daniel, potremmo divertirci un mondo un pomeriggio da soli in camera mia, non trovi?»

Daniel annuì con foga e io strinsi gli occhi, sorpreso di tanta spudoratezza. Giocava pesante a quanto pare.

«Perché non lo fate oggi? Mi avevi detto che sei sempre a casa tutta sola fino tardi e alcune volte tua madre non torna la notte, magari Daniel può farti compagnia, non credi amico?»

«Assolutamente, sarei felicissimo di stare da te stasera Leila, e..» abbassò il tono della voce, «potrei farti divertire in molti modi diversi.» 

Lei rabbrividì e si staccò da lui dandogli un taglio. Menomale cazzo, mi stava venendo la nausea a vederlo sbavare sopra il suo corpo. 

«No, stasera Leila dorme da me e noi dobbiamo proprio andare.» April la trascinò via mentre lei intanto non faceva che guardarmi male e io camminai all'indietro rivolgendo un'ultima occhiata assassina a Daniel che intanto mi sembrava fragile come un bambolina. La sua virilità era finita nel cesso. 

«Leila gliel'hai dato il numero? Se no non puoi richiamarlo» la sfottei. 

Lei mi fulminò con i suoi occhiali verdi arrabbiati.

«Lo vedo domani e usciamo insieme!» Mi urlò contro. 

Mi misi deliberatamente a ridere e feci l'occhiolino a Daniel che nel frattempo mi fissava inebetito. 

Feci lentamente la mia uscita dalla palestra, soddisfatto del malumore che avevo causato.

Leila mi aspettava in corridoio con le braccia in crociate davanti al seno. Quel seno..

​«Sai cosa ti dico? Sei proprio una testa di cazzo Blake.» Quell'insulto non gli era naturale da dire. Poverina.

«E sai cosa ti dico io? Fa freddo fuori e tu sei completamente nuda. Mettiti questa.» Gli lanciai la mia felpa e la vidi indecisa se accettarla o rispondermi male. Ma in fondo, essere impertinente doveva proprio piacergli.

«Non li voglio i tuoi vestiti Robin Hood.»

Mi girai divertito e lei mi porse la felpa come se fosse contaminata da qualche virus mortale, ma io mi rigirai e aspettai di arrivare davanti alla porta di ingresso prima di parlarle. 

«Fuori fa freddo e sta per piovere, in macchina il riscaldamento è rotto. Se non sei stupida come penso e non fai la bimba imbronciata te la metti e non dici niente.» 

Mi scrutava irritata, perché avevo ragione. Se la infilò riluttante e cercò di tirarsela il più giù possibile ma le arrivava a metà coscia e sembrava che non avesse su niente sotto. 

Era maledettamente bella.

Distolsi lo sguardo da lei per non fare qualcosa di stupido tipo sbatterla addosso a un armadietto e ficcarle la lingua in gola, poi aprii la porta e uscii.

Non dovevo fare pensieri del genere, lei era ancora.. piccola. E innocente.

Eppure non riuscivo a farne a mano di pensarci.

Dovevo assolutamente darci un taglio.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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