Starry Light


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1. Capitolo 1

La prima volta che incontrai Blake Silver, fu una sera alla stazione di polizia di Saston City, una delle città con il più alto tasso di criminalità degli Stati Uniti. Io e mia madre ci eravamo trasferite lì per la promozione di mamma, ma per come la pensavo io in quel posto erano gli sbirri quelli che dovevano stare attenti alla propria pelle. Era il dimenticatoio della legge. Come quando poche ore prima avevano portato dentro un gigante biondo in modo abbastanza rude. Lui, da allora, non aveva fatto altro che dormire, fissarmi, sbuffare e fare smorfie, come se stare lì gli provocasse una perdita di tempo e nient'altro. Davvero non capivo ancora la dinamica del funzionamento di quel posto. Mamma però era ogni maledetto giorno più stanca e nervosa, e come a disastrare ancor di più la situazione quel mio primo giorno di scuola era stato un fiasco totale. In cuor mio mi sarei voluta sotterrare sotto terra piuttosto che rimettere piede la dentro. 

Sally Brook mi guardò preoccupata da sopra il computer. 

«Leila sei sicura di stare bene? ...Mi sembri molto pallida.» 

Mia madre dall'altro capo della stanza mi rivolse un'occhiata, in contemporanea con il detenuto momentaneo, cosa che mi irritò parecchio. Sally era come una chioccia, sempre pronta a trovare malanni e dispensare consigli. Mi passai una mano sugli occhi senza rispondere. 

«Tesoro prendi la mia macchina e vai a casa, io mi faccio dare un passaggio da John...» 

Ed ecco che ripartiva nel volermi mandare a casa. Il problema era che stare a casa da sola mi faceva venire una certa ansia, considerando il lavoro di mia madre e il numero di delinquenti. 

«Torni molto tardi?» gli chiesi. 

Lei sospirò e annuì. Insieme al suo sospiro sentii anche quello del ragazzo ammanettato ad alcuni metri da me. Per la prima volta lo guardai apertamente e subito me ne pentii. Gli angoli della bocca di quel cretino si alzarono e io arrossii un poco evitando di guardare tutto il resto della gente.

Tuttavia quella sera ne avevo abbastanza di rimanere in quel posto: mi sarei chiusa in camera e al diavolo quel tizio che voleva consumarmi con lo sguardo, dato che mi faceva salire il nervoso anche più del dovuto. Mi alzai lentamente per recuperare la giacca, sentendomi addosso gli occhi di tutti i presenti, poi salutai mia madre con un bacio e uscii nella fresca brezza della notte rabbrividendo.

Il Pick-up si scaldò solamente quando imboccai il vialetto di casa e su tutto il corpo avevo ancora la pelle d'oca una volta varcata la porta. Un miagolio mi accolse familiarmente e una volta fatti parecchi giri del chiavistello mi chinai per prendere tra le braccia il mio unico e solo amico aquattro zampe.

John Black era il gatto più bello e permaloso del mondo. E anche in assoluto il più simpatico. Aveva un manto nero liscio, non era per niente magro ed aveva due occhi gialli luccicanti, che sembravano oro fuso. In pratica viveva di avanzi della cena perché snobbava il cibo per gatti: da poco avevo scoperto che andava pazzo per il cinese, anche se poi stava male di brutto due giorni dopo. 
«Come fai a non morire di paura eh? Fossi in te mi farei parecchi scrupoli, da quel che ho sentito in giro.» Ed ecco che il mio lato macabro veniva fuori da solo. Raccontare al proprio gatto che altri suoi simili erano stati fatti saltare in aria da sette sataniche non era il massimo, nemmeno per un individuo altamente pigro come John Black: difatti sgambettò via, lasciandomi sola a preparare una misera cena a base di latte e cereali. Che cosa infelice. In quella casa l'unico conforto lo ricevevo dalle vecchie videocassette che erano ancora ammucchiate in uno scatolone dei tanti. Erano sprazzi di ricordi felici della mia infanzia, tanto radi quanto preziosi, e prima di partite ne avevo fatto indigestione facendo innervosire un po' anche mia madre che la trovava una cosa triste. In questa nuova e asettica casa non avevamo il video registratore, quindi le mie cassette probabilmente sarebbero rimaste nello scatolone. 
Il tempo si trascinò lungo quella sera: la cena mi restò sullo stomaco, che in più brontolava reclamando più cibo e alla fine conclusi con l'addormentarmi malamente sotto una spessa coperta sul divano, guardando uno squallido programma su MTV. E mentre mi assopivo piansi, perché niente sarebbe potuto andare peggio di così. Nemmeno uno stupido secondo. 

La mattina dopo fui svegliata da mia madre che mi diede il buongiorno imbronciata. Incredibile come si riusciva a rovinare la giornata già dalle prime ore del mattino, no? Io dal canto mio cercai di sorriderle, ma i miei occhi rossi non mi davano nessuna credibilità. Mi stiracchiai tirandomi via di dosso una palla di pelo nera e la raggiunsi in cucina sbadigliando.

«Leila mi avevi promesso che non ti saresti più addormentata sul divano.» Il rimprovero di mia madre mi prende alla sprovvista e la liquido con una scrollata di spalle. Mi mette sotto il naso una tazza di caffè e io alzo il capo con un cenno del mento riconoscente. «Oggi starai molto meglio a scuola, il primo giorno è duro per tutti.» 
Non credo imparerà mai che la mattina io non dialogo con altri esseri umani. «Insomma, non sei neanche andata a salutare la figlia di Rachel. Amore mio devi cercare anche tu di socializzare, non puoi isolarti per sempre e tenerti dolo le amiche di Washington, se no ti eviteranno tutti.»

Strinsi i denti talmente forte da farli scricchiolare. La versione che avevo dato a mia madre del giorno precedente era che io me ne ero stata tutto il giorno per conto mio, e non avevo cagato di striscio Wanda Russel per pura e semplice mancanza di voglia. La verità era invece che una volta scoperto chi fosse la figlia di Rachel l'avevo trovata avvinghiata a un bestione alla lezione di scienze e non avevo cercato di avvicinarla in alcun modo. Non osavo immaginare la sua reazione dato gli sguardi del resto della gente: i più comuni sembravano volermi mettere sul rogo e darmi fuoco cospargendomi di benzina. Altri più rari mi squadravano come se fossi un essere amorfo. E infine c'erano quelli a cui facevo pena.

Ma naturalmente non avrei mai fatto le mie patetiche riflessioni con mia madre.

«Senti Leila...» venne verso di me con un espressione preoccupata già pronta per andare al lavoro. La guardai intensamente. 

«Dimmi mamma.»

«Vedi di stare bene, per favore...» mormorò dolcemente. Mi prese le mani e il mento. «E' difficile per tutte e due, ma devi provare a farcela da sola. Non fidarti di nessuno e abbi coraggio. Dio solo sa' se abbiamo bisogno d'aiuto...»
Mi schioccò un bacio sulla fronte, prese la sua borsa e uscì di slancio dalla casa blaterando un "ti chiamo stasera" mentre accendeva la macchina, lasciandomi sola a infondermi la forza di dirigermi a scuola. A volte mi veniva il sospetto che facesse così solo perché neanche lei avesse veramente tutta questa forza di volontà. 

«Argggggg...» John Black soffiò talmente forte da farmi quasi cadere dallo sgabello. Mi chinai e lo guardai male: si stava puntando sulle zampe e guardava dritto dietro di me, alla finestra, come se fosse indemoniato. Eh già, mancava qualche situazione strana alla mia vita. Indispettiva mi misi davanti a lui bloccandogli la visuale.

«Via dalla cucina, op op! ...Lasciami mangiare in pace.» Feci per mettergli le mani attorno al corpo per prenderlo che questo schizzò via graffiandomi metà braccio. Seguì sconvolta la sua traiettoria e per pochi non caddi una seconda volta dallo spavento.

C'era qualcuno dietro la finestra. E quel qualcuno mi era dannatamente familiare.

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