When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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6. Vieni con noi

Il dubbio o la fiducia che hai nel prossimo

sono strettamente connessi con i dubbi

e la fiducia che hai in te stesso.

Kahlil Gibran

 

 

POV Shade

 

Appena Derek se ne andò ritornai a sedermi sul mio soffice letto portandomi le gambe al petto rannicchiandomi su me stesso. Era ormai già da qualche settimana che mi ero abituato alla sua presenza, e inevitabilmente alla sua irruenza. Ricordo ancora quando la mattina dopo che mi aveva salvato da quella strana donna, aperti gli occhi mi ero ritrovato la sua figura seduta elegantemente sulla sedia davanti alla mia scrivania intento a leggere uno dei miei numerosi libri, realmente più che leggere lo stava sfogliando svogliatamente con una divertentissima smorfia sul volto. Per un momento avevo pensato di star sognando o di essere in preda alle allucinazioni, ma quando si voltò verso di me e i suoi occhi rossi come il sangue si puntarono nei miei, capii che lui era davvero lì. Strano come non provai paura nell'incrociarli proprio come la prima volta, strano come vecchi ricordi non tornarono a galla, già perché io odiavo il rosso, soprattutto quando così scarlatto, mi faceva tornare in mente il sangue versato, il sangue così prezioso che mi scorreva nelle vene e la morte. Sorrisi al ricordo del suo sbuffo e delle parole che disse: «Non farti strane idee.» 

Da quella mattina ogni giorno iniziò a presentarsi a casa mia e poi scompariva verso il tramonto, dopo avermi osservato per tutto il giorno, seguito a fare commissioni oppure dormito usufruendo del mio letto o molte volte, anche se forse non se ne era mai reso conto, il mio ventre come giaciglio.

Istintivamente mi portai una mano all'orecchino che mi aveva regalato e lo strinsi rigirandomelo delicatamente tra le dita.

Un regalo, era la prima volta che qualcuno mi regalava qualcosa. Aveva asserito che serviva a proteggermi eppure qualcosa mi diceva che c'era molto di più all'interno di questo gesto, ma di certo io e lui non eravamo amici, quindi perché farmi tanti pensieri? Già, mi sarebbe piaciuto essere suo amico, ma potevo realmente?

Lasciai andare la presa sulle mie gambe e mi buttai a faccia in giù sul cuscino. Ben presto un profumo di cenere e quella che forse doveva essere cannella mi assalii. "Il suo profumo." constatai continuando a respirarlo inebriandomi di esso. "Vorrei davvero essergli amico." pensai chiudendo gli occhi e abbandonandomi al mio vortice di pensieri assuefatto da quell'odore strano e che riusciva a calmarmi, quasi cullarmi. Già, perché ormai quel tenebroso ragazzo era diventato a tutti gli effetti il mio salvatore, la mia ancora di salvezza e il mio unico appoggio quando la paura mi assaliva, ma questa sensazione di protezione e tranquillità durava sempre poco, trasportata via dal sole, perché quando lui se ne andava quella, la paura, tornava silenziosa ad assalire il mio cuore; anche ora, anche se sapevo di portare questo orecchino.

Mi lasciai cadere a peso morto sul materasso in posizione fetale e cercai di smettere di pensare per qualche minuto, inutile dire che fu impossibile.

«Chissà cosa starà facendo ora.» mi chiesi riaprendo gli occhi, che avevo chiuso inconsapevolmente, e osservando la mia mano stretta a pugno «Perché non gli ho chiesto nulla?» mi pentii ancora della mia codardia, della mia incertezza.

Lui però non era mio amico, come potevo chiedergli qualcosa che avrebbe potuto dargli fastidio? Come chiedergli qualcosa che avrebbe potuto allontanarlo?

Già, avevo poca fiducia in me stesso e negli altri, nata col tempo e con l'esperienza.

«Shade.» mi chiamò una voce familiare bussando alla porta della mia camera. Senza dare il permesso, una graziosa ragazza minuta, dai capelli pel di carota raccolti in un chignon che tuttavia non riusciva a domare del tutto le sue ciocche ricce e ribelli, gli occhi color nocciola, un piccolo naso a patata e il viso contornato da leggere lentiggini, fece capolino nella stanza.

«Margaret.» la salutai sorridente.

Lei mi sorrise a sua volta e si sedette sulla sponda del letto carezzandomi una guancia. Mi beai di quella leggera carezza materna. Sì, perché lei per me era come la madre che non avevo mai potuto avere, che mi aveva strappato via alla sola età di otto anni davanti agli occhi, così piccola eppure così grande ai miei occhi per i suoi soli venticinque anni.

«Stai dormendo;» constatò scrutando il mio viso «le occhiaie sono sparite.» nei suoi occhi lessi un certo sollievo. Mi alzai e affondai il viso nell'accogliente incavo del suo collo abbracciandola, cullandomi col suo profumo di fiori. Accondiscendente ricambiò la mia stretta, forse capendo il mio bisogno di essere rassicurato e coccolato. «Va tutto bene?» mi chiese dopo interi minuti di silenzio. Accennai un sì con la testa; ero così stanco. E' vero ora riuscivo a dormire di più, forse grazie al fatto di sapere che qualcuno ora vegliava su di me, ma la mia fragilità, le mie preoccupazioni non erano sparite, non lo avrebbero mai fatto a causa delle mie insicurezze, dei miei patemi e per via della mia indole.

«Hey, scricciolo.» mi chiamò lei dolcemente facendomi allontanare dal mio rifugio per potermi guardare in volto «Cosa c'è che ti preoccupa? E non intendo, il solito problema.»

Era strano come lei sapesse leggermi dentro, come sapeva a pelle quando avevo bisogno di lei, ma forse era normale poiché siamo cresciuti insieme in un piccolo orfanotrofio malconcio a cui entrambi per fortuna eravamo riusciti a sopravvivere.

Iniziai a raccontarle di Derek; naturalmente omisi alcuni dettagli, come gli attacchi da parte di quegli strani esseri o della natura di lui. Lei mi ascoltò in silenzio, mi lasciò sfogare limitandosi ad accarezzare i miei capelli biondi.

«E' questo ciò che ti preoccupa?» mi chiese una volta finito «Se tu vuoi essere suo amico chiediglielo, per una volta rischia Shade.» mi consigliò dolcemente.

« Ma io ...» un suo dito si posò sulle mie labbra fermando le mie lamentele, i miei dubbi.

Mi sorrise calda e continuò «So che è difficile, ma la vita è un rischio Shade, se non rischi rimarrai per sempre in balia degli eventi, di un mare in tempesta che non è mai gentile con chi non sa lottare, affronta le tue paure, il dolore che ti porti dentro e vedrai che non te ne pentirai.»

Detto questo mi lasciò a me stesso e ai miei pensieri.

 

«Perché sono finito qui?» mi chiesi affacciandomi al parapetto di quel terrazzo sul quale ero stato solo altre due volte e in compagnia di Derek. Appoggiai il mento sulle mie braccia incrociate e mi persi con lo sguardo ad osservare le luci brillanti della città, ora capivo perché a Derek piacesse tanto quel luogo.

Quel palazzo abbandonato era esattamente al centro della città, eppure sembrava distante anni luce da essa, in una zona così buia che se volgevi lo sguardo al cielo potevi scorgere anche qualche stella, così isolato che nessuno vi metteva piede tranne chi aveva il bisogno di isolarsi o come me pensare.

Se chiudevo gli occhi, potevo sentire l'aria fredda schiaffeggiare il mio viso, il rumore dei pneumatici a contatto con l'asfalto bagnato a causa della pioggia che era caduta solo qualche ora prima, le suole delle scarpe dei passanti che camminavano sul marciapiede guardando davanti a loro senza in realtà vedere nulla e lo scorrere dell'acqua del fiume a qualche metro di distanza.

Iniziai a bearmi di queste sensazioni in cerca di chiarezza, in cerca di una risposta a qualunque domanda mi stessi ponendo.

«Ah, trovate!» urlò una voce raggiante alle mie spalle facendomi sobbalzare.

Quando mi voltai a pochi metri di distanza da me, vidi due bambini che non dovevano avere più di dieci anni, forse dodici.

Il primo aveva corti capelli bianchi, che grazie alla luce della luna sembravano fili argentei, occhi viola e un piccolo neo sotto l'occhio destro, vestito elegantemente con una camicia bianca ornata con piccoli merletti, molto età barocca, pantaloni neri e stivali in pelle dello stesso colore. La seconda, invece, era una ragazza vestita con un elegante kimono rosa con dei motivi che richiamavano molto il fiore Higanbana* e un'obi viola. Questa aveva lunghi capelli neri come la notte esattamente, come i suoi occhi, lasciati liberi da ogni costrizione che grazie al leggero venticello notturno si muovevano ricreando quasi il moto delle onde.

« Hikari, hai visto come sono belle?» chiese il ragazzo iniziando a correre eccitato per tutto il terrazzo emozionato proprio come il bambino che era, come se le vedesse per la prima volta.

La bambina si limitò ad annuire e ad osservare, invece che le luci lontane, il cielo stellato che brillava proprio sopra le nostre teste.

«Ehi Hikari guarda là!- gridò all'improvviso l'albino indicandomi «Un umano! Certo un po' sciatto, ma ...» Per un momento credetti di cadere, sapete come negli anime, quando qualcuno dice qualcosa di così scioccante o talmente stupido che non ci si può credere. Mi portai una mano sul volto e mi massaggiai le tempie per cercare di rilassarmi e non prendere a pugni quel bambino.

«Non è carino Yami.» disse quella che doveva chiamarsi Hikari raggiungendo l'altro e prendendolo per mano «Ma hai visto come è vestito?» chiese Yami indicandomi di nuovo «Non ha per niente buon gusto. Che tutti gli umani si vestano in quel modo?» si chiese infine a voce alta.

Quasi mi misi a ridere, ma forse solo per non mettermi a piangere.

«Guardate che vi sento.» li informai e subito i due smisero di parlare come pietrificati.

Il bambino dopo un poco si fece coraggio e trascinando per mano Hikari con se mi si avvicinò e mi osservò attentamente, soffermandosi un poco soprattutto sull'orecchino che portavo, ma poi scrollò la testa per qualche motivo, come a scacciare un pensiero assurdo. «E così puoi vederci.» proferì infine pensieroso «Sei davvero un umano molto strano.»

Risi di quell'osservazione. «Più che strano, maledetto.» precisai, ma non dissi o aggiunsi altro. Non volevo e forse mi ero già fatto scappare troppo. La bambina a quell'ultima parola mi sorrise dolcemente e mi si avvicinò timidamente e mi prese per mano, come a consolarmi. «Io sono Hikari» si presentò «Lui invece è mio fratello Yami.» sempre tenendo tra la mia la sua piccola mano fredda mi inginocchiai per abbassarmi alla sua altezza «Io sono Shade.» mi presentai a mia volta.

 

«E' davvero buona!» esclamò Yami mangiando un'altro pezzo di pizza «A casa non c'è nulla del genere, ora capisco perché il fratellone non torna mai.»

 Hikari scosse la testa e sorrise osservandolo, sembrava più una madre che osservava il proprio figlio che la sorella gemella di lui.

Eravamo seduti su una panchina del parco dove i due stavano mangiando, dopo molta insistenza del gemello maschio, una pizza. Per tutto quel tempo Hikari non aveva voluto lasciare mai la mia mano, mi chiesi per molto tempo perché lo fece, ma quando glielo chiesi lei non mi rispose, si limitò a stringere di più la mia mano come a dirmi di non lasciarla mai andare.

«Il mondo terreno non è poi così malvagio.» disse Yami tra un boccone e l'altro «Le luci fluttuanti sono davvero magnifiche e poi qui è così diverso che a casa.» constatò guardandosi un'altra volta in giro.

«Perché? Com'è casa vostra?» chiesi curioso. Non riuscivo davvero a immaginarmi come fosse il loro mondo, forse perché non mi ero mai soffermato più di tanto a pensarci.

«C'è tanto rosso,» disse Hikari timidamente «solo rosso e nero. Il rosso a causa delle fiamme infernali che divampano per tutta l'enorme città e il nero per le pietre e del buio.»

Yami confermò annuendo con la testa «Non ci sono altri colori» continuò lui «non esiste né vegetazione né nessun altra forma di vita se non noi demoni e in una landa desolata le anime dei morti destinati ad essere per sempre dannati.»

Cercai di immaginarmi quel luogo, ma davvero non ci riuscivo.

«Perché non vieni con noi?» propose il piccolo albino «Tu ci hai mostrato il tuo mondo, in cambio noi ti mostreremo il nostro.» con un balzo si alzò dalla panchina e prese la mia mano facendomi alzare mentre la sorella protestava «Yami, non possiamo! Se papà lo scopre sono guai!»

Sentivo la sua mano tremare, istintivamente la strinsi per darle coraggio e rassicurarla. «E' meglio di no ...»cercai di dire, ma ormai il giovane con un gesto della mano aprì davanti a sé quello che sembrava un enorme specchio, ma al posto della superficie riflettente vi era una strana sostanza nera e argentata che scorreva densa all'interno della cornice dorata.

«Non lo saprà.» disse sicuro di se «Forza muovetevi!» disse spingendoci all'interno di quella strana e ignota melma.

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