When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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23. Una vita parallela

Lo spreco della vita si trova nell'amore che non si è saputo dare,
nel potere che non si è saputo utilizzare,
nell'egoistica prudenza che ci ha impedito di rischiare e che,
evitandoci un dispiacere, ci ha fatto mancare la felicità.

Oscar Wilde

 

Pov Shade

 

Non ricordavo nulla di ciò che era successo. Il pugnale, il sangue, le onde che mi inghiottivano, Lucifero e perfino il ricordo di Derek mi era stato tolto.
Quando mi svegliai da quello che mi era sembrato un lunghissimo sogno, ricordai solamente il mio nome e quello di quel bambino che giaceva accanto a me, in quel momento dormiente. Portai la mia mano ad accarezzare i suoi capelli azzurri come la barriera corallina, scalati, lunghi e puntigliosi, quasi a ricordare le scaglie di un drago.
-Nihal.- lo chiamai, come se lo avessi già fatto in passato. Quel sussurro bastò perché quegli occhi chiusi, si aprissero leggermente e ancora assonnati, rivelando un profondo e caldo color nocciola e con sfumature dorate. La sua piccola mano andò a stropicciarsi l'occhio, nel tentativo di scacciare la pesantezza che opprimeva le sue palpebre e poi mi sorrise, solo come un bambino era in grado di fare.
-Shade!- pronunciò il mio nome urlando e abbracciandomi di getto, quasi volesse innocentemente soffocarmi, però a quell'esplosione di affetto non potei che sorridere caldamente e abbracciarlo a mia volta, come se stessi stringendo un figlio o un fratellino all'apparenza così tenero e fragile e con il quale non potevo far altro che provare un sentimento di protezione e amore infinito.
-Così mi soffochi.- commentai, iniziando a fargli il solletico, dimentico di quella strana sensazione di vuoto e stordimento che avevo provato non appena avevo aperto gli occhi.
-Il solletico no!- disse, lasciandomi e provando a scappare inutilmente.
Lo torturai in quel modo ancora per qualche minuto, poi lo abbracciai e gli diedi un piccolo bacio su quella guancia paffuta e rossa, mentre quel sorriso caldo ancora dipingeva e inarcava le sue labbra. Eppure, sentivo che nonostante quell'apparente gioia vi fosse qualcosa di sbagliato, qualcosa che mancava nel mio cuore e nella mia mano. Era una sensazione strana, quasi opprimente, proprio come quando dimenticavo dove avevo messo un libro o non ne ricordavo assolutamente un titolo.
Era come sentirsi schiacciati da un peso, squarciati dall'importanza di quel momento in cui devi per forza ricordare, perché non riesci a pensare ad altro.
-Cosa facciamo oggi?- chiesi al piccolo, che stava misurando la lunghezza della sua piccola mano in confronto con la mia.
Ci pensò un po' su, poi si liberò dal mio abbraccio e se ne andò dalla camera per ritornare poco dopo con in mano un foglio di carta che mi porse.
Era un disegno, un disegno pieno di colori, fiori, una casa e due persone che si tengono per mano.
-Ti piace? È il mio regalo.- disse, cercando di guardarmi negli occhi e carpire i miei pensieri.
-E' bellissimo.- commentai alzandomi e dirigendomi verso la cucina con le lacrime agli occhi per qualche inspiegabile motivo.
Non era né un disegno di Botticelli o una scultura di Michelangelo, ma un'opera di un bambino di soli sei anni, però bellissima tanto quanto un disegno di uno di essi. Quel foglio ritraeva un mondo, il suo, così come lo vedeva e in tutta la sua perfezione.
Non era bello per come era stato disegnato, ma per le emozioni e l'impegno che vi era stato impresso grazie ai pennarelli.
Senza dire nulla, ancora troppo emozionato per quel gesto così piccolo, lo attaccai sullo sportello del frigo con una calamita e lo rimirai.
In quel disegno avevo la sensazione che mancasse qualcosa, ma allo stesso tempo preferivo che fosse in quel modo.
Sapevo che Nihal non era mio figlio o un parente; tuttavia adoravo quel bambino che avevo accolto nella mia casa e che avevo salvato dall'orfanotrofio che fino a poco tempo prima aveva ospitato entrambi.
-Perché lo metti lì?- mi chiese curioso Nihal, che per tutto il tempo aveva silenziosamente camminato dietro di me.
-Così lo potranno vedere tutti.- risposi prendendolo in braccio.
-Buon compleanno!- urlò, allora, sorridendomi e alzando entrambe le braccia verso l'alto, con tanto impeto da farmi sbilanciare leggermente felice di quella semplice risposta.
Sorrisi nuovamente, nascondendomi dietro la sua spalla e inspirando il suo dolce profumo che mi ricordava le stelle, anche se non ero sicuro che quegli astri potessero avere una fragranza.
-Shade, lo sai che siamo in ritardo per la scuola?- mi fece notare il bambino guardando l'orologio che segnava le 10.30 .
-Ormai è tardi. Per oggi non ci andiamo, ma non farci l'abitudine.- un sorriso sghembo inclinò le sue labbra e poi scese andando silenziosamente in camera sua saltellando.
Non dissi nulla, però lo guardai fino a quando non scomparì dalla mia vista e fu proprio in quel momento che sentii qualcosa di strano: mi mancava l'aria, non riuscivo a respirare o anche solo parlare ed era stata una sensazione strana, improvvisa, poiché fino a pochi secondi prima ero felice; eppure, sentii l'aria mancarmi, un peso schiacciarmi proprio all'altezza del cuore.
Oppresso, dolorante e senza voce mi aggrappai alla prima cosa che trovai: una sedia, e mi piegai in due.
C'era qualcosa, qualcosa che avevo dimenticato e di molto doloroso, o almeno così sentivo che doveva essere.
Mai come in quel momento mi sentii solo, tanto che il mio viso venne solcato da copiose lacrime.
-Perché piangi?- chiese Nihal, tornando con in mano un piccolo cappotto che lasciò cadere a terra.
Scossi la testa e faticosamente risposi: -Mi sono commosso per il tuo disegno, è bellissimo.- mentii, sperando che non se ne accorgesse; che non riuscisse a leggere il dolore che sicuramente si poteva intravedere nei miei occhi lucidi.
Mi fece cenno di abbassarmi e una volta fatto, appoggiò la sua piccola mani sulla mia guancia e baciò la mia fronte, quasi fosse un incantesimo.
-Me lo hai insegnato tu. Così il dolore va via.- spiegò sorridendomi, mentre lentamente sentivo sparire ogni cosa e il cuore quietarsi, proprio come se avesse appena fatto per davvero una magia.
-Grazie.- lo baciai sulla punta del naso e lo abbracciai ancora stretto, bisognoso più che mai di sentirlo vicino a me.
-Shade, andiamo a mangiare un gelato?- mi chiese dopo qualche minuto nell'orecchio, quasi si vergognasse di tale richiesta, forse per il momento poco adatto.
Mi scostai leggermente e spostai la sua frangia leggermente di lato, alzando un sopracciglio.
-Siamo a Gennaio e vuoi un gelato?- chiese fingendo di fare il serio.
Lui annuì, mentre si guardava la punta dei suoi piccoli stivali neri. Gli scompigliai i capelli e sorrisi, alzandomi e raccogliendo il giubbotto che poco prima aveva lasciato scivolare a terra.
-Andiamo Nihal, ci aspetta un gelato in pieno inverno.- dissi, mentre gli facevo indossare il cappotto e gli tendevo la mano in un caldo invito ad afferrarla e la sensazione di poco prima completamente scomparsa.

***


Camminammo a lungo alla ricerca di una gelateria ancora aperta il 19 Gennaio. Le strade erano state pulite, la neve ancora brillava al sole invernale che timido spuntava tra le nuvole sugli alberi e sui lati delle strade.
I ciottoli del borgo antico brillavano anche essi grazie alla lieve patina di ghiaccio che non voleva andarsene.
Nihal si divertiva a pattinare su di essi, rischiando di cadere ogni volta, ma guardandolo lo avevo lasciato fare sorridendo con le mani nelle tasche del mio lungo cappotto.
Arrivammo fino alla piazza, dove le siepi davano un po' di colore in quel manto bianco che ancora non era stato spalato e pieno di impronte.
-Shade, guarda!- mi chiamò Nihal, tirandomi per la giacca e iniziando a trascinarmi verso un piccolo carretto che vendeva gelati.
Arrivati mi lasciò andare, ma sfortunatamente misi un piede su una spessa lastra di ghiaccio che mi fece perdere l'equilibrio.
Chiusi gli occhi, aspettando di sentirmi cadere a terra, ma quando ciò non avvenne li riaprii timoroso.
-Dovresti fare più attenzione.- consigliò l'uomo che mi aveva salvato, sciogliendo quel caldo abbraccio con cui mi aveva avvolto.
-Scusi.- dissi, chinando leggermente mortificato il capo e poi guardandolo, sorprendendomi per il suo aspetto etereo.
Aveva lunghi capelli corvini, che gli arrivavano quasi alle spalle, qualche ciocca rossa come il fuoco, lo stesso colore dei suoi occhi magnetici che mi stavano osservando quasi con indifferenza. La sua pelle era nivea, proprio come la neve che ci circondava e che risaltava grazie a tutto quel nero che indossava.
-Shade...- mi chiamò timoroso Nihal avvicinandosi a me col suo gelato e nascondendosi dietro le mie gambe, guardando con paura e diffidenza il ragazzo che ci stava di fronte.
-Nihal, hai pagato il gelato?- chiesi, accarezzandogli i capelli avvicinandomi alla bancarella.
Il bambino scosse la testa e io mi frugai nelle tasche alla ricerca di qualche moneta perduta al loro interno, ma ancor prima che potessi tirarle fuori, il ragazzo di prima pagò per noi.
-È un regalo.- spiegò solo per poi andarsene come era venuto.
Lo osservai a lungo, ammagliato da quella bellezza, almeno fino a quando non sparì dalla mia vista. Era strano come sentissi una forza di attrazione così potente provenire dal moro, quasi fossi il soggetto di un legame ionico, o il polo di una calamita e lui l'altro.
Nihal stanco di aspettare e con il viso contratto mi trascinò via, dimentico anche del suo gelato.
Dal suo comportamento potevo leggere una certa gelosia, ma non riuscivo a togliermi dalla testa quel ragazzo così strano e particolare che per un momento mi aveva fatto sentire uno sciame di farfalle all'interno del mio stomaco. Una sensazione piacevole, ma che allo stesso tempo mi faceva paura.
-Non devi!- urlò a un certo punto il bambino dai capelli capelli azzurri, pestando i piedi a terra e con le guance gonfie.
Mi inginocchiai, incurante dei pantaloni bianchi che sicuramente si sarebbero sporcati, e gli accarezzai il volto sorridendo per quel comportamento così infantile, ma coraggioso.
Trovavo strano come i bambini potessero esprimere così apertamente i loro pensieri e le loro emozioni, ma forse ero io quello strano.
Troppo adulto per ricordarmi come ci si sentisse a non aver nulla da nascondere, così puro da poter esternare ogni mio sentimento, anche il più semplice.
-Non devo fare cosa?- chiesi, leggermente confuso da quell'ordine.
-Non devi innamorarti! Bastiamo solo tu ed io!- urlò, abbandonando il gelato ancora intatto a terra ed abbracciandomi piangendo.
Lo cinsi tra le mie braccia, nascondendolo agli occhi di tutti i passanti che ci stavano guardando. Lo lasciai sfogare fino a quando non si tranquillizzò e finalmente potei parlare.
-Nihal, non mi sto innamorando. È solo uno sconosciuto.- gli spiegai pazientemente, cercando di non ridere. Non credevo nei colpi di fulmine, in realtà non avevo mai creduto nell'amore in generale da quando i miei genitori morirono.
Mi ero convinto che la colpa fosse mia, che non meritassi neanche la più piccola forma di amore, perché io ero sopravvissuto miracolosamente, mentre loro non ce l'avevano fatta lasciandomi solo.
Mi ero auto punito e lo stavo facendo anche in quel momento, mentre soffrivo per quell'amore che il piccolo mi stava d'innanzi mi donava ogni minuto.
Non potevo accettarlo, non potevo essere felice, però non potevo farne a meno, perché come essere umano ero un egoista e in quanto tale volevo ottenere quel calore, tenerlo solo per me.
-Davvero?- chiese ancora restio a credermi.
-Certo.- risposi sicuro.
-Allora giuramelo.- alzò il braccio, la mano stretta a pugno e solo il mignolo alzato.
-Che possa mille spilli ingoiare se mento.- promisi deciso afferrando quel piccolo dito col mio.
A ciò mi sorrise di nuovo e poi si guardò intorno alla ricerca del suo gelato ormai irrecuperabile.
-Andiamo, te ne compro un altro- dissi alzandomi e offrendogli la mia mano che afferrò immediatamente.

POV Nihal

Più lo osservavo più volevo che rimanesse in quella dimensione, legato per sempre a me indissolubilmente.
Lo trovavo così simile a me, soprattutto per il dolore che portava dentro, quella pena che ti soffocava, facendoti battere il cuore così forte a causa della morsa in cui lo potevi sentire stretto, quasi stritolato. Era un dolore sottile, ma così intenso da lasciarti senza fiato.
Era ciò che provocava la perdita, la solitudine e la mancanza di fiducia in sé stessi e non si potevano fermare, perché questi tre fattori erano un qualcosa di così forte e di cui esisteva un'unica medicina: l'amore.
Potevo sentire l'agonia che come un serpente, piccolo ed invisibile, formicolava nelle sue vene, quella stessa emozione che secoli prima aveva afflitto anche me, quando ancora non ero che una piccola stella alla ricerca del suo luogo di appartenenza.
-Nihal?- chiamò preoccupato Shade il mio nome, che probabilmente aveva già ripetuto parecchie volte.
Mi voltai verso di lui, guardando quegli occhi verdi e brillanti, come se qualcuno avesse rubato due stelle e messe lì, sul suo viso dolce e gentile.
Erano così vividi, pieni di emozioni che potevi leggere con un solo sguardo e in cui rischiavi di affogare ogni volta a causa dell'intensità.
-Va tutto bene, piccolo?- mi chiese preoccupato, sedendosi accanto a me e guardando il mio disegno: un cielo stellato.
Mi limitai ad annuire, anche se le emozioni che condividevo con lui avevano risvegliato in me vecchi ricordi non molto piacevoli.
-Oggi esci?- chiesi continuando a colorare di blu quel foglio, mentre stringevo più saldamente il pennarello, cercando però di non far intravedere la mia rabbia.
Erano passati quasi due mesi dal compleanno di Shade e da uno aveva iniziato a frequentare quel ragazzo moro che prepotente si era materializzato nell'illusione che avevo creato.
-No, Derek verrà qui.- rispose il biondo arrossendo e tirando davanti al volto qualche ciocca bionda per nasconderlo.
Era felice lo sapevo, potevo vederlo ogni giorno, come potevo percepire quella fiamma calda che animava il suo cuore forte e allo stesso tempo fragile come un bicchiere di cristallo. Mi aveva promesso che non si sarebbe mai innamorato, ma lo aveva fatto e ancora di quell'uomo che lo aveva portato alla morte.
Grazie all'unione che si era creato quando il pugnale aveva trafitto il suo cuore, potevo percepire anche io quel sentimento prepotente ed irrazionale che mi faceva sentire di troppo, quasi un fiore in mezzo a un deserto.
-Ti piace?- chiesi lasciando il pennarello, che iniziò a rotolare fino a cadere a terra con un suono sordo.
Il mezzo angelo si voltò verso di me e annuì, sorridendomi. Non vi era alcun imbarazzo ora, ma solo un'enorme felicità, ma allo stesso tempo contornata da un velo di tristezza e nostalgia.
Non chiesi più nulla, conscio di non poter cancellare quelle sensazioni così potenti, perché alla fine sarebbero tornate, sempre.
Questo perché l'amore vero è fin dalle origini una delle magie più potenti, qualcosa che non si può spezzare, neanche dopo la morte e io lo sapevo bene.
Avevo amato le mie amiche stelle, le amavo ancora nonostante ormai non vi fossero più, ingoiate da quel buco nero che mi aveva risparmiato.
Era questo ciò che accomunava Shade e me, la consapevolezza di essere rimasti quando tutti gli altri se ne erano andati. 

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