When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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18. Tu chi sei?

Il domani non è assicurato per nessuno, giovane o vecchio.

Oggi può essere l'ultima volta che vedi chi ami.

Perciò non aspettare oltre, fallo oggi, perchè se il domani non arrivasse,

sicuramente compiangeresti il giorno che non hai avuto tempo

per un sorriso, un abbraccio, un bacio e che eri troppo occupato per regalare un ultimo desiderio

Gabriel Garcia Marquez


 

PoV Shade

Quando mi risvegliai Derek non c'era già più. Mi voltai a poggiai una mano dove il materasso aveva ancora impressa la sua figura, quel punto che era già diventato freddo.

Sul cuscino posavano una piuma argentea e sotto di esso un foglietto scritto con un'elegante calligrafia, che doveva appartenere per forza al figlio di Lucifero. Presi immediatamente quel pezzetto di carta e prima ancora di leggere, lo accarezzai delicatamente con le dita, come fosse un oggetto prezioso.


 

Buongiorno Cucciolo,

quando ti sarai svegliato io molto probabilmente sarò già andato via da un po', ma non temere tornerò prima che tu possa accorgerti della mia assenza.

A presto,

Derek


 

Una smorfia si dipinse sul mio volto. Sarebbe tornato prima che potessi sentire la sua mancanza, ma io già sentivo quella strana e brutta sensazione alla bocca dello stomaco. Odiavo svegliarmi solo la mattina, senza un corpo caldo a riscaldarmi o un tenero bacio augurarmi dolce il buon giorno; in realtà non avevo mai sentito tale bisogno fino a quando quel demone dagli occhi cremisi non si era presentato come un eroe davanti a me.

Feci per alzarmi, ma qualcosa di fastidioso e all'apparenza appiccicoso sembrava posare sul mio addome. Scostai le coperte, posai la mano su quella strana sostanza che si era solidificata e quando capii cos'era le mie guance si tinsero di rosso pomodoro, traditrici di quei ricordi che violenti erano tornati all'attacco e che riguardavano solo poche ore prima, quando la luce del sole era già alta nel cielo. Immediatamente mi alzai e mi diressi verso il bagno, incurante di tutte quelle piume argentee che si erano posate sul pavimento. Aprii l'acqua della doccia e subito mi chiusi dentro quello stretto box di vetro dove il vapore caldo si condensò sul vetro freddo.

L'acqua calda scivolava sul mio corpo, accarezzandolo amante e modellandosi su di esso. I miei muscoli iniziarono a rilassarsi, ma la mia mente continuava a essere concentrata su ciò che era accaduto quel giorno e che non riuscivo ancora a credere fosse davvero avvenuto. Potevo sentire ancora quel desiderio di essere posseduto e dominato da quelle mani che scorrevano proprio come l'acqua in quel momento sul mio stesso corpo. La sensazione fantastica che avevo provato quando ero venuto nella sua mano, mentre i nostri membri si sfregavano regalandomi brividi di piacere. Sospirai quando notai che qualcosa in mezzo alle mie gambe si era risvegliato a quei pensieri che andavano lontano dal termine pudico. Posai entrambe le mani contro le fredde piastrelle color champagne e poi anche la fronte, cercando di pensare ad altro che non fosse Derek o la mia vistosa erezione. Nelle mia mente tuttavia, non c'era nient'altro che quel ragazzo moro con alcune ciocche di fiamme.

Perché quando incontri una persona importante, non ricordi più cosa c'era prima di lei? Come passavo le mie giornate prima di quella notte, quando i goblin mi attaccarono?

Facevo fatica a ricordarlo; nonostante, l'episodio risalisse a circa quattro mesi fa.

Ricordavo solo che passavo la maggior parte del tempo nella mia camera ad accumulare libri su libri, cercando di fuggire da me stesso e dalla mia vita, vivendo una decina di migliaia di vite diverse scolpite su inchiostro in quelle pagine. Uscivo solo per andare a fare la spesa, in biblioteca e per lavorare; anche se, grazie all'eredità che mi avevano lasciato mia madre e mio padre, potevo non farlo, che era spiù che sufficiente per me. Non dormivo mai e quando chiudevo gli occhi perché troppo stanco, mi risvegliavo sempre in lacrime a causa di quell'incubo fatto di sangue e fiamme e anche perché avevo sempre paura che qualche strano mostro potesse attaccarmi da un momento all'altro, come era successo una miriade di volte. Ricordavo solo questo, ma non ciò che provavo in quei momenti.

Scacciai anche quei pensieri e allungai la mano verso la piccola mensola sporgente fuori dal vetro del box e presi il primo flacone che mi venne in mano: uno bagnoschiuma alla liquirizia. Sembrava che il destino volesse continuamente farmi ricordare di Derek quella sera, della sua dolcezza, che a volte poteva scottarti peggio delle fiamme, perché lui in fondo era fuoco allo stato puro, caldo e accogliente, ma forte e devastante allo stesso tempo*. Lui aveva invaso il mio mondo, aperto ogni porta che avevo chiuso a chiave e in quel poco tempo che avevo avuto modo di conoscerlo e passare del tempo con lui, mi aveva cambiato. La sua presenza mi aveva reso più timoroso, forse perché in fondo mi sentivo minacciato, poiché trovavo che lui era diverso da qualsiasi altra persona che avessi mai conosciuto. Lui aveva risvegliato le mie paure più profonde, fatto crollare quelle bugie che avevo raccontato a me stesso, come ad esempio quando mi dicevo che stavo bene da solo, che non avevo bisogno di amici o qualcuno che mi stesse accanto. Mi bastava la presenza di Margaret. Come ogni umano, troppo debole per affrontare la verità, mi ero solo raccontato delle bugie per allontanare il dolore.

Aprii il tappo di quel flacone bianco e un prepotente odore di liquirizia si espanse all'interno di quella piccola cabina fatta di vetri. Versai un po' del liquido denso sulla mia mano e, posato il boccettino, me la spalmai addosso lavandomi e sentendomi avvolto dallo stesso profumo del mio demone, mentre l'acqua lo lavava via dalla mia pelle. Per pochi attimi, mi sembrò di averlo vicino, con me sotto quell'acqua bollente e non lontano, da qualche parte. Chissà cosa stava facendo, anche se non dovevo nemmeno chiedermelo. Sicuramente stava escogitando qualcosa per trovare una soluzione: magari trovare un rifugio sicuro, lontano da tutto e da tutti, al confine del mondo dove saremmo stati isolati, solo noi due per sempre. Quell'idea mi piaceva, l'idea di noi che passavamo la vita insieme lontani dai ricordi, dai problemi. Un desiderio stupido, perché le difficoltà se non affrontate tendono a seguirti, a non lasciarti mai in pace, ma io volevo davvero che la nostra storia durasse per sempre.

Mi voltai verso il vetro appannato e sorrisi. Avevo sempre adorato i vetri ornati da quella patina opaca, sembrava fatta apposta per essere tolta, per scrivere parole che poi sarebbero scomparse. Un piccolo segreto che sarebbe rimasto marchiato su quel vetro. Allungai una mano e come una ragazzina scrissi l'iniziale del mio nome e del suo, racchiuse in un cuore con due piccole ali che spuntavano ai lati. Due lettere che da sole non volevano dire nulla, ma che insieme, almeno per me, avevano un enorme significato. Mi pentivo la sera precedente di non aver avuto il coraggio di rispondere a quel "ti amo" sussurrato dalle sue labbra e allo stesso tempo gridato nelle mie orecchie. Io lo amavo, da impazzire e me ne accorgevo ogni giorni di più. Amavo la sua anima e il suo corpo, i suoi difetti e i suoi pregi; eppure, le parole non erano volute uscire, perché nonostante fossi consapevole di ciò che provavo la paura ancora mi bloccava.

Posai la schiena contro le mattonelle fredde e rabbrividii. I miei occhi fissi dove solo pochi attimi prima era presente la scritta che avevo fatto, ora sbavata e già sbiadita dal vapore.

Chiusi gli occhi e poi sospirando allungai una mano nuovamente verso uno dei flaconi alla ricerca di uno shampoo qualsiasi. Per un momento volevo smettere di pensare, lavare via i miei pensieri per niente leggeri e lasciarli scivolare come l'acqua sul mio corpo. Per un istante volevo annullarmi per poi tornare alla cruda realtà.


 

Quando uscii dalla doccia, il freddo assalì il mio corpo troppo caldo e che ancora desiderava sentire su di sé l'acqua calda scorrere, lavando via ogni pensiero.

Presi un asciugamano color crema e me lo legai intorno alla vita. Quando tornai in camera, notai dei vestiti perfettamente piegati e stirati giacere in fondo al letto: una maglietta bianca, stracciata sul davanti e un paio di jeans azzurro chiaro. Li indossai, ma mentre prendevo tra le mani la maglietta, un nastro di seta nero cadde per terra, vicino a una di quelle piume argentee che solo in quel momento notai essere numerose e cadute per tutta la stanza.

Mi chinai, raccolsi il nastro e insieme ad esso anche una di quelle lucenti piume, La osservai attentamente, rigirandomela tra le mani poi tutto accadde in un momento. La testa incominciò a girarmi, la vista oscurarsi e infine il mio corpo cadde privo di sensi a terra.


 

PoV Anon\ Anonimo


 

Non era la prima volta che lo vedevo. Lo avevo osservato da lontano per tutti questi anni, ma non potevo far altro che sentirmi felice di poterlo finalmente guardare da così vicino.

Fisicamente dalla madre aveva ereditato solo il colore dei capelli, che però soleva dipingere di nero. Sapevo, però che da lei non aveva preso solo quello, ma anche lo stesso carattere schivo e coraggioso che mi aveva colpito fin da subito.

Finalmente il momento del nostro incontro era arrivato, dopo ventitré anni avrei potuto parlare con mio figlio.

Gli ero sempre stato accanto in un modo o nell'altro, lo avevo protetto quando non ne potevo fare a meno; non potevo lasciarlo morire. Gli altri anziani erano sempre stati in disaccordo su questo, ma per loro Shade non era altro che una minaccia sulla loro oziosa e pacifica vita. Una macchia da nascondere, da eliminare, poiché era il frutto di quell'unione impura tra un'arcangelo e un essere umano.

In quel momento le palpebre del ragazzo si aprirono e finalmente potei vedere quell'oceano verde uguale al mio.


 

PoV Shade

Quando aprii gli occhi, invece del soffitto bianco della mia camera, ne trovai uno fatto di legno. Chiusi gli occhi due o tre volte, stropicciandoli nel tentativo di capire se era un'allucinazione o se ci vedessi bene.

Mi tirai a sedere, su quel parquet lucido sul quale ero disteso e ancora con addosso solo i pantaloni. In mano stringevo ancora quella strana piuma argentea e il nastro nero.

-Benvenuto.- disse un uomo sorridendomi dolcemente. Questo aveva dei bellissimi capelli castani che da una parte gli arrivavano appena al disopra delle spalle, mentre dall'altra si allungavano e ricadevano morbidi e ondulati sulla sua spalla, i suoi occhi mi erano terribilmente familiari, verdi come smeraldi e con leggere sfumature ambrate impercettibili se non alla luce. Indossava un fine yukata, un po' come quelle che Hikari era solita portare, anche se molto più elaborati. Si avvicinò e si sedette poggiandosi al bordo della porta scorrevole che aperta, dava sul giardino luminoso in stile zen e pieno di farfalle. Nascose le mani nelle larghe maniche e poi ne estrasse una sottile pipa, che accese senza difficoltà, senza neppure toccarla.

-Chi sei?- chiesi spontaneamente, anche se una vocina dentro di me già suggeriva l'ovvia risposta.

Lui mi sorrise guardandomi e mi fece cenno di avvicinarmi. Incantato lo feci e mi sedetti proprio di fronte a lui.

-Il mio nome è Michele. Sono uno dei nove arcangeli di Dio.- spiegò.

Io scossi la testa, non era quello che volevo sapere. -Chi sei?- chiesi nuovamente.

-Non lo sai?- chiese lui di rimando, senza perdere quel caldo sorriso, mentre la pipa nelle sue mani alzava un leggero fumo che odorava di zenzero. Appena quell'odore arrivò e invase le mie narici, quella stessa vocina che urlava e di cui non riuscivo a sentire la voce, fece muovere le mie labbra.

-Mio padre.- dissi, chiudendo gli occhi e inspirando profondamente quell'odore che a volte mi aveva cullato fin da bambino nei momenti più bui. -Perché sono qui?- chiesi guardandomi intorno. Quella stanza era completamente spoglia.

Quello si portò la pipa alla bocca, mentre rimuginava su ciò che voleva dire. Per entrambi era una situazione strana, dopotutto eravamo entrambi degli sconosciuti. Ci sarebbero state molte cose da dire, ma alla fine ad entrambi non veniva nulla in mente e forse era meglio così. Lui era solo il profumo che mi cullava la notte quando ero ancora un bambino, dentro la mia culla. Quel profumo dolce e pungente che mi avvolgeva quando avevo gli incubi e che mi accarezzava quando ero solo eo stavo male. Era qualcosa che apparteneva alla mia infanzia, un appiglio del vecchio me.

-Sai, assomigli molto a tua madre.- osservò, senza rispondere alla domanda che precedentemente gli avevo posto. Era come se volesse allungare di più quel momento, avere per una volta l'occasione di parlare con me, suo figlio. -Lucy. A volte mi manca.-

Da quanto tempo non sentivo quel nome nostalgico, quel nome riportato sulla fredda lapide del cimitero dove evitavo di andare e dove ero stato solo una volta: al suo funerale.

-Se ti manca, perché l'hai lasciato. Perché ci hai lasciati?- chiesi con voce priva di rabbia, volevo solo sapere la verità. Cosa aveva portato Michele ad andarsene?

Posò la pipa a terra, vicino a lui e nascose nuovamente le mani nelle larghe maniche dell'abito che indossava, il suo volto rivolto verso quel giardino zen e troppo luminoso per i miei occhi. Una farfalla dorata, come richiamata entrò e si posò sui miei capelli, alzai un dito e ve la feci salire, per poterla osservare meglio.

-Vi lasciai per potervi far vivere una vita più felice. Sono un arcangelo Shade e in quanto tale ho dei doveri da compiere. Sono uno dei nove saggi che regge il cielo, uno dei figli più diretti di Dio, colui che governa la sostanza.- iniziò a dire -Tentai di tenere la mia relazione nascosta agli occhi di tutti, ma tutto si complicò quando Lucy rimase incinta. Tu eri il frutto del nostro amore e allo stesso tempo qualcosa che non sarebbe mai dovuto esistere.- il suo volto si era rattristato e potevo intuire attraverso le pieghe delle maniche, che i suoi pugni si erano stretti a causa della rabbia. A quell'affermazione non mi sorpresi, anche io credevo che la mia nascita fosse stata solo un errore, non importava ciò che dicevano gli altri. -Tu sei l'unico figlio di un arcangelo, tra l'altro del più potente e riconosciuto da ogni religione.- si vantò cercando di stemperare la sua rabbia.

-E' per questo che il mio sangue è così prezioso?- chiesi e lui annuì.

-Sì, il tuo sangue può donare potere a chi è più debole e donargli la forza di tre arcangeli insieme. L'unico che sembra essere immune a ciò sembra essere Derek, ma forse è a causa della profezia o del fatto che è il secondo angelo della morte dopo a Izrail, l'arcangelo della morte del paradiso e padrone della morte.- spiegò. Le mie guance si imporporarono al ricordo di Derek che assaggiava il mio sangue, ma scossi la testa cercando di dimenticare per un momento. Non era il momento più adesso per pensare a lui. A quella reazione mio padre sorrise, ma fece finta di nulla.

-Sei speciale Shade e non perché sei mezzo arcangelo o per il tuo sangue, ma perché sei mio figlio. Ricordalo sempre.- mi ammonì alzandosi e avvicinandosi a me. Mi sorrise e mi si inginocchiò davanti abbracciandomi. A quel gesto spalancai gli occhi e il respiro mi si mozzò.

All'improvviso mi tornò in mente mia madre, l'ultima volta che mi abbracciò, ma questa volta non ci fu nessuna goccia di sangue a sporcarmi, ma solo il suo calore e il suo profumo a circondarmi. Una lacrima scese lenta dal mio occhio sinistro e poi lo abbracciai a mia volta e in una volta la paura che avevo sempre provato nel venire abbracciato sembrò svanire, come se non l'avessi mai provata.

-Papà.- chiamai per la prima volta. Da quanto tempo non pronunciavo quella parola, anche se rivolta a una persona diversa? Tra le sue braccia mi sentivo al sicuro, era come se mi nascondessero al mondo intero e mi proteggessero come calde ali. Era un sensazione simile a ciò che provavo tra le braccia del mio demone, ma allo stesso tempo completamente differente.

Tra le braccia di un padre ti senti un piccolo bambino, protetto dal suo amore.

Tra le braccia di un amante, ci si sente scoperti, sempre sotto gli occhi di tutti. La forza dell'amore reciproco è la protezione e l'arma per combattere di entrambi.

Quei due abbracci erano caratterizzati da due amori potenti e devastanti, ma differenti allo stesso tempo.


 

-Non abbiamo più molto tempo.- sospirò il castano lasciandomi andare e asciugando la traccia del mio pianto con il pollice di una delle sue mani, che erano andate a cingermi il viso. Queste erano morbide e calde, come tutto di lui. Quando Margaret mi aveva rivelato che mio padre era vivo, mi ero sentito arrabbiato e allo stesso tempo indifferente, ma ora che era davanti a me, non riuscivo ad odiarlo. Volevo solo godermi ancora per un po' quel calore di cui ero stato privato, di quell'amore che solo un genitore può dare al proprio figlio.

-Ascolta Shade, se ti ho chiamato qui è perché devo dirti una cosa. Tra poco anche il paradiso verrà a cercarvi, per quanto sia riuscito a persuadere gli altri a lasciar fare all'inferno non sono sicuro ci riuscirò ancora per molto.- a quella rivelazione sentì il mio cuore frantumarsi nuovamente, se ciò fosse davvero accaduto nessuno sarebbe stato più al sicuro. Io, Derek e gli altri che ci avevano aiutato; tutti sarebbero stati in pericolo e per colpa mia.

-Gli angeli sanguinari sono vicini, ma devi resistere. Devi combattere.- mi spronò abbracciandomi nuovamente. In quel momento sentii ancora quella sensazione di prima, quando avevo raccolto la piuma. I sensi stavano per abbandonarmi, stavo per ritornare nella mia camera alla villa di Laila. Cercai di rimanere sveglio, ma le palpebre si facevano sempre più pesanti e alla fine dovetti cedere, mentre mio padre mi sussurrava: -Ti voglio bene. Ogni volta che avrai bisogno di me io ci sarò.-

E poi caddi nuovamente svenuto.


 

PoV Michele

Shade svanì tra le mie braccia, il tempo a noi concesso era finito e io non ero riuscito a dirgli tutto ciò che avrei voluto.

-Resterai ancora per molto con lo sguardo perso nel vuoto?- chiese la voce di uno dei miei fratelli, Gabriele. -Non avresti nemmeno dovuto chiamarlo.-

Mi voltai verso di lui. I suoi capelli erano neri e ricci, gli occhi di un bellissimo blu oltremare e la sua pelle olivastra. Era completamente vestito di nero,il suo colore preferito.

Mi ricomposi e mi alzai, anche se l'emozione di aver potuto parlare con mio figlio, aver sentito la sua voce chiamarmi padre e il suo abbraccio ancora faticavano a sparire.

Me ne andai senza dire nulla, sperando solo che il futuro non fosse ciò che avevo visto.

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