When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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24. Scelte

Ci sono due modi di vivere la vita.

Uno è pensare che niente è un miracolo.

L'altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.

Albert Einstein


 

Pov Shade

Stretto tra le sue braccia mi sentivo al sicuro, leggero mentre entrambi lenti muovevamo un passo dopo l'altro sul manto erboso di quell'enorme giardino, palco del nostro ballo solitario e intimo. Le lucciole ci facevano da stelle, lampeggiando tra i fili verdi e tra i lunghi bracci dei rami pieni di foglie, che rigogliose formavano chiome di un brillante verde scuro.
Lo conoscevo ormai da sei mesi, con lui avevo trovato una perfezione e un equilibrio tali da poter toccare il paradiso; Derek, era tutto ciò che volevo e allo stesso tempo era ciò che sentivo che non era mio.
Quel ragazzo dagli occhi rossi era gentile, solare, tenere, caldo e misterioso; era sempre lì per me, non mi metteva mai fretta e aveva accettato Nihal, anche se il secondo faceva di tutto per evitarlo. Sapevo di averlo ferito, sapevo anche di aver infranto quella promessa che avevo fatto il giorno del mio compleanno, tuttavia, non potevo, non riuscivo a pentirmene. Derek era quel porto sicuro che ogni mattina bussava alla mia porta e mi portava la colazione, era quella luce calda che mi teneva compagnia in biblioteca e mi aiutava a prendere i libri sugli scaffali più alti, era colui che non mi spingeva a fare nulla che non volessi, ma che metteva me prima di ogni cosa. Mi viziava, fin troppo, e forse fu proprio questo a destarmi da quel lungo sonno quando le sue labbra in quel lento roteare su quel palco che avevamo allestito provvisoriamente solo per noi, sparì.
-Derek..- chiamai il suo nome per fermarlo, non riuscivo a baciarlo. Sentivo che in quello scenario romantico mancava qualcosa, o meglio qualcuno.
-Qualcosa non va Shade?- mi chiese fermandosi subito e scostandomi una ciocca di capelli. Lo guardai in quegli occhi ricolmi di amore, che però al mio cuore risultavano vuoti e privi di senso. Cosa non andava in me? Avevo tutto ciò che volevo, ma sentivo che non era "quel" Derek che avevo di fronte non era "il" Derek che aveva un posto speciale nel mio cuore.
Provavo una certa nostalgia per quei brividi che risalivano lungo la mia spina dorsale quando mi toccava, mi mancavano terribilmente i batticuori che provavo quando mi baciava e non vedevo l'ora di sentire di nuovo quel profumo ormai lontano di rose e candele. Mi mancava ogni cosa, ma di questa mancanza non riuscivo a dare nessun soggetto.
-Derek, mi ami?- chiesi ignorando la sua domanda. Lui mi sorrise, come ogni volta e mi baciò ancora prima di sussurrare sulle mie labbra la sua risposta affermativa. Le sue mani accarezzavano dolci il mio volto, le sue parole mi rimbombavano nella testa, i suoi baci a stampo sulla mia bocca iniziarono a diventare umidi. Stavo piangendo, versavo lacrime senza apparente ragione mentre lo guardavo dritto negli occhi e sentivo un dolore acuto prendere il mio petto squartandolo, intimando il mio cuore ad urlare ciò che teneva nascosto, intontendomi, schiacciandomi, avvolgendomi e facendomi suo. Iniziò a mancarmi il respiro, mentre Derek chiamava il mio none e la mia vista iniziava ad appannarsi.
Perché stava succedendo tutto questo? Perché mi stavo sgretolando?
-Shade! Rispondimi Shade!- le mani del moro mi tastavano ovunque, cercando di capire cosa mi facesse male, ma la mia ferita non era visibile a nessuno, tranne che a me.
-S..sto bene- mentii col poco fiato che avevo accumulato.
-Alla fine hai rotto l'incanto.- conoscevo questa voce, anche se non riuscivo a vederlo Nihal doveva essere lì, accanto a me. -Perché lo hai fatto? Non stavi bene con me?- chiese mentre con la sua piccola mano prendeva la mia e immaginavo un suo mesto sorriso rivolto a me.
-Nihal.- pronunciarono le mie labbra senza che nessun suono uscisse. Il dolore tanto acuto da togliermi il fiato mentre il mio corpo ormai era steso a terra, su quell'erba verde come il colore dei miei occhi; anche se ero sicuro che qualcuno avrebbe detto che nemmeno quel debole fuscello sottile avrebbe potuto ricrearne il colore.
Un paio di labbra morbide, piccole e dolci come lo zucchero si posarono sulle mie e nelle mie orecchie sentii l'eco di un rumore di vetri infrangersi mentre tutto tornava normale, mentre il dolore e la paura si sopivano di nuovo. Aprii gli occhi che avevo chiuso senza accorgermene e guardai Nihal, che mi guardava triste, come qualcuno che era consapevole che doveva dire la parola addio.
-Perché lo ami così tanto, Shade? Perché lo ami così intensamente da averlo richiamato anche qui?- mi chiese il bambino dai capelli blu e gli occhi caldi color del topazio.
-Richiamato?- chiesi mettendomi a sedere e guardandomi intorno, ma trovando solamente un enorme distesa nera costellata da piccoli punti di luce: le stelle.
Questo si alzò lasciandomi e una piccola fitta mi percorse, ma non così intensa come quelle precedenti.
-Derek. Lui non era parte del mio sogno, eppure lo hai creato. Perché? È lui che ti ha portato alla morte.- rispose prendendo tra le mani una di quelle piccole luci e guardandola con immensa tristezza e amore.
Quelle parole portarono a galla piccoli frammenti nella mia testa, pezzi di puzzle che tuttavia non riuscivo ad assemblare.
-Ancora non ricordi Shade? Eppure hai rotto la mia illusione, il mondo perfetto che avevo creato per noi. Se non ricordi perché ora siamo qui?- chiese guardandomi incuriosito, ma ancora ferito.
-Non era lui.- risposi di getto e ancora una volta non potei capire le mie parole. Era come se il mio cuore fosse più avanti della mia mente, come se all'interno di me fossimo esistiti io e qualcun altro che si stava piano piano risvegliando. Non saprei nemmeno io come spiegarlo, era una sensazione complicata, ma intensa.
-Non era lui... Se non era lui che cos'era?- chiese lasciando andare la piccola e calda luce.
Scossi la testa non sapendo cosa rispondere.
-Dove siamo?- chiesi dopo qualche attimo di silenzio arrischiandomi ad alzarmi in piedi.
-Ovunque e da nessuna parte.- rispose enigmatico -Qui è dove io una volta abitavo, dove una volta avevo degli amici.-. Nihal mi si avvicinò e mi abbracciò, quell'espressione da bambino che ricordavo improvvisamente mutata in quella di un adulto rinchiuso in un corpo da bambino.
-Chi sei davvero, Nihal?- chiesi accarezzandogli i capelli blu, ma allora sempre più intenzionato a scoprire la verità.

Pov Nihal

La sua mano gentile mi scompigliava i capelli, ma quel gesto ormai non poteva più colmare quel vuoto che stavo provando di nuovo. Ancora una volta stavo per perdere tutto ciò che avevo, mentre Shade ero sicuro avrebbe riavuto ciò che aveva perso, quell'amore che io non potevo comprendere per quel demone dagli occhi rossi. Durante quelli che erano sembrati mesi mi ero chiesto spesso cosa fosse l'amore, ma ancora non avevo trovato una risposta. Li avevo osservati da lontano, cercando di capire, ma io l'amore l'avevo preso troppe volte.
-Io sono Nihal, una delle stelle della costellazione della lepre.- gli risposi scostandomi da lui e indietreggiando timidamente con le mani dietro la schiena che si stavo tormentando. Mi sentivo così insicuro sotto quello sguardo, così nudo davanti a quegli occhi che ero sicuro sapessero leggere le anime degli altri anche se il proprietario non ne era consapevole. Erano due smeraldi così rari da vedere; ci si sentiva fortunati a essere sfiorati da loro, ma allo stesso tempo intimorivano.
Lui mi guardò confuso non capendo e un piccolo sorriso curvò la mia bocca.
-Io sono una stella... O meglio lo ero prima di diventare il pugnale che ti ha ucciso.- specificai, tornando a essere nervoso. Nel lasso di tempo che avevamo trascorso insieme avevo imparato a volergli bene, a vederlo davvero come un fratello maggiore. Grazie ai sentimenti che potevo percepire avevo imparato quanto lui fosse simile a me, quanto anche lui avesse sofferto per la perdita dei suoi cari strappati davanti ai suoi occhi mentre rimaneva inerte ad osservare la scena. Ricordavo ancora la mia vita quando appartenevo all'universo, quando ancora bruciavo e illuminavo quel velo nero insieme alle mie simili; dapprima facevo parte della costellazione del dragone, un vero onore, una gioia destinata a pochi, ma la mia luce in confronto a loro era così piccola, inadeguata. Gli altri erano soliti prendermi in giro, ignorandomi o dimenticando il mio nome e fu quella la prima volta che conobbi la solitudine; facevo parte di un gruppo e allo stesso tempo ne ero fuori, perché diverso. Alla fine decisi di errare, vagando a lungo in un luogo che potesse abbracciare la mia piccola e flebile luce e lo trovai finalmente quando mi unii alla costellazione della lepre. Lì era tutto così silenzioso, regnava una quiete magica, per niente opprimente, perché quel silenzio era mitigato con piccole risa e nuove nascite. In quel luogo mi ero fatto molti amici, avevo finalmente trovato la mia casa, ma la felicità mi era stata strappata un'altra volta, perché per tutti prima o poi arriva la fine.
Rimembro ancora quel giorno di festa, quel giorno in cui le risa erano più soviali del solito e si potevano udire dolci canti, ma quest'atmosfera di festa cambiò all'improvviso quando il gelo si fece strada tra i nostri corpi caldi, che bruciavano di luce propria e alla fine un'enorme vortice d'aria iniziò a risucchiare ogni cosa nelle sue vicinanze. Una nostra compagna era morta, si era trasformata in quell'enorme buco nero che ancora sognavo ogni notte, e si era portata via tutti coloro che amavo. Avevo desiderato intensamente seguirle, ma non riuscivo a muovermi, ero diventato un punto fisso di quel cielo e non potevo far altro che guardare inerme chi amavo venirmi strappato via.
Anche allora pensandoci mi sentivo inutile, era per questo che avevo ricercato la salvezza di quell'enorme peso che gravava sul mio cuore nel suicidio. Alla fine, però la mia anima si era spaccata in due, forgiando due pugnali identici, nati col mio sangue e con le mie lacrime, uniche armi a poter uccidere un angelo per mano di un demone, uniche armi per fargli dormire un sonno eterno se lo stesso angelo si pugnalava al cuore con le sue stesse mani.
-Tu sei Nihal, il mio fratellino.- parlò dopo interminabili minuti Shade, o forse troppo preso a ricordare il mio passato non avevo sentito ciò che aveva detto precedentemente.
-Parli così solo perché non ricordi.- dissi sentendomi triste, ma questa era la verità; lui ancora non ricordava la sua storia e appena lo avrebbe fatto io sarei diventato nessuno. Solo quel pugnale che lo aveva indotto a dormire eternamente, anche se per mia scelta. Avevo creato una stupenda illusione solo per lui, priva di brutti ricordi, del suo passato intriso di paura e tristezza; avevo manipolato i suoi sogni, i suoi ricordi e lo avevo legato a me, perché lui era simile a me, insieme a lui mi sembrava di formare le due facce della luna. Io la parte buia, quella che non si vede mai, l'altra, quella lucente era Shade: così caldo...
-Ti sbagli- disse prendendosi la testa, probabilmente afflitto dalle immagini frammentarie che stavano ricomponendo il suo passato, il momento della sua morte.
Presi un lungo respiro e mi concentrai, lasciai che il mio corpo iniziasse a mutare e mostrasse il mio vero aspetto. I miei capelli si allungarono, il mio piccolo corpo ad allungarsi e perdere i ritratti infantili e a mostrarmi come un ragazzo di ventisei anni.
-Ora lo credi ancora?- chiesi, cercando di chiudere dentro di me quella parte insicura e di dimostrami forte e fermo davanti a quel ragazzo che ero sicuro fosse in grado di riscaldare anche il cuore più freddo.
Quegli occhi verdi osservarono a lungo i miei per niente sorpresi e poi come mi aspettavo rispose ciò che non avrei mai potuto pensare, perché Shade era imprevedibile, ma era proprio questo che ti colpiva di lui.
-Non sarai il mio fratello di sangue, ma sei mio fratello. Non importa in che forma, Nihal è Nihal.- mi sorrise alzandosi e avvicinandosi, i miei piedi impossibilitati a indietreggiare nonostante la mia mente mi urlasse di farlo. Mi abbracciò come aveva sempre fatto, il suo calore era rimasto invariato e questo non poté che farmi scoppiare a piangere, finalmente amato. In un momento scordai che avrei dovuto dirgli addio, quel sapore amaro si trasformò in un gusto agrodolce, quello di un arrivederci.
-Mi sento debole.- disse ad un tratto sbadigliando.
-Stai per svegliarti.- gli rivelai tra le lacrime, ormai non potevo più tenerlo con me.
-Ti rivedrò ancora?- chiese cercando di resistere al sonno e alla caduta che stava per affrontare.
-Dipende da te. Io non sono altro che quel pugnale ormai.- lo strinsi più forte, avrei tanto voluto dirgli di sì.
-Tu sei una stella Nihal, ti rivedrò nei miei sogni. Ti terrò stretto nel mio cuore- esalò prima di cadere.

Pov Isabelle

Insieme a Lucy osservavo il ragazzo con certa trepidazione. Aveva ancora gli occhi chiusi, ma su di sé potevo sentire il profumo di mio figlio, il mio Derek. In quegli ultimi anni lo avevo osservato da lontano, desiderosa di poter tornare da lui e stringerlo tra le mie braccia e proteggerlo da tutta quelle freddezza che era diventato il suo mondo dopo la mia morte. Come madre sarei voluta rimanere al suo fianco per sempre, vederlo crescere e diventare l'uomo che era diventato, però il destino aveva deciso di privarmi di tutto questo per affidargli qualcosa di ancora più grande, qualcosa che nemmeno io mi sarei mai immaginata di poter desiderare per mio figlio.
Shade era l'altro bambino della profezia, colui che avrebbe rovinato la vita di Derek, o così pensavo, ma ora che era davanti a me capivo quanto in realtà lui rappresentasse la fortuna per quello che io consideravo ancora il mio dolce e fragile bambino.
-Si sta svegliando!- Lucy era nervosa, ma estremamente felice, sull'orlo delle lacrime che noi anime perdute non potevamo più versare. -Che faccio?- chiese in preda al panico. Io sorrisi da dietro la mia mano e poi le posai una mano sulla spalla.
-Abbraccialo e digli buon giorno.- consigliai a quella donna che era diventata la mia migliore amica, avevamo condiviso molto in quegli anni, entrambe costrette a separarci dai nostri figli e osservarli dall'alto senza mai poter intervenire o dar loro parole di conforto nei momenti di bisogno. 
Morire non era facile, spirare non significava solo essere smistati nell'inferno o nel paradiso e smettere di soffrire trovando così la pace o la dannazione eterna. Quelle due terre che gli umani descrivevano come eteree, altro non erano che abitate da esseri umani che provavano ancora sofferenze, pene, paure, amori e una gamma di sentimenti tale da portarti alla pazzia. Angeli o demoni che fossimo, vivi o morti, le nostre anime continuavano a provare emozioni forti.
Il paradiso non portava la beata pace, mentre l'inferno non portava la dannazione perché entrambi i luoghi, per noi che eravamo morti, davano una punizione ancora più terribile: diventare invisibili. 
Shade aprì lentamente gli occhi e io feci per farmi da parte per lasciarlo solo con la madre, ma Lucy non lo permise afferrandomi per un polso. Fu strano vedere i suoi occhi verdi guardare subito verso di me e vederlo sorridere come se avesse capito chi fossi, ma soprattutto fu ancora più strano notare che all'interno dei suoi occhi potessi vedere Derek.

PoV Shade

Finalmente ricordavo tutto. Ricordavo il vero Derek, Riley, Will, Yami, Hikari, Gilbert, Mordred e Lauren. Ricordavo anche Lucifero, il pugnale che mi aveva offerto e la mia morte e poi il risveglio nell'illusione di Nihal. Appena aprii gli occhi fu proprio quest'ultimo che cercai, ma questi vennero feriti dall'intensa luce bianca a cui si abituarono piano piano.
Giurai di sentire la voce di una donna in quel frangente, ma mi sentivo ancora intontito, per quanto avevo dormito?
Quando finalmente riuscii a tenere gli occhi aperti la prima persona che vedi fu quella donna dai lunghi capelli ondulati e biondi, gli occhi blu come il mare profondo, la pelle nivea come la neve, un piccolo neo al lato destro della bocca. Grandi ali argentee come le mie si stagliavano dietro la sua schiena e mi guardava sorpresa, mentre io non avevo bisogno di domande per sapere che fosse; dopotutto Derek non somigliava poi completamente a Lucifero, le linee del suo viso ricordavano perfettamente quelle della madre e fu per questo che mi ritrovai a sorridere, mentre desideravo fosse con me, perché sapevo quanto desiderasse poterla riabbracciare per un'ultima volta.
-Shade.- mi chiamò la stessa voce che avevo sentito prima e solo allora decisi di voltarmi e osservare quella donna dai capelli biondi come i miei, gli occhi di un caldo color cioccolato, la pelle color pesca.
Sentii un groppo in gola, mentre tentavo di trattenere le lacrime. Non poteva essere lei; eppure, nonostante nei miei ricordi i suoi capelli fossero corvini non potevo sbagliarmi. Lei era Lucy, la donna che mi aveva dato la vita, colei che aveva dato la sua per la mia.
-Giusto, probabilmente non mi riconosci così, io sono...- non la lasciai finire, semplicemente mi fiondai tra le sue braccia e mi lasciai andare a un piango liberatorio.
-Mamma.- riuscii solo a pronunciare, mentre mi sembrava di essere tornato quel fragile bambino privo di preoccupazioni che soleva sempre sorridere, perché al suo fianco c'era sua madre, quella figura essenziale nella vita di ognuno di noi, quel pilastro saldo e forte a cui affidare tutti nostri segreti e le nostre emozioni senza la paura di essere giudicati, senza la paura che il nostro cuore possa venir trafitto. Lei sorrise e ricambiò il mio braccio, cullandomi con tenere parole di conforto, proprio come aveva sempre fatto quando mi svegliavo da un incubo e dal mio piccolo letto camminavo scalzo fino alla sua camera e quella del mio patrigno e mi infilavo sotto le loro coperte tra i loro corpi caldi e rassicuranti.
-Shade, bambino mio, non piangere. Ormai sei un uomo, di cui vado fiera, non vorrai far piangere anche me.- mi rimproverò dolcemente, mentre sentivo la leggera risata della madre di Derek, che era rimasta lì vicino a noi ad osservarci, probabilmente divertita dal fatto che mia madre già stesse piangendo da un po'.
Lacrime di felicità, dolci perle salate in cui era rinchiuso il filmato di quasi una vita intera, gocce trasparenti che avevano portato via un enorme peso in pochi attimi. Tuttavia il tempo era tiranno e io avevo poco tempo da trascorrere tra le braccia di quella donna amata, troppo poco per poter portare come me il suo profumo, troppo meschino per potermi lasciare qualche ora per raccontare tutto ciò che era all'interno del mio cuore.

PoV Lucy

Dovevo già dirgli addio e la cosa mi stava logorando da dentro. Sapevo di lasciarlo in buone mani, ma se possibile volevo tenerlo stretto a me parlargli ore e ore fino a che le parole si sarebbero esaurite.
Isabelle passò amichevole e comprensiva una mano tra i miei capelli, poi mi aiutò ad alzarmi, mentre Shade si asciugava quelle lacrime che mitigavano il suo sorriso felice e che sarei stata di nuovo io a spezzare.
-Shade, abbiamo poco tempo.- rivelò lei, prendendo in mano le redini della situazione; sapevo quanto le costasse, ma io ero troppo debole in quel frangente.
Lui la guardò, gli occhi gonfi e leggermente arrossati dalle lacrime che traditrici continuavano a scendere da quegli occhi bellissimi che erano di suo padre, il mio amato Michele.
-Tesoro... È necessario che tu scelga se rimanere qui o tornare da Derek.- gli rivelai dolce, trattenendomi dall'essere egoista. Sapevo da quando aveva aperto gli occhi chi avrebbe scelto.
Mi guardò per qualche istante e poi tornò ad abbracciarmi, sussurrandomi una scusa non necessaria.
-Scelgo Derek... Lui ha bisogno di me e io di lui... Anche se so che non mi perdonerà.- rispose quando si staccò. Poi una fragorosa risata ruppe la piccola bolla che si era creata. Mio figlio si guardò attorno, non abituato a sentire quella voce che a lui era sconosciuta, ma a noi fin troppo.
-Ti perdonerà Shade, ma il tempo è essenziale. Il seme dell'odio una volta sbocciato deve essere sradicato in prima che questo faccia perdere la ragione.- pronunciò quella stessa voce che non aveva volto e mai ne avrebbe avuto.
-Chi sei? Che significa?- chiese titubante Shade, pronto ad attaccare parandosi contro di me. Era davvero cresciuto.
-Io sono te, come sono un frammento presente nelle anime di ogni essere vivente, Shade. Ma non è questo l'importante, devi tornare da lui e rimediare al torto che vi feci.- la sua voce suonava rammaricata, ma sempre calda. Un prepotente odore di giglio si espandeva in quel luogo ora che lui era lì, anche se non potevamo vederlo.
-Torto?- chiese confuso, ignaro dell'enorme scherzo che Dio aveva attuato. Quell'uomo sapeva essere peggio del diavolo, manipolava il destino a suo piacimento e si divertiva a giocare su un'enorme scacchiera, dove gli umani e non erano le sue pedine.
A ognuno assegnava un ruolo e portato a termine raccoglieva quelle anime che avevano assolto al loro compito.
-La profezia.- intervenne Isabelle trattenendo la rabbia, difficile scorgerla in una persona calda e mite come lei. -Era solo un modo per far collaborare inferno e paradiso e ha funzionato.- sputò con astio, Lui rise amaro, ma non disse o aggiunse nulla.
-Prendi questa Shade.- disse invece mentre una piuma argentea apparì volteggiando fino alle sue mani. -È ciò che è rimasto delle tue ali, ciò che ti darà l'immortalità.- spiegò. Un dono raro e concesso forse solo per divertimento o per senso di colpa, ma mai sarei voluta entrare nella mente di quell'uomo e scoprirlo.
-Buona fortuna.- augurò, sparendo o così sembrò per mio enorme sollievo, mentre coglievo i primi sintomi che avrebbero riportato il mio bambino al luogo a cui apparteneva.

PoV Shade

Appena presi la piuma, sentii come una sensazione di strappo. Il mio tempo era davvero finito?
Mi voltai verso mia madre che mi sorrideva tranquilla, mentre Isabelle giocava con le sue mani prima di avvicinarsi e strappare una piuma delle sue bellissime ali, quelle che io non avrei mai più potuto avere.
-Questa è tua.- disse solo mordendosi il labbro inferiore e poi abbracciandomi. -Prenditi cura di lui.- disse al mio orecchio prima di staccarsi, le goti leggermente rosse e gli occhi color zaffiro leggermente liquidi.
-Lo farò le promisi.- e poi di nuovo quella sensazione, le palpebre si fecero pesanti e prima che potessi salutare mia madre, caddi di nuovo nel vuoto. Ancora una volta non avevo avuto il privilegio di dirle che le volevo bene.

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