When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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4. Quello fu l'inizio dei miei guai

Le coincidenze sono le cicatrici del destino.
Le coincidenze non esistono, Daniel:
siamo solo marionette mosse dalla nostra incoscienza.

Gli esseri umani sono disposti a credere
a qualunque cosa tranne che alla verità.

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento.

 

Erano passate due settimana da quel giorno di Natale ed annoiato in quel momento ero seduto scompostamente sulla pregiata e morbida poltrona che avrei voluto tanto mi inghiottisse come uno di quei cosi bassi, fatti a sacco e dannatamente morbidi che se non sbaglio venivano chiamati puff; una vera e propria meraviglia, peccato che all'inferno non esistessero. Sbuffai. Non era ancora ora di andare a raccogliere anime, dovevo aspettare il tramonto; infatti, le anime prima di allora non potevano essere raccolte a causa di un'antica e ormai passata legge che però non ho mai ben capito a cosa servisse e di certo non avevo voglia di sbrigare le faccende burocratiche, per quello c'era Gilbert - uno dei miei numerosi fratelli. Iniziai a picchiettare le dita sul bracciolo. "Cosa posso fare?" mi chiesi pensando a qualche possibile svago. Chiusi gli occhi, ma fu un grave errore. Ecco che mi apparve di nuovo il volto di quello sconosciuto ragazzo; era da quel giorno che non lo vedevo e ogni volta che chiudevo gli occhi mi appariva il suo volto triste e dolorante e sentivo una punta fastidiosa all'altezza del petto colpirmi, ma non capivo da cosa fosse data questa sensazione. Gli avevo detto che ci saremmo rivisti, non sapevo quando, ma sapevo lo avrei rivisto; nonostante il mio sesto senso mi dicesse che era meglio girare alla larga da quel ragazzo. «Sbaglio o quello era un sospiro?» mi chiese Riley dietro le mie spalle appoggiandosi con entrambe le braccia e il mento alla poltrona e osservandomi curiosa. «E' successo qualcosa di bello?» mi chiese sorridente. Aprii lentamente gli occhi che fino a quel momento avevo tenuto chiusi inconsciamente nonostante non volessi vedere il viso di quel ragazzo, o almeno era questo che raccontavo a me stesso. «No.» risposi semplicemente, ma lei mise il broncio. «Derek,» incominciò «tu non sospiri mai, le uniche cose che escono da quella bocca sono monosillabi o sbuffi, ma mai, e dico mai sospiri.» Alzai un sopracciglio. «Perché c'è differenza tra uno sbuffo e un sospiro?» chiesi ridacchiando. A me sembravano tutti e due la stessa cosa. «Più di quanta tu creda.» disse guardandomi seria. Non capivo da dove venisse tutta quella serietà tutta d'un tratto. Nel suo sguardo potevo leggere preoccupazione, ma davvero non riuscivo a capire da dove potesse venire; io stavo bene, non avevo nulla e non c'era davvero nulla da dire. «Riley-sama vostro padre vorrebbe riceverla.» riferì Will apparendo dal nulla nella sala. Lei annuì e prima di andarsene mi rivolse ancora uno sguardo preoccupato e poi se ne andò. «Si può sapere cosa le prende?» chiesi al castano che era rimasto lì e non aveva seguito la moglie. «E' preoccupata per te; come tutti gli altri del resto.» spiegò guardandomi dritto negli occhi. Sbuffai, quello sguardo voleva dirmi che avrei dovuto dirgli ogni cosa se non avesi voluto incorrere in qualche cosa di spiacevole e credetemi, le torture di Will non erano carine. Avrebbe ottenuto ciò che voleva con o senza il mio consenso. «Si può sapere perché?» non avrei detto nulla fino a quando non avessi capito ciò che stava accadendo. «Come perché?» chiese lui incrociando le braccia al petto e guardandomi quasi incredulo. «Forse è perché da due settimane fai ritorno qui senza fare storie e non esci mai se non per svolgere il tuo lavoro. Ciò che però ci preoccupa di più sono i tuoi lunghi sospiri. Derek ti conosco da molto tempo, direi che sarebbe una cosa normale se non sapessi che sei tu.»

Davvero non li capivo. Se non tornavo spesso non erano contenti, se tornavo non lo erano nemmeno, se sbuffavo era perché sbuffavo e se iniziavo a sospirare tutti si allarmavano, ma i fatti loro mai? Capivo che non era da me questo atteggiamento, io stesso facevo fatica a comprenderlo, ma così non facevano altro che irritarmi. «Quindi ora Derek sputa il rospo.» Era venuto il momento. «Will non è davvero nulla.» mi fulminò con lo sguardo. Mi alzai dalla poltrona e mi diressi verso l'enorme vetrata che dava su un pezzo dell'enorme città demoniaca che circondava il castello. «Qual è la differenza tra uno sbuffo e un sospiro?» chiesi nuovamente, ma prima che l'altro potesse rispondere, continuai. «Sai io non riesco a capirlo, per me è sempre la stessa cosa. Non è sempre aria che espiro dalla mia bocca? Non hanno forse un suono quasi simile?» mi soffermai ancora un attimo sulla città e poi mi voltai verso il mio migliore amico che in silenzio aspettava che continuassi. «Non so il perché Will davvero, so solo la causa e credimi, quando ti dico non è nulla di grave.» mi avvicinai a lui e gli diedi una pacca sulla spalla. «Quando capirò cosa mi sta succedendo sarai uno dei primi a saperlo, per ora accontentati di sapere che non è nulla.»

Sembrò credere alle mie parole e annuì. Gli sorrisi e feci per andarmene quando ecco ancora la sua voce riempirmi la testa. «Aiutami,» disse disperata «Ti prego.»

Mi irrigidii immediatamente e anche Will sembrò accorgersene. Senza pensare o dire nulla iniziai a volare. Dovevo andare da lui nonostante qualcosa nella mia mente mi dicesse di non farlo.


 

Quando arrivai mi si presentò davanti una scena raccapricciante. Il ragazzo biondo steso a terra e una donna vestita con un kimono bianco sopra di lui pronta a baciarlo. Subito nella mia mano si materializzò una lunga spada completamente nera e l'impugnatura decorata con motivi floreali e tre pietre rosse come il fuoco. In un battito di ciglia gliela puntai al collo. «Avevo sentito dai goblin che stava proteggendo questo ragazzino» disse rimanendo ferma e ridendo. «tuttavia principe, io non sono una piccola e debole creatura che ha paura di lei» nel suo tono potevo sentire tutta la sua rabbia per aver interrotto il suo pranzo. Subito sgusciò via e io la lasciai fare. Ciò che avevo davanti era vero non era un goblin, ma un demone intermedio: una Yukionna, tuttavia sbagliava a sottovalutarmi. «Sicura di non volertene andare?» chiesi chinandomi sul ragazzo e accertandomi che fosse ancora vivo. "Respira" mi sentii sollevato. Ero arrivato in tempo. «Perché lo protegge?» mi chiese. "una domanda da un milione di dollari" risposi nella mia mente. «Non credo siano affari tuoi.» dissi alzandomi e guardandola negli occhi. Dentro di me ribollivo di rabbia, ma dovevo tenerla sotto controllo se non volevo radere al suolo l'intera città e dintorni. Quella rise e poi iniziò il combattimento.

Il gelo iniziò a tempestare il vicolo in cui ci trovavamo.

Immediatamente, senza smettere di guardare il mio avversario innalzai uno scudo per proteggere quell'attira guai sia dal demone che dal gelo.

«Pensa davvero che questo mi fermerà?» chiese quella sbuffando e incrociando le braccia al petto.

Ghignai. «Pensi di riuscire ad avvicinarti a lui?» chiesi divertito «Sai che non te lo permetterò.»

Quella iniziò ad avvicinarsi ondeggiando i suoi fianchi snelli e perfetti, forse con l'intento di ammaliarmi, ma io non ero una delle sue ingenue prede, tuttavia la lasciai fare. Quando fu abbastanza vicino mi prese per un braccio - naturalmente non quello che reggeva la spada – e iniziò a strusciarmi addosso.

Repressi una smorfia di disgusto, odiavo quando le donne facevano così.

Sempre pronte a provarci, ad usare ogni strumento pur di stregare l'uomo che volevano; forse era per questo che oltre alle mie sorelle non riuscivo a stare vicino a un qualsiasi essere di sesso femminile.

«Mi dica principe, cos'ha quel ragazzo di così speciale?» mi chiese con voce alterata che voleva sembrare maliziosa, ma che alle mie orecchie giunse solo come una voce fastidiosa.

Ormai allo stremo alzai la spada e di nuovo puntai la punta al suo collo, premendo abbastanza da far scorrere un piccolo rivolo di sangue e da farla allontanare da me.

«Cambia tattica» le consigliai «Vorrei divertirmi.»

Si allontanò di qualche passo, abbastanza da non essere raggiunta dalla mia arma e iniziò a camminare, o meglio danzarmi in torno continuando a sorridermi.

«Sa principe, proteggere quel moccioso non le gioverà.» mi predì danzando imperterrita facendo alzare una leggera nebbiolina.

«Lo so bene.» le rivelai.

«Allora perché?» mi chiese nuovamente «Perché allora proteggerlo? Cosa potrebbe ricavarne? Il sangue di quel ragazzo di certo non le può essere utile.»

“Il suo sangue” ripetei nella mia mente. “Perché tutti blaterano di questa cosa?”

Non le risposi esattamente come non risposi alle mie stesse domande, come potere quando di entrambe non avevo risposte.

La nebbia si alzò sempre di più fino a quando non ebbi più la visuale del mio avversario, potevo sentire solo la sua voce continuare a ripetermi la stessa domanda: “Perché?”.

Dopo qualche minuto dalla nebbia ghiacciata vennero scagliate degli spuntoni di ghiaccio che schivai ad occhi chiusi. Sapevo di poter vincere senza tutte queste cerimonie, ma durante la caccia mi piaceva far sentire sicura la mia preda, lasciarle credere di avere una piccola possibilità di vittoria prima di braccarla, torturarla e ucciderla.

“Uccidere.” questo era il mio destino. Uccidere ogni cosa sul mio cammino; rovinarlo, sporcarlo, far deperire ogni cosa che mi capitava tra le mani. Era ciò che mi avevano insegnato, ciò che avrei fatto per l'eternità con o senza il mio volere.

Quando mi stancai di giocare, aprii gli occhi e lentamente mi inoltrai di più nella nebbia facendo stridere la spada sulla lastra di ghiaccio che si era creata.

Il risultato finale fu scontato. Il corpo della YuukiOnna riversava a terra esanime e ben presto si trasformò in cenere, mentre sulla mia spada ancora scorreva il suo sangue. Osservai le piccole scie rosse solcarla e poi venire assorbite immediatamente dal metallo che sentivo fremere desideroso nella mia mano e poi la smaterializzai.

Mi avvicinai al ragazzo privo di sensi e sbuffai prendendolo tra le mie braccia.

Sentii il suo calore, il suo respiro regolare soffiarmi sul collo dove avevo fatto appoggiare la sua testa e come per magia ogni frustrazione, ogni preoccupazione che fino a quel momento non mi ero accorto di provare, svanì.

In quel momento c'era solo lui, tra le mie braccia, fragile e piccolo come un gatto.

«Sei davvero un ragazzino problematico.» gli dissi accennando un sorriso mentre lentamente mi incamminavo verso quel terrazzo che ormai sembrava destinato a non essere più solo il mio luogo segreto.


 

«Così è lui il motivo?» chiese Will materializzandosi al mio fianco, una volta arrivato sul mio terrazzo, facendomi prendere uno spavento. Avevo abbassato la guardia. «Non sono affari tuoi.» dissi deciso. Sogghignò e continuò a guardare me e il ragazzo che ancora non avevo lasciato andare. «Saprò aspettare.» esordì enigmatico infine prima di andarsene come era arrivato.

Di nuovo mi sentii esasperato e inevitabilmente sbuffai scocciato.

Mi diressi verso il parapetto del terrazzo e mi lasciai scivolare contro di esse portandomi appresso il ragazzo che continuai a tenere stretto.

Come la prima volta, lo guardai a lungo dormire osservando quell'espressione sofferente che solcava il suo viso, molto probabilmente stava facendo un incubo. Sospirai e alzai lo sguardo verso il cielo che stava imbrunendo e iniziai ad accarezzargli i capelli. A quel gesto sembrò acquietarsi e il suo viso si distese, ma non lo notai troppo preso dai miei pensieri.

Sapevo che Will credeva mi fossi innamorato, glielo avevo letto in faccia, ma non era assolutamente così. Certo non potevo negare di provare un certo interesse per questo ragazzo, come non potere? I suoi capelli biondi come il grano ricordavano tanto il sole in un giorno estivo, le sue profonde pozze verdi fin dalla prima volta che ho potuto annegarci dentro mi hanno dato un senso di tranquillità e libertà circondate da quelle lunghe ciglia nere; quelle sue paffute, ma non troppo, guance ora rosse a causa del freddo, la sua bocca carnosa e ora tirata in una smorfia, ma che avrei volentieri assaggiato. Di certo quel ragazzo era bellissimo, non vi erano dubbi, ma non era la passione carnale a fare di uno innamorato. No, non è solo il desiderio fisico che conta, non è nemmeno la bellezza; ciò che conta sono i sentimenti: quella sensazione di pace e completezza che provi quando sei con la persona amata, il non riuscire a chiudere occhio la notte senza pensare a quella persona, la mancanza d'aria quando bisogna separarsi anche se solo per poche ore, il desiderio di volere il meglio solo per quella. Era questo, o almeno credevo, fosse Amore. Quando aprì gli occhi la prima cosa che fece fu stropicciarsi gli occhi e poi forse ricordando i momenti precedenti al suo svenimento saltare sul posto e guardarsi in giro in cerca di colei che lo aveva attaccato. «Non preoccuparti, non ti farà più del male» dissi guardandolo divertito mentre mi guardava stralunato. «Ma come ...» trattenni un lieve sorriso. «Segreto.» risposi scostandolo da me alzandomi. «Comunque hai davvero bisogno di protezione. L'altra volta erano goblin oggi una Yukionna, la prossima volta non oso neppure immaginare.» scossi la testa scacciando i brutti pensieri mentre un brivido mi saliva lungo la schiena, non avevo voglia di giocare ancora con qualche insulso demone.

Restammo in silenzio per un po', lui guardando davanti a se mentre io appoggiato con le braccia al parapetto guardavo l'orizzonte e le prime luci della piccola cittadina accendersi.

«Perché lo fai?» chiese rompendo il silenzio «Perché ogni volta che sono in grave pericolo appari tu? Sei per caso il mio angelo custode?» mi voltai verso di lui e lo vidi portarsi le gambe al petto e poggiandoci il capo. «Se vuoi.» scrollai le spalle tornando ad osservare il cielo rossastro.

Il ruolo di angelo custode col mio ruolo negli inferi non s'addiceva molto, ma perché no? Per una volta avrei potuto salvare qualcosa invece che vederla morire.

«Allora Mr. angelo custode, qual è il tuo nome?» chiese innocentemente, ma dentro di me mi agitai. Come presentarmi? Cosa dirgli? «Derek.» optai infine.

Non gli svelai la mia identità, non volevo. Per lui sapere che ero un demone ero già abbastanza, perché per una volta non concedermi il lusso di essere Derek e basta? Pensai.

«Grazie Derek, per avermi salvato. Io sono Shade.» mi sorrise e mi porse la sua mano che anche se con un po' di esitazione strinsi. Quello fu l'inizio di tutti i miei guai.

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