When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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2. Principe

Non arrenderti mai,
perchè quando pensi che sia tutto finito,
è il momento in cui tutto ha inizio.
Jim Morrison.


 

Odiavo i giorni che precedevano e seguivano il Natale. Così tanta felicità sui volti della gente, che ignara passeggiava per le vie della città senza notare la mia presenza e senza essere a conoscenza della mia vera natura, senza sapere che alcuni di loro quella notte avrebbero cessato di respirare e io, da bravo angelo della morte quale sono, li avrei accompagnati negli inferi al cospetto di colui che ha svariati nomi, come Lucifero o Satana, ma che per me avrebbe sempre e solo avuto un nome: Padre. Esatto, io ero il figlio del re degli inferi, ero e sono il Principe Derek Alone Lucifero II Lolanvy primo di dieci fratelli ed aspirante erede al trono non appena mio padre avrebbe deciso di andare in "pensione". Cosa che sapevo bene, non sarebbe mai avvenuta.

Ora, vi chiederete il perché di questo lungo e inguardabile nome che anche io stesso odio; infatti, se fosse per me porterei il semplice nome di Derek Lolanvy, le uniche cose che mi rimangono di mia madre, nonché prima moglie di Lucifero: Isabell Lolanvy. Unica cosa, perché ,purtroppo per me, avevo preso quasi ogni tratto fisico da mio padre: capelli neri come la pece e solo qualche ciocca rossa qua e là, pelle diafana, occhi rossi come il fuoco infernale, alto e muscoloso come quelli che gli umani avrebbe definito un dio greco, anche se credetemi vi ero molto lontano. Tuttavia, di quel lungo nome che rasentava in ogni sua parola la solitudine, che era la mia unica amica, nessuno aveva mai saputo rispondermi e quell'unica volta, da bambino, quando lo chiesi a mio padre, quello non rispose.

«Principe.» Ecco quell'appellativo che però odiavo più di tutti.

« Che c'è Mordred? » Chiesi sospirando. Gli avevo chiesto infinite volte di non chiamarmi in quel modo, ma lui continuava a ignorare questo mio desiderio nonostante fossimo amici d'infanzia.

« Volevo informarvi che è ora di mietere le anime. L'imperatore è impaziente di vedere il raccolto di questa sera per il gran banchetto.»

Già Natale, la festa della nascita di quello che forse dovrei chiamare nonno. Ogni anno Lucifero, in questo giorno particolare, imbastiva un enorme banchetto al quale partecipavano tutte le famiglie più importanti dell'inferno e dove le anime raccolte quel giorno dovevano offrire il loro sangue prima di essere mandate al luogo a cui appartengono.

« Devo anche riferirvi che dovrete parteciparvi per forza. Se non lo farete riceverete una punizione.»

« Che seccatura.»

So di ripetermi, ma non sopporto questo giorno dell'anno. Il dover mietere anime anche se non ne avevo voglia, il dover presenziare a un banchetto al quale non volevo assolutamente andare e dove avrei dovuto sopportare le lagne di quelle oche delle figlie di ogni famiglia lì presente che non facevano altro che cercare di abbordarmi, solo per avere poi il prestigio, vedere tutti i miei fratelli, con cui non avevo nulla in comune e non andavo per niente d'accordo solo per non incorrere nelle ire dell'imperatore, che avevo imparato a temere.

« Andiamo.» dissi buttandomi dall'alto tetto posto al centro di quella città che tanto amavo, dove ogni notte mi posavo ed osservavo ogni singolo umano che passava per le strade prima di iniziare a lavorare. Mi lasciai cadere senza alcuna paura, tanto anche se fossi caduto non sarei potuto morire, pregio e allo stesso tempo difetto dell'immortalità. Lasciai che l'aria mi trasportasse e cercasse di sorreggermi con le sue deboli braccia e poi aprì le mie ali nere e qualche piuma argentata, simbolo della casata reale oltre al tatuaggio che fin da bambino portavo sulla spalla destra.

« La pregherei di non farmi spaventare sempre in questo modo Principe, anche se è immortale non significa che io non mi preoccupi.»

Il solito Mordred, sempre a preoccuparsi di me con quella corporatura minuta, i suoi capelli argentei e nel suo completo rigorosamente nero come le sue ali e perennemente inchinato davanti a me. Detestavo essere un principe, per di più quello predestinato ad essere non solo angelo della morte, ma anche erede al trono più degli altri fratelli, perché si sapeva, ero colui nel quale Lucifero riponeva tutte le sue aspettative, ma forse non avevano calcolato che l'interesse per me fosse solo una vaga somiglianza con mia madre dal lato caratteriale che gliela ricordava, poiché anche se nessuno potrebbe immaginarlo quello che tutti chiamano Lucifero, Satana o l'imperatore senza cuore, quando l'amore lo coglieva diventava un uomo esattamente come tutti gli altri e quell'amore non lo mostrava solo a quelle donne, ma anche ai propri figli in alcuni momenti, anche se lui con le parole proprio come me non ci sapeva fare. Esprimere sentimenti per noi era come conficcare nel nostro petto un pugnale, non che non volessimo farlo, semplicemente le parole non arrivavano nonostante i nostri innumerevoli sforzi per la paura di essere feriti e di ferire.

Premurandomi di non farmi vedere dagli umani, cosa per altro inutile, poiché loro non avrebbero comunque potuto accorgersi della mia presenza, iniziai a raccogliere anime su anime assistendo a morti naturali o ad omicidi e a rinchiuderle tutte nella collana a forma di spada che portavo al collo. Quando ne collezionai abbastanza in giro per il mondo mancava poco alla mezzanotte e all'imminente inizio del banchetto. Sospirai e rassegnato tornai al centro della terra, negli inferi dove tutti erano in festa per celebrare il compleanno di chi tutto aveva fatto iniziare. Voi starete pensando che non è possibile che gli inferi festeggino questo giorno, beh quel libro che voi chiamate Bibbia dimenticatelo. E' vero che Lucifero non può andare al cospetto di Dio e viceversa, tuttavia non venne, come racconta, scacciato dal paradiso da suo fratello Michele. Lui nacque per quel ruolo e fu lui stesso a scegliere di farlo nonostante non ne fosse obbligato ed è per questo che anche qui si festeggia il Natale, perché non vi è rancore tra loro due, ma un amore che contraddistingue qualunque padre e figlio, anche se di certo Dio non amava ciò che faceva Lucifero.

« Derek!» Urlò mia sorella Riley venendomi incontro e appropriandosi del mio braccio. Lei era il sesto genito e in età umana avrebbe circa diciassette anni, anche se non poteva sembrare data la sua bellezza con quei bellissimi e vellutati capelli lunghi e ricci di un castano scuro inondato da ciocche bionde e per tenere la frangia liscia un'unica spilla a forma di sole, gli occhi di un verde smeraldo molto particolare e quasi indescrivibile, il viso magro e allungato, un naso sottile e a patata - anche se era meglio non farglielo notare – le labbra sottili e carnose e un seno decisamente prosperoso sottolineato da quel fine e fin troppo scoperto e corto vestito che indossava con dei colori insoliti per un abitante degli inferi, poiché verde, bianco e dorato, ma che forse indossava per riprendere il colore della spilla e di quella, che io definirei ingombrante, collana che le circondava il collo fatta su se stessa e con al centro un enorme anello di quei colori, le sue mani erano lunghe ed affusolate con unghie ben curate e sempre di un colore differente ogni giorno, per esempio quel giorno erano di un tenue rosa. Non che non mi piacesse come si vestisse, semplicemente rimaneva pur sempre mia sorella! E l'unica con cui potessi dire di poter andare davvero d'accordo.

« E' da un po' che non ti fai vivo! » disse mettendo il broncio e stringendomi più possessivamente il braccio per non lasciarmi andare.

« Ho avuto da fare. » risposi semplicemente e lei mi guardò male.

« Sempre di poche parole, eh? Parli meno perfino di Will! Il che è tutto dire te lo assicuro. » annuii lei decisa e mi scappò un piccolo sorriso. Lei era così, diceva sempre tutto ciò che le passava per la testa ed era come un uragano, arrivava e ti travolgeva con la sua allegria e il suo calore e anche se poteva non sembrare, era una ragazza determinata e con la testa sulle spalle nonostante potesse apparire frivola agli occhi di chi non la conosceva.

« Riley-sama scusate la mia impudenza, ma non credo di essere come voi mi descrivete. »

Entrambi ci voltammo e guardammo Will scoppiando poi a ridere.

« Amore, non prendertela, ma è vero. Voi due non usereste più di cinque o dieci parole nemmeno sotto tortura. »

Mia sorella lasciò il mio braccio e subito si gettò su Will intrecciando le sue braccia dietro il collo di lui e baciandolo. Nonostante le apparenze i due oltre ad essere servo e padrona erano sposati da ben quarant'anni; un amore nato sotto le foglie di un albero di ciliegio nella notte di Walpurgis.

Vedendo che ancora non si staccavano, tossii per ricordare a loro la mia presenza, ma quelli nemmeno ci fecero caso. Sospirai e li lasciai ai loro "impegni".

Quando arrivai davanti alla porta della sala del banchetto la osservai a lungo e restai distante quasi avesse potuto bruciarmi non appena l'avessi anche solo sfiorata, ma non ebbi mai neanche il tempo di farlo, perché quella si aprì per me e allora capì che non avevo nessuna via di fuga.

Quando entrai molti occhi si posarono su di me, e subito tutte le persone lì presenti, tranne mio padre e i miei fratelli, si inchinarono, smettendo del tutto il chiacchiericcio per pochi secondi per poi riprendere ed ero ben consapevole dei pettegolezzi che uomini e donne in quella stanza in quel momento stavano barbottando con me al centro di tutto. Sbuffando mi diressi verso la prima tappa di quel banchetto, che poi mi avrebbe mandato verso la libertà, speravo vivamente che un'ora di presenza potesse bastare.

« Padre » proferii facendo un inchino profondo dinnanzi a lui che sul suo trono stava già brindando con la nuova consorte.

« Derek » Ecco che un ghigno solca il suo volto, lo preferisco molto di più quando non vi è nessuno attorno e si mostra a noi un po' più umano, per quanto sia possibile. «Non ti sei fatto più vedere di recente. Portavi le anime e te ne andavi via subito, sono felice che tu abbia deciso di venire almeno oggi. Passerai tutto il giorno qui, non è vero? »

Ed ecco che l'ultima speranza di passare quella giornata in modo tranquillo svanì. Quella di certo non era una domanda né tanto meno una cortese richiesta.

« Certo padre. » Strinsi i denti. Forse crederete io sia contraddittorio a descriverlo come un buon padre, ma dovete capire che Lucifero imperatore e Lucifero padre, erano due persone completamente diverse. Si alzò e mi posò una mano sulla spalla, senza farsi vedere, comprensivo e poi mi sorpassò mentre iniziò a battere tre volte le mani per richiamare l'attenzione dei presenti.

« Signori e signore, è venuto il momento di iniziare il banchetto! » proferì voltandosi poi verso di me. Senza che dovesse dire nulla, con le dita sfiorai la mia collana e con alcune parole di una lingua ormai antica e sconosciuta recitai una formula che liberò tutte le anime raccolte il giorno precedente, durante la mia ronda, in giro per il mondo terreno. E così ebbe inizio la festa.

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