When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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17. Poteri

La distanza è immensa, punge finché è densa,

solo un bacio è capace di riportar la pace.

Bramante


 

 

PoV Shade

Quando rientrai nella camera che Laila mi aveva gentilmente offerto, sul letto, intento a medicarsi e fasciarsi il braccio sul quelle faceva mostra una piccola ferita, vi era Derek. Normalmente il suo corpo avrebbe rimarginato subito le ferite, ma questa volta sembrava diverso; forse, poiché a inferirgli le ferite non erano stati semplici demoni come gli altri che aveva incontrato prima d'ora. Senza far rumore mi avvicinai e gli presi la benda che teneva tra le mani e che cercava di farla passare intorno al braccio. La ferita non era grave, ma bisognava prevenire una possibile infezione.
-Sei ancora arrabbiato?- mi chiese mentre tentavo di rimediare al disastro che aveva combinato, la benda era troppo larga e fasciata come meglio poteva l'altro con una sola mano. Derek tentò di stabilire un contatto visivo con i miei occhi verdi, che però fuggivano ai suoi cremesi. Mi sentivo ancora geloso, arrabbiato e tradito; eppure, mi sentivo anche grato e amato. Non risposi alla sua domanda, mi limitai ad accarezzare quella ferita con un dito, incurante se avessi provocato all'altro dolore. Il mio dito si tinse del suo sangue e mi sentii male, in colpa per aver causato tutto questo.
-E' tutta colpa mia. Se non ti avessi incontrato, se non fossi mai nato o morto quella notte al posto dei miei genitori, tutto questo non sarebbe mai successo- la mia voce era bassa, un sussurro, mentre cercavo di trattenere le lacrime che volevano scendere e mostrare il dolore che provavo dentro.
Ero stanco di piangere, di rimanere immobile davanti a quella distesa di fuoco e sangue che si stagliava davanti e dietro di me. Sentivo le braccia delle tenebre accarezzarmi, invitarmi a seguirle e abbandonare la luce, che mi sembrava sempre più distante.
-Smettila- mi ordinò Derek costringendomi a guardarlo, prendendo il mio mento fra le sue dita. I miei occhi cercarono di fuggire nuovamente, ma quegli occhi rossi che brillavano austeri non mi lasciarono fuggire. Erano la mia medicina, il mio tramonto personale. Due gocce fatte di sangue scarlatto, sempre caldi e pronti ad ammaliarti e a non lasciarti più andare. Sarei morto per avere quello sguardo per sempre su di me, sempre a osservarmi anche di nascosto, mentre dormivo.
-non devi sempre pensare che la causa di ogni dolore sia tu. L'abbiamo voluto entrambi e gli altri, se non volessero, non ci aiuterebbero- disse continuando a guardarmi severo, ma addolcendo lievemente la voce. Chiese gli occhi e unì le nostre labbra.
-Ti amo- mi rivelò ancora a pochi millimetri dalle mie labbra. Strano come solo due parole potessero far fermare il tempo per un attimo, allontanare ogni paura e far battere il cuore così forte da rimbombare nelle tue orecchie, come se all'improvviso l'intera stanza avesse iniziato a pulsare.
I miei occhi erano spalancati dalla sorpresa, sentivo il sangue fluire sulle mie guance rendendole bollenti. Boccheggiai qualche volta, cercando di dire qualcosa, ma la mia voce sembrava essere scomparsa, ferma all'interno della mia gola.
-Io...- tentai di dire, ma il suo dito indice si posò sulle mie labbra fermandomi dal dire qualsiasi cosa. I suoi occhi rossi brillavano emozionati, nonostante non avessi risposto alle sue parole. Scosse la testa e mi sorrise dolce.
-Non importa, me lo dirai quando sarai pronto- disse comprensivo baciandomi la fronte -Saprò aspettare, cucciolo- a quel nomignolo, a quella voce suadente sussurrata al mio orecchio e a quelle labbra che mi facevano il solletico, dei brividi mi colsero lungo la schiena e automaticamente chiusi gli occhi e mi ritrovai a socchiudere le le labbra, come a gustare meglio quelle sensazioni che stavano percorrendo tutto il mio corpo. Derek si chinò verso di me, che ero inginocchiato sul pavimento davanti a lui, e posò le sue labbra sulle mie; baciandomi nuovamente, con trasporto.
La benda che tenevo tra le mani cadde a terra, mentre le mie mani andavano a posarsi dietro la sua schiena, sulle sue spalle, e mi protendevo verso di lui, avvicinandomi ulteriormente. Le nostre lingue danzavano senza tregua, sembrava che all'improvviso entrambi non avessimo più bisogno di respirare. Le mie mani, iniziarono ad accarezzare quella pelle nuda, dalle spalle iniziai a farle scorrere sulle braccia, ignorando quello strano formicolio che sentivo, non vedendo quella strana luce bianca e dorata che circondava le mie mani e stava rimarginando ogni ferita capitasse sotto di essa, come se non fossero mai esistite. Il moro cinse la mia vita e mi portò con sé, sopra di sé, mentre si distendeva sul materasso senza interrompere il nostro bacio. Dalla vita, quella mano ambrata e ruvida si insinuò sotto la mia maglietta bianca a maniche lunghe e con il collo a "V". Potevo sentire un leggero gonfiore all'interno dei miei pantaloni e qualcosa di duro contro la mia gamba. Mi mossi sfrusciandomi contro l'altro, in cerca di sollievo, ma quello fu un grosso errore. Mugugnai nel bacio e morsi il labbro inferiore dell'altro prima di interrompere il contatto fra le nostre labbra. Non sapevo cosa fare, come comportarmi.
La parte razionale di me mi imponeva di alzarmi e scappare, mentre quella irrazionale guidata dai miei ormoni, mi suggeriva di lasciarmi andare e continuare a provare quelle strane sensazioni, molto piacevoli. Il demone dovette leggere la confusione nei miei occhi, perché mi sorrise e mi accarezzò la guancia.
-Non sono ancora pronto- dissi con le guance in fiamme, mi sentivo un codardo. Lo volevo con tutte me stesso, ma ancora non riuscivo a fidarmi completamente di lui e questo mi faceva male, perché sapevo di poterlo fare.
-Non importa- mi consolò baciandoli sullo zigomo -lascia solo che faccia qualcosa per questa- disse muovendosi contro la mia erezione e provocandomi un nuovo gemito, che cercai di reprimere.

Si mise seduto e mi fece intrecciare le braccia dietro il suo collo. Dopo andò a slacciare il bottone dei jeans blu che indossavo e ne abbassò la cerniera, mi alzai leggermente per permettergli di abbassarli quel tanto che bastava per non impedirgli di muoversi liberamente.

Mi accarezzò da sopra la stoffa dei boxer che portavo, bianchi come la mia maglietta, e quel semplice gesto bastò a farmi contorcere. Sentii le sue labbra inarcarsi in un sorriso nascoste dell'incavo del mio collo. Premette quel gonfiore che stava diventando sempre più insopportabile e sobbalzai, mentre allo stesso tempo lo stringevo più a me.

Alla fine mi tolse anche l'unica barriera, rendendomi completamente nudo e alla sua mercé.

In qualche modo questa situazioni mi ricordò quella sera al cottage, il tavolo di legno sul quale mi aveva disteso, ma sapevo che questa volta non si sarebbe limitato a baciarmi.

La sua mano iniziò a muoversi sulla mia erezione eretta, lenta. Si muoveva avanti e indietro, donandomi piacere e torturandomi. Artigliai le sue spalle e iniziai a muovermi in quella mano, sotto di me sentivo il suo membro premere duro, ancora costretto nei suoi pantaloni; eppure, non si lamentava, lasciava che fossi solo io a godere.

Non so se lo feci inconsciamente o fu il desiderio a guidarmi, ma la mia mano scese verso il cavallo dei suoi pantaloni e accarezzò quel gonfiore che sapevo di essere stato io a provocare in qualche modo. Questo mi lusingò e mi imbarazzò, tuttavia le mie dita continuavano a camminare su quella sporgenza, leggere quasi impercettibili, mentre Derek continuava a darmi piacere.

Quelle stesse dita, che fuggivano al mio controllo, andarono ad aprire i suoi jeans neri e a infiltrarsi sotto l'intimo. Non sapevo che faccia avesse il moro, i miei occhi continuavano a essere chiusi a causa dei brividi che imperterriti percorrevano ogni angolo del mio corpo.

-Shade- mi chiamò mentre mi morse il mento e lasciò andare il mio membro per andare a raggiungere la mia mano che aveva liberato la sua asta dalla prigionia dei suoi indumenti. Finalmente aprii nuovamente gli occhi e guardai in quelli rossi di lui che mi guardavano affamati e amanti. Mi rispecchiai in essi, guardando il mio riflesso che ritraeva il mio viso sconvolto e i miei occhi liquidi come non lo erano mai stati.

-Non devi farlo se...- lo zittii con un bacio famelico, mentre iniziai a muovere la mia mano sul suo membro dolorante e bisognoso di attenzioni. Il fatto che la sua mano fosse posata sulla mia, rendeva quel gesto ancora più piacevole e speciale, perché anche se non stavo godendo potevo sentire i suoi miagolii mischiati con i miei profondi sospiri mentre le nostre labbra erano ancora unite.

Era questo che Derek aveva provato fino a quel momento? Mentre mi sentiva gemere, sospirare di piacere, le mie mani sulla sua pelle anche lui ha sentito questa strana sensazione violenta? La voglia di avere di più, di sentire di più, sempre di più. Il desiderio di sentirmi urlare e fare suoi le manifestazioni del mio piacere?

Dominare o essere dominati? Qual è la differenza mentre stai facendo l'amore?

I nostri corpi non sono forse dominati dalle emozioni che violente ci trasportano in una dimensione parallela, dove esistono solo due corpi schiacciate da queste?

Quasi gridai quando la sua mano congiunse i nostri membri e iniziò a muovere le nostre mani su entrambi, su e giù, in un movimento semplice e allo stesso tempo eccitante.

Carne morbida contro carne morbida, le nostre mani unite attorno ad esse, le sue dita che stuzzicavano la mia punta, i miei denti conficcati nella sua spalla e poi un velo di mille colori mi blindò gli occhi mentre venivo e il mio seme sporcava entrambi, mentre il suo seme schizzava calda sul mio corpo completamente nudo. In quel momento, mentre urlavo il nome del mio amante, avevo sentito una strana sensazione alla schiena, come se qualcuno mi avesse lacerato vicino alle scapole e qualcosa si fosse proteso, ma quella sensazione se ne era volata via immediatamente, come era arrivata. Il piacere che ancora faceva tremare il mio corpo, ancora troppo presente perché la mia mente potesse pensarci troppo. Mentre sentivo Derek pulire entrambi come meglio poteva da quella sostanza bianca e appiccicosa, mi addormentai cullato dal suo odore prepotente di cenere, sudore e miele. Strano come per la prima volta mi ritrovassi ad amare quel profumo, io che lo avevo sempre odiato, che lo avevo trovato sempre così amaro a differenza di tutti gli altri.

Cullato dalle sue braccia, dal suo profumo e dal suo calore chiusi gli occhi ignaro del turbamento dell'altro.

 

PoV Derek

 

Mi si era addormentato il braccio, ma non mi importava. Volevo continuare a stringere a me il mio piccolo mezzo angelo che dormiva beato, le guance ancora rosse a causa dell'attività di prima. Per la stanza si erano sparse alcune piume argentee che la luce del sole faceva rilucere; come a volersi beffare di me, a volermi ricordare quella visione dannatamente eccitante di lui: i capelli biondi sconvolti e appiccicati alla sua fronte imperlata dal sudore, gli occhi verdi socchiusi, le guance rosse, le labbra gonfie e dello stesso colore delle fragole, la gola esposta mentre buttava la testa all'indietro mentre veniva nella mia mano e poi quelle ali d'argento che si materializzavano dietro la sua schiena. In quel frangente la cosa mi aveva turbato, mi aveva fatto ricordare che lui era un angelo, ma dopotutto mi aspettavo che prima o poi avrebbe mostrato qualche suo potere. Potere che aveva utilizzato anche per lenire le mie ferite, facendole scomparire come se nessuno me le avesse mai inferte.

Accarezzai il suo volto cercando di non disturbarlo, ma nel sonno si avvicinò ancor di più alla mia mano sfrusciandosi contro di essa come un gatto in cerca di attenzioni. Sorrisi di quell'innocenza che non potevo che trovare tenera e poi iniziai a giocare con il suo orecchino, quello che gli avevo regalo per proteggerlo o meglio, solo perché credevo gli sarebbe stato bene. Ironia della sorte lo avevo regalato a un ragazzo dalle ali argentee e i capelli biondi, proprio come mia madre.

Perché non riuscivo a provare tristezza per quella somiglianza?

-Non hai sonno?- chiese la voce impastata del biondo aprendo gli occhi verdi da cucciolo, ero così vicino al suo viso che per la prima volta notai che oltre al verde, nascoste vi erano piccole sfumature ambrate che rendevano quegli occhi ancora più meravigliosi e misteriosi. Dietro di essi nascondevano mille sfaccettature che, sapevo, non mi sarebbe bastata una vita per trovarle tutte.

-Non molto- risposi baciando la punta del suo naso. Si sollevò per un momento, posando poi il suo capo sul mio petto nudo, l'orecchio sopra al mio cuore.

Restammo in silenzio, immobili in quella posizione: lui che ascoltava il mio battito cardiaco e io che gli accarezzavo la schiena creando piccoli cerchi invisibili.

-E' rilassante- disse Shade posizionandosi meglio vicino a me. Sorrisi e continuai a far scorrere le mie dita sul suo corpo mentre guardavo il soffitto.

-Ti è mancata?- chiese all'improvviso, la sua voce aveva uno strano tono che sembrava voler essere distaccato, ma non lo era.

-Chi?- gli chiesi non sapendo a chi si stesse riferendo.

Alzò lo sguardo e mi guardò, attento a captare ogni mia reazione. -Laila- rispose.

Alzai un sopracciglio e con un dito andai a schiacciare la punta del suo naso. Risi incontrollato, a causa della sua espressione oltraggiata e lui per vendicarsi tentò di soffocarmi con il cuscino, mettendosi seduto a cavalcioni sul mio ventre.

-Idiota, la mia era una domanda seria!- si lamentò. Il sonno completamente scomparso.

Addolcii lo sguardo e portando una mano dietro il suo collo, lo spinsi verso di me, baciandolo come gesto di scusa.

-Sei geloso- chiesi una volta che riaprì gli occhi e finì di umettarsi le labbra, assaporando il mio sapore che era rimasto su di esse. Il cuscino di nuovo mi arrivò in faccia, segno che era davvero così.

-Non sono geloso- precisò prima che potessi dire altro -Lo ero prima, quando ancora non avevo parlato con lei- mi rivelò. Le sue guance quel giorno sembravano essere perennemente destinate ad essere di un tenero rosso pomodoro.

Accarezzai la sua guancia e scostai una ciocca di capelli dietro il suo orecchio, sorridendo felice della sua gelosia che in realtà era ancora presente.

-Sì, mi è mancata- dissi sincero. Il suo viso si rattristò leggermente, anche se cercava di non dare a vedere quanto le mie parole l'avessero ferito -Ma quando ho conosciuto te, lei è stata l'ultimo dei miei pensieri. Shade, non provo nulla per lei. Io ... sì l'ho amata, non posso negarlo- i suoi pugni si strinsero stretti al cuscino mentre accusava le mie parole, affilate come pugnali che trafiggevano il suo cuore -Ma credimi quando ti dico che il mio amore per te non può essere comparato con nessun altro- gli tolsi il cuscino dalle mani e mi misi seduto, lui ancora seduto sopra di me che mi guardava come un cucciolo bastonato, che tuttavia capiva le mie parole, anche se non le accettava come era normale che fosse. Anche io, non avrei accettato che lui mi parlasse di chi aveva amato prima di me, che mi parlasse di quell'esperienza di cui mi importava relativamente. Avrebbe alimentato la mia gelosia, la mia possessività nei suoi confronti; perché, per quanto sbagliato che fosse, non potevo che considerarlo mio. Solo e soltanto mio. Un pensiero forse malato, forse giusto in amore, ma non mi importava. Lo amavo e ciò era abbastanza per giustificare quel sentimento.

-Derek- mi chiamò -Dimmelo ancora- mi pregò abbracciandomi.

Questa volta non chiesi nulla, mi avvicinai al suo orecchio e gli sussurrai ciò che voleva che dicessi, che gli avrei ripetuto all'infinito, fino alla fine dei nostri giorni:

-Ti amo-

 

PoV Gilbert

 

Sentivo ancora la rabbia ribollire dentro di me, ma trattenni il desiderio di far scoppiare ogni cosa, di infrangere anche i vetri della nostra stanza. L'acqua della doccia stava ancora scrosciando su di noi, io ancora vestito mentre lui nudo e schiacciato contro la parete. Gli bloccavo le mani per i polsi, sopra la sua testa per evitare che si ribellasse a me, il suo padrone, il suo amante.

Non mi importava se era un amico di infanzia di mio fratello, non mi importava se Mordred era il suo servo, io non avrei più permesso che questo si mettesse nei guai. Non per loro.

In realtà, ciò che più mi aveva fatto rabbia era che il mio demone non mi avesse detto nulla, che non avesse condiviso con me la decisione di combattere contro i mercenari infernali.

Semplicemente, quando mi ero risvegliato nudo nel nostro letto lui non c'era più, scomparso nel nulla senza aver lasciato neppure un biglietto.

-Gilbert, lasciami- lo disse senza convinzione, tentando debolmente di respingermi mentre marchiavo il suo collo.

-Chi è il tuo padrone?- chiesi, mordendo la sua spalla. Nonostante la violenza, si stava eccitando perché questo era Mordred: il mio amante perfetto.

-Io non ho nessun padrone- disse sfidandomi con quei bellissimi occhi di colore diverso: uno verde e uno dell'ambra che contrastavano con i suoi lunghi fili argentei che ora coprivano il suo corpo, ma non abbastanza per i miei occhi famelici che conoscevano ogni cosa di questo, tante erano le volte che lo avevo posseduto -Io ho solo un amante, che però sembra impazzito- mi sgridò. Sorrisi lasciando andare i suoi polsi che si erano arrossati e circondai la sua vita. Ascoltando la mia risata perse leggermente l'aria austera che aveva assunto, ma era ancora arrabbiato.

-Ora sanno di noi, cosa intendi fare?- chiese corrucciato. In risposta lo baciai, perché sinceramente non mi importava sapevano o meno di noi.

-Non mi pongo nessun problema, certo sarà meno eccitante ora prenderti ovunque cercando di non farci scoprire, ma ... non mi importa- mi tirò i capelli castani e io tornai a ridere.

I miei fratelli mi avevano sempre visto come un uomo calcolatore, dedito solo e soltanto al lavoro, ma solo Mordred conosceva la mia indole scherzosa e pervertita. Il suo carattere era l'unica cosa che sapeva domarmi, perché lui non aveva paura di me.

Mi sgridava incurante che io fossi uno dei suoi principi, mi trattava freddamente quando era arrabbiato, passionalmente quando eravamo soli e all'interno di una camera. Per lui ero uno come tutti gli altri, ma allo stesso tempo speciale. Mi amava e lo sapevo, come sapevo che eravamo perfetti per stare assieme.

Ci completavamo a vicenda, amavamo l'uno di difetti dell'altro ed eravamo entrambi possessivi e ligi al proprio dovere.

-Sei stato uno stupido- disse prendendo il suo viso con entrambe le mani, costringendolo a guardarmi -te ne sei andato senza dirmi nulla-

-Dovevo aiutare Derek- rispose lui come se quella risposta fosse una giustificazione sufficiente, ma questo non fece che aumentare la mia rabbia. Odiavo il rapporto che avevano, quella loro complicità che era nata anni or sono, quando erano ancora dei bambini insieme a Will. Il loro comprendersi con uno sguardo, il senso di protezione che provavano l'un l'altro e quell'amore incondizionato che era saldo come il metallo; era qualcosa che odiavo, che desideravo distruggere con le mie mani anche se sapevo che non era possibile, che non avrei mai potuto farlo se non volevo che il demone mi odiasse; eppure, lo desideravo ardentemente. Desideravo che Mordred potesse contare soltanto su di me, che potessimo parlarci con un semplice sguardo; invece, non era così.

Molte volte ci fraintendevamo a vicenda, anche se poi fare la pace era sempre il momento più bello.

Rotolare tra le coperte cercando di dominare entrambi l'uno sull'altro, non sapere mai chi sarebbe stato sopra quel giorno e quindi avesse "vinto" la sfida aperta tra noi due, perché era questo che noi eravamo: due tipi troppo orgogliosi per ammettere che uno dei due o entrambi ci sbagliavamo.

Era qualcosa che, però solo noi sapevamo, che davanti agli altri nascondevamo.

Riservavamo il momento di calare la maschera che portavamo da una vita, una volta chiusa la porta delle nostra stanza, quando famelici ci gettavamo l'uno nelle braccia dell'altro e ci baciavamo senza riserve, senza nemmeno respirare, perché anche se fossimo morti, non ce ne saremmo accorti, troppo concentrati a sentirci l'un l'altro ad amarci senza riserve.

Questo in un certo senso mi rendeva orgoglioso, sapere che c'era qualcosa che né Derek né Will conoscevano. La mia gelosia, però non spariva, soprattutto nei riguardi di mio fratello, il leader di quel trio. In molti lo avrebbero chiamato un complesso, una normale gelosia che provava un fratello minore, ma non era così. Vedere il proprio ragazzo guardare con ammirazione il proprio fratello, era qualcosa che mi mandava in bestia, perché mi sembrava di essere messo sullo stesso piano e non era questo che volevo. Anche se per Mordered io e Derek abitiamo in universi diversi, io volevo essere più avanti di tutti, volevo che guardasse solo me, che vedesse solo me.

-Non ti lascerò combattere per lui di nuovo- ringhiai afferrando i suoi glutei sodi e facendolo gemere mentre lo costringevo nuovamente conto il muro. Le sue gambe mi cinsero i fianchi, suo petto completamente a mia disposizione mentre le sue mani erano posate sulla mia camicia completamente bagnata.

-Non ho chiesto il tuo permesso- ansimò mentre tormentavo i suoi capezzoli.

-Ti legherò al letto, farò l'amore con te fino a farti perdere i sensi- lo minacciai. Sentii le sue unghie tentare di graffiarmi da sopra la camicia e sorrisi a quel gesto di ribellione; sapevo quanto odiasse e allo stesso tempo amasse essere messo alle strette.

Era così che lo avevo conquistato, così che ogni notte lo andavo a trovare. Gli parlavo maliziosamente all'orecchio facendo qualche battuta oppure lo sbattevo immediatamente contro una parete e lo baciavo fino a quando entrambi avevamo impellente bisogno di ossigeno, mischiando le nostre salive, danzando con le nostre lingue che roteavano e si suggevano l'un l'altra. Predavamo il senso delle nostra corporeità e non sapevamo più dove iniziava uno e dove finiva l'altro. Eravamo una sola anima costretta in due corpi, smaniosa di unirsi, sempre.

-Fallo e sarai tu a ritrovarti legato e alla mia mercé- rispose graffiante come una tigre bianca.

Presi una ciocca dei suoi lunghi capelli e la portai davanti alle labbra e mentre sorridevo, la baciai. Le sue guance divennero rosse, adoravo quando si coloravano di quel dolce colore che ti invitava a mangiarlo ancora di più.

-Sai che non dico mai no alle tue sfide,soprattutto quando in palio c'è il tuo corpo nudo e ansimante- dissi malizioso continuando a stringere quei fili morbidi argentati.

-Maniaco- mi definì, intrecciando le sue dita tra i miei capelli sorridendo malizioso quanto me.

-Questo maniaco ti ama alla follia- dissi riprendendo il controllo delle sue labbra.

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