When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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3. L'inizio di tutto

Una vita senza ricerca,
non è degna per l'uomo
di essere vissuta.
Platone.

 

Avevo un mal di testa terribile, ma soprattutto mi facevano male le braccia dove ormai sembrava non scorrere più una goccia di sangue a causa di tutte quelle ragazze che le stringevano come polipi una dopo l'altra e non volevano più lasciarle creando così gelosia alle altre, che volevano fare la stessa cosa e a peggiorare le cose vi era mia sorella, che urlava bellamente a tutte - e soprattutto troppo vicino alle mie povere orecchie - che solo a lei era concesso stringersi a me. Will mi guardava comprensivo, mentre cercava di far ragionare sua moglie, ma niente da fare; ancora mi chiedevo come avesse potuto accettare quell'ossessione morbosa che mia sorella aveva nei miei confronti. Tuttavia lui era Will, l'altro mio migliore amico oltre a Mordred, e forse è proprio in nome di questa amicizia non è mai stato geloso del rapporto che lega me e Riley o forse è solo perché l'amore è cieco e irrazionale. Io quell'amore l'ho provato solo una volta, ma quello stesso "amore" mi ha tradito e distrutto facendo in modo che mi chiudessi ancora di più in me stesso, così che non credessi più in esso o almeno non nel mio. Ormai per me quel tenero sentimento non esisteva più, l'unico amore che avrei provato, o così credevo, sarebbe stato quello fraterno e per gli altri solo indifferenza o amicizia. Allora pensavo che per me sarebbe stato impossibile amare ancora, ricostruire le ceneri del mio cuore spezzato, ma non è ancora ora di parlare di questo.

« Senti bene vecchia zitella, staccati immediatamente da mio fratello! » strillò Riley afferrando ancora più saldamente il mio braccio destro.

« Solo perché sei la principessa non vuol dire che tu possa darmi ordini, befana! »

« A chi hai dato della befana?! » urlò infuriata Riley alla rossa che stringeva il mio braccio sinistro. La fermai appena in tempo prima che le saltasse addosso e la riducesse in cenere, anche se mi sarebbe piaciuto, ma non credo che nostro padre avrebbe approvato l'idea. Riley, l'angelo che controllava il fuoco infernale, ricordavo ancora quando da piccola ci giocava come niente fosse, mentre qualsiasi altro essere, io compreso, mi sarei comunque procurato qualche ferita. Avrei davvero rivisto volentieri quei suoi spietati giochi, ma non potevo darle corda. « Riley-sama. » la richiamò Will afferrandole la mano e guardandola dritta negli occhi con i suoi insoliti occhi color del ghiaccio, allontanandola da me e dall'altra arpia prima che fosse troppo tardi. « Finalmente quella befana non ci infastidirà più Principe Derek.» questa volta la fulminai con lo sguardo. Con tutta la delicatezza possibile mi liberai dalla sua presa « Miss Falcony, la pregherei di non chiamare mai più mia sorella in quel modo. » le chiesi con un sorriso tirato e tutto il Bonton possibile, e poi avvicinandomi al suo orecchio le sussurrai « Fallo ancora e morirai.». Subito mi allontanai prima che qualche altra frivola oca mi si avvicinasse. Non ne potevo davvero più di quella festa, ed erano passate poco più di tre ore! Di questo passo sarei impazzito oltre che morto per quel lancinante mal di testa. Sospirando mi sedetti in disparte su uno dei divanetti a lato di quella enorme e lussuosa sala. Da quella posizione potevo vedere tutti e non essere visto se non da chi mi passava vicino. Potevo vedere le enormi tavolate imbandite dei più svariati cibi e le anime dei defunti passare di tavolo in tavolo riempiendo i preziosi calici d'oro col loro sangue, i miei due fratelli più piccoli giocare a rincorresi intorno all'albero di Natale insieme agli altri bambini, l'enorme orchestra infernale continuare a suonare imperterriti ogni tipo di valzer sulle cui note, al centro della sala, ballavano dame e signori. Tutto questo avrebbe dovuto darmi un senso di felicità, dopotutto tutti si stavano divertendo, eppure io non ci riuscivo. Mi sentivo come una rara rosa nera nata al centro di uno sterminato campo pieno di sole rose rosse e bianche, ma lontane da me chilometri. Ero semplicemente uno spettatore delle loro vite, una rosa che non avrebbe mai avuto una compagna.

"Puoi andare Derek." mi disse una voce che riconobbi subito come quella di mio padre. Subito mi voltai verso il trono a guardarlo stupito. "Chissà che questa giornata non ti sia più gradevole in giro per il mondo terreno che negli inferi." ridacchiò sempre parlandomi attraverso il pensiero, ma in quel momento non diedi importanza alle sue parole o al significato che vi stava dietro, semplicemente gli sorrisi grato e mi inchinai congedandomi per poi correre verso la mia unica via di fuga prima che quello cambiasse idea e così rimanere ancora lì ad annoiarmi e rimuginare.

Uscito da quella porta che mi fece entrare, spiegai le mie ali e inizia a librarmi avanzando verso il mondo terreno sentendo un vago senso di libertà; infatti, nessuno quel giorno mi avrebbe seguito, nemmeno Mordred, nessuno mi avrebbe chiamato per qualche ora "principe" e sarei rimasto solo, solo su quel tetto che ogni giorno mi ospitava e mi cullava nella sua solitudine nascondendomi da tutti e dal mondo stesso.

Amavo e odiavo la vista da quel terrazzo: il giorno potevo vedere le persone, ignare che io le stessi osservando, camminare per le strade e osservare le loro espressioni e le loro emozioni, i loro volti, ma poi mi ritrovavo a pensare che forse proprio quel giorno o uno dei giorni successivi avrei potuto far loro visita e cogliere le loro anime e questo mi feriva, proprio come mi ferì a morte quando a soli otto anni dovetti mietere l'anima di mia madre. Quella fu anche la prima volta che il mio cuore si infranse. La notte, invece, da là sopra potevo osservare le luci brillanti oscillare in quell'enorme città di cui io stesso ignoravo il nome e mi sentivo bene e in pace con me stesso, ma forse era dovuto perché lì era così alto, perché lassù nessuno mai saliva e potevo godermi quel pizzico di libertà e riconciliarmi con la mia vecchia e unica amica: la solitudine.

"Aiuto" sentii improvvisamente. Mi guardai attorno in cerca di chi potesse aver rotto quello splendido silenzio, ma lì non vi era nessuno. Mi grattai il retro della testa credendo di essermi immaginato tutto e tornai ad osservare così la splendida vista della città ancora dormiente. "Qualcuno mi aiuti." eccola di nuovo quella voce a me sconosciuta che mi rimbombava nella testa disperata. «Perché tutte a me?» chiesi sbuffando e maledicendomi. Sapevo che se avessi aiutato quella voce sarei finito nei guai, me lo diceva il mio istinto, e forse se l'avessi ignorata sarebbe stato meglio, ma poi non avrei mai potuto conoscere Lui.

«Cosa volete ancora da me?!» urlò quel ragazzo dai capelli biondi come il grano illuminato dalla luce solare che penetrava flebilmente in quel vicolo e sul punto di piangere. «Non mi avete già perseguitato abbastanza?» chiese a quello che sembrava il nulla. Si accasciò a terra tremante, stremato da quella che doveva essere stata una lunga corsa e mormorando qualcosa che non riuscivo a sentire. Poi eccole, quelle piccole creature che avrebbero dovuto essere innocue: i goblin. Così piccoli da poter sembrare indifesi, ma solo se presi singolarmente. Quelli che circondavano quel misterioso ragazzo non erano solo quattro o cinque piccole creature a cui piaceva fare ogni tipo di scherzo, ma un vero e proprio esercito di goblin arrabbiati e assetati di sangue. «Oh cucciolo umano, non temere.» disse uno di loro in quell'antica lingua che ormai era dimenticata «con noi troverai una morte veloce e indolore. Dovresti esserci grato per avere la gentilezza di toglierti questa maledizione.» rise sguainatamene rompendo la tranquillità di quel vicolo, ma non la tensione che vi aleggiava. «Hai un ultimo desiderio?» il biondo sorrise tristemente guardò la luna e ancora una volta potei sentire i suoi pensieri, anche se non sapevo spiegarmi perché. "E' così egoistico Dio chiedere di poter vivere ancora un po'? So che esiste da qualche parte la mia felicità, vorrei solo poterla afferrare per un momento anche se poi mi venisse strappata immediatamente. Il mio ultimo desiderio è sapere cosa sia la mia felicità, ma chiedo troppo vero?". «Nessun desiderio.»

La creatura annuì e poi diede il segnale ai suoi simili, ma prima che potessero anche solo muoversi e io di pensare, ero già al fianco del ragazzo. Tutti mi guardarono: i goblin con il terrore negli occhi, il ragazzo con stupore. «Sparite.» ordinai e quelli subito si dileguarono nel buio senza farselo ripetere due volte. Sospirando e mettendo le mani in tasca ai miei jeans in pelle nera feci per andarmene; la mia azione samaritana del giorno l'avevo fatta. «Perché?» chiese afferrandomi saldamente per la maglietta nera che indossavo impedendomi di andarmene. «Perché cosa?» dissi senza voltarmi a guardarlo. «Perché mi hai salvato?» mi lasciò la maglietta e fece un passo indietro attendendo la mia risposta. Non sapevo cosa rispondergli, perché anche io non mi spiegavo quell'irrazionale gesto a cui potevo dare colpa alla mia indole gentile o a quei suoi pensieri struggenti che forse erano così simili ai miei anche se facevo fatica ad ammetterlo. «Perché?» urlò quando per lui il silenzio fu abbastanza. Feci per girarmi e dirgli di lasciarmi in pace, ma prima che potessi aprire bocca me lo ritrovai tra le braccia privo di sensi.


 

Osservavo il suo viso tirato in una smorfia di dolore, forse stava avendo un incubo. Ancora non mi capacitavo di come avessi potuto salvare questo ragazzo sconosciuto e poi portarlo nel mio "luogo segreto" e non lasciarlo privo di sensi nel vicolo, ma forse la risposta l'avevo già: ero troppo gentile - anche se non volevo dimostrarlo - e non sapevo abbandonare gli altri in difficoltà nonostante sapessi bene che sarebbe stato meglio non immischiarsi in faccende che non mi riguardavano, portavano solo guai. Finalmente sembrò stesse per svegliarsi; infatti, qualche attimo dopo aprì timidamente gli occhi dove potei scorgere due pozze verdi come un'immensa distesa d'erba di un color smeraldo che poteva benissimo far invidia a quello di mia sorella. «Dove sono?» chiese mettendosi seduto e stropicciandosi gli occhi. Trattenni a stento un sorriso osservando la sua figura così simile a quella di un gatto con i capelli spettinati e la faccia ancora insonnolita. «In un posto.» gli risposi vago. «Se stai meglio posso anche andarmene.» mi staccai con la schiena dalla parete su cui ero stato appoggiato tutto il tempo vegliandolo. «Aspetta!» mi fermò «Non mi hai ancora risposto.»

Quel ragazzo non sapeva proprio demordere. «Perché mi andava.» alzai le spalle e stavolta fui sicuro che mi avrebbe lasciato andare. Lo sorpassai e poi salì sul bordo del terrazzo «Ci vediamo.» dissi prima di buttarmi giù facendo prendere un colpo al ragazzo. Prima che però potessi scomparire verso l'orizzonte dove iniziavano a stagliarsi i primi raggi del sole potei sentire la sua voce trasportata dal vento dirmi grazie.

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