When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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25. L'angelo del sacrificio

E le fiamme non si placarono,

troppo potenti per essere sopite con un soffio di vento.

Solo il tempo avrebbe potuto spegnerle,

ma forse erano destinate a danzare per sempre;

Zampillare rinvigorite con le emozioni umane,

potenti e impossibili da estinguere

 

K u r a m a.

 

PoV Derek

 

Erano passati esattamente sei mesi e nove giorni da quando lui mi era stato portato via.

Mesi in cui non avevo potuto godere delle sue labbra, della sua voce, delle sue dita accarezzarmi il viso e quegli occhi guardarmi e donarmi tutto l'amore che aveva concesso di darmi il mondo.

Nove mesi e sei giorni di agonia, mentre fingevo di essere tornato il vecchio Derek: quello accondiscendente, silenzioso e privo di emozioni.

Ero quello che si definiva un burattino, ma questo riguardava solo la superficie, perché dentro di me l'odio mi stava logorando, facendo urlare quella parte di me che mi era stato insegnato a controllare e legare.

Assaporavo ormai il giorno della mia gloria, ogni sera o quando non ero osservato mi umettavo le labbra per sentirne il gusto dolce che aveva la vendetta che pazientemente avevo aspettato fino a quel momento di consumare. Lo avrei ucciso, avrei ucciso tutti e il solo pensiero faceva crescere in me la voglia di sangue, di potere e una sete insaziabile di azioni malvagie.

Mi avevano strappato Shade dalle braccia, lo avevano costretto ad uccidersi e macchiare il suo corpo del suo stesso sangue; sapevo che la morte non me lo avrebbe ridato, ma mi avrebbe fatto stare meglio, molto meglio.

Guardai le spalle di mio padre, gli occhi rossi che ardevano di puro odio e rabbia, gli unici sentimenti che mi erano rimasti dopo la sua morte.

Avevo dimenticato anche cosa fosse l'amore, chi fossi io davvero.

Per una volta sarei diventato ciò che Lucifero voleva: una macchina assetata di sangue, ma al contrario dei suoi piani ciò sarebbe stato a suo discapito.

 

*

 

Quella sera fu quella propizia per il piano che fin da quel giorno era sorto nella mia mente. Approfittando di una delle tante feste, sgattaiolai via da palazzo senza essere notato particolarmente; per una volta essere un principe aveva i suoi vantaggi.

Nascosto da un mantello nero mi avviai alla città, anche essa in festa e proprio in piazza mi fermai. Osservai tutti quei demoni e li odiai per quel loro volto spensierato, per quel sorriso che ornava la loro faccia ignara di quel dolore che mi logorava da dentro e mi aveva fatto impazzire, anche se in realtà non era il verbo giusto.

La pazzia spettava a coloro che non sapevano ciò che stavano compiendo, io ero un folle alla ricerca dell'acqua che avrebbero fatto sbocciare i semi della vendetta e i cui fiori avrebbero cantato dolci lodi tra le urla e le preghiere di coloro che stavano morire per la mia mano.

Io avevo un obbiettivo, uno scopo chiaro e preciso; così limpido nella mia mente che mi sembrava di poterlo accarezzare anche se non aveva corpo, anche se i sogni non erano composti da materia. Passai tra la gente, come ogni volta lo cercai invano; perché sì, ancora lo cercavo.

Ancora bramavo che da un momento all'altro lo avrei riavuto tra le mie braccia. Solo quando lo avevo perso, l'amore immenso e incondizionato che avevo per lui mi aveva investito fino a rendermi vuoto tranne che di un odio cocente, ma non verso colui che mi era stato tolto e di cui ormai non sapevo più nemmeno pronunciare il nome né verbalmente né nella mia testa.

Lo provavo per colui che me lo aveva tolto, per colore che ignari della sua morte continuavano a vivere mentre a me era stato tolto tutto: il respiro, l'anima, il cuore, l'amore, la felicità e la pace.

Mi era rimasto solo un'enorme rancore che mi stava rovinando, ma non mi importava perché lui non era lì e io ero morto con lui quel giorno; insieme a quell'ultimo bacio che mi ero concesso, ma freddo e distante a causa di quel sonno eterno che me lo aveva portato via.

Perché se io ero la morte non ho potuto salvarlo? Perché se ero la morte non ero stato io ad accoglierlo tra le mie braccia e portarlo via? Tante domande mi attanagliavano lo stomaco, lo comprimevano e lo dilatavano, scalciavano come un bambino all'interno della pancia della madre. Un suono sordo, che solo chi le ospitava poteva sentire.

Un dolore acuto che ti prendeva inaspettato e improvviso e ti piegava in due, che ti lacerava come un coltello che ti entrava nelle carni e separava la tua carne indifferente alle ossa che compongono il nostro corpo.

Domande che potevano essere comparate al sangue che usciva da tali ferite, copioso e inarrestabile come un fiume se non fermate.

Odio, dolore. Dormire e non dormire. Era questo a ciò che pensavo mentre appiccavo un enorme incendio che sapevo avrebbe consumato ogni cosa, mentre ignoravo il dolore delle mie mani che avevano toccato quel fuoco infernale che era letale per gli abitanti stessi.

Non esistevano innocenti, ma solo colpevoli. Per la sua morte e per la mia.

Le fiamme subito iniziarono a divorare ogni cosa e io le accarezzavo con la mano, mentre dopo mesi un sorriso si apriva sul mio volto accentuando quella luce folle che brillava nei miei occhi insieme al riflesso del fuoco.

Le urla iniziarono poco dopo e il mio cuore si rigonfiò e per un momento ricominciò a battere facendomi sentire di nuovo vivo.

Mi costrinsi a lasciare la vista delle fiamme e lento iniziai a camminare tra la folla che cercava un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

C'erano bambini che piangevano, altri che cercavano i loro genitori, altri ancora che venivano protetti da quelle braccia forti che avevano dato loro la vita.

Gli adulti correvano, intimoriti per la loro vite, egoisti di fronte a coloro che avevano bisogno di aiutato e venivano divorati dalle fauci ardenti e bollenti di quelle lingue rosse.

L'odore di cenere già acre e pesante, divenne più acuto mischiato con quello di carne bruciata e mi sentii sollevato nel sapere che non sarei più stato io a dover raccogliere le loro anime.

Non ero più demone, ma nemmeno angelo.

Ero qualcosa a metà tra i mondi, qualcosa che raramente si veniva a formare.

Lo avevo nascosto a tutti, a tutti avevo nascosto quelle ali rosse che ora spiegai e che adattavano perfettamente a quel luogo che da nero si era dipinto di quel colore purpureo e brillante, tuttavia non mi bastava.

Volevo più rosso, più urla, più morte e quello sapevo già che era solo l'inizio.

L'inferno era solo il mio primo scenario, presto sarebbe toccato anche al paradiso, perché anche loro avevano una colpa; una colpa che aveva portato tutto questo: erano stati loro a pronunciare la profezia.

L'avrebbero pagata, la mia mano avrebbe accarezzato le loro gole alla fine, mentre la mia spada si macchiava di quel sangue empio e pieno di peccato mascherato dall'ipocrisia.

Sorrisi quando le guardie arrivarono e mi videro.

Era venuto il momento di sporcarmi del sangue di quelli che una volta erano i miei fratelli.

 

PoV Shade

 

Quando riaprii gli occhi la prima cosa che vidi furono i rami di quel ciliegio che intravidi la mia prima volta giunto in quel luogo che mi aveva accolto insieme all'inseparabile profumo di cenere. Lentamente mi misi a sedere, i muscoli intorpiditi dalla mia lunga immobilità. Per quanto avevo dormito?

I petali rosa, morbidi come le labbra a un primo bacio, ricaddero silenziosi tra il leggero manto d'erba. Ne presi uno tra le mani e poi lo lasciai cadere, ancora faticavo a credere che tutto ciò che era successo fosse vero, ma le piume che ancora stringevo erano lì, strette nella mia mano che salda non voleva lasciarle andare.

Ciò a cui non ero preparato erano le urla che giunsero lontane alle mie orecchie. Urla strazianti, piene di dolore e paura.

Lentamente mi alzai, aiutandomi con il tronco di quell'albero che mi aveva protetto per tutto il mio lungo sonno. Le mie gambe tremavano, dolevano mentre riprendevano confidenza con il sangue che tornava a fluire all'interno delle mie vene, i miei polmoni bruciavano come fuoco mentre tornavano a cibarsi di ossigeno e i miei occhi dolevano mentre si riabituavano a vedere la luce del fuoco rosso che si stagliava davanti a quel luogo sacro che ospitava le anime perdute.

Cercai invano di capire cosa stesse succedendo, ma ero ancora troppo debole e lontano per poter ragionare o vedere meglio. L'unica cosa che capii in quel momento era che tra quelle urla poteva esserci anche Derek e fu questo a farmi muovere nonostante il mio corpo protestasse.

Iniziai a correre, inciampai innumerevoli volte, ma non mi importava. Io dovevo andare da lui, dovevo assicurarmi che stesse bene era solo questo che mi importava mentre correvo a perdifiato, ignorando il dolore e il sangue che colava dalle mie lievi ferite.

 

Quando arrivai in città il paesaggio era mutato. Il nero si era sostituito al rovente rosso del fuoco e provai paura, ma non per me.

Mi buttai controcorrente, mentre gli abitanti si dirigevano dalla parte opposta a quella che io stavo seguendo. Più volte rischiai di cadere, più volte venni sbattuto contro un muro battendo anche la testa a causa della folla che pensava solo a se stessa e alla propria incolumità, ma io continuai per la mia strada, mi fermai solo quando sentii il pianto di un bambino che era appena caduto a terra.

Mi fiondai da lui, con il cuore in gola, mentre pregavo di arrivare in tempo prima che lo calpestassero.

-Va tutto bene?- chiesi prendendolo tra le mie braccia, ma lui continuava a piangere e a chiamare quella madre che probabilmente era ormai troppo lontana per udirlo.

Mi guardai intorno, ma nessuno sembrava cercarlo o notarci.

-Va tutto bene.- gli sussurrai nel tentativo di consolarlo, ma lui non mi ascoltava.

Altre urla in quel momento si alzarono, mentre le fiamme divoravano inarrestabili tutto ciò che toccavano. La stibnite brillava incandescente, mentre il fuoco l'abbracciava e la usava come palco per danzare e ancora una volta sentii l'ansia prendermi mentre pensavo a Derek. Il non sapere dove trovarlo mi rendeva folle, mentre sentivo crescere la nausea a causa della preoccupazione.

“Dove sei? Stai bene?” la mia mente continuava a porsi queste domande, mentre la bocca del mio stomaco si chiudeva e si lamentava. Un dolore proprio in quel punto mi piegò in due, ma venni riportato alla realtà dal pianto di quel bambino che si stava sicuramente ponendo le mie stesse domande.

-Cerchiamo la mamma.- dissi iniziando a seguire le persone che fuggivano di gran lena, non potevo permettere che quel bambino che tenevo stretto tra le braccia morisse. Ero stanco della morte, ero stanco di ogni cosa; se ero tornato lo avevo fatto per lui e questa volta per trovare la nostra pace.

Vagai per ore, mentre quel piccolo corpo tremava e continuava a piangere, stringendo quelle sottili braccia al mio collo. Lo lasciai andare solo quando arrivammo dove le fiamme non erano ancora giunte.

Nessuno sembrò badare a me, mentre i volti dei fuggitivi era pallido e incredulo.

Alcuni piangevano la morte dei loro cari, altri li cercavano in preda alla disperazione.

-Sembra sia stato il principe.- sussurrò un vecchio a un altro, credendo di non essere udito. L'altro annuì serio e rammaricato, ma a me bastò solo quell'ultima parola per capire cos'era successo.

 

Tornai sui miei passi, corsi di nuovo controvento verso quella città divorata tra le fiamme sicuro di trovarlo ancora lì. Nella mia mente urlavo il suo nome, come nella speranza che ciò bastasse per potermi portare da lui.

Sfidai le fiamme, corsi a perdifiato senza mai fermarmi. Il dolore finalmente scomparso e le piume che non avevo mai lasciato strette nella mia mano.

Non andai a palazzo, sapevo che quello sarebbe stato l'ultimo luogo dove sarebbe andato, perché quella era da sempre stata la sua prigione.

Non sapevo perché, ma corsi dritto verso la piazza del mercato, quell'enorme piazza composta da ciottoli e al cui centro sorgeva una piccola fontana; il fulcro della città.

Mi fermai solo quando vidi la sua figura rimanere immobile e guardare verso il cielo come ad aspettare qualcosa o qualcuno. Mi avvicinai lento, mentre le lacrime cadevano copiose bagnando il mio viso, il cuore che batteva all'impazzata nel mio petto a causa della felicità che provavo nel sapere che ero arrivato in tempo.

Non mi curai dei corpi che giacevano esamini per terra, divorati dalle fiamme o feriti mortalmente da una spada. I miei occhi erano solo per quell'alta figura dai capelli mori con alcune ciocche rosse, quel viso spigoloso sporco di sangue che ero sicuro non fosse suo; attratti da quei muscoli contratti e pronti ad attaccare, da quell'enorme daga che stringeva tra le sue mani e la cui lama portava il nome di innumerevoli morti e infine da quelle ali rosse, come tutto ciò che lo circondava.

-Derek.- lo chiamai fermandomi a pochi metri da lui, un sorriso che nasceva spontaneo mentre ignoravo quella voce nella mia mente che mi diceva che non dovevo illudermi. Dopotutto non sapevo se mi avrebbe mai perdonato per ciò che avevo fatto, per averlo lasciato solo mentre lui si batteva per noi.

Si voltò verso di me e il mio sorriso morì nel scontrarmi con quegli occhi spenti. Dov'erano finiti i suoi occhi rossi vivi di emozioni ardenti? Pieni di quelle fiamme vive che avevano zampillato fino a colpire il mio cuore arso di paura?

Preso dal panico corsi verso di lui e mi gettai tra le sue braccia. Non doveva finire così, non lo avrei permesso.

-Derek.- lo chiamai ancora nascondendo il mio viso contro il suo petto, mentre lui rimaneva statico, immobile in quella posizione.

-Shade.- mormorarono le sue labbra, ma la sua voce era distante, come lo era quel sorriso mentre lasciava cadere la spada a terra con un suono vibrante e pesante.

-Sono qui. Sono tornato per te.- esalai contro la sua pelle, stringendolo ancora più forte come a promettergli che non mi sarei mai più allontanato, a confermargli che non stava sognando.

Rimase immobile, il suo volto ricordava tanto quello di qualcuno che aveva appena visto un fantasma e forse era proprio così, perché dopotutto io dovevo essere morto.

Alla fine a trovarmi furono le sue forti e calde braccia insieme ai suoi occhi rossi e alla sua bocca al sapore di liquirizia; ad avvolgerci, per donarci ancora più intimità, le sue ali ora rosse e non più nere e argentee.

Quando si staccò dalle mie labbra, posò la sua fronte sulla mia chiudendo gli occhi.

Inspirò profondamente e strinse i miei fianchi possessivo. -Sei tornato.- sussurrò sorridendo mentre alcune lacrime iniziarono a bagnarli il volto. Le sue mani lente risalirono fino ad arrivare al mio viso richiudendolo a coppa.

-Per sempre- gli dissi deciso a non lasciarlo mai più.

Mi alzai sulle punte dei piedi e di nuovo ricongiunsi le nostre labbra suggellando quella promessa che questa volta non avrei infranto.

Vedere gli occhi di Derek così vuoti, nessuna emozione solcare il suo viso era stato come morire una seconda volta, non avrei più permesso a nessuno, nemmeno a me stesso, di togliergli di nuovo il suo sorriso, il suo calore.

Avevo sacrificato me stesso per salvagli la vita, ma se questo significava comunque farlo morire, in un modo più atroce e lento, allora non ne valeva la pena.

-Come hai fatto a tornare?- mi chiese riaprendo finalmente gli occhi e guardandomi serio e allo stesso tempo timoroso di conoscere la risposta.

-E' una lunga storia- scostai lo sguardo puntandolo sulle sue ali rosse e allungando una mano per accarezzarne le piume -E ora non abbiamo molto tempo- sentenziai.

-Non vuoi dirmelo?- mi chiese leggermente arrabbiato.

Ripuntai lo sguardo verso di lui e scossi la testa.

-Non è questo- affogai in quelle pozze cremisi, mi sentii risucchiato e un'impellente voglia di baciarlo e di abbandonarmi completamente a lui mi assalii.

Quanto tempo era passato da che ci eravamo uniti completamente?

-E allora cosa?- nascosi il volto nell'incavo di suo collo, di nuovo.

L'odore prepotente di cenere invase le mie narici cullandomi e portandomi a casa.

-Prima c'è una situazione da risolvere- mormorai protetto da quell'anfratto.

Mi immaginai il suo sopracciglio alzato e stirai le labbra in un sorriso.

-Quale?- chiese accarezzandomi la schiena.

 

Pov Derek

 

Lo presi in braccio, per nulla convinto di ciò che l'altro voleva fare. Anche se era tornato il mio spirito di vendetta non si era ancora sopito e volevo ancora vedere quella città bruciare mentre io la osservavo dal centro tenendo stretta la sua mano.

Spiegai le mie ali che crearono un forte vortice di vento che spensero persino le fiamme che erano presenti nell'enorme piazza, mi innalzai in volo, mentre il biondo teneva le sue braccia intrecciate al mio collo e dandomi una sensazione di quiete infinita, tanto che mi sentii stanco. Da quanto tempo non dormivo? Ma avrei dovuto aspettare perché ora altre erano le mie priorità. Esattamente due: sbrigarmela alla svelta e portare Shade lontano dall'inferno in un luogo dove nessuno avrebbe potuto raggiungerci e farlo mio e non solo una volta.

-Ce l'hai con me?- chiese sussurrando e io sorrisi a quell'insicurezza che era tipica di lui. Così forte eppure allo stesso tempo così fragile.

-Ti amo.- risposi invece baciandolo vorace, mentre il più lentamente possibile mi dirigevo verso l'interno della reggia di mio padre. L'ultimo uomo che volevo vedere vivo.

-Ti amo anche io.- sussurrò emozionato, con un filo di voce, ma chiaro al mio orecchio. Sorrisi mentre pensavo a lui come a un rubino, rosso e caldo come un cuore pulsante, mentre io ero un diamante freddo e trasparente, pieno di mille sfaccettature e duro da scalfire.

Un paragone che poteva sembrare insignificante, ma che per me raccoglieva perfettamente la nostra esistenza perché il diamante aveva finalmente trovato qualcuno che lo rendeva ancora più prezioso.

 

 

PoV Shade

 

Mi costava essere lì, perché volevo essere in tutt'altro luogo, ma finché la mano forte di Derek avrebbe stretto la mia non sarei mai caduto.

Rientrare nel luogo dove avevo visto la mia fine era strano, ma cosa non lo era? Ormai mi ero abituato a tutte quelle stranezze; dopotutto non era più strano essere tornati dalla morte e essersi innamorati di un demone e scoperto di essere il figlio non di un semplice angelo, ma uno dei più potenti arcangeli dell'intero paradiso?

Lucifero era lì, statuario, su quel suo trono che non accennava a voler lasciare.

Orgoglioso come sempre, furioso per quella città ora andava a fuoco e che aveva faticosamente costruito dopo la sua caduta.

-Dovevo aspettarmela una cosa del genere. Sei sempre stato un tipo impulsivo e a cui è sempre piaciuto giocare con il fuoco.- non sembrava per nulla sorpreso della mia presenza quando spostò lo sguardo su di me e ghignò. Fu solo per un momento, eppure era come se lui avesse sempre saputo ogni cosa.

-Cercavo solo vendetta. Potete biasimarmi, padre? Non siete stato forse voi a insegnarmi tutto quello che so?- chiese il moro al mio fianco, rispondendo irriverente come ogni volta. Eppure a differenza della prima volta, avevo come la sensazione che quelle battute pungenti con cui entrambi si rispondevano rispecchiava qualcosa di solo loro.

Guardai entrambi e nonostante la situazione fosse tesa vedevo in loro un padre e un figlio, entrambi cocciuti e orgogliosi del proprio essere. Possessivi verso coloro che amavano, freddi verso gli altri, ma più caldi di quanto in realtà non credessero.

-Hai dato fuoco alla mia città, Derek. Questa è più di una vendetta.- gli fece notare Lucifero mentre si alzava e scendeva quelle scale che lo poneva su un piedistallo al disopra di tutti.

Derek ghignò, orgoglioso e per niente pentito, ma già lo sapevo che se avesse potuto avrebbe fatto bruciare un milione di volte quella città.

-Voi avete tolto a me chi amavo e io ho tolto qualcosa che amavate a voi, padre. Credo sia uno scambio equo.- l'imperatore rise, di gusto, per niente arrabbiato. Perché non lo era? Forse non lo avrei mai capito.

-Taglierei quella tua lingua se non fosse che ormai non sei più né un demone né mio figlio.- rivelò Lucifero arrivando dinnanzi a me e porgendomi una piuma nera che presi unendola alle altre che non avevo mai lasciato.

-Che significa?- chiesi. Più questa storia andava avanti, più mi sentivo confuso e frustrato.

Il re degli inferi mi sorrise comprensivo, quasi paterno mentre mi si allontanava a causa del ringhio basso, ma ben udibile di Derek. Non fu per paura, ne ero sicuro, ma quasi come un ultimo gesto da un padre per quel figlio che tanto amava.

-Tieni salde quelle piume, ti serviranno per vivere nell'unico luogo a voi concesso.- spiegò enigmatico prima di rivolgersi al figlio:

- Derek Alone Lucifero II Lolanvy, sei destituito dal tuo titolo di principe ed erede al trono. Da questo momento il tuo nome sarà Derek Lolanvy, il nuovo angelo del sacrificio.- il suo tonno era solenne, altero e freddo. Era come se stesse leggendo un qualsiasi emendamento e non dicendo addio a suo figlio. -Da questo momento in poi sarai esiliato nei cieli di mezzo, terra neutrale. Il Paradiso, la Terra e l'Inferno ti rinnegano.-

Guardai Derek, che guardava il padre altrettanto freddo e apatico. Tuttavia quella maschera durò poco, perché un sorriso si dipinse sul suo viso e poi voltandosi verso di me mi baciò passionale, mostrandomi tutta la sua gioia; una gioia che non comprendevo, ma avrei rispettato.

Chiusi gli occhi e ricambiai, completamente risucchiato da quelle labbra che lambivano le mie e quella lingua che subito cercò la mia appena gli permisi di accedere alla mia bocca.

Lucifero tossicchiò, ma noi lo ignorammo troppo bramosi di quel contatto che ci era mancato.

Ci separammo quando ci mancò l'ossigeno e poi rosso in volto sia per l'imbarazzo che per il gesto appena compiuto, guardai il moro più grande.

La prima domanda che mi balzò in testa fu perché non avevo paura di lui? Dopotutto il nostro ultimo incontro non era stato dei migliori, ma il calore di Derek mi diede subito la risposta e gli fui grato di essere lì al mio fianco. Ma avevo un'altra domanda in serbo per quell'uomo austero.

-Cos'è un angelo del sacrificio?-.

-E' una creatura che in realtà non è né demone, né angelo.- rispose, mentre Derek mi abbracciava più possessivo. Potevo quasi percepire il suo terrore, quella paura così forte che ormai si era radicata in lui; il timore che potesse di nuovo perdermi. Posai una mano sulla sua e mentre ascoltavo Lucifero mi cullai anche del suo profumo. -E' molto rara. Sei stato tu a cambiarlo Shade, ti sei sacrificato per lui con un amore così puro che ha fatto tremare i piani ancestrali, che ha fatto invidia perfino a Dio.-

Il figlio del re ringhiò quando l'altro pronunciò il mio nome. -Non osare dire il suo nome.- sibilò, gli occhi rossi che sembravano prendere fuoco e l'imperatore gioì di quella rabbia, mentre io iniziavo sempre di più a credere che fosse un loro gioco, l'unico modo che conoscessero per interagire tra loro da quando Elisabeth li aveva lasciati e insieme a lei quel ponte che li univa.

 

PoV Lucifero

 

Li osservai andare via.

Avevo appena perso mio figlio, l'unica cosa che mi era rimasta di lei.

-Prenditi cura di lui, Shade.- pregai quando ormai se ne erano andati, parlando per la prima volta come padre senza nascondermi dietro la maschera del mio ruolo.

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