When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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14. In chiave di Sol

Dove le parole finiscono, inizia la musica.

Heinrich Heine

 

Pov Shade

 

Mi rinchiusi in una piccola stanza al piano superiore. Will mi aveva concesso qualche ora per pensare alla mia risposta, ma io non sapevo davvero cosa fare. "Cosa voglio realmente?" mi chiesi tra me e me poggiandomi con la schiena alla porta di legno e lasciandomi scivolare verso il basso.

Portai le ginocchia al petto circondandole con le mie braccia e vi nascosi il volto, a eccezione degli occhi che guardavano un punto impreciso della stanza.

Per un po' pensai alle parole di Margaret e di Riley.

La prima aveva ragione: io non ero mai stato un codardo, non amavo scappare davanti alle difficoltà tranne quando erano troppo grandi anche per me come i demoni che fin da bambino mi davano la caccia, come avrei potuto batterli da solo? Non ne avevo il potere, non da solo.

Ora, però non lo ero. Con me c'erano Margaret, Riley, Will, i gemelli e anche Derek.

Ecco cos'era cambiato, ora non ero più solo. Vicino a me si era creata una piccola e calda cerchia di persone che senza accorgermene erano entrati nel mio cuore scavalcando quel muro che avevo sempre tentato di erigere, anche se con scarsi risultati. Dopotutto erano sempre stati gli altri a scansarmi, a soprannominarmi "Shade il maledetto" e questo fin da quando avevo nove anni, quando fui messo in orfanotrofio, poiché nessuno poteva occuparsi di me, o per meglio dire non volevano.

Mia madre mi ebbe quando aveva solo diciannove anni, da quel che potevo ricordare, mia nonna a causa del fatto che non fosse sposata la scacciò via e non volle più vederla. Poi si sposò con quello che fino a poche ore prima credevo fosse il mio vero padre: Steave.

Quando entrambi morirono quella notte, io rimasi per sempre solo. Mia nonna si rifiutò di prendermi con sé, dicevo che ero il bambino del demonio, che l'aveva avvertita lei sua figlia che non avrebbe ricevuto niente di buono facendomi nascere, se non sventure.

Derek aveva detto che io non ero un mostro, ma dentro di me non potevo altro che definirmi in questo modo.

Quella donna aveva ragione: era colpa mia se mia madre e il suo compagno erano morti. La loro unica colpa era stata quella di lasciarmi vivere, di avermi protetto quella sera quando uno dei tanti demoni che mi assillava fin da quando era in fasce mi attaccò.

Ricordavo ancora vividamente quelle sera, come se fosse oggi: le fiamme stavano divorando l'intera casa, mia madre mi teneva stretto tra le sue braccia mentre tentava di proteggermi dal fumo, dallo stesso fuoco e mi impediva di vedere. Ricordo ancora le lacrime che stava piangendo, le parole che mi sussurrava nell'orecchio mentre cercava di calmarmi tra un colpo di tosse e l'altro; infine ricordo la sensazione del suo sangue caldo sulle mie piccole mani che la stavano stringendo, quel liquido rosso scendere dal suo corpo, togliendole piano la vita e i suoi occhi blu come il mare di notte guardarmi mentre piano si stavano spegnendo. Ero ancora troppo piccolo allora per sapere cosa fosse la morte, ancora troppo ingenuo per capire a fondo le parole che mia madre mi aveva sussurrato quella notte prima di morire. Non so per quanto tempo provai a scrollarla e a chiamarla, sapevo solo che la figura che l'aveva ucciso mi stava guardando, era lì in piedi davanti a me e sorrideva. Si stava gustando il momento, aveva assassinato chi mi proteggeva e a me sarebbe toccata la stessa sorte, avrebbe preso il mio sangue, così speciale, pregiato e sarebbe diventato il più potente essere di questo mondo. Nessuno avrebbe potuto contrastarlo e tutto a causa del mio vero padre: un angelo, come avevo appena scoperto.

Quella sera sarei dovuto morire, eppure ero ancora vivo, protetto da quella strana sfera di luce di luce che era scesa tra le fiamme e si era frapposta tra me e quell'uomo che impugnava un affilato coltello sporco del sangue di mia madre e del suo compagno.

Era bastata solo quella luce cangiante e il mio carnefice era stato ridotto in cenere.

Lo aveva sconfitto, mi aveva salvato e poi se ne era andata com'era venuta lasciando nel fuoco un'unica frase: "Ti proteggerò sempre". Una voce maschile, dolce e rassicurante che mi pareva di aver già sentito da qualche parte.

Mi scompigliai i capelli e mi impedì di piangere, non era il momento di ricordare. Dovevo guardare al presente, trovare la risposta alla domanda che Will mi aveva proposto.

Mentre mi guardavo attorno, come se avessi potuto afferrare la risposta in un semplice oggetto, l'occhio mi cadde su un violino e il mio cuore ebbe un sussulto. Mi alzai e mi avvicinai allo strumento abbandonato su uno scrittoio, sopra a una miriade di spartiti e a fianco una rosa nera che contrastava col legno bianco di cui era fatto il violino. Titubante lo accarezzai lieve.

Era freddo, solo, perso e abbandonato. Esattamente come lo ero io.

Lo presi in mano, lo osservai da più vicino cercando poi l'arco che doveva sicuramente esservi. Lo trovai nascosto sotto gli spartiti, anche esso candido come lo stesso violino.

Il mio cuore sorrise, mentre il mio volto mostrò solo nostalgia e tristezza nel ricordare l'uomo che mi insegnò a suonarlo. Il suo nome era Xi Yang Chu, allora avevo tredici anni e per sopravvivere, come tutti i ragazzi dell'orfanotrofio, eravamo costretti a rubare. Lui era un uomo strano, vecchio e saggio, imparai dopo averlo conosciuto, con i suoi capelli grigi, le rughe e gli occhi a mandorla. Ricordo ancora quando le nostre vite si incrociarono, era estate e i ragazzi più grandi volevano rubare qualcosa di costoso, qualcosa che potesse portarli via da quel luogo. Mi obbligarono a rubare il violino di Xi Yang che allora viveva come un barbone tra le strade della città, portandosi appresso solo quell'unico oggetto. Io non volevo, ma fui costretto a farlo.

Lui mi vide, ma non mi disse nulla. Mi lasciò scappare con l'oggetto guardandomi solo con quei suoi occhi neri brillanti che mi stavano dicendo qualcosa che non riuscii mai a capire; forse fu proprio quello sguardo, la curiosità di sapere perché quel vecchio non mi avesse fermato a portarmi di nuovo indietro da lui. Mentii ai più grandi, dissi che mi aveva preso e che non ero riuscito perciò a rubare lo strumento che sembravano volere; naturalmente, fui punito per quella bugia, ma loro non sapevano che lo avevo io. Subii le loro violenze, presi i loro calci e i loro pugni stringendo i denti e poi tornai con il violino da quello strano vagabondo.

Quando mi ripresentai davanti a lui, mi guardò con quello stesso sguardo che mi lanciò quando me ne ero andato, riprese il suo oggetto e poi mi fece segno di sedermi accanto a lui.

Quel giorno non mi parlò, rimase semplicemente in silenzio.

Il giorno seguente, quando tornai da lui, di nuovo mi fece sedere accanto a sé e mi salutò con la mano quando me ne andai. Il silenzio durò una settimana, era opprimente, ma non potevo far altro che tornare da quel curioso uomo. Volevo conoscere, volevo sapere perché non mi aveva fermato.

-Ora sai cosa sia il silenzio- mi disse un giorno, rompendolo -Quando mi hai portato via questo oggetto- indicò il violino -Tu mi hai fatto mancare una parte di me che non parlava più-

Quel giorno imparai il silenzio, i giorni successivi imparai molte altre piccole cose con i suoi modi stravaganti e poi quasi un mese dopo il nostro incontro, mi porse in mano quello stesso violino che avevo rubato e mi disse: -Suona, lascia che le tue dita scorrano su quei fili, che il tuo cuore muova dell'archetto-. Naturalmente, la prima volta che lo suonai il suono fu orribile, ma dopo che Xi Yang mi spiegò come tenerlo, il suono non fu così brutto. Mi insegnò a leggere gli spartiti, le note e tutto ciò che poteva e in pochi mesi potei suonare quel violino. La melodia che mi insegnò, fu solo una: Ascolta il tuo cuore, la chiamava lui. Ritornai al presente e guardai quel violino. Ecco quale sarebbe stata la mia soluzione: suonare.

Mi misi in posizione, sicuro di non aver dimenticato quale fosse. Chiusi gli occhi e lasciai scivolare ogni pensiero ed emozione in quel violino.

La melodia iniziò lenta, pesante e straziante; era opprimente esattamente come il peso sul cuore che sentivo. Mi sentivo braccato e solo. Sentivo che mancava una parte di me, una parte importante e che non avrei mai potuto acquistare, perché ciò significava amare ed essere amati e io non volevo né l'una né l'altra cosa. Avevo provato sulla mia pelle quanto fosse impossibile tuttavia ciò: avevo amato, molto, persone che conoscevo appena, persone che semplicemente avevo visto da lontano per il loro aspetto, perché mi ricordavano chi avevo perso.

Tutte quelle persone, non erano donne o ragazze, ma erano sempre stati uomini, maschi.

Quando me ne accorsi, pensai che fosse strano,ma poi lentamente mi abituai a quella parte del mio essere, forse perché rassegnato al fatto che non avrei mai ricevuto amore.

Mi limitavo ad osservare quella persona da lontano, soffrire quando se ne andava o quando la vedevo tenere tra le braccia qualcuno che non ero.

La melodia sembrò indurirsi, dare la sensazione di diventare ghiaccio esattamente come lo era stato il suo cuore nei confronti dell'amore.

Avevo amato, sofferto e alla fine avevo ghiacciato i miei sentimenti rinchiudendoli in una scatola, chiudendola e gettandola da qualche parte dentro di me, nelle profondità più nere del mio cuore, nelle tenebre del mio essere. Avevo finito per dimenticare cosa fosse l'amore, avevo finito per mentire a me stesso e a ignorare i sentimenti che provavo.

Alla fine, mi ero dimenticato di quella stessa scatola, avevo finito per non riconoscere più cosa fosse l'amore. Da quel punto di vista, mi ero annullato, distrutto. Questo finché dei bellissimi occhi cremesi non mi si erano presentati davanti.

Le mura di ghiaccio che la melodia aveva creato, sembrò iniziare a inclinarsi. Potevo sentire i leggeri crack ledere la superficie ghiacciata di quelle mura che mi ero creato intorno al cuore.

Quegli occhi, quelle premure e quei baci erano riusciti a riscaldare la solida parete fredda.

Era come se Derek avesse potuto prendere il mio cuore in mano e scaldarlo con le sue mani calde. Lui, che era l'angelo della morte, che sembrava poter portare solo oscurità con se a causa dei suoi capelli neri, era diventato una luce bollente; la mia luce, mi ritrovai a pensare.

Quella visione di Derek con il mio cuore tra le mani mi sconvolse; la melodia, infatti, accelerò il suo ritmo diventando quasi una tempesta che non sembrava volersi accennare a placarsi.

Inesorabile, i sentimenti che avevo rinchiuso dentro quella scatola iniziavano a fluire, alla ricerca della libertà. Erano un mare tempestoso che mi ferivano, che si "rompevano" come il ghiaccio che continuava a sciogliersi, sgretolarsi alla vista di quella luce, di quella mano che sosteneva il mio cuore. Che lo stava abbracciando e cullando delicatamente.

Presto la tempesta finì, mi sentivo quasi vuoto, ma c'era qualcosa di diverso.

No, non era la sensazione del ghiaccio che finalmente si era sciolto. Non sentivo più la parte mancante di me; era come se avessi trovato quel pezzo di puzzle che avevo perso e ciò mi faceva paura e mi rendeva felice.

La melodia tornò lenta e riprese dolce. Le tonalità tristi se ne erano andate, perché non potevo più esserlo. Quel giorno, la prima volta che Derek mi salvò, chiesi a Dio di potermi far conoscere la mia felicità; che fosse questa la sua risposta? Che fosse il mio demone quella felicità?

Sì, mi risposi. Ecco cos'era cambiato: avevo trovato la mia felicità e avevo paura di perderla per sempre.

Smisi di suonare, avevo trovato più risposte di quanto in realtà volessi.

Posai il violino di nuovo su quella scrivania e presi tra le mani la rosa nera, pungendomi un dito con la sua spina. Una goccia di sangue uscì e lenta scivolò sul mio dito. La osservai fino a quando una mano non prese il mio polso e il dito sparì tra le labbra che ormai conoscevo e di cui sapevo quale fosse il loro sapore. La lingua di Derek, calma stava assaggiando il mio sangue, i suoi occhi mi guardavano. Cercai immediatamente di ritrarre la mia mano, ma lui non mi lasciò andare.

Quegli occhi cremesi mi guardavano severi, in teoria una volta assaggiato il mio sangue sarebbe dovuto impazzire, volerne ancora, eppure lui tranquillamente mi stava curando. Era come se il mio sangue non avesse alcun effetto sulla sua persona. Quelle pozze si stavano perdendo nelle mie, l'unica cosa che potevo leggervi non era la voglia di sangue, ma la voglia di me: delle mie labbra, del mio corpo, di ogni parte di me.

Quell'organo umido e bagnato stava accarezzando il mio dito, lo succhiava e lo vezzeggiava. Lo lasciò andare solo quando il sangue smise di scorrere.

"Che cosa vuoi veramente?" mi chiese nella mia mente la voce di Will. Senza dire una parola, trascinai Derek con me.

Quando entrammo entrambi nel salotto dove i tre ospiti stavano amabilmente chiacchierando del più e del meno, forse per allentare la pressione che stavano provando, i loro occhi si alzarono su di noi, ma il mio sguardo guardava determinato solo il marito di Riley. Avevo trovato la mia risposta.

-Allora?- chiese Will calmo posando sul basso tavolino una tazza di thè.

-La mia felicità- e il mio sguardo si scivolò sulla figura di Derek che con lo sguardo stava cercando di ottenere spiegazioni. Il ragazzo dagli occhi di ghiaccio sorrise e annuì.

Quella risposta lo aveva soddisfatto. Solo, che non aveva letto completamente dentro di me.

Avrei lottato per avere la mia felicità, non avevo dubbi, ma per essa ero anche pronto a sacrificarmi.

Non avrei permesso che Derek venisse ferito.

Avevo deciso di lottare, ma se questo avesse comportato la morte di colui che amavo, perché ormai lo avevo capito, avrei messo fine a tutta questa idiozia a modo mio .

 

-

 

PoV Derek

 

Margaret, Riley e Will se ne andarono via solo verso sera.

Nessuno aveva voluto spiegarmi cosa fosse successo mentre ero andato via, a passeggiare in riva al mare cercando di far passare la rabbia, l'amarezza del tradimento che mi aveva giocato mio padre. In teoria non avrei dovuto sentire tutta quella rabbia, ormai ero abituato alle azioni di mio padre, dovevo aspettarmelo; eppure ogni volta faceva male, dannatamente male.

Shade era in cucina, stava finendo di pulire le stoviglie che avevamo utilizzato anche se nessuno quella sera aveva mangiato molto. C'eravamo tutti forzati di non pensare a ciò che da lì a poco sarebbe successo, perché sapevamo che avremmo potuto goderci quella quiete ancora per poco.

Riley e Will sarebbero tornati, non sapevano quando, ma lo avrebbero fatto. Lo avevano promesso, ma dovevano stare attenti a non farsi scoprire.

Margaret invece sarebbe tornata tutti i giorni, ma anche lei non voleva destare troppi sospetti sia dalla parte angelica che quella demoniaca. Se qualcuno avesse scoperto che ci stava supportando, sarebbe finita nei guai e inevitabilmente avrebbe dovuto dire la verità, perché gli angeli non possono mentire, non ai loro simili. Omettere, ma mai dire bugie.

Mi sedetti su una delle sedie del lungo tavolo di legno della sala da pranzo e chiusi gli occhi.

Tentai di riportare alla mente la melodia che Shade aveva suonato quel pomeriggio. Ero appena rientrato nel cottage, quando il suono del violino giunse forte e chiaro al mio udito. Mi mossi incantato da quel suono triste, seguii la scia delle note ignorando le altre tre persone che erano in quella casa e che anche loro si erano soffermate ad ascoltare.

Fui guidato da quella tristezza fino a una delle porte di quella casa, era bianca a differenza di tutte le altre, era come se chi l'avesse costruita volesse sottintendere che quella stanza era speciale.

La tristezza di quelle note iniziò a ghiacciarsi, sentivo un sapore amaro in quelle note. In qualche modo mi ricordavano Laila, la fredda e gelida demone che anni orsono mi aveva rubato il cuore, o almeno così pensavo prima di incontrare il mio mezzo angelo.

I suoi capelli biondi come il grano avevano sostituito quelli neri di lei, occhi verdi si erano sovrapposti a quelli azzurri come il cielo, la carnagione lattea della ragazza era diventato un tenue color pesca. Shade mi aveva stregato, aveva rotto quelle catene che mi tenevano prigioniero e i rovi che avevano ferito il mio cuore fino a farlo sanguinare.

Era successo e io non mene ero nemmeno accorto.

Come quando cade la notte e tutto è buio. Lui era la luna che silente saliva in cielo e portava luce nell'oscurità, con la sua luce tenue leniva le mie ferite e poi se ne andava senza farsi sentire, ma sapevi che presto sarebbe tornata, che quel satellite era lì nel cielo,ti osservava anche se non potevi vederla. Dovevi solo aspettare la notte. Shade, però era anche il sole: era caldo, lucente e riusciva a dissipare le tenebre.

La luna che le rischiara, il sole che le allontana.

Lui era il mio cielo, le mie tenebre, la mia luce, la mia paura. Lui era tutto, era diventato il mio mondo.

E questo lo avevo capito nel momento in cui ho aperto quella porta bianca e l'ho osservato suonare magistralmente quel violino, che nelle sue mani sembrava trasformarsi in pure emozioni, nel suo cuore. In quel momento la melodia era mutata, era vera e propria tempesta e questa stessa si era riversata dentro di me, scompigliandomi, affogandomi e poi riportandomi in superficie, quando il ghiaccio ormai si era completamente sciolto.

Poi la melodia era finita con note dolci, ma per me sembrava essere stata interrotta a metà; ne mancava ancora un pezzo diceva la mia mente, ma non mi ci ero soffermato più di tanto.

Avevo osservato la figura del mio mezzo angelo posare quel violino bianco e prendere in mano quella rosa nera: il fiore del male dal quale sorge la bellezza, la sposa della morte.

Sorrisi a quel pensiero.

-Perché sorridi?- chiese Shade. Aprii gli occhi e la prima cosa che mi si presentò davanti erano i suoi occhi a poca distanza da me. Alzai un braccio, che avevo lasciato penzolare senza vita lungo il mio fianco, intrecciai la mia mano tra quei capelli biondi e avvicinai il suo viso al mio.

Avevo bisogno di sentire quelle labbra, di sentire il sapore della sua bocca che ogni volta variava.

Quella sera sapeva si cioccolato e panna.

Non mi allontanò, rispose al bacio bisognoso quanto me di sentire la mia presenza.

Quando ci staccammo, ci sorridemmo entrambi come se baciarci fosse la cosa più normale di questo mondo, la più naturale, come l'aria e come l'acqua.

Mi alzai e poi con l'altra mano cinsi la sua vita. Lui si lasciò abbracciare in quel modo, posò il suo capo sul mio petto e inspirò il mio profumo.

Gli baciai i capelli biondi e iniziai ad accarezzare la sua schiena.

-Di cosa stavate parlando tu e Will?- chiesi curioso ancora una volta.

-Di ciò che volevo veramente- rispose enigmatico.

-E cosa sarebbe?- cercai di vedere il suo volto, ma continuava a nasconderlo.

-La mia felicità- ripeté. La stessa cosa che aveva detto a mio cognato.

-E quale sarebbe?- di solito non facevo domande, ma quando si trattava di Shade diventavo diverso. Se mi avesse detto che voleva la luna, gliela avrei regalata, se mi avesse chiesto il tesoro più bello del mondo sarei andato a cercarlo; perché lui se lo meritava, perché lui era mio.

Era egoistico da parte mia considerarlo come una proprietà, ma non potevo fare altro.

Non potevo sopportare che soffrisse, che qualcuno che non fossi io lo toccasse.

Non mi sarei tirato indietro, se mi avesse respinto, se mi avesse allontanato io avrei perseverato, perché lui era tutto ciò che volevo. Lo avrei fatto innamorare di me se necessario, ma il fatto che rispondesse ai miei baci mi faceva sperare che qualcosa provava anche lui per me, che dopotutto non gli ero così indifferente.

Al posto di rispondermi, Shade si riappropriò delle mie labbra. Il suo bacio era dolce,un semplice sfiorare di labbra. I suoi occhi verdi mi inchiodavano, volevano dirmi qualcosa che non sarebbe mai riuscito a dirmi a parole, almeno non in quel momento: la sua felicità ero io.

Lo spinsi verso il tavolo e lo feci sedere su di esso. Le sue braccia si erano intrecciate dietro il mio collo e le mie mani erano andate a serrarsi sui suoi sodi e rotondi glutei.

Mi guardava, le sue guance erano rosse come le sue labbra. Non riuscivo più a ragionare, volevo solo averlo tutto per me, assaggiarlo da cima a fondo, sentirlo completamente mio e amarlo per tutta la notte e a quelle a venire, ma era ancora troppo presto. La mia irruenza lo avrebbe spaventato, il mio desiderio allontanato. Shade non era mai stato amato, non sapeva cosa fosse l'amore. Non volevo mostrargli subito la parte passionale. Prima, gli avrei mostrato cosa fosse l'amore, che poteva fidarsi di me e che lui non era il mostro che credeva di essere, perché sapevo che stava ancora pensando questo di sé, perché anche io lo avevo provato sulla mia pelle.

Shade non era come tutte le altre ragazze che avevo avuto prima. Lui era fragile, non di corpo, ma di sentimento. Lui tendeva a fuggire ciò che credeva avrebbe o lo avrebbe fatto soffrire.

Si chiudeva a riccio, e con i suoi aculei cercava di proteggersi da ciò che temeva.

Era tenace e testardo e la paura non faceva altro che rafforzare la sua voglia di allontanare ciò che gli avrebbe fatto male, anche isolare sé stesso, annullarsi dagli altri pur di non arrecare dolore.

Era egoista e non lo era, era una contraddizione.

Mi appropriai delle sue labbra, approfondì quello semplice sfiorarsi di labbra continuando a guardarlo negli occhi verdi che stavano diventando liquidi.

Con la mia lingua accarezzai ogni piegatura di quella bocca, ogni dente,ogni sapore in essa presente. Le mie mani iniziarono a risalire sul suo corpo accarezzandolo da sopra la stoffa degli indumenti. Mentre lo baciavo, iniziai a spogliarlo.

Quella sera non lo avrei preso, avrei solo vezzeggiato quel corpo e mi sarei fermato a ogni più piccolo segno di disagio. Shade avrebbe condotto le mie azioni, mi avrebbe guidato nell'esplorazione del suo corpo. Prima tolsi la maglietta che indossava, un po' troppo larga per lui, e con le mani accarezzai quella pelle calda e scolpita. Sentivo il suo corpo tremare, ma non mi allontanò mai. La mia bocca abbandonò la sua e scese sul suo collo. Le sue gambe erano andate a cingere la mia vita e la sua bocca si lasciava scappare sospiri di piacere.

La sua pelle era liscia, morbida. Sapeva di rose, di lacrime e di lui.

Lo stesi sulla superficie dura del tavolo, lui si lasciò guidare docile e troppo preso dai miei baci che erano scesi e ora stavano vezzeggiando i suoi capezzoli che si erano induriti.

Non lo avrei preso, continuavo a ripetermi. Quando la mia mano accarezzò il suo ventre e la linea dei suoi fianchi si morse le labbra, doveva essere un punto sensibile. Continuavo a scendere, ad accarezzare e lasciare una scia di baci su quel corpo e poi risalì fino alla sua bocca, che mi mancava come l'aria. -Derek- mi chiamò quando ci separammo. Gli sorrisi dolce e gli accarezzai una guancia, rossa come un pomodoro maturo. -Non preoccuparti- lo rassicurai -Voglio solo coccolarti-.

Lui annuì e io continuai a esplorare il suo corpo con i polpastrelli delle mie dita, a lasciare qualche piccolo segno rosso e a mordere delicatamente la sua pelle.

Non lo avrei preso, ripetei ancora una volta nella mia mente, ma a ogni gemito che usciva dalle sue labbra, alle sue mani che passavano tra i miei capelli e sulla mia schiena, la mia convinzione vacillava.

Chissà se era consapevole dell'effetto che mi provocavano i suoi mugolii, le sue carezze, ogni risposta del suo corpo al mio tocco.

La visione di lui disteso su quel tavolo, gli occhi chiusi, la bocca semi aperta e i suoi capelli biondi e mossi che circondavano il suo viso poggiati sul tavolo.

Stava minando il mio auto controllo, il mio sangue freddo.

Lo spogliai anche dei jeans che indossava, accarezzai le su cosce snelle e baciai il loro interno. Le sue mani stringevano le mie spalle, stava tentando di non fermarmi, tentava di credere alle mie parole. Non potevo distruggere quel suo tentativo di darmi fiducia, non lo avrei permesso nemmeno a me stesso. Sotto l'intimo potevo vedere la leggera eccitazione continuare a crescere sotto i miei tocchi. Lo guardai negli occhi che si erano aperti e mi stavano guardando: erano bisognosi e timorosi. Tornai all'altezza del suo volto e gli baciai la fronte.

-Cosa vuoi che faccia?- gli chiesi. Avrei fatto solo ciò che lui mi avrebbe chiesto. Mi sarei fermato, lo avrei coccolato ancora un po', lo avrei baciato, qualunque cosa per colui che amavo.

-Io ...- i suoi occhi rifuggivano il mio sguardo, le sue guance erano diventate ancora più rosse.

Presi il suo mento tra l'indice e il pollice e lo forzai a guardarmi negli occhi.

-Se vuoi che mi fermi ora lo farò. Non voglio forzarti e non voglio prenderti questa sera- dissi esplicitamente e sincero. I suoi occhi scintillarono, come se tra quella distesa d'erba le stelle fossero andate a posarsi, abbandonando il cielo che non era abbastanza per loro.

-Baciami- disse prendendo con entrambe le mani il mio volto -Baciami per tutta la notte-

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