When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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8. Il ragno inizia a tessere le sue fila

Non importa se vuoi essere utile

a qualcuno o meno...

Ma non c'è cosa peggiore di

una vita sprecata ad arrendersi!

Naruto

 

POV Riley

 

Appena la porta si richiuse dietro l'altera figura di Derek volsi il mio sguardo verso Shade che guardava tristemente l'uscio. -Tornerà presto.- cercai di rassicurarlo -E' da due giorni che non svolge le sue mansioni- spostò lo sguardo verso di me e mi sorrise, ma qualcosa in quel sorriso mi diceva che le mie parole non lo avevano comunque sollevato.

-Riley-sama.- mi chiamò Will avvicinandosi a noi dall'angolo in cui si era nascosto.

Non mi servirono altre parole.Gli annuii e sorrisi, lui di certo era l'unico che avrebbe potuto far ragionare e smontare la rabbia a quello zuccone di mio fratello. Così anche Will uscì e mi ritrovai sola con l'ospite umano che sembrava stare così a cuore a Derek; il così freddo e austero Derek.

Lo guardai attentamente: capelli biondi come il grano e mossi che gli arrivavano alle spalle, labbra rosee e piene, il naso leggermente all'insù, nessuna traccia di barba, sopracciglia sottili e bellissimi occhi di un verde così raro e magnetico che superava di gran lunga il mio.

Era un ragazzo davvero incantevole. Capivo perché mio fratello fosse attratto da lui, eppure ero sicura che ci fosse qualcosa di più dietro questa facciata di amicizia. la paura che avevo letto nei suoi occhi e che non si era preoccupato a nascondere quando era tornato al castello seguito dai gemelli, spaventati e abbattuti, mentre portava tra le braccia quello che in quel momento sembrava un piccolo e indifeso ragazzo morente, il senso di possessività e protezione che aveva per lui e che non ricordo avesse mai provato per nessuno, nemmeno per Laila, erano tutti segnali che mi avevano fatto pensare.

Osservai l'esile e piccola mano del ragazzo spostarsi verso il suo orecchio destro, dove per la prima volta dopo due giorni, notai l'orecchino che portava e la piccola pietra blu incastonata esattamente in mezzo alla croce, quasi invisibile eppure la sua presenza era tangibile a causa della potenza che emanava. Una potenza che non poteva che appartenere a Derek.

-Te l'ha regalato lui?- chiesi per avere conferma di cui in realtà non avevo bisogno.

Lui annuì e sorrise malinconico -E' per proteggermi o almeno così ha detto.- scrollò le spalle e continuò a giocare con pendente accarezzandolo con le dita come fosse un oggetto di inestimabile valore per lui. -Deve tenere molto a te.- gli sorrisi.

Sorrise malinconico e scosse lievemente la testa -Non siamo nemmeno amici.- mi svelò.

Misi un piccolo broncio e inclinandomi col busto verso di lui lo guardai seria -Ne sei sicuro?-

-Vorrei esserlo, ma ci conosciamo da solo due settimane e solo per una qualche strana coincidenza, poi non so, io ...- non finì la frase, forse perché anche lui non sapeva cosa dire.

Gli posai una mano sulla spalla e gli sorrisi calda -Ti va una partita a carte mentre parliamo?- gli proposi salendo sul letto e sedendomi a gambe incrociate di fronte a lui che aveva ritratto le gambe verso di se per farmi spazio e sedendosi a sua volta contro lo schienale dell'enorme letto matrimoniale. -Io invece credo che tu sia suo amico.- gli rivelai mentre mischiavo le carte che avevo fatto apparire -Altrimenti non ti avrebbe mai dato quell'orecchino e non ti avrebbe nemmeno mai portato qui.» indicai l'intera stanza -Lui non fa mai entrare nessuno qui se non strettamente necessario e nessuno può salire sul suo letto. A proposito, non dire che mi ci sono seduta!- rise e annuì.

-Comunque non credo che mi veda in quel modo.- affermò. Sbuffai. Perché gli uomini quando si tratta d'amore sono sempre così ottusi? Oppure era solo una caratteristica di coloro che dovevano entrar a far parte della nostra famiglia? Sì, perché lo sentivo. Chiamatelo sesto senso femminile, speranza di una mente malata o come volete, ma ero sicura che questo ragazzo sarebbe diventato l'anima gemella di Derek, l'unico vero amore della sua vita. Altrimenti non gli avrebbe mai dato l'orecchino, soprattutto quell'orecchino, quello che apparteneva a sua madre, uno dei pochi oggetti che gli sono rimasti. Tuttavia ciò che Shade ignorava, ma che io sapevo perfettamente, era che regalare un oggetto così intrinseco di significato e che appartiene, o in questo caso apparteneva, alla madre significava designare la persona che lo riceve come probabile candidato al matrimonio. Forse Derek poteva averglielo regalato senza pensarci, inconsciamente, ma non avrebbe mai regalato qualcosa di così prezioso al primo capitato.

-Fidati di me.- dissi, dando le carte -Tu sei suo amico.-

 

Parlammo per ore, non mi allontanai mai da lui.

Era piacevole poter finalmente parlare con qualcuno che faceva uscire dalla sua bocca più di cinque parole e che conversava amabilmente di ogni cosa. Se prima avevo qualche remora nei confronti di questo ragazzo, di sicuro ora erano scomparse del tutto.

-E' bello poter parlare così ogni tanto.- sorrisi vincendo per l'ennesima volta. Shade era davvero negato a giocare. -Perché?- mi chiese curioso mentre distratto raccoglieva le carte per rimetterle nel mazzo. -Qui non ci sono molte persone disposte a parlare. Soprattutto Derek, come suppongo avrai notato. E' peggio anche di mio marito!- risi di nuovo pensando a quei due, erano davvero uomini di poche parole.

-Sei sposata?- chiese incredulo abbandonando le carte per un momento -Non sei troppo giovane?- chiese scettico. Risi fragorosamente a quell'osservazione, tanto da dovermi tenere la pancia.

Aspettò che io mi calmassi. -Scusa, dimenticavo che sei un umano.- mi giustificai asciugandomi le lacrime -In effetti in età umana avrei circa diciassette anni, ma in anni demoniaci ne ho settantacinque-

-Non li dimostri per niente- risi di nuovo, era davvero divertente -Ma se tu ne hai settanta cinque, allora Derek? E i gemelli?- mi chiese curioso.

Accondiscendente risposi -I gemelli hanno compiuto settantanni ieri, sono entrati così ufficialmente nella società demoniaca. Derek in realtà ha ottant'anni, in età umana dovrebbero essere ventitré.-

Le sue labbra si schiusero in una "o" sorpresa -Quindi ha la mia stessa età.- constatò.

Questa volta fui io a rimanere sorpresa. -Hai ventitré anni?- Annuì.

-Sì, perché?- mi chiese.

Alzai le spalle -Credevo ne avessi di meno. Circa diciotto.-

In quel momento la porta si aprì e un infuriato Derek fece capolino nella stanza.

-Riley, giù dal mio letto!- ringhiò furioso.

Non me lo feci ripetere due volte. Con un balzo scesi dal suo letto, salutai Shade con un bacio sulla fronte e subito mi dileguai oltre la porta.

-Spero che non lo sbrani.- dissi ad alta voce rivolta Will che sapevo essere dietro di me.

-Non lo farà- mi rispose lui -E' troppo legato a quel ragazzino.-

Annuii continuando a camminare in silenzio. -Secondo te perché papà non ha ancora detto nulla?- gli chiesi a un certo punto fermandomi davanti a una delle enormi vetrate del corridoio che davano sulla città dei demoni. Will si fece più vicino e mi cinse al vita affondando il viso nei miei capelli -Non lo so, ma non mi piace.- mi rivelò. Mi strinsi di più a lui e lo guardai in quelle profonde pozze di ghiaccio che erano i suoi occhi -Spero non vada come con Laila; non lo sopporterei.-

-Come non lo farebbe Derek.- sentii la sua mano calda accarezzare la mia guancia e arrivare delicata dietro la mia nuca infiltrandosi tra le mie ciocche bionde e ribelli. Ne tastavano la consistenza, passavano lievi come un pettine. Mi trasse ancor di più vicino a se, come a volermi inglobare, proteggere da qualsiasi cosa. Amavo quelle dita, amavo quell'enorme petto mascolino e ancor di più amavo il suo profumo di liquirizia e menta piperita. -Non se ne sono ancora accorti, eh?- chiesi retoricamente ridendo per stemperare la serietà che il fantasma di Laila portava sempre con sé.

Sorrise anche lui continuando ad accarezzare i miei lunghi capelli, inalando il mio profumo.

-Ci vorrà un po'- proferì -Derek è sul fronte "sto con lui solo per proteggerlo" come scusa, quando so benissimo che riesce a sentire la sua voce nella testa quando è in pericolo.-

Disegnai dei cerchi immaginari sul suo petto, continuando a bearmi delle sue attenzioni. -Shade invece è un tipo molto insicuro. Crede che Derek non lo veda come amico.- risi -Sono dei veri ottusi!- ridemmo entrambi, ma non parlammo più. Le parole non erano più necessarie, non tra noi, non mentre eravamo l'una nelle braccia dell'altro.

Le preoccupazioni per un momento scivolarono via come fossero pioggia, ma una parte di me mi diceva che da qualche parte, nascosto nell'oscurità, un ragno avesse iniziato a tessere le sue fila.

 

*

 

POV Derek

 

Appena Riley se ne andò diedi un violento pugno alla parete lasciando un enorme solco, incurante del fatto che Shade fosse ancora lì.

La rabbia che avevo represso fino a quel momento era arrivata al suo limite, rischiava di esplodere un momento all'altro. Continuai a prendere a pugni la parete, volevo distruggerla, ridurla in cenere fino a farla scomparire, far svanire ogni cosa. Anche me stesso.

 

(FlashBack)

 

-Derek.- mi chiamò mio padre appena entrai nella stanza del trono insolitamente vuota. Mio padre sedeva compostamente e con aria severa sul trono, una posizione strana,era sempre circondato da servitori e sfoggiava un aria annoiata per la maggior parte del tempo.

-Volevate vedermi padre?- mi inginocchiai inchinandomi al suo cospetto. Tutta quella serietà non mi piaceva per niente; mi opprimeva, mi faceva paura. Strano come in quei giorni la paura continuasse farmi visita.

-Alzati.- mi intimò alzandosi dal suo regale trono e scendendo i numerosi scalini raggiungendomi nell'oscurità di quell'enorme e lunga stanza dove l'unica fonte di luce erano due insolite fiaccole dalle fiamme blu. Come richiesto mi rimisi in piedi e aspettai che mi fosse davanti. -Devi ucciderlo.- disse semplicemente guardandomi negli occhi. Rosso contro rosso. Determinazione contro desolazione. Non capii subito le sue parole, troppo scioccato, troppo preso a sentire la terra sotto i miei piedi andare in frantumi come fosse un semplice specchio, un'inutile superficie riflettente.

Troppo fragile, come lo ero io nel profondo. -Dovrai ucciderlo.- ripeté lui.

-Perché?- fu l'unica domanda che riuscì a porre, l'unica parola, ancora troppo sconvolto per parlare.

-Non c'è bisogno che tu lo sappia.- questa risposta non fece altro che farmi infuriare. Per la prima volta da quando ero nato, desiderai poterlo uccidere. Uccidere quella parte di lui che non mi credeva degno di avere spiegazione, uccidere la sua indole da imperatore. Per la prima volta desiderai davvero che non fosse mio padre.

-Non lo farò.- dissi deciso. Non chiesi spiegazioni, non mi impuntai. Sapevo che sarebbe stato del tutto inutile, solo bugie o ancora "non c'è bisogno che tu lo sappia" sarebbero uscite dalla sua bocca esattamente quando molti anni prima gli chiesi perché la mamma stava male, perché dovevo essere io a mietere la sua anima, perché Laila se ne era andata.

Ancora una volta l'imperatore mi chiedeva di uccidere. Ancora una volta Lucifero mi chiedeva di sacrificare i miei sentimenti, di diventare un semplice burattino nelle sue mani, di sottostare ai suoi ordini. Ancora una volta voleva portarmi via qualcosa di importante, perché ormai, nolente o volente, avevo capito che Shade lo era. Quel ragazzo mi aveva stregato e non era questo il momento di mentire a me stesso. "Derek, non annullarti dietro quella maschera," eccole le dolci parole di mia madre, quelle ultime parole che mi regalò prima di morire "Se sei triste piangi, se sei arrabbiato sfogala, se hai fame mangia, se sei felice sorridi. Non nasconderti, Derek, non farlo mai altrimenti non potrai mai proteggere ciò che ti è caro. Lotta, lotta fino alla fine per le tue emozioni, per le persone che ami, per te stesso."

-Lo farai invece.- mi voltò le spalle e tornò a risalire i gradini -O lo farai tu o sarò io. Hai una settimana di tempo per decidere, Derek.-

Mi lasciai andare. Una gelida risata rimbombò tra quelle quattro mura di nera e fredda pietra.

Una risata che terminai di colpo. -La mia risposta rimarrà invariata. Quando il momento arriverà, però prima dovrai uccidere il tuo stesso figlio.-

Senza essere congedato uscì. Senza degnare di nessuno di uno sguardo, di una parola mi diressi verso la mia camera, dovevo vederlo.

 

(Fine Flashback)

 

Le mani mi facevano male, sentivo il sangue scorrere su di esse a cause delle ferite che mi ero inferto, ma incurante del dolore continuai a prendere a pugni la parete; nera come il mio umore.

-Derek?- mi chiamò la voce dolce e preoccupata di Shade, ma arrivò ovattata alle mie orecchie; ancora troppo arrabbiato, deluso e impaurito per potergli prestare attenzione. Dovevo essere forte, dovevo esserlo sia per lui che per me. Due braccia mi avvolsero da dietro, abbracciandomi e donandomi calore. Mi fermai, provai a divincolarmi, ma lui non mi lasciò. Continuò a stringermi a se, con le sue esili e deboli braccia. Un altro pugno alla parete. -Maledizione!- dissi lasciandomi scappare una lacrima che traditrice era riuscita a sgorgare.

Quando sentì che mi ero calmato almeno un po' mi lasciò e mi si pose davanti scrutandomi con quei suoi occhi verdi, così belli, di un colore che avrei associato alla libertà se avessi saputo cosa fosse.

-Shh- le sue dita delicate scivolarono sul mio viso e asciugarono la scia umida della lacrima di prima. Mi guardò dritto negli occhi, forse cercando di leggermi dentro. Non so cosa vi lesse, so solo che dopo interminabili secondi in cui mi persi nel suo sguardo, lui insicuro mi abbracciò, di nuovo. Questa volta però il suo abbraccio era diverso da quello di prima, non so esattamente in cosa, ma lo era.

-Scusa,- mormorò all'altezza del mio petto; infatti, era più basso di me di almeno dieci centimetri. -E' colpa mia vero? Ora non posso più chiederti di essere mio amico.-

Le braccia che avevo lasciato distese lungo i miei fianchi andarono a cingerlo, possessive quasi violente. -Idiota.- dissi solamente. Idiota perché credeva di non essere mio amico, idiota perché non era affatto colpa sua. La colpa era tutta del destino, di quella maledetta ragnatela che pendeva sopra le nostre teste e che aveva già stabilito tutto. Maledetta era la vita che acquistata la felicità ce la portava via sempre dalle mani, la spezzava, la riduceva in cenere come il fuoco che bruciava la carta, lo stesso fuoco che distruggeva ogni cosa lungo il suo cammino.

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