When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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19. Il dovere della morte

È l'ignoto che temiamo quando guardiamo la morte e il buio, nient'altro.

J. K. Rowling

 

PoV Derek

 

Io ero invisibile al mondo, violavo le leggi del tempo e dello spazio. Io ero la morte.

In quella strana dimensione, tutto attorno a me era grigio e solo io ero un punto nero in quel mare monocromatico. Le mie ali nere erano spiegate e le rare piume argentee brillavano, mentre il ciondolo che portavo al collo, a forma di spada, in quelle occasioni mi guidava.

Tutte le persone intorno a me camminavano a rallentatore, tanto che sembra io corressi.

Sospirai e guardai verso il cielo, dove una luna rossa mi guardava dall'alto vegliando il mio cammino. Odiavo quel luogo, odiavo ciò che stavo per fare, ma come angelo della morte non potevo tirarmi indietro o ignorare il mio compito di mietitore di anime.

Al mondo esistono tre tipi di anime: quelle innocenti, quelle peccatrici e quelle neutre.

Le prime colorano il cuore delle persone di un lucente colore bianco e dorato.

Le seconde di un porpora scuro e piccole scintille blu.

Infine le ultime sono le anime degli angeli e dei demoni, i quali non hanno nessuna luce.

Il ciondolo mi guidò fino ad un ospedale, enorme e inquietante. Sospirai e mi passai una mano tra i capelli, ormai dovevo essere abituato a quel tipo di luoghi, ma continuavo ad odiarli.

Quegli edifici che all'esterno erano imponenti, anonimi, le finestre numerose e piccole, sempre circondati da ampi giardini sempre curati e pieni di fiori e alberi, che sembravano dare un'aria un po' più allegra a quel luogo. L'interno era quasi sempre ghermito di gente e pieno di scale, come a indicare che da quel luogo non saresti mai potuto uscire, ma solo salire sempre più in alto fino ad arrivare al cielo. Ti dava una sensazione soffocante, proprio come quell'odore pungente di disinfettante.

Nuovamente alzai lo sguardo verso la luna e chiusi gli occhi, immaginandomi il corpo nudo di Shade celato solo da quel sottile strato di stoffa, disteso sul morbido letto matrimoniale, gli occhi chiusi, la bocca inclinata in un leggero sorriso e una ciocca di capelli biondi che gli ricadeva morbida sul volto, fino alla punta del naso. Quella era la stessa immagine che avevo osservato quel pomeriggio, prima di andarmene, per qualche inesorabile minuto.

In quel momento volevo solo essere con lui, osservarlo dormire tra le mie braccia e svegliarlo con un tenero bacio sulle labbra, mentre facevo scivolare la mia mano sul suo fianco, punto in cui sapevo fargli leggermente un po' di solletico e allo stesso tempo eccitarlo.

Rassegnato mi incamminai verso l'interno dell'edificio, passando attraverso le porte scorrevoli e seguendo la piccola spada, che continuava a indicarmi la direzione da prendere, arrivai fino all'ultimo piano.

I corridoi erano vuoti, forse a causa dell'ora tarda che segnava la fine dell'orario di visita. Il pavimento era accuratamente pulito e forse di un bianco cangiante; appesi alle pareti dei quadri che raffiguravano vari paesaggi, quasi inverosimili a causa dei colori chiari color pastello che sfumavano verso la cornice. Sembravano immagini tratti da un sogno, una finestra che dava sul paradiso, probabilmente. Strano come in quella dimensione del tutto grigia, solo il frutto nato dai sogni potesse continuare a mostrare i suoi colori originali.

Li osservai ad uno ad uno. Immergendomi in essi e poi riemergendo; un modo come un altro per non guardare all'interno delle stanze e osservare chi le abitava.

Arrivai proprio fino in fondo al corridoio dove sulla parete era appeso un enorme e allo stesso magnifico quadro che raffigurava un angelo biondo, seduto sul ramo di un albero, le ali bianche dietro di sé ripiegate, gli occhi leggermente socchiusi mentre annusava il giglio bianco che teneva in mano. Lo osservai a lungo, meravigliato da quelle pennellate che davano a quell'angelo una bellezza eterea e leggiadra; quasi familiare.

Poi il ciondolo, che era ricaduto sul mio petto, iniziò a bruciare e così distolsi lo sguardo, guardando alla mia sinistra.

Prima di varcare la pesante porta, invocai la mia falce: Alysia.

A differenza della spada che utilizzavo di solito per combattere, questa poteva essere invocata solo in questa dimensione alternativa. Era completamente nera e per niente affilata.

Quando entrai la stanza era completamente vuota, se non per un unico letto sul quale giaceva un uomo che sembrava dormire e affianco a lui una macchina che segnava il battito del suo cuore, che si faceva sempre più debole. Mi avvicinai e lo osservai: aveva una testa piccola e tonda, priva di capelli, gli occhi erano scavati, la pelle solcata dalle profonde rughe, che segnavano il tempo trascorso.

In quel momento aprì gli occhi e si voltò verso di me; probabilmente aveva sentito la mia presenza. A volte accadeva in punto di morte.

-Finalmente è arrivata la mia ora.- disse con voce stanca, ma sorridendomi prima di tornare a chiudere quegli occhi spenti e neri. Feci scivolare il mio sguardo fino al suo cuore, che in quel mare di grigio risplendeva quasi come fosse il sole. Quel colore porpora lo circondava come fosse un piccolo fuoco, che pigro danzava e rilasciava piccole scintille blu che gli danzavano attorno.

Quali peccati poteva aver commesso quell'uomo per desiderare la morte, tanto da sorriderle?

Automaticamente alzai Alysia con entrambe le mani e posizionai la punta proprio su quell'organo che sempre più lentamente batteva. Sentivo i miei occhi pungere come mille spilli e bruciare, forse perché i miei occhi rossi brillavano come lava incandescente.

Iniziai a recitare una di quelle formule che tanto odiavo, in quella strana lingua ormai perduta, ma che sembravano essere state scritte nella mia testa.

Chiusi gli occhi e quando un leggero venticello mi accarezzò, li aprii.

Quel luogo era diverso da quello che solitamente mi si presentava davanti ogni volta, forse perché io ero cambiato e questo aveva influenzato anche il luogo della mia benedizione.

Le fiamme rosse erano state sostituire da un campo di grano maturo, il cielo coperto da nuvole nere di tempesta, ora era un cielo stellato dove al centro una bellissima luna piena brillava maestosa, illuminando quel campo e le morbide e piccole piume argentee che galleggiavano nell'aria, trasportata da quella brezza che portava con sé un dolce profumo che non apparteneva a quel luogo: mirra d'Arabia. Il profumo di Shade.

Davanti a me la fiamma viola danzava pigra nell'aria in attesa di qualsiasi mia mossa.

Sforzandomi, lasciai che la persona che mi ricordava quel luogo scivolasse per un momento via dai miei pensieri. Ancora una volta alzai la mia falce leggera verso l'anima di quell'uomo,dispiegai le mie ali nere, iniziando a prendere quota e innalzandomi verso il cielo con quella che mi seguiva pari passo, appoggiata alla lama che non avrebbe mai potuto tagliare nulla.

Quando mi fermai una voce si levò melodica, cantando una canzone ormai perduta, seguita dal suono di un tamburo, che martellante rimbombava in quel luogo, danto un tono solenne a ciò che stavo per compiere.

Le anime per poter venire raccolte avevano bisogno di essere benedette, che esse fossero innocenti o peccatrici. Non tutti sono nati con questo dono, solo poche anime neutre tra paradiso e inferno possono compiere questo rito solenne. Ci chiamavano gli eletti da Dio.

Il dovere della morte era quello di donare la pace, togliendo la vita racchiusa in quelle fiamme che rappresentavano l'anima imprigionata in un corpo umano. Il dovere della morte era quello di arrecare dolore agli altri e rendere quel mondo monocromatico privo di qualsiasi colore.

Privare qualcuno della propria vita non era mai facile, ma questa era il prezzo per la mia immortalità. Sentirsi le mani macchiate di sangue, sebbene non fisicamente, era un peso che dovevo portare per tutta la vita. Il mio compito era quello di portare solo tristezza a chi uccidevo e a chiunque fosse vicino alla mia vittima, mentre io vivevo felice.

Questo mi rendeva felice? No, ma non avevo mai avuto scelta. Io ero nato con quel dono, il dono della benedizione e non potevo fuggire da questo.

Mentre quella voce e quello strumento continuavano a suonare, iniziai a recitare quei versi arcani, il cui significato era sconosciuto anche a me stesso.

Mentre la lama della mia falce si illuminava con piccole strisce d'oro, creando piccoli motivi, la luce purpurea iniziava piano piano a disintegrarsi, assumendo la forma di piccoli petali di ciliegio, che venivano attratti dalla collana che portavo al collo e che si nutriva di quei piccoli pezzi, ingorda e insaziabile.

Quando anche l'ultimo petalo fu inglobato, quel luogo lentamente si dissolse e mi ritrovai nuovamente in quella fredda camera d'ospedale, ora riempita dall'assordante suono di quella macchina che segnava la vita di quel vecchio, di cui non conoscevo neppure il nome.

Mentre molto lentamente delle persone entravano nella stanza, io rimasi lì immobile a vedere i loro inutili sforzi. Quell'uomo non sarebbe tornato in vita. Sarebbe stato per sempre relegato negli inferi, condannato a vagare nel luogo in cui giacevano i dannati.

Quando l'assordante macchina finalmente si spense, chiusi gli occhi e abbassai leggermente il capo in segno di rispetto, verso quel corpo ora vuoto.

In quel momento desiderai solo essere nuovamente in quel campo di grano ad inebriarmi di quel dolce profumo, o ancora meglio tra le braccia di Shade.

Perché mi mancava così tanto nonostante tra poco sarei tornato da lui?

Forse a rendermi così patetico era il lavoro che stavo svolgendo, quello da cui stavo cercando di scappare da una vita intera e la cui mia unica via di fuga era il mio mezzo angelo.

Solo lui sapeva acquietare il mio cuore, farmi dimenticare chi ero e rendermi semplicemente Derek.

Sorrisi percorrendo nuovamente quel corridoio al contrario. Desideravo lasciarmi presto quel mondo alle spalle, almeno fino a quando non sarei dovuto ritornarci, ma la notte era ancora lunga e le anime da raccogliere ancora numerose.

-Il tuo amore ti porterà alla distruzione.- disse qualcuno fermandomi. Quella voce mi era familiare, esattamente come l'uomo che mi stava davanti. Portava una lunga tunica bianca, le sue ali erano di una forma strana, tanto da sembrare che in realtà fossero sei, il loro colore si distaccava dal solito colore bianco, poiché erano di un tenue ocra. I suoi capelli erano lunghi, tanto che toccavano il pavimento, neri come la notte proprio come i suoi occhi. Il suo viso era lungo e spigoloso, ma comunque aggraziato; sebbene quell'aria austera continuasse a solcarlo. In mano teneva una lunga falce dello stesso colore delle sue ali.

-Izrail.- dissi calmo per niente sorpreso di trovarmelo di fronte; dopotutto anche lui era un angelo della morte.

-Non impari mai le buone maniere a quanto vedo. Sempre insolente, proprio come tuo padre.- non sapevo cosa fosse successo tra lui e mio padre, ma una cosa era certa: lo odiava con tutto se stesso. Lo potevo vedere attraverso quegli occhi, che ogni volta che mi vedevano lampeggiavano pericolosamente, quasi incendiandosi. A me però non importava. Odiavo solo una cosa: essere comparato a lui. Io non ero e non sarei mai stato come mio padre, a prescindere dal mio aspetto. Io non desideravo né il potere né portare la morte. L'unico mio desiderio era vivere con qualcuno che amavo.

Lo avevo capito solo quando avevo realizzato di provare qualcosa per quel biondo dagli occhi color smeraldo, quel giorno, quando lo stavo per perdere. Ormai la mia vita orbitava intorno a lui, con lui, il solo senso di vuoto che mi portava la sua lontananza era qualcosa di indescrivibile, indicibile. Mi sentivo patetico, ma allo stesso tempo mi sentivo fortunato, perché questo significava che ero ancora vivo; che finalmente avevo iniziato a vivere come voleva mia madre.

Avevo soffocato le mie emozioni per troppo tempo, le avevo rinchiuse in un cassetto e buttato via la chiave, proprio come mi avevano insegnato; eppure, era bastato un semplice incontro, un semplice desiderio, che queste avevano iniziato a dimenarsi chiedendo solo di uscire, di essere riportate alla luce. Forse Izrail aveva ragione, quell'amore mi avrebbe distrutto, logorato, ferito, ma non mi importava perché con Shade provavo sempre nuove sensazioni, sentivo il sangue scorrere nelle mie vene, il cuore accelerare, il respiro mozzarsi, la felicità ampliarsi e il desiderio aumentare.

Io lo amavo e tanto mi bastava. Al diavolo la sua natura di angelo, la profezia, l'inferno e il paradiso. Al diavolo ogni cosa!

-Se volete scusarmi avrei ancora delle faccende da portare a termine.- ripresi il mio cammino, ma prima che potessi superarlo la sua falce mi fermò. Sentivo i suoi occhi osservarmi, quasi bruciarmi.

-La morte non ha pietà per nessuno, Derek. Nemmeno per noi.- disse rialzando la sua arma, sicuro che sarei rimasto in quel punto fino a quando non avrebbe smesso di parlare. -L'immortalità è qualcosa che può essere sconfitta, perché ogni cosa ha una fine; anche noi. Dal tuo sguardo e anche da come il tuo potere si sia evoluto riesco a sentire quanto per te sia importante e forte il tuo amore, ma come tutti gli altri non posso trovarlo giusto. Non se questo unirà ciò che è stato diviso.-

Mi voltai verso di lui, guardandolo fisso e neutrale o almeno credevo. Sentivo un timido sorriso di circostanza, increspare le mie labbra.

-Voi ci vedete solo come un veleno, avete solo paura di ciò che rappresentiamo. Noi siamo l'unione tra il paradiso e l'inferno, un amore proibito. Non mi importa se non lo accettate, non importa quante volte tenterete di distruggerlo, io non vi darò la soddisfazione di vedermi cadere. E' il nostro amore, la nostra vita e non credo che voi abbiate qualche diritto su questo.- dissi sfidandolo a ribattere -Quando ci si innamora accade e basta, non puoi fermare il tuo cuore e se proprio volete che lo dica ad alta voce: io amo Shade più della mia stessa vita. Ora se volete scusarmi ho altre anime da raccogliere.-

Questa volta mi lasciò andare. Sapevo di non aver cambiato il suo pensiero, ma mi ero tolto un peso.

Ripercorsi al contrario il percorso che mi aveva portato in quell'ospedale: scesi le scale, varcai le porte scorrevoli e ritornai all'esterno dopo finalmente potei tornare a respirare.

Guardai nuovamente la luna e mi accorsi che ormai l'alba si stava avvicinando.

 

*

Quando tornai alla villa di Laila il sole era già sorto da qualche minuto. Speravo che Shade stesse ancora dormendo, ma quando entrai nella nostra camera lui era seduto al centro del letto e con in mano una delle sue piume argentee. La osservava facendola scivolare tra le sue dita.

Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lui, posando il mio capo sulla sua spalla nuda, poiché indossava solo un paio di pantaloni. La sua pelle sapeva di liquirizia, mirra d'Arabia mischiati con una punta di zenzero. Un odore che non gli apparteneva, ma che forse era dovuto a qualche bagnoschiuma o shampoo.

-Buongiorno.- lo salutai, baciandogli quella stessa spalla e sorridendogli.

I suoi occhi lasciarono perdere l'oggetto che teneva in mano e si voltò verso di me, quelli erano lucidi e leggermente rossi, come se avesse pianto per un po'.

-Che è successo?- chiesi istintivamente ritraendomi e abbracciandolo stretto contro il mio petto.

Sorrise beato e si sfrusciò contro di me, proprio come fosse un gatto.

-Niente, ho fatto solo un sogno.- disse vago.

-Ti va di raccontarmelo?- chiesi dolce accarezzando il suo braccio e baciandolo tra quei fili biondi.

Lo sentii scuotere la testa. -Era solo un bel sogno.- disse, aprendo gli occhi che aveva chiuso e sporgendosi appena per potermi baciare. Gli andai incontro e unii le nostre labbra, in un tenero e lento bacio.

-Ti sono mancato?- chiesi, sfregando la punta del mio naso contro la sua.

Ci pensò per un momento, fingendosi pensieroso. -Neanche un po'.- disse cercando di sembrare serio e veritiero, ma si tradì subito iniziando a ridere.

Fingendomi risentito lo guardai storto e poi iniziai a fargli il solletico. Sembravamo due bambini, senza alcun pensiero per la testa, senza nessuno a rincorrerci e liberi di amarci.

Gli solleticai i fianchi, la pancia, qualsiasi punto di quello splendido corpo che si dimenava nel tentativo di scappare, ma prima che potesse farlo lo buttai sul morbido materasso e lo sovrastai. Una mossa azzardata, perché i nostri occhi subito si incontrarono e ad entrambi mancò il fiato.

Shade arrossì appena, ma non distolse lo sguardo, anzi intrecciò le braccia dietro il mio collo e continuando a sorridere mi baciò nuovamente con rinnovata tenerezza.

Sentivo che se fossi rimasto un momento in più, lo avrei preso e lui non era ancora pronto. Quindi con tutta la forza di volontà che mi rimaneva mi staccai, gli occhi chiusi che cercavano di ricordare il sapore e la morbidezza di quelle labbra che avevo appena lasciato.

-Vado a farmi una doccia.- gli dissi aprendoli, accarezzandogli la guancia prima di alzarmi e lasciarlo andare.

Una volta richiusa la porta del bagno mi diressi velocemente verso il box doccia e aprii l'acqua fredda, mentre mi toglievo i vestiti.

Una volta che il freddo di quel liquido trasparente iniziò a bagnare il mio corpo, mi appoggiai con la schiena contro la parete, le mani abbandonate ai lati del mio corpo e chiusi gli occhi col capo reclinato leggermente all'indietro.

Shade diventava sempre più bello e attraente ai miei occhi ogni giorno che passava. Sentivo il desiderio di possederlo sempre di più e non perché desiderassi solo fare l'amore; No, io volevo unirmi a lui, essere una sola cosa con lui.

Provare l'ebrezza di donargli piacere, di essere io e solo io il centro dei suoi pensieri, delle sue attenzioni e amarci come fino ad allora non avevamo mai fatto.

In quel momento sentii la porta scorrevole aprirsi e richiudersi immediatamente. Non feci nemmeno in tempo ad aprire gli occhi che un corpo caldo e completamente nudo mi abbracciò, mentre l'acqua da fredda diventava calda, quasi bollente.

Posai il mio sguardo su Shade, confuso, mentre mi trattenevo dall'abbracciarlo.

-Non devi trattenerti.- mi sussurrò nell'orecchio mentre le sue mani bagnate salivano per il mio addome e andavano a intrecciarsi dietro il mio collo e si alzava leggermente in punta di piedi per potermi raggiungere. Mi voltai leggermente verso di lui, le nostre labbra a pochi millimetri.

-Ne sei sicuro? Dopo sarà troppo tardi.- lo avvertii, mentre la sua vicinanza mi eccitava sempre di più. Potevo vedere le sue gote arrossate. Nonostante si mostrasse intraprendente, potevo vedere quanto in realtà fosse timoroso e incerto.

-Mi fido di te. Ti amo Derek, fammi tuo.- mi implorò azzerando la distanza tra le nostre labbra e baciandomi passionalmente.

In quel momento, persi una parte della mia lucidità.

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