When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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7. Benvenuto all'inferno

L'inferno è una città molto simile a Londra:

una città popolosa e fumosa.

Percy Bysshe Shelley

 

 

POV Shade

 

Quando riaprii gli occhi che avevo istintivamente chiuso, uno scenario surreale, che credevo esistesse sole nelle più fervide fantasie, mi si parò davanti.

La prima cosa che vidi era un enorme inferriata tetra e decadente: ai lati vi erano numerosi crani uno impilato sull'altro, giallastri, sporchi di fango e intarsiati con alcune radici bruciate, prive di vita che poi risalivano anche sulle lunghe sbarre di ferro come fossero edera, nonostante non avessero vita, come radici lottavano per la loro sopravvivenza in assenza di luce, acqua o qualsiasi sostanza di vita. L'unica cosa che in quel luogo potevo dire potesse essere vivo eravamo noi e i grossi serpenti che palesavano la loro presenza riempiendo il silenzio, che altrimenti avrebbe regnato sovrano, con il loro serpeggiare nascosti tra le ossa o mimetizzandosi con quei rami e i loro sibili fastidiosi che riempivano le mie orecchie provocandomi dei brividi lungo la schiena.

Quando il cancello si spalancò il terrore non mi abbandonò, ma forse raddoppiò e sentii la testa girarmi e la nausea prossima a causa di quel rosso cremisi che illuminava quella radura, se così potevo chiamarla, completamente oscura a causa di quelli che dovevano essere alberi, ma, come l'edera di prima, completamente neri a causa del fuoco che si espandeva e li bruciava tutti, uno ad uno. Eppure quelli resistevano alla crudeltà delle fiamme e rimanevano in piedi spandendo nell'aria asfissiante e piena di suoni orribili quali urla, sibili e fruscii sinistri con un'opprimente odore di cenere, lo stesso profumo che avevo sentito tra le mie lenzuola, lo stesso, ma allo stesso tempo tanto diverso da non riuscire a respirare.

«Dove siamo?» chiesi a Hikari che era rimasta sempre al mio fianco e che coraggiosamente mi guidava attraverso quel luogo a me sconosciuto e dal quale sarei voluto scappare .

«Benvenuto all'inferno.» rispose invece Yami.

Ingoiai rumorosamente un fiotto di saliva in modo timoroso. "L'inferno, sono finito all'inferno." mi dissi con tono isterico.

Più mi inoltravo in quella radura fiammeggiante e morta, più sentivo il mio istinto gridare di scappare il più lontano possibile da quel luogo e tornarmene a casa, dai miei adorati libri ad aspettare che Derek tornasse ; tuttavia un'altra parte di me mi consigliava, anzi desiderava, rimanere in quel luogo. Sentivo il mio sangue scorrere nelle vene più velocemente, eccitato ed estasiato da quel luogo quasi come se avessi messo in circolo delle droga.

Camminammo a lungo attraverso quella landa desolata e più andavo avanti più avvertivo i miei sensi abbandonarmi, eppure resistetti alla nausea che pericolosa mi attanagliava lo stomaco e che non si placò nemmeno quando arrivammo alle porte della città dei demoni. Più che una città somigliava a una enorme cittadella; infatti, al centro, si ergeva un'enorme montagna dove era posizionato un grande e fatiscente castello che somigliava moltissimo a quello di Versailles, solo naturalmente nero e circondato da quelle stesse fiamme che avevo visto precedentemente.

Attraversato uno degli enormi portoni potei vedere meglio la città e anche il castello.

Avete mai visto New York? Io no, eppure non c'è altra città che mi venga in mente da comparare a questa; così grande e allo stesso tempo imponente a causa degli alti ed enormi edifici che la componevano, dalle luci, naturalmente rosse, delle fiamme che sembravano perenni in quel luogo mentre illuminavano le strade e le stesse finestre delle abitazioni costruite con quella pietra nera, solida e dura come il diamante. Le persone, o meglio i demoni, passeggiavano tranquillamente tra le vie tenebrose e non di quella strana città che, grazie alle loro voci che si sovrapponevano una sopra l'altra e al rumore che le loro scarpe provocavano , le davano vita e questo la faceva apparire meno spaventosa ai miei occhi. Tuttavia quelle città assomigliava moltissimo anche a Londra proprio a cause delle migliaia persone che l'abitavano e gli effluivi del fumo che qui si potevano vedere più chiaramente e che aumentarono inevitabilmente la mia nausea. «Yami.» chiamò la sorella «Forse dovremmo riportarlo a casa, non sembra che il suo corpo possa reggere.» constatò preoccupata la bambina fermandosi e guardandomi il volto che doveva essere molto pallido.

«Sciocchezze» si impuntò il ragazzino «Sta benissimo!»

Tornò a camminare come se nulla fosse tra la folla continuando a parlare di qualcosa, ma le sue parole mi arrivavano distorte o meglio non riuscivo proprio a sentirle. L'unica cosa che riuscii a sentire fu:

«Gli edifici, come tutto in questo luogo, sono fatti di stibnite, un solfuro di antimonio.» spiegò Yami «Sai che l'antimonio deriva da: 'anti-monaco"? Quegli stupidi nel medioevo confezionarono delle posate con questo materiale e stettero male per mesi!» ed iniziò a ridere. Avrei voluto farlo anche io, non per la battuta in se, ma ora mi spiegavo questa nausea così forte. L'antimonio ha una proprietà emetica! E l'intossicazione dei fumi di certo non mi rendeva le cose più semplici.

«Yami, noi non dovremmo essere qui!» urlò Hikari con voce stridula dopo quelle che a me erano sembrate ore facendomi riprendere un po'.

«Andiamo,» disse l'albino sventolando la mano «Fa parte del giro turistico.» si giustificò

«Ora basta!» si arrabbiò la mora «Shade ora ti riporto a casa.» mi rincuorò dolcemente.

«Tu non sai aprire i portali.» osservò il gemello «Come pensi di fare?»

La bambina si morse il labbro inferiore, poi con sfida guardò il fratello «Lo chiederò a uno dei nostri fratelli.» rispose decisa.

Iniziai a tossire convulsamente mentre i due incuranti litigavano, il mio corpo non avrebbe retto a lungo. Mi accasciai a terra prendendo tra le mani la mia gola che bruciava esattamente come le fiamme di quel luogo. L'ultima cosa che vidi prima di perdere conoscenza fu un bellissimo albero di ciliegio illuminato da timidi raggi solari sostare vicino alla riva di un fiume proprio a qualche metro da me. Sorrisi a quella visione surreale, non tanto perché ero all'inferno, quanto perché mi sembro di aver scorto la figura di mia madre, il suo viso che credevo di aver dimenticato e vicino a lei un'altra donna con lunghi capelli biondi ed ali argentee. Forse stavo davvero per morire, già stavo morendo e non avevo neppure avuto il tempo di poter chiedere a Derek di poter diventare suo amico. Derek, mi sarebbe piaciuto rivederlo di nuovo, un'ultima volta.

Volevo rivedere i suoi capelli corvini e morbidi che in segreto avevo accarezzato mentre quello mi dormiva accanto e soprattutto desideravo rivedere quegli occhi rossi e profondi. Rossi come il sangue, profondi come la morte. Già, morire tra le sue braccia non sarebbe stato poi così male.

 

*

 

POV Derek

 

«Derek, calmati.» mi intimò Lauren che stava dinnanzi ai gemelli per fargli da scudo dalla mia furia «Hanno sbagliato e sono pentiti-

«Non mi importa!» quasi ringhiai. Quei due piccoli mostriciattoli, oh non li avrei mai potuti chiamare fratelli, avevano portato Shade all'inferno! Per mia, volevo dire, sua fortuna quel ragazzo sembrava non essere completamente umano altrimenti sarebbe morto non appena attraversato il manto nero di etere. Tuttavia ciò che mi aveva fatto infuriare di più era che lo avevano quasi ucciso! Shade stava per morire, avrei dovuto mietere la sua anima e questo mi aveva fatto paura, enorme paura.

«Derek, sono bambini loro ...» provò ancora Lauren, ma non volevo ascoltarla, non potevo. La mia mente mi presentava ancora davanti la tragica scena del corpo di Shade riverso a terra, in preda alle lacrime e alla tosse persistente e le sue mani strette alla sua gola graffiata dalle sue stesse unghie e uno strano sorriso malinconico solcare le sue labbra appena persi i sensi e subito dopo un lieve sussurro forse sussurrato al vento, un nome detto inconsciamente. Il mio.

«Hanno quasi ucciso Shade!» dissi digrignando i denti e a voce bassa, ma comunque minacciosa «Anche se sono bambini questo non li giustifica.» una mano si posò sulla mia spalla. Quella di Will.

«Derek, ora basta.» disse guardandomi preoccupato «Avranno la loro punizione, ora vai da lui.» mi consigliò. Strinsi i pugni talmente forte che le unghie affilate mi ferirono, ma questo non mi aiutò a far scemare la rabbia che provavo dentro, a far scivolare via la paura che attanagliava ancora il mio cuore che impazzito batteva minacciando di uscire dalla mia stessa cassa toracica.

Tuttavia feci come aveva detto e mi diressi verso la stanza dove ora Shade riposava.

Quando entrai vidi Riley che sedeva compostamente su una sedia lì accanto e che premurosa rimboccava le coperta al piccolo e debole corpo del ragazzo che ora riposava tranquillo.

La febbre era scomparsa e ora, grazie ai poteri di Lauren, riusciva anche a respirare meglio.

«Sta bene.» mi informò mia sorella alzandosi e venendomi incontro. Mi abbracciò cautamente, ma io non mi mossi. I miei occhi erano puntati su quella figura bionda che giaceva immobile tra le coltri del letto, del mio letto. Mi lasciò subito andare e senza dire nulla uscì lasciandomi solo con lui.

Lentamente mi diressi verso la stessa sedia dove Riley era seduta poco prima, mi lasciai cadere e mi presi la testa tra le mani, le lacrime che rischiavano di uscire copiose. Era da due giorni che dormiva e ancora non accennava a svegliarsi e da altrettanti giorni vegliavo su di lui, non mi ero mai allontanato fino a pochi attimi prima. Sentì la rabbia sfumare, un po' di preoccupazione andarsene grazie ai normali e profondi respiri del biondo, l'unica cosa che non mi aveva fatto impazzire in quel momento.

In due lunghi giorni al suo capezzale avevo pensato a lungo anche al perché di tutta questa mia rabbia e preoccupazione, ma non ero mai riuscito a venirne a capo, proprio come ora che continuavo a pormi questa stessa domanda. Scostai le mani dal mio volto e guardai il suo viso, i suoi capelli biondi e leggermente mossi ora posati sulle'enorme e morbido cuscino, i suoi lineamenti delicati, femminei e allo stesso tempo mascolini, le labbra piene e ora di un rosa tenue.

Per la prima volta da giorni mi sentii stanco e senza pensarci mi stesi vicino a lui sopra le coperte e con un braccio cinsi la sua vita e mi tirai più vicino a lui nascondendo il mio volto nell'incavo del suo collo dove venni assalito da uno strano profumo; forse liquirizia e quello che mi ricordava molto la mirra d'Arabia.

"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore? Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia." mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me accarezzando il suo fianco "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere? Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso".

Rimasi così per molto tempo, stavo quasi per sopirmi quando una voce roca e debole mi disse proprio vicino al mio orecchio «Non avercela con loro.»

Alzai lo sguardo e subito mi persi in quegli occhi verdi come l'erba irlandese.«Ciao.» mi salutò sempre con quella sua voce assurda, tanto da farmi sorridere.

«Come stai?» chiesi alzandomi e sedendomi sulla sponda del letto.

«Sono stato meglio.» mi sorrise.

Annuii sollevato. «Dove sono?» mi chiese guardandosi in giro disorientato; cercò anche di alzarsi, ma io glielo impedii. «In camera mia.» risposi «Hai dormito per due giorni.»

Non disse nulla, semplicemente continuò a guardarsi in giro «Non c'è neanche un libro.» disse infine dopo qualche minuto di perlustrazione. Risi.

«Non qui,» gli rivelai «ma qualche ala più in là c'è un'enorme biblioteca.»

Rimanemmo di nuovo in silenzio. Silenzio che fu di nuovo interrotto da lui.

«Non arrabbiarti troppo con Yami e Hikari» mi disse «Sono solo dei bambini.»

«E' la seconda volta che me lo fanno notare.» dissi brusco «Ciò non toglie che ti hanno quasi ucciso.»

Sentii la sua mano calda accarezzarmi la guancia teneramente. «Non importa.»

Strinsi la sua mano e lo guardai serio «Non dirlo mai. Non dire che non ti importa della tua vita.»

In quel momento la porta si spalancò. Riley e Will entrarono sorridendo.

«Si è svegliato.» constatò Riley avvicinandosi guardando attentamente le nostre mani intrecciate con uno strano sorriso sornione «Ora Derek, perché non ci presenti?» mi chiese con velata ironia.

Guardai Will in cerca di un qualsiasi aiuto, ma questo si era posto in un angolo della stanza e ci guardava con falsa compostezza, riuscivo a vedere il leggero riso che quella scena gli aveva provocato. Tornai a guardare mia sorella che sempre sorridente aspettava una qualche mia parola. "Sono fregato." mi ritrovai a pensare.

«Riley, fuori!» ordinai. Questa non perse il sorriso, anzi con sfida si sedette sulla sedia lì accanto e accavallò le gambe. «Non credo proprio fratellone.» disse «Ora tu mi presenti il tuo amico.» disse marcando le parole "tu" e "tuo" e mimando con le mani delle virgolette la parola "amico".

«Ho detto...» provai a dire, ma Shade mi interruppe. «Sono Shade.» si presentò.

La ragazza tutta sorridente e gongolante protese la mano verso di lui «Riley.»

Infastidito lasciai la mano del biondo e mi alzai dirigendomi verso la porta, uscendo senza dire nulla.

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