When Falls the night

Questa è la storia di Derek e Shade. Il primo è l'angelo della morte e figlio di Lucifero, il secondo un semplice umano con un forte potere e perseguitato fin dalla nascita da ogni possibile creatura.

Dal testo:
"Forse hanno ragione gli altri e mi sono innamorato. Altrimenti non penserei che questo ragazzo sia carino e nemmeno lo proteggerei, ma è davvero amore?
Dopotutto potrebbe essere anche semplice amicizia" mi ritrovai a pensare continuando a stringerlo a me e accarezzandolo "Non è normale aiutare gli amici? Non è normale volerli proteggere?
Per ora lasciamo le cose come stanno. Se poi quest'amicizia sboccerà in un sentimento più profondo, allora non combatterò e cadrò in esso". [Dal capitolo 7]

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22. Addio

Tutte le persone conoscono il prezzo delle cose,

ma soltanto alcune ne conoscono il vero valore.

Oscar Wilde

 

 

Pov Derek

 

Lo guardavo dormire ancora beato tra le mie braccia, lo accarezzavo lieve come conferma che tutto questo non fosse stato un meraviglioso sogno che presto sarebbe sparito.

Sentivo la mia inquietudine pesare sulla bocca del mio stomaco, facendolo contrarre e chiudere; nonostante non mangiassi nulla ormai da un giorno intero. La cena, che ci era stata portata la sera prima, posava ancora sul vassoio di legno, intatta. Il nervosismo aveva impedito ad entrambi di toccare cibo, anche dopo tutte quelle ore di passione.

-Che ore sono?- chiese la voce ancora assonnata di Shade, che si stropicciò gli occhi nel tentativo di abbandonare il sonno.

-Abbiamo dormito quasi tutto il giorno.- risposi, baciandogli la fronte per augurargli "buongiorno"; anche se ormai era il tramonto. Era strano come trovassi tutti quei gesti normali, non forzati.

Si mise a sedere. Una piccola smorfia di dolore increspò le sue labbra e ancora una volta mi sentii in colpa. Non potevo sopportare che soffrisse, non più di quanto già non stesse soffrendo ora. Volevo donargli la felicità, almeno per una volta desideravo donargli tutto ciò che non aveva mai potuto avere, che gli era mancato: amore, pace, libertà e una famiglia. Anche se sapevo che sarebbe stato impossibile, per lui avrei fatto ogni cosa, perché l'amore è irrazionale, cieco di fronte a ogni cosa.

Era come avere una benda davanti agli occhi, intorno a te solo il buio. L'unica cosa a guidarti è una luce, calda e accogliente che sembra chiamarti.

Non mi importava se davanti a me c'è un muro, un ostacolo che sembrava insormontabile, lo avrei abbattuto con i miei stessi pugni, fino a ferirmi e graffiarmi a sangue. Avrei raggiunto quella luce ad ogni costo e poi l'avrei protetta, fino alla fine.

-Gli altri si chiederanno che fine abbiamo fatto.- disse arrossendo e giocando nervosamente con una piega del lenzuolo che lo copriva, accarezzandolo e modellandosi sul suo corpo che ancora faticavo a credere di aver fatto mio e non una sola volta.

Sorrisi e posai una mano sulla sua, portandomela davanti alla bocca e baciandola, ovunque.

-Non credo. Anzi, scommetto che avranno parlato di noi tutto il giorno. Credo non aspettino altro che vederci uscire da quella porta e prenderci in giro.- gli rivelai, lasciandolo andare e guardandolo negli occhi, che brillanti, mi stavano sorridendo, seppur tristemente. Un invito per me a restare, un motivo per lui di abbandonare la quiete.

-Andiamo.- esortai entrambi, poco convinto. Ciò nonostante, non ci fu neanche il tempo materiale per fare nulla, nemmeno di scostare le calde coltri che nascondevano i nostri corpi completamente nudi.

Laila entrò come una furia, senza nemmeno bussare o accertarsi che fossimo presentabili. Guardò attentamente la stanza, soffermandosi forse un po' troppo sul dovuto su di noi, poi si precipitò in bagno, a passo di marcia.

Noi, come tutti quella sulla porta, rimanemmo in silenzio ad osservarla, fino a quando non sentimmo un piccolo gemito di rassegnazione sommesso.

-Non ci credo, ora oltre al letto dovrò anche rifare il bagno!- se ne uscì, tirandoci qualcosa addosso -Non potevate andare da qualche altra parte? O aspettare?!- sbuffò uscendo, anche se avevo visto bene quel piccolo sorriso che aveva increspato le sue labbra. Un sorriso che non provava né rabbia, né nervosismo, ma solo una nota di felicità.

Una volta che la porta si fu richiusa, mi voltai verso Shade, che rosso come un pomodoro, aveva nascosto il volto tra le gambe, ripiegate verso il suo petto. Una risata mi colse spontanea, impossibile da trattenere.

Stavo cambiando, ero cambiato e forse solo davvero in quel momento percepii quanto.

Shade più di tutti mi aveva insegnato ciò che non avevo mai visto attorno a me, mi aveva svelato ciò che in tutti quegli anni non avevo mai pensato di avere. Mi aveva mostrato quante persone tenessero a me, che il mondo non era solo un'immensa tonalità di grigio, ma pieno di colori.

Sbuffi, sospiri e silenzi, si erano sostituiti a piccole risate, felici e lo avrei dimostrato a tutti. Anche se ero sicuro che la riunione sarebbe stata inutile, anche se non sapevo ancora cosa dire, avrei provato a mostrare questo: il nuovo Derek.

In un momento, mi sentii travolgere dalle braccia di Shade, le sue unghie graffiarmi la schiena. Il suo volto nascosto al centro del mio petto, umido a causa delle lacrime che lo stavano rigando.

Accantonai la sorpresa e lo strinsi a me. Dopotutto la porta era stata aperta e la realtà era tornata, come la spada di Damocle, a pendere su di noi.

I sogni, le illusioni sono qualcosa di pericoloso; per chiunque.

Tendono a farci rifugiare in noi stessi, a ingannare i nostri sensi e far i smettere di vivere. Essi ci possono spronare ad andare avanti, oppure a fermare i nostri passi, per il timore di non poterlo raggiungere o per la realtà che può distruggerlo appena nato.

I sogni sono delicati proprio come i bambini, basta tenerli nel modo sbagliato e iniziano a piangere, a farci stringere il cuore e a volte sanguinare.

-Perché piangi?- chiesi accarezzandogli quei fili biondi, così amati.

Quell'abbraccio mi sembrò nostalgico per qualche motivo, come se potesse essere l'ultimo che avrei potuto dargli. Perché provavo paura e poca fiducia in lui?

-Ho paura.- rivelò, tentando di asciugare le lacrime o meglio nasconderle.

-Non devi. Io sono qui, lo sarò sempre.- lo rassicurai, facendogli alzare il viso e baciandolo dolcemente, per la milionesima volta e avrei continuato a farlo, mai stanco della dolcezza della persona che stavo stringendo tra le braccia, mai stanco di amarlo.

-Derek...- si interruppe, forse alla ricerca delle parole giuste o forse per non dire qualcosa; tuttavia, mi abbracciò ancora più stretto e sulle mie labbra, sussurrò: -Ti amo.- alla ricerca di una mia risposta, che non tardò ad arrivare.


 

PoV Shade


 

Se ne stava per andare e io non facevo altro che soffrire ogni minuto che scorreva, ogni secondo.

Sapevo di star tradendo la sua fiducia, che forse non mi avrebbe mai perdonato, anche se egoisticamente desideravo il contrario, ma ero deciso più che mai a salvarlo, anche se l'ultimo ricordo di lui sarebbe stato un tenero bacio o una risata, spontanea, così rara anche se per me il dono più grande e doloroso di tutti.

Will era arrivato, pronto a scortare Derek insieme a Mordred e Gilbert.

Hikari se ne era andata già il giorno precedente, ora a rimanere nella Villa saremmo stati solo io e i suoi due proprietari.

Nessuno a vegliare sulla casa, nessuno a cui mentire. Un modo facile per andarsene, forse troppo, ma credevo che ciò fosse stato un modo di Derek per dirmi che si fidava di me, che lì ero al sicuro e sapeva non avrei fatto nulla di incosciente.

Si mise il mantello e dopo aver discusso gli ultimi dettagli con gli altri mi si avvicinò, mentre io lo guardavo con preoccupazione e tristezza. Intrecciammo entrambe le nostre mani, le une nelle altre e poi si chinò leggermente verso di me, così da potermi sfiorare la punta del naso, in un gesto dolce che quasi mi portò a piangere di nuovo.

-Fai attenzione.- gli dissi, guardandolo dritto in quell'oceano fatto di fiamme. -Promettimi che qualunque cosa accada non farai nulla di incosciente, che ti costerebbe la vita.- lo pregai e ancora una volta mi sentii male, il peggiore dei cattivi. Gli stavo chiedendo di vivere, mentre io sarei andato a morire.

-Shade, è solo una riunione. Non accadrà nulla, non questa notte.- mi rassicurò, baciandomi lo zigomo sinistro.

-È ora di andare. Smettetela di fare i piccioncini voi due.- sbottò Will nervoso.

Solitamente non avrebbe detto nulla, ma forse quella situazione non piaceva nemmeno a lui.

-Ti amo.- sussurrò il principe sulle mi labbra, regalandomi un bacio di arrivederci. Nonostante tutti ci stessero guardando, lo approfondii e un fischio di compiacimento, probabilmente da parte di Gilbert, non mancò.

-Anch'io, ti amo oltre ogni cosa.- risposi lasciandolo andare.

Quel momento mi sembrò eterno, come vissuto a rallentatore. Le sue mani scivolarono via dalle mie lente e per poco non le ripresi, mentre una sensazione di strappo colpiva il mio cuore oltre che a una sensazione di vuoto, come se stessi cadendo in un burrone, così profondo da non vederne la fine, ma che sapevo che non appena avessi toccato il fondo, avrei sentito un dolore immenso, ma questa volta a ferirsi sarebbe stata la mia anima e non il mio corpo.

Quando non ci fu più contatto, portai una mano all'altezza del cuore, stringendo spasmodicamente la maglietta bianca che indossavo e guardando le spalle del mio demone che si allontanavano verso il portale che aveva già inghiottito Mordred e Gilbert.

Non si voltò mai a guardarmi per l'ultima volta e nemmeno tornò indietro sui suoi passi per implorarmi di non farlo, ma come poteva farlo se nemmeno sapeva cosa stava per accadere? Non mi ero mai sentito così egoista fino ad allora.

Una mano si posò sulla mia spalla e nello stesso momento il portale si richiuse portando co sé il mio amato.

-Sei pallido.- disse dolce Laila, mai io continuai a guardare quel punto, come nella speranza che accadesse qualcosa, qualsiasi cosa.

-Vado in camera.- dissi, chiudendo a fatica gli occhi e muovendo qualche passo. Sentivo lo sguardo preoccupato della padrona di casa su di me, scrutarmi, quasi esaminarmi.

-Non avrai intenzione di fare qualcosa di stupido, vero?- chiese, bloccandomi per un polso, impedendomi così di andarmene e sottrarmi al suo sguardo indagatore.

-Tu cosa faresti al mio posto?- chiesi, quasi fosse un'ammissione di colpevolezza. La guardai, quasi fossi un cucciolo bastonato. La sorpresa si trasformò presto in consapevolezza sul volto di lei, le cui labbra erano leggermente aperte e il viso contratto alla ricerca di una risposta.

-Crederei in lui, aspettandolo qui.- rispose convinta, lasciandomi andare. -Ci sono molte strade Shade, non prendere quella che lo farebbe solo soffrire.-

Distolsi lo sguardo e sorrisi tristemente. Mi sentivo un pazzo, un uccello rinchiuso in una gabbia e senza speranze. Se davvero c'erano altre vie, io non riuscivo a vederle.

-Mi dispiace.- dissi solo andandomene, prima che potesse di nuovo fermarmi.


 

*


 

Non sapevo bene come raggiungere la mia meta, però il qualche modo, mi ritrovai di fronte al mare, che si stagliava dietro l'enorme villa di Laila.

La luna si ergeva nella notte, coperta solo da un sottile filo di nebbia, complice della mia fuga.

Restai per quello che mi sembrò un tempo infinito a osservare le onde del mare che si infrangevano sulla riva, fino a quando non decisi di muovere un passo e poi un altro verso l'acqua fredda, che mi fece rabbrividire a contatto coi miei piedi nudi, che stavano calpestando e affondando leggermente in quei fini granelli di sabbia bagnata.

Le conchiglie, nascoste dalla sabbia morbida e compatta, mi ferivano, ma io continuavo ad avanzare fino a quando l'acqua non mi inghiottì completamente e io mi abbandonai a lei.

Sentii quel liquido salato e scuro, a causa della notte, entrarmi nei polmoni, che iniziarono a bruciare. Stavo affogando, eppure non riuscivo a ribellarmi o a muovermi. Per un momento pensai che sarei morto in quel modo, forse una fine migliore di quella che altrimenti mi sarebbe spettata. Irrazionalmente pensai a qualcosa di felice e in quel momento le mie ali si aprirono, tanto che sentii degli strappi lungo tutto il corpo e poi, come prevedibile, il buio.

Quando riaprii gli occhi ero disteso in una stanza buia e deserta, probabilmente la stessa dove si era tenuta la festa a cui avevo partecipato, prima di scappare con Derek.

Mi sentii sollevato, dopotutto non ero morto, ma sapevo che questa mia fortuna non sarebbe durata a lungo. Sentivo la falce della morte molto prossima, come dietro alle mie spalle pronta a prendere la mia anima in qualsiasi momento.

Due fiaccole di un'innaturale luce blu si accesero all'improvviso, rivelando così una figura seduta su un'imponente trono di pietra nera.

Lucifero era lì e mi guardava con uno strano sorriso sul volto, le gambe erano accavallate l'una sull'altra e una mano picchiettava sul braccio di quella sedia, tenendo così conto del tempo che passava.

-Sapevo che eri un ragazzo intelligente.- mi lodò, alzandosi e scendendo elegantemente gli scalini, uno per uno.

Indossava dei pantaloni e una giacca di pelle aderente, che lasciava scoperto quasi tutto il suo petto, dove una collana d'oro ondeggiava ad ogni suo passo. Allegata ad essa, un ciondolo circolare finemente lavorato, uno di quelli che potevi aprire e all'interno trovare una piccola foto.

Una volta che arrivò vicino a me, si inginocchiò, per potermi vedere da più vicino, poiché ero steso a terra e completamente bagnato. I suoi occhi erano scarlatti, i suoi capelli così uguali a quelli del mio demone, un filo di barba e l'età solo a distinguerli.

Come la prima volta, provai un po' di paura, ma non arretrai; lo sfidai con lo sguardo, pronto a qualsiasi cosa.

La sua risata mi sorprese, ma non lasciai che la mia guardia si abbassasse.

-Continui a sfidarmi anche se sei venuto qui di tua spontanea volontà. Lodevole.- disse alzandosi e muovendo qualche passo intorno a me.

-Io non ci trovo nulla di divertente.- dissi di getto; la paura sopita dall'adrenalina che stava percorrendo tutto il mio corpo. Faticosamente, mi tirai in piedi. I polmoni che ancora bruciavano, le gambe molli.

-Prova pietà per me giovane angelo. Sono un essere immortale, vecchio quasi come il mondo stesso; il mio senso dell'umorismo è molto diverso rispetto al tuo.- si giustificò, andandosi a sedere sul gradino più basso. Mi chiesi spesso perché non mi avesse ucciso subito, mentre ero privo di sensi. Non capivo perché fosse così desideroso di parlare con me, di rimandare quel momento che sapevamo entrambi sarebbe giunto.

-Perché non mi uccidi?- chiesi, rivelando i miei pensieri, che sapevo comunque non al sicuro dall'uomo che avevo di fronte.

-Perché dovrei? Potrei anche solo imprigionarti e nessuno avrebbe nulla da ridire; eppure tu non hai mai pensato altro che a un'unica soluzione. Dimmi Shade, desideri così tanto la morte?- chiese in cerca di risposte. Era vero, non avevo mai pensato altro che alla morte, non avevo messo in conto altre vie, altre soluzioni. La risposta doveva essere facile solo ai miei occhi, inspiegabile a quella degli altri. Chiusi gli occhi, conscio che ciò che stavo per dire era qualcosa di assolutamente personale, imbarazzante.

-No, non la desidero.- risposi serio -Ciò che voglio è vivere con Derek, amarlo per tutta la vita, però non mi è concesso, no? Per una stupida profezia, per qualcosa che nemmeno voi sapete a cosa porterà dovete separarci, infrangere il mio e il suo sogno; la nostra felicità. Ditemi Lucifero, credete davvero che una prigione possa tenermi lontano da lui?- chiesi guardandolo nuovamente negli occhi con sfida. Non rispose, lasciò che continuassi, interessato come non mai alle mie parole. Alla risposta che ancora non gli avevo dato.

-Derek verrebbe a cercarmi, a liberarmi, ma nel frattempo la lontananza ucciderebbe entrambi.-

-Non sarebbe così anche con la morte? O meglio, non sarebbe un dolore peggiore?- chiese confuso interrompendomi, cercando tra i miei pensieri le risposte. Sorrisi calmo, forse leggermente triste.

-Non se l'uomo che amo è la morte stessa.- risposi, sperando che l'altro capisse il significato dietro le mie parole.

Il silenzio aleggiò in quell'enorme stanza per qualche minuto, solo dopo un po' arrischiai ad aprire gli occhi che avevo chiuso e guardarlo. L'imperatore del male, colui che governava sull'inferno, mi guardava serio per nulla intenzionato a ridere di me. Le sue dita, intrecciate a coprire la sua bocca, mentre ponderava le mie parole.

-Da una parte ti trovo molto egoista, dopotutto vuoi scegliere la morte non perché è la via più semplice, ma perché significa rimanere fedele a chi ami, stargli vicino anche in questo frangente. Dall'altra, non so se definirti stupido o coraggioso, ma forse entrambe le cose.- disse sospirando ed alzandosi. Dalla tasca interna della sua giacca, tirò fuori un pugnale d'argento, piccolo e nel manico incastonate alcune pietre color di zaffiro. Lo lanciò proprio di fronte a lui, ai suoi piedi.

-Non sarò io a prendere la tua vita. Hai il coraggio di desiderare la tua morte anche ora?- chiese, risalendo le scale e tornando a sedersi sul suo trono, aspettando qualunque mia mossa. Spostai il mio sguardo sul pugnale. Voleva mettermi alla prova?

Sorrisi, chiudendo gli occhi e lasciandomi nuovamente cadere sulle mie ginocchia.

Non vi era alcuna scelta, non per me almeno.

Qualsiasi fosse il prezzo, io avrei sempre e solo scelto Derek, la sua salvezza. Se ciò significava morire, anche se in modo egoistico, codardo, stupido o coraggioso.

Tempo addietro aveva detto che io non appartenevo ad altri che me stesso;

Il mio sangue, le mie origini o una stupida profezia non avevano importanza. Non erano questi tre elementi a rendermi ciò che ero. Allora non sapeva quanto si sbagliava; perché io in realtà appartenevo a una persona. Io mi ero donato completamente a lui e sempre a lui avrei donato tutto ciò che avevo. Anche la mia stessa vita.

-Addio, Derek.- sussurrai -Ti amo.-.

Quelle sarebbero state le mie ultime parole, trasportate per sempre del vento come un'eco lontano ed eterno.

Presi il lungo pugnale d'argento da terra, senza esitazione, e in un momento non ci fu altro che buio.


 

Pov Lucifero


 

Lo osservai togliersi la vita stupito, con il fiato mozzato. Non riuscivo a credere che lo avesse fatto davvero.

Il sangue iniziò copioso a sgorgare dalla ferita che si era inferto proprio dove c'era il cuore.

Esattamente come accadeva ad ogni angelo che spirava, alcune delle sue piume iniziarono a danzare nell'aria. Le sue argentee e a me così nostalgiche, si posarono sul suo corpo ormai privo di vita e in quella pozza di sangue che si era venuta a creare, sporcandosi.

Si era sacrificato, aveva abbracciato la morte senza paura e ancora non riuscivo a credere che lo avesse fatto per amore. Come poteva essere così sicuro che oltre la morte vi sarebbe stato ciò che si aspettava? Come aveva anche solo pensato di scegliere la morte perché questo significava stare per sempre col suo amato, seppur in modo contorto e sbagliato.

Lo osservai a lungo, sconcertato e catatonico. Solo quando mi rassegnai al fatto che non avrei mai potuto capirlo, lo raggiunsi. Sul suo viso un sorriso di pace e tristezza era dipinto, mentre la sua unica lacrima versata per amore, ancora stava scendendo lentamente. Sospirando presi una piuma insanguinata e osservandola cupo mi diressi verso il luogo dove sarei dovuto essere già da un po': il luogo della riunione.

In molti sarebbero stati contenti della mia novella, ma io di certo non fui mai tra quelli.

Ancora una volta avevo portato via la felicità al figlio, che in fondo non mi era mai stato concesso di amare davvero.


 

Pov Derek


 

Inquieto battevo il piede per terra, per segnare il tempo che passava. La riunione doveva essere già iniziata da un pezzo, ma ancora nessuno sembrava intento a invitarci ad entrare, aprendo le porte di quell'edificio lussuoso che si trovava in una enorme città sulla Terra, luogo neutrale.

In realtà sospettavo che mio padre non fosse ancora arrivato, sapevo quanto gli piacesse far aspettare gli arcangeli per farli innervosire e questa volta sicuramente non era stato diverso.

Gli altri erano vicino a me, nonostante li avessi pregati di andarsene.

Come me, nervosi aspettavano che le ante di legno si aprissero, parlando sottovoce del più e del meno; forse per distrarsi dall'attesa che ci stava sempre più logorando.

Portai una mano all'altezza del cuore, massaggiandolo quando una strana fitta sembrò averlo fatto urlare di dolore, un dolore cieco, così forte da farmi girare la testa.

La sorte volle che le porte si aprissero proprio in quel momento, come se il destino volesse prendersi gioco di me.

Cercando di scacciare via quella brutta sensazione che mi aveva raggiunto, entrai seguito dagli altri.

Ci sorprendemmo quando notammo che solo due delle quattordici sedie presenti erano occupate: una da mio padre, l'altra da uno dei suoi fratelli: Michele.

Era la prima volta che lo vedevo, eppure capii subito grazie ai suoi occhi verdi e la morbidezza di quei capelli leggermente mossi, chi fosse.

Il suo volto non lasciava trasparire nulla, nemmeno mentre mi avvicinavo ai due posizionandomi al centro di quel tavolo a forma di ferro di cavallo.

-Che significa tutto questo?- chiesi rivolgendomi a mio padre, ma continuando a guardare quell'uomo che avrei potuto benissimo chiamare zio.

-Il destino a volte è bizzarro.- disse, la sua voce stranamente triste e allo stesso tempo dolce -Anche tu ti sei innamorato di un angelo rinnegato dal paradiso, proprio come tua madre, anche se la sua fu una scelta.- lo guardai e solo allora, posò davanti a lui una piuma argentea macchiata di rosso.

Non mi servirono altre parole, altri gesti. Come una furia uscii dalla stanza, la sensazione di prima ancora più forte.

Il mio respiro era accelerato, a causa dell'ossigeno che non voleva entrare nel mio corpo, il cuore mi rimbombava nelle orecchie, pesante, lancinante, mentre urlava di un dolore sordo e allo stesso tempo assordante.


 

Pov Lucifero


 

Guardai mio figlio andarsene di nuovo, più che mai lontano da me.

Nuovamente, mi ritrovai solo con il fratello che avevo amato di più e che avevo perso.

-Ancora una volta ci ha diviso una piuma argentea.- dissi sorridendo, mentre dentro di me mi sentivo distrutto e stanco. Era come se all'improvviso tutti gli anni che portavo si fossero addossati sulle mie spalle, rendendomi vecchio.

-Ti riferisci a me o a tuo figlio?- chiese l'altro, tranquillo.

-Ad entrambi.- esalai flebilmente.

La mano di Michele si posò sulla mia gamba, calda e rassicurante, mentre mi sorrideva tra le lacrime che stava versando.

Istintivamente gliele asciugai con le mie dita, avevo sempre odiato vederlo piangere. -Ti ho amato così tanto da averne paura e anche ora ne ho. Ti ho nuovamente reso infelice.- gli dissi, togliendo la mia mano, come scottato. Non ero mai stato degno di lui, né come fratello né come amante.

-Tu non mi hai mai amato, non veramente. Isabelle è stato l'unico tuo grande amore.- disse convinto delle sue parole. Aveva ragione, non avrei mai amato nessuno tanto quanto quella donna. Sì, lo avevo amato, ma solo come fratello anche se in realtà lo avevo fatto in egual misura alla mia prima moglie; tuttavia lo realizzai solo quando li persi entrambi e mi ritrovai solo con un bambino che assomigliava caratterialmente ad entrambi.

Così forti, da saper restare in piedi ad ogni difficoltà. Anche se da me aveva preso l'incomunicabilità dei propri sentimenti.

-Sono sicuro che andrà tutto bene.- disse poi Michele, abbracciandomi, però allora non fui sicuro di ciò che voleva realmente dire.


 

Pov Derek


 

Non so cosa mi portò proprio nella sala del trono, ma sapevo che era lì che lo avrei trovato:

Shade, riverso a terra proprio al centro di quella grande e tenebrosa sala circondato dal suo stesso sangue con un pugnale conficcato all'altezza del cuore. Incredulo, mi avvicinai tremante e molto lentamente al suo corpo esanime.

Incurante di quel liquido rosso e dei miei alleati, che mi avevano seguito, mi inginocchiai a terra e accarezzai il suo volto ora pallido e freddo. Scostai i suoi bellissimi capelli biondi impregnati di sangue e strinsi la sua mano. Aspettai minuti interminabili un qualche segno di vita, non potevo credere che lui potesse essere morto. Lui non poteva essere morto.

Ma Shade non si mosse, non mi sorrise e nemmeno parlò.

Ancora una volta, mi avevano lasciato da solo e senza dirmi neppure addio.

Quando la realtà mi crollò addosso non versai neppure una lacrima, non mi arrabbiai neppure; mi sentii semplicemente vuoto. Sì, perché insieme a Shade ero morto anche io.

Mi chinai su di lui e mentre estraevo il pugnale che me lo aveva portato via lo baciai per un'ultima volta, mentre aprivo le mie ali per nascondermi agli occhi di tutti e diventate rosse come il sangue che macchiava il pavimento nero.

Abbandonai il pugnale a terra e presi il suo corpo esanime tra le braccia. C'era un posto dove non era mai stato, un luogo che avrei tanto voluto mostrargli, ma che il corso degli eventi mi aveva proibito di fare: l'albero dei dannati, era lì che lo avrei portato. Ove avrebbe giaciuto per sempre.

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