You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
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Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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5. why am I thinking about him?

You are My apple sin

Why am I think about him?”

 

Ama, ama follemente, ama più che puoi,

e se ti dicono che è peccato,

ama il tuo peccato e sarai innocente.

- anonimo

 

 

PoV Jeremy

 

Non mi aveva neppure portato in un ristorante o da qualche parte a mangiare. Mi aveva direttamente trascinato in uno squallido Hotel e chiesto una stanza singola con un letto matrimoniale.

Sarebbe davvero accaduta in quel luogo la mia prima volta con la persona che amavo? La prima sera dopo che c'eravamo messi insieme da neanche due ore? Era davvero questo ciò che volevo?

-Andiamo.- disse con voce dolce, prendendomi per mano, mentre con l'altra teneva strette le chiavi della stanza che ci era stata assegnata.

Lo seguii in silenzio senza protestare, le mie gambe che si muovevano da sole, aiutate da Dylan che mi stava trascinando, mentre teneva le nostre mani intrecciate in una salda presa; come se avessi paura che potessi fuggire.

All'improvviso sentii la mancanza di Dominic, della sua mano serrata dolcemente sul mio polso. Perché dovevo pensare proprio a lui in quella che avrebbe dovuta essere la serata più bella della mia vita?

Perché le sue parole mi aleggiavano nella testa come un'eco che si rifrangeva rimanendo martellante e acuto?

Quale sorta di maledizione mi aveva lanciato?

Non feci nemmeno in tempo a chiudermi la porta alle spalle che me lo trovai addosso. Le sue mani che andarono a far discendere fino a terra la giacca di pelle da motociclista che indossavo, la sua bocca sulla mia, la sua lingua che impudentemente si faceva spazio alla ricerca della mia gemella.

-D...Dylan...- tentai di chiamarlo per fermarlo, ma lui non me ne diede il tempo. Mi travolse con il suo impeto, con la sua urgenza, togliendomi la maglietta, trascinandomi fino al letto e sovrastandomi, iniziando poi a privarsi dei vestiti lui stesso.

A quel punto capii che non avrei potuto rifiutarmi, che eravamo lì solo per fare sesso e non l'amore. Che mi aspettavo? Alla fine non era solo questo ciò che si poteva ottenere da una relazione? Non era quello il miglio modo di ottenere l'amore?

Una voce nella mia testa, remota, lontana, mi stava gridando di piantarlo in asso e andarmene; che altrove avevo qualcosa di meglio che mi stava aspettando, che una semplice scopata l'avrei potuta ricevere da tutti coloro che volevo.

Tuttavia, la ignorai.

Mi limitai a rispondere alle sue carezze, ai suoi baci; aiutai entrambi a renderci completamente nudi, ansanti.

Gemetti roco, mentre mi marchiava e poi andai a soddisfare la sua erezione, prendendola in bocca, succhiandola, leccandola; lo feci godere come chiunque altro, come ogni mio compagno di letto.

C'era una differenza, però. Davanti a me non c'era Dylan, nemmeno uno dei miei tanti amici di letto di passaggio, ma c'era Dominic.

Stavo immaginando che quel membro che si stava spingendo nella mia gola fosse il suo, che quel sapore che aveva e quell'acre profumo fossero di quel modello moro dal corpo mozzafiato, che a gemere fosse lui e non quello che doveva essere il mio ragazzo.

Quando venne ingoiai tutto, alzandomi e poi baciandolo, buttandolo sul letto, la mente ottenebrata, piena di un'unica persona che non era lì.

Ormai non stavo più capendo nulla, sinceramente non volevo più sentire nulla e in parte fu così.

Non percepii i graffi che l'altro mi apportò sulla pelle, nemmeno quelle dita che iniziarono a penetrarmi per prepararmi rudi. Non udii più i gemiti di Dylan, gli scricchiolii delle molle del letto o la sua bocca che mi vezzeggiava mordendomi e succhiando ogni cosa che gli capitasse a tiro sul mio corpo.

Ero come entrato in un altro mondo, come se la mia mente si fosse persa in un'altra dimensione dai toni color pastello e dove vi eravamo solo io e Dominic.

Lo immaginavo baciarmi dolcemente, accarezzarmi come se fossi la cosa più fragile e preziosa del mondo, così delicata che una sola carezza sbagliata avrebbe potuto rompermi.

Lo sognavo baciarmi senza nessun impeto, gli occhi aperti che scrutavano ogni sfumatura del mio volto, pronto a tirarsi indietro nel caso in cui gli avessi chiesto di fermarsi, accontentandosi di rimanere anche solo seduti sul letto, con me sopra le sue gambe, a baciarmi.

Lo vedevo prendermi con dolcezza, sorridendo appena, sussurrando il mio nome, mentre poggiava tanti piccoli baci sul mio collo che mi facevano il solletico.

Lo stringevo mentre mi prendeva dolcemente, entrando piano, con la costante paura di farmi male, distraendomi continuando a togliermi il respiro con un bacio, accarezzando la mia staffa e giocando con essa, in modo delicato, ma allo stesso tempo frustrante.

Passai quelle ore così, ad immaginarmi tra le braccia di un altro uomo, incurante o incosciente del fatto di chi esso fosse.

Probabilmente venni persino sussurrando quel nome, che sperai non fosse stato capito da Dylan che era del tutto ignaro della mia assenza.

Quelle ore furono le migliori illusioni della mia vita, ma anche le peggiori quando esse finirono e tornai alla realtà.

Che cosa avevo fatto?

 

PoV Dominic

 

Mancavano poche rintocchi all'una e io ero nervoso più che mai.

Continuavo a battere il piede a terra, mentre mi reggevo con una mano il capo; l'indice disteso sulla tempia, la punta della falange del medio che batteva contro lo zigomo e il pollice che premeva sulla mia guancia.

Il mio sguardo era fisso sulla televisione spenta, che rifletteva la mia ansia, la mia paura.

Il ticchettio dei secondi mi stava facendo scoppiare la testa, mentre il silenzio gridava.

Eccolo l'ultimo rintocco; ecco arrivata l'ora X.

Che cosa avrei dovuto fare? Quanto avrei dovuto aspettare.

L'ansia che già provavo si ingigantì e mi travolse come un'onda in piena tempesta. Mi sembrava di essere uno dei naufraghi presenti sulla “Zattera della Medusa” di Gericault; anche se non sapevo dire se uno di quelle che si sbraciava per chiedere aiuto o se uno dei cadaveri che giaceva ai bordi di quel legno galleggiante.

Un secondo.

Due secondi.

Tre secondi.

Al quarto la porta di casa si aprì e io scattai immediatamente in piedi, quasi incredulo e sollevato; enormemente sollevato.

-Ben tornato.- gli augurai sorridendogli e avvicinandomi a lui, nascondendo ogni turbamento all'interno del mio animo, baciandogli la fronte e abbracciandolo forte, stretto a me.

Mi sentivo sollevato, ma allo stesso tempo l'inquietudine non voleva andarsene, incombeva su di me come un avvoltoio pronto a divorare la mia carne, che aspettava solo il momento in cui sarei caduto sulle ginocchia, schiacciato dal peso delle mie stesse paure, di quei sentimenti che tenevo tutti dentro di me.

-Scusa...- sussurrò, mentre il suo corpo iniziava a tremare stretto a me, le braccia distese lungo il suo corpo, le nocche bianche a causa della forza che stava imprimendo nei pugni.

-Per cosa?- chiesi, anche se già avevo capito.

-Non ho aspettato.- il mio sorriso non vacillò, divenne solo più tenero, mentre lo guardavo con quell'amore che non voleva andarsene; non importava quanto tentassi di cancellarlo.

Quell'amore sbagliato, dettato dal peccato, sembrava essere stato scritto con l'inchiostro indelebile sul mio cuore e marchiato a fuoco nella mia mente.

-Non importa.- gli dissi, baciandogli di nuovo la fronte, anche se era una bugia. Non era vero che non era importante, ma non potevo sbattergli in faccia la mia gelosia e la mia rabbia, non quando era lì tra le mie braccia, tremante, con il volto rigato dalle lacrime e mentre si mostrava quel bambino che in fondo era.

Aveva solo diciassette anni e spesso e volentieri lo dimenticavo.

Sembrava così grande il mio Jeremy, così forte da scalare montagne e attraversare gli oceani a nuoto, ma ero anche cosciente del fatto che quella era solo una maschera.

Non era forte Jeremy. Era un ragazzo in preda agli ormoni di quell'adolescenza che stava ancora vivendo in piena tempesta, un semplice ragazzo in balia degli eventi, che combatteva ogni giorno una battaglia che poteva vedere solo in parte, destinato a crescere troppo in fretta, a fare scelte che non gli competevano, che avevano distrutto i suoi sogni e le sue aspirazioni.

Era sublime il mio Jeremy col volto imperlato da quelle piccole perle che luccicavano al buio, come quegli occhi verdi e magnetici, che raccoglievano ogni più piccola fonte di luce per poter brillare.

La mia luna stava soffrendo ed io con lei. Come avrei potuto sputargli in faccia tutta la rabbia e il veleno che mi giacevano dentro e che erano rivolti a me e a quel ragazzo che gli stava e gli avrebbe fatto del male?

-T... tu non hai capito.- singhiozzò, cercando di asciugarsi le lacrime con i polsi. -Ho fatto sesso con Dylan anche se...-

Gli posai un dito sulle labbra e gli baciai di nuovo la fronte.

-E' okay.- ripetei con altre parole.

-Ma ti ho deluso...- sussurrò piano, mentre sentivo che c'era qualcos'altro che mi stava nascondendo, ma che non avrei chiesto.

-Lo hai fatto perché volevi?- chiesi e lui non rispose subito, ma poi annuì.

-Allora non hai nessuna colpa. Hai fatto solo ciò che desideravi, volevi solo essere amato dal ragazzo che ami e dargli amore.- gli presi il viso a coppa, asciugando con i pollici le le scie umide di pianto, guardandolo dritto negli occhi.

Desiderai ardentemente di baciarlo, di farlo mio. Di togliere le tracce di quel pattume che aveva osato sfiorarlo, donargli quell'amore che tanto andava cercando: vero, puro e allo stesso tempo sporco e distruttivo.

Amore, positivo e negativo; amore, creazione, trasformazione e morte.

-Ora andiamo a dormire.- consigliai, baciandogli nuovamente la fronte.

Lui mi abbracciò, scoppiando a piangere. Mi sembrò persino di sentirlo mormorare qualcosa contro il mio petto, ma la sua voce fu così flebile che non riuscii a sentirlo.

Lo presi in braccio e lo portai fin di sopra in silenzio.

Lo aiutai a sciacquarsi il viso e a cambiarsi, mettendogli la mia solita maglietta nera.

Ci stendemmo in completo silenzio nel letto e lui si rannicchiò contro il mio petto, continuando a singhiozzare e tremare.

Cos'era successo davvero? Perché stava piangendo così tanto il mio piccolo Jeremy?

Gli passai la mano tra i capelli, coccolandolo, cercando di tranquillizzarlo.

Avrei voluto raccogliere il suo dolore, strapparlo dal suo petto e renderlo solo mio.

Avrei voluto dirgli che lo amavo, che io lo avrei sempre fatto, ma rimasi in silenzio.

Ero un vero codardo ed era proprio per questo che lui stava piangendo, ma che avrei potuto fare?

Lo strinsi di più a me, canticchiandogli nell'orecchio.

-Sei stonato.- si lamentò con voce gracchiante e impastata.

-Sono un modello, non un cantante.- cercai di farlo sorridere, riuscendoci solo in parte.

-Sei solo un bastardo rubacuori.- mi sorrise, baciandomi al lato della bocca e addormentandosi, mentre ancora piangeva.

-Dammi il tuo dolore Jeremy.- lo pregai, poggiando la mia fronte contro la sua e pregando di riuscire a raccoglierlo tutto.

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