You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
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Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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12. Rain

You are My apple sin
  Capitolo 12
 
“Rain”

 

 
E son le gocce: occhi d'infinito che guardano il bianco infinito che le generò.
Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco e vi lascia divine ferite di diamante.
Federico Garcia Lorca

 

 
Pov Jeremy
 
Avevo il cuore in gola, mentre camminavo per la città diretto al luogo del mio appuntamento e non con Dominic, ma con quello che in effetti, a tutti gli effetti, era ancora il mio fidanzato: Dylan.
Gli dovevo una spiegazione dopotutto, no? E di certo non potevo attendere oltre, non per me, per il mio nuovo amore e il mio migliore amico; se ancora potevo chiamarlo così.
Mi rigiravo il cellulare tra le mani nervoso, ne osservavo il display completamente vuoto di notifiche; le avevo già lette tutte dopotutto e sapevo che il biondo mi stava aspettando a casa sua, nel suo cavallo di troia, nella sua tana inespugnabile.
Non sapevo perché, ma avevo un leggero timore o forse era il mio istinto a darmi tale sensazione? Non riuscivo a comprenderlo.
Mi morsi il labbro inferiore e sbottai irritato, come un pazzo, in mezzo alla strada, scompigliandomi i capelli rossi, fiammanti che ormai avevo deciso avrei tenuto per sempre.
Alcuni passanti mi ignorarono, mentre altri si voltarono a guardarmi con un’espressione indecifrabile e contrariata, ma io non potevo farci nulla; mi sentivo debole, per niente me stesso, oppure quello ero io e ancora non lo avevo compreso troppo concentrato fino a quel momento a fare il duro?
Che Dominic fosse dannato! Era da quando era entrato così dolcemente nella mia vita che mi sentivo così, come dire, spaccato a metà.
Lui mi aveva fatto conoscere un altro me diverso, probabilmente quello che avevo dimenticato e che ero sempre stato prima della morte di mio padre, prima che cambiassi nel Jeremy cattivo, quello facile che apriva le gambe davanti a tutti e per tutti solo per il piacere di farlo, solo per cercare qualcosa o qualcuno che potesse darmi un briciolo d’amore e lo avevo fatto per anni; anni interi, gettati in un’illusione, in un desiderio sciocco ed inafferrabile a quel modo e che avevo capito fosse stato un errore solo allora, quando Dominic aveva detto di amarmi, quando io avevo compreso di amare lui.
Perché non era arrivato prima nella mia vita e in altro modo? Forse, sarebbe stato meno difficile e doloroso.
In quel momento il cellulare nella mia mano iniziò a vibrare, la scritta recitava: “mamma”, ma io la ignorai; non volevo parlare con lei, men che meno di Dominic. Dopotutto, chiamava solo per sapere di lui e mai fi me.
Misi il dispositivo in tasca e lo lasciai squillare a vuoto, affrettandomi ad arrivare al grande appartamento al quarto piano dell’edificio a cui ero diretto.
Per prendermela comoda presi le scale e ne contai i gradini.
Uno, due, tre... Arrivai a contarne settanta quando finalmente arrivai davanti al pianerottolo della porta di casa di Dylan.
Dalle tasche dei jeans che indossavo presi un mazzo di chiavi, quelle che il mio “fidanzato” mi aveva dato per entrare a mio piacimento a casa sua e fare ciò che mi pareva con lui, ovvero solo scopare, perché era questo che facevamo quando stavamo insieme.
La inserii nella toppa e lentamente, senza fare troppo rumore la girai nel tamburo e feci scattare la serratura un paio di volte prima che essa si aprisse.
Entrai altrettanto di soppiatto, non sapevo perché di tutta quella segretezza, ma qualcosa mi diceva che era meglio non farmi sentire.
-Allora? - chiese una voce che non riconobbi e che di sicuro non apparteneva al mio migliore amico – Come va con la bambola? – chiese continuando la stessa, sghignazzando.
Mi fermai. Chi era la “bambola”?
-Jem? Che vuoi che ne sappia è sparito, dovrebbe arrivare tra poco. Probabilmente gli manca il mio cazzo. – rispose scurrile quello che riconobbi come Dylan e nel sentirlo sentii la rabbia montare. Che aveva detto? A me non mancava affatto quel suo uccello piccolo e floscio!
-Hai fatto proprio un bel colpo. – rise sguainato lo sconosciuto –Quanto hai vinto con le scommesse? Duecento? –
Avevano scommesso? E su cosa?
-Duecento perché ci sono andato a letto più di una volta e trecento perché mi ci sono fidanzato. – rispose semplicemente il biondo, che mi immaginai avesse alzato le spalle.
Strinsi forte i pugni e mi avvicinai di più alla porta del salotto in cui i due stavano parlando e senza farmi vedere sbirciai.
Quei due idioti si stavano fumando delle canne a quanto potevo sentire dal fetido odore che arrivava al mio naso. Mi trattenni dal tossire solo per non farmi scoprire.
L’altro fischiò. –Bella cifra, ma ora sei disposto a dividerti la bambolina? Per me è così puttana da accettare anche un rapporto a tre. – tremai di rabbia e vergogna. Tempo prima avrei accettato, lo sapevo, per questo non avrei potuto recriminare il fatto di quel nome poco gentile con cui mi aveva definito; in fondo me lo meritavo, ma ormai ero cambiato.
Non sarei più stato il tipo facile da portare a letto, non avrei più fatto sesso solo per sfizio, per piacere, ma solo per amore.
-No, la bambola è mia e basta. Magari quando mi stancherò di lui ve la darò, ma non ora. - rispose, prendendo poi un’altra boccata di quella cartina contenente l’erba.
Mi veniva da vomitare.
Come avevi fatto ad innamorarmi e a stare con un tipo così? Eppure, non doveva essere il mio migliore amico?
-Se sapesse che stai pure con un piede in due scarpe... A proposito, con Dafne? Come va? -.
Mi sentii gelare, non che mi importasse; anche io lo avevo tradito, ma per qualche strano motivo la cosa mi ferii comunque.
-Mmm… - mugugnò l’altro alzando le spalle –Ci sto andando piano, tanto per ora Jem è un’ottima bambola gonfiabile. - rise e io non ci vidi più.
Con gli occhi che pizzicavano andai in cucina e presi la prima bottiglia che mi capitò tra le mani piena e poi andai in salotto, il passo felpato e versai il contenuto di essa sulla sua testa sorprendendolo.
-La “bambola gonfiabile” - ringhiai ferito –Ti sta mollando, stronzo. -
Lui si alzò e si voltò verso di me con uno sguardo di fuoco, pieno di ira, di rabbia, ma io lo sfidai con il mio pieno di dolore, ma anche di tenacia.
Non gli avrei mai permesso di trattarmi ancora così, non mi sarei mai più piegato; non avrei mai più fatto palpitare il mio cuore per un essere immondo come lui.
-Tu, troia... – ringhiò e io sorrisi serafico.
-Lo sono stato. – dissi con leggerezza, con facilità – Ma ora non più. -
- Una troia rimane una troia. – sputò Dylan, scavalcando il divano e prendendomi per un polso, stringendomi così forte da farmi male, ma io resistetti, reprimendo qualsiasi gemito di dolore. Non volevo che mi scorgesse debole, non più.
-Forse sarò per sempre una puttana, ma almeno non sono un emerito stronzo bastardo come te. – cercai di liberarmi, ma lui rafforzò la presa e io mi morsi l’interno della guancia.
-Questa me la paghi. – disse gutturale e in quel momento tremai, ma forse da qualche parte il mio angelo custode per una volta decise di venire in mio soccorso prima che le cose si mettessero troppo male.
Il campanello suonò; una volta, due.
-Sembra che tu sia richiesto. – gli feci notare sorridendo tirato e lui mi lasciò in malo modo, andando ad aprire, mentre l’altro ragazzo nella stanza mi guardava avidamente.
Distolsi lo sguardo disgustato e poi mi massaggia il polso su cui recavo il segno della mano del mio ormai ex fidanzato e ex migliore amico.
-Non è un buon momento Dafne. – lo sentii dire, mentre mi recavo verso l’uscita; dovevo approfittarne ed andarmene prima che lui non avesse più ospiti da intrattenere.
-Se è per me, me ne stavo andando. – sorrisi cordiale, mentre Dylan si tratteneva dal ringhiare per non spaventare quella che doveva essere l’altra sua “bambola”: era minuta, capelli a caschetto e biondi, qualche extension qua e là che rendevano il suo comportamento pacato leggermente più sbarazzino; gli occhi erano di un caldo color nocciola, la sua pelle candida come la neve e il suo aspetto così fragile da sembrare che le si potesse fare male solo sfiorandola.
-Un amico? – chiese timidamente lei, scostandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio e guardando con occhi sognanti quello che credeva il suo ragazzo; quegli stessi lumi che probabilmente qualche tempo prima anche io avevo mostrato verso di lui.
-No. – risposi io
- Sì. – disse lui all’unisono e lei ci guardò confusa, mentre entrava e io uscivo e Dylan non poteva farci nulla.
-Sono il suo ex ragazzo. – le rivelai tranquillamente, sfoggiando il mio miglior sorriso angelico dietro cui si nascondeva un vero diavolo. –O per meglio dire la sua ex bambola, spero che con te sia più sincero che con me e che non ti stia usando. -.
Il ragazzo ringhiò, mentre io sorridevo serafico; mentre gli occhi ancora mi pizzicavano.
Non mi importava, ma mi faceva male; tanto male il petto.
La ragazzo ci guardò confusi e poi io li salutai con un cenno della mano prima di scendere giù dalle scale correndo, scappando via, mentre iniziavo a piangere.
Tuttavia, avrei fatto meglio a prendere l’ascensore, infatti, posai male un piede su uno dei gradini, mentre la mia vista si faceva appannata a causa delle lacrime che incontrollate avevano iniziato a rigarmi il viso e scivolai, cadendo su quegli ultimi gradini.
Non era strana la sensazione del cadere? La nostra mente comprendeva sempre cosa stava accadendo, reagiva istintivamente proteggendo le nostre parti vitali, portando le braccia in avanti o davanti al volto, ma allo stesso tempo era come se fermasse il tempo.
Quando si cade tutto scorre lento, al rallentatore, proprio come nei film, l’aria sembra per un momento smettere di muoversi invisibile, il respiro si mozza, percepiamo la sensazione del nostro corpo che si inclina, la paura palpabile che attraversa elettrico ogni più piccolo lembo del nostro corpo, mentre tutto si fa silenzio, un po’ come quando si sta per affogare, ma la sensazione provocava un senso di nausea e vertigine.
Fu così che mi sentii io, mentre tentai di ripararmi, di afferrarmi a qualcosa, qualsiasi cosa che potesse impedirmi di farmi male, di rompermi, ma non trovando alcun appiglio.
Semplicemente caddi, scivolai lungo quegli tre ultimi maledetti gradini e alla fine mi ritrovai a terra con la caviglia che mi doleva come se avessi appena messo piede all’inferno.
Dolorante mi misi a sedere, mentre tutto il mio corpo doleva, ma soprattutto quel punto nella mia gamba destra.
Le lacrime già scorrevano a causa delle mie emozioni, si sommarono a quelle per il dolore e mi sembrò di essere diventato una cascata, mentre non riuscivo a comprendere quale dei due affanni fosse il peggiore.
Con le mani iniziai a massaggiare dolcemente e delicatamente quel punto e quando mi sembrò che andasse meglio tentai di alzarmi, ma una scossa mi attraversò il corpo e io gemetti di dolore, mentre strizzavo le palpebre.
Faceva male, tanto male, ma ciò non mi fermò dal continuare a camminare; dovevo andare avanti, dovevo tornare da Dominic, dal mio amore.
 
Aveva iniziato a piovere e io non avevo con sé l’ombrello, ma non mi importava. Con sguardo vacuo vagavo per le strade della città claudicante, mentre continuavo a piangere e il cellulare in tasca che continuava a vibrare, ma a cui io non risposi.
Non mi importava chi fosse, probabilmente era mia madre, quella “strega” come la chiamava Conrad, quella donna che mi aveva dato la vita, ma che di me non le importava nulla e che mi chiamava di tanto in tanto solo per interessarsi del suo “dolce e coccoloso bombolone al cioccolato”.
Lo presi in mano solo quando non ne potei più di quel fastidioso brusio e a differenza di ciò che mi aspettavo la scritta “Dominic” faceva capolino in caratteri cubitali e con la foto di me e lui che ci baciavamo durante il servizio fotografico.
Reprimendo un singhiozzo feci scorrere il dito sul vetro dello schermo e lo portai vicino all’orecchio.
-Jeremy, va tutto bene? – chiese dall’altra parte dell’apparecchio il più grande con voce preoccupata –Ti ho chiamato venti volte e non mi hai risposto. –
Io rimasi in silenzio, non riuscendo a dire nulla; era come se la mia lingua fosse diventata di pietra e neanche provando a morderla sembrava riuscire a sillabare nemmeno una parola.
-Jeremy? – mi chiamò di nuovo, in risposta al mio silenzio –My? – mi chiamò poi con quel nome che mi faceva sciogliere ogni volta.
-Dom... – riuscì a dire, prima di portarmi una mano tra i capelli e appoggiarmi al muro di un edificio qualsiasi che nemmeno io sapevo quale.
Volevo essere da lui, con lui, ma alla fine l’unica cosa che ero stato in grado di fare era stata quella di muovere i miei piedi senza una meta precisa, ignorando il dolore della caviglia che si era gonfiata, probabilmente slogata.
-Dove sei? – chiese cambiando tono di voce, mentre sentivo chiaramente il rumore di chiavi e la porta che si chiudeva.
Mi guardai attorno, stropicciandomi gli occhi.
-Non lo so. – pigolai, non riuscendo a riconoscere nulla. –vicino a un parco... Uno con un’enorme pista per pattinare sul ghiaccio. – dissi solo, guardando di fronte a me.
-Arrivo, ma tu continua a parlarmi. – disse, mentre in realtà fu solo lui a parlare, consolandomi con la sua dolce voce e nel frattempo io continuavo a piangere.
 
Pov Dominic

Continuavo a parlargli, mentre camminavo sotto la pioggia e nessun ombrello, poiché lo avevo dimenticato per la fretta di trovarlo, di stringerlo tra le mie braccia.
Che aveva il mio angelo, la mia mela del peccato? Ancora non ero riuscito a comprenderlo, a capirlo.
Girai per un bel po’ per il centro cittadino, prima di individuare finalmente il luogo che mi aveva indicato; probabilmente, la soluzione migliore sarebbe stata quella di dirgli di recarsi in un luogo conosciuto ad entrambi, ma il rosso credevo non sarebbe stato in grado di farlo.
-Ci sono quasi, dove sei? – chiesi, mentre insieme all’orda di persone mi dirigevo verso le strisce pedonali, guardandomi intorno nel tentativo di scorgere un fuoco in mezzo agli oceani colorati di ombrelli.
-Davanti a te. – rispose finalmente, con voce flebile e io immediatamente mi voltai verso la sua direzione, dall’altra parte della strada.
Era lì, davanti a tutti, i capelli rossi bagnati che gli si erano attaccati al viso contornandolo, gli occhi rossi, gonfi, le lacrime che non sfuggivano alla mia vista, nemmeno se mischiate a quelle del cielo.
Restai con il cellulare vicino all’orecchio, guardandolo, mentre il mondo si fermava.
Il rumore della pioggia aveva iniziato a tacere, le macchine che sfrecciavano sulla strada tra di noi erano come invisibili, la gente era diventata inizialmente di un anormale color grigio e poi era semplicemente scomparsa e a rimanere fu solo quel semaforo, quella luce rossa che non si decideva a scattare.
Quando iniziò a lampeggiare mi sentii mancare il fiato, mentre percepivo l’aspettativa, la smania di averlo tra le mie braccia e stringerlo contro di me si faceva pressante, sempre più esigente.
Alla fine quella luce rossa si spense, come se fosse stata l’ultima cenere e io non ci pensai neppure per un secondo.
Iniziai a muovermi, con passo lento, ma allo stesso tempo svelto e calcolato, mentre la folla si versava e si mischiava su quel tratto di strada, ma per me loro erano inesistenti perché l’unica persona che i miei occhi potevano vedere era Jeremy.
Arrivammo entrambi a metà strada e poi ci fermammo, affogammo entrambi nei nostri sguardi e poi l’impeto si fece tempesta e le nostre bocche si incontrarono bisognose, mentre lui mi cinse con le sue mani il mio viso, alzandosi sulle punte, continuando a piangere, mentre la sua lingua si avvolgeva alla mia frenetica, bisognosa di calore e affetto che gli diedi.
La pioggia ci stava bagnando, i nostri vestiti erano completamente fradici e ormai trasparenti, ma non ci importava; come non ci interessammo dello sguardo delle persone grigie che ci osservavano con disgusto, disprezzo, mentre dall’altra parte alcuni di loro non facevano affatto caso a noi.
Ambedue i tipi però ci lasciarono un varco, uno rotondo, come se tra noi e il mondo esistesse davvero una bolla che ci separa, che rendeva quel nostro piccolo spazio il nostro piccolo universo.
-Ti amo. – mi disse staccandosi, gli occhi chiusi e un tenero e triste sorriso, ma il suo tono fu così flebile che io non lo riuscii a capire.
 
Tornammo a casa in puro silenzio e in altrettanto modo ci spogliammo lungo il tragitto che ci portò in bagno.
Entrambi tremavamo per il freddo, forse ci saremmo anche presi una broncopolmonite, me al momento non ci importava affatto; volevamo solo restare insieme, in quel silenzio fatto di noi.
Non usammo il box doccia quel giorno, ma riempimmo la vasca di acqua bollente e schiuma.
Io fui il primo ad entrare e poi lui mi seguì, sedendosi tra le mie gambe e accoccolandosi al meglio contro il mio petto.
Le mie labbra andarono a baciargli dolci il collo, mentre entrambi ci godevamo il tepore di quell’acqua che ci stava ridando energia, calore.
-Mi vuoi dire che è successo? – chiesi, infine, rompendo quella bolla di quiete che ci aveva seguito sin da quando il nostro sguardo quel pomeriggio si era incontrato e le nostre labbra suggellato.
Dovevo sapere, volevo sapere.
-Ho lasciato Dylan. – mi rivelò, tenendo gli occhi chiusi.
Io mi limitai ad annuire, sapevo che c’era altro in arrivo.
-Mi ha chiamato “bambolina”. – in quel momento lo strinsi più forte, mentre sentii la rabbia pervadermi, ruggire. Avrei voluto averlo tra le mani per poterlo uccidere in quell’istante.
-Non ascoltarlo. È solo un... – non riuscivo a trovare una parola adatta che potesse contenere così tanti termini insieme.
-Bastardo? – completò Jeremy per me.
-No, ancora peggio. – ringhiai.
Lui ridacchiò appena e la cosa mi sollevò.
-Però ha ragione; in fondo, alla fine, fino a poche settimane fa ero davvero una puttana. –
-Non dirlo. – lo bloccai io.
Lui si voltò lentamente e mi baciò castamente sulle labbra; fu un tocco leggero, lieve e fugace.
-Si è ciò che si è. – recitò –Non puoi negare che io non lo fossi, anche se è dolce da parte tua farlo. –.
Mi sorrise e tornò ad adagiarsi contro il mio petto e io gli accarezzai il ventre, notando poi attraverso l’acqua la sua caviglia gonfia.
-Che hai fatto alla caviglia? – chiesi.
-Sono scivolato dalle scale, fa male, ma ora è sopportabile. - rispose tranquillo.
-E hai camminato per tutto il tempo così? Sei pazzo! Ecco perché piangevi. – non riuscivo a credere che avesse fatto così tanta strada con quella caviglia. Era un miracolo! Se fosse stata rotta? Avrei dovuto portarlo in ospedale forse.
-In parte. – alzò le spalle –In realtà piangevo perché ho capito che ancora una volta non sono stato altro che un oggetto. –
Mi avvicinai al suo orecchio: -Non lo sei. – gli sussurrai.
Si voltò verso di me e fece accarezzare le punte dei nostri nasi, i nostri respiri caldi ci accarezzarono dolcemente.
-Non più se tu sei con me. – sorrise, prima di sopirsi stanco e stremato.
Lavai entrambi faticosamente, poi uscii portandolo con me, asciugandolo e infine rivestendolo, ma non prima di aver medicato la sua caviglia.
Lo adagiai sul letto, tra le coltri azzurre come il cielo, osservandolo dormire beato mentre gli accarezzavo i capelli seduto sul bordo del letto.
-Torno presto. – gli sussurrai all’orecchio, come se potesse sentirmi, prima di baciarlo sulla fronte e alzandomi per uscire di nuovo; avevo un conto in sospeso con una persona che non avrei mancato di pagare.
 
Fu facile trovarlo grazie al cellulare di Jeremy; era bastato un messaggio.
Quando arrivai nel vicolo che gli avevo indicato a tradimento lui era già lì, a braccia conserte ad aspettare il mio dolce angelo.
-Grazie per essere venuto. – dissi avvicinandomi e rivelandomi così.
Appena mi vide sbarrò gli occhi, ma poi si ricompose, scostandosi dal muro e fronteggiandomi; come se avesse qualche speranza contro di me. Povero illuso.
-Così la troietta ha mandato il suo cane invece che venire qui di persona? Non lo facevo così vigliacco. – sputò con un astio e un odio tale, che dovetti trattenermi per non saltargli subito alla gola.
Avrei voluto davvero ucciderlo, ma sapevo che non era giusto.
-Jeremy non sa che sono qui. – chiarì tranquillo, ma tagliente e con un sorriso ben poco amichevole.
-Beh, allora fai in fretta. – sbuffò –Non ho tempo da perdere, io. –
Mi avvicinai ancora di più a lui.
-Allora sarò molto diretto. – lo avvisai prima di dargli un pugno in faccia e storcergli successivamente il braccio dietro la schiena, inchiodandolo poi a terra mentre l’altro uggiolava come un cane bastonato.
-Sta lontano da Jeremy. Non parlargli, non sfiorarlo e non provare ancora ad insultarlo; se lo vengo a sapere che hai trasgredito a queste tre semplici basilari lettere... – lasciai in sospeso la frase, mentre sorridendo serafico gli presi un dito e glielo piegai all’indietro rompendolo; facendolo urlare di dolore. –Ti spacco le ossa una ad una. – lo minacciai, completando e rialzandomi, mentre lui si contorceva a terra.
Me ne andai, lasciandolo così, mentre io mi sentivo soddisfatto e colpevole al tempo stesso.
Perché il passato sembrava non volermi abbandonare mai?
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