You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
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Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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15. Past and whitch

You are My apple sin

 

Capitolo 15
 
“Past and whitch”

 

E' proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire, 
dimenticare i suoi occhi e le sue risate 
solo perché le vostre strade hanno smesso di abbracciarsi. 
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.

Pablo Neruda

 
 

Pov Dominic
 
Dopo un mese di ricovero finalmente ero libero di lasciare quel dannato ospedale. Se fosse stato per me ne sarei andato via mesi prima, ma in fondo non era stata male la mia permanenza in quel luogo.
Approfittando del fatto che fosse luglio inoltrato, Jeremy veniva a trovarmi da mattina a sera, fino a quando non ero io a cacciarlo, con delle minacce, o al mio posto lo facevano le infermiere.
-Dammi qua, non devi fare sforzi. – si intromise Jeremy, spingendomi delicatamente sulla poltrona e tornando a piegare per me i miei indumenti.
Sbuffai sorridendo, tutte quelle attenzioni mi piacevano particolarmente.
Lo osservai, i suoi movimenti erano palesemente nervosi; lo era stato per tutto quel tempo, ma come biasimarlo? Avrei avuto paura anche io se i ruoli fossero stati invertiti.
-My. – lo chiamai, mentre i miei occhi scendevano lentamente su di lui, percorrendo la linea della schiena fino ad arrivare al suo fondo schiena, che osservai con pura brama.
-Mm… - mugugnò lui, senza voltarsi, mentre lottava con il pigiama. Piegare non era di certo il suo forte nelle faccende domestiche, me ne ero già accorto tempo prima.
-Quando torniamo a casa ti voglio. – lo informai. Avevo bisogno di sentirlo sotto di me, tra le mie braccia e nelle mie orecchie con i suoi gemiti si spandevano tra le pareti di camera nostra, mentre io mi ritrovavo dentro di lui, stretto e accarezzato da quella carne bollente che defloravo ancora e ancora, alla ricerca del massimo piacere.
Non potevo più lasciarlo andare, non potevo più neanche solo pensare di non averlo accanto.
Al diavolo le remore che infondo avevo ancora; lo amavo e non mi sarei più tirato indietro.
Lui si voltò e mi sorrise, ma non era ciò che mi sarei aspettato.
-Di un po’ imbecille, vuoi riaprire le ferite? – chiese furente, lasciando perdere ciò che teneva in mano e infilandolo con violenza nella sacca, incurante di stropicciarlo tutto –Per un’altra settimana non puoi fare movimenti bruschi o sforzarti, quindi calma i tuoi maledetti bollenti spiriti e… - si voltò, imprecando qualche accidente, mentre cercava di nascondermi il suo viso.
Mi alzai e lo abbracciai da dietro, avvicinandomi a lui.
-My, non è colpa tua. – gli ribadii per la milionesima volta. Perché darsi la colpa? Avrei benissimo potuto scansare quel coltello, ma era stata una mia decisione non farlo, poiché il mio primo pensiero era stato lui.
Irrazionale, non è vero? Solitamente l’uomo si muove sempre in base al suo egoismo, ma, forse, per me Jeremy era proprio ciò: una forma del mio amore egoistico.
-Se io… - singhiozzò contro il mio petto.
-Arrivati a casa, ti va di sentire una storia? – gli chiesi, accarezzandogli i capelli.
Era giunto il momento, dovevo renderlo partecipe di almeno una parte del mio passato; sia per me che per lui.
Avevo paura, ma era superfluo dirlo.
 
Pov Jeremy
 
Quando tornammo a casa, questa era un completo disastro. Non avevo fatto in tempo a pulirla per il suo arrivo, era rimasta tale e quale a quella maledetta sera; non vi avevo messo più piede dentro da allora per la precisione; quelle settimane le avevo passate a casa di Conrad, che aveva insistito. Non che ne avesse bisogno. Qualche settimana prima la sola idea di tornare in quella casa mi faceva paura, ma essere finalmente al fianco di Dominic mi aveva reso un po’ più forte.
Entrammo insieme, mano nella mano.
-Probabilmente dopo dovrò andare a fare la spesa. – dissi per rompere il silenzio teso tra noi, ma non potei dire altro che le labbra del moro si posarono sulle mie.
Ci baciammo, lì, nell’ingresso, con passione, con brama e bisogno.
In ospedale non avevamo potuto avere molti momenti di intimità; il gesto più spinto era stato un bacio sulla fronte.
Solo in quel momento, mentre le nostre lingue danzavano, mi accorsi di quanto quella bocca e quel sapore mi fosse mancato.
Cercai di farmi più vicino a lui, poggiando la mia mano libera sulla sua guancia, mentre tenevo gli occhi socchiusi.
Non gli avevo più detto “ti amo” da quella lontana alba, lui non sapeva neppure che avessi pronunciato quelle parole, ma sapevo che non le avrei pronunciate di nuovo tanto presto, però speravo che i miei gesti parlassero più di quanto potesse fare la mia voce, le mie parole.
-Mi sei mancato. – sospirò, staccandosi e accarezzando la punta del mio naso con la sua.
-Anche tu. – mormorai timidamente, nascondendomi nel suo abbraccio.
Finalmente ero a casa, tra le sue braccia.
 
Pov Dominic
 
Andammo di sopra, nella nostra camera che sapeva ancora di noi.
Per cambiare l’aria Jeremy aprì la finestra appena per qualche minuto, mentre io mi stesi su quel giaciglio comodo, rasserenandomi appena.
La ferita nonostante tutto faceva ancora un po’ male, nonostante ormai fosse passato un mese, anche se non era poi così grave; era più che altro un fastidio, un po’ come quando ti punge una zanzara.
-Come va? – chiese gattonando da me e io infilai le mie dita tra quei fili ormai perennemente rossi e delicatamente lo costrinsi a posare il suo capo sul mio petto.
-Meglio ora che ci sei tu. – sorrisi, affondando il volto tra i suoi fili profumanti.
Mela, mela ovunque.
Forse nella sua vita passata era stato davvero una mela. Altrimenti come poteva profumare così tanto di quel frutto?
-Scemo. – ridacchiò sollevato, rannicchiandosi ancora di più contro di me.
-Forse, però sto davvero bene con te. Quando ci sei tutto ha un senso. – sospirai, intrecciando le dita delle nostre mani e mirandole.
Sarebbe stato bello avere sui nostri anulari sinistri un anello. Dopotutto chi voleva sposare Lorelay? Ormai nemmeno l’amavo più, forse non l’avevo mai fatto e mi ero messo con lei solo per farla smettere di molestarmi di messaggi e chiamate non gradite e tutta colpa di un’assistente che aveva scambiato i nostri caffè.
Come le avevo parlato aveva attaccato bottone, come se fossi stato io il primo a flirtare con lei, quando in realtà nemmeno ero interessato.
Avevo tentato di ignorarla per ben due mesi, ma poi avevo ceduto, accettando di portarla a cena e alla fine tutto era degenerato.
-Con tutto intendi il tuo passato? – chiese il mio dolce My, guardando anche lui i nostri palmi.
-Non solo, tutta la mia vita. – specificai, cercando le sue labbra per un dolce bacio che lui ricambiò. –Tu sei quella felicità che in fondo non merito. – sorrisi triste. Come meritarla? Come? I miei peccati erano stati troppi.
-Non credo. Sei troppo buono per non meritarla. – chiuse gli occhi e io risi amaro; fu più forte di me.
-No, non credo. – dissi, prendendo fiato e iniziando poi a raccontare.
 
Era il 15 gennaio e fuori nevicava. Allora avevo solo nove anni e stavo tornando a casa da scuola prima a causa di quell’incessante ascesa di batuffoli di neve.
Tutto era così candido e perfetto e io con i miei piccoli amici e compagni di classe avevamo ingaggiato una battaglia sulla via del ritorno.
Quella giornata sembrava perfetta, come non esserlo? La scuola era stata chiusa per qualche giorno, la neve danzava, danzava e danzava vorticando e posandosi su ogni cosa; anche sulla punta del mio naso.
Arrivai a casa con un sorriso stampato sulle labbra, sembravo un leone capace di affrontare il mondo, nonostante fossi piccolo, con gli occhiali e dalla costituzione fragile.
Ma fu proprio quel giorno che imparai quanto la vita potesse essere ingiusta e incoerente.
Prima donava un momento di felicità e poi uno in cui tutto sembrava andar male, ma forse era anche vero che era il dolore a chiudere i capitoli della nostra vita per spronarci ad andare avanti.
Quando entrai in casa tutto era buio, c’era solo uno dei miei zainetti davanti all’ingresso e mia madre in cucina che stava fumando e bevendo il suo ennesimo drink, mentre papà era di nuovo lontano, chissà dove e chissà per quanto.
Appena entrai feci per togliermi le scarpe, ma mia madre mi fermò.
-Vieni con me. – disse semplicemente, prendendo il mio zainetto pieno di qualcosa e afferrandomi poi dolorosamente per un braccio.
Non sapevo perché, ma la paura mi assalì improvvisa e tentai in ogni modo di liberarmi, di non seguirla; tuttavia lei era più forte.
Quello fu la prima volta in cui ebbi davvero paura di mia madre.
-Mamma… mi fai male. – mi lamentai, mentre cercavo in ogni modo di allontanarmi, ma lei come se nulla fosse, come se non avessi neppure parlato, mi trascinò fino in macchina e mi buttò sul sedile posteriore, insieme al mio zainetto, chiudendo la portiera per non lasciarmi fuggire.
Ero in trappola, come un topo.
Lei fece il giro della macchina, i suoi capelli raccolti in una crocchia e fermati da un bastoncino come quelli con cui mangiano i cinesi erano spettinati, sporchi e crespi. Erano biondi, non neri come quelli di papà, mentre avevo ereditato i suoi occhi: neri come l’inchiostro, neri come il mondo.
Entrò in macchina e mise in moto, senza dire una parola, senza nemmeno accendere la radio.
Io la guardai senza dire nulla, stringendo il mio zainetto pieno di qualcosa che non sapevo e tremando appena.
I miei occhi cercano il suo sguardo, cercavano di porle silenti domande a cui lei non rispose mai.
Guidò per ore sotto la neve che non accennava a diminuire, senza mai fermarsi, senza mai fiatare.
Mi ero quasi addormentato quando lei si fermò in un vicolo buio, all’apparenza pericoloso; sembrava uno di quei vicoli da cui dovevi tenerti alla larga, perché dal buio sarebbe potuto apparire da un momento all’altro chiunque. Nella mia testa vi era l’infantile pensiero dell’uomo nero.
Dopotutto avevo nove anni, di cos’altro sarei dovuto essere a conoscenza? Quel giorno non sapevo ancora dell’esistenza dei drogati, degli ubriachi, dei pedofili o degli assassini, ma ne sarei presto venuto a conoscenza.
-Scendi. – disse con tono imperativo, senza guardami.
-Ma… mamma io… ho paura. – rantolai senza muovermi. Lei si voltò verso di me, i suoi occhi non erano neppure pervasi dalle lacrime. Mi guardò con astio, con un odio immotivato fatto di fuoco.
Scese dalla macchina e aprì la mia portiera, afferrandomi di nuovo e costringendomi a scendere, buttandomi sulla strada innevata ed immacolata.
Senza poi dire più nulla ritornò in macchina e sgommò via, lasciandomi lì, da solo al freddo e solo con quello zainetto che era pieno di cibo sufficiente per qualche giorno.
Non un biglietto, non una parola che mi spiegasse il perché del suo gesto.
 
Passarono i giorni, le settimane e io rimanevo in quel vicolo notte e giorno ad aspettare.
Nella mia testa continuavo a dirmi che lei sarebbe tornata, che presto avrei rivisto la mia mamma e il mio papà, che era stato solo un equivoco e che non potevano avermi abbandonato, ma erano solo le vane speranze di un bambino che tremava per il freddo, che ormai aveva la febbre e che presto sarebbe morto assiderato.
Avevo scoperto che quel vicolo di città era poco frequentato, solo da malviventi e drogati, che passavano senza guardarmi, senza vedermi o forse ero io a non volerlo; ne avevo paura.
Quei sorrisi erano maligni, come quelli dei cattivi nelle illustrazioni nelle favole, poi i loro occhi erano allucinati, vitrei e giocavano con i coltelli.
Non mi piacevano.
Avevo ormai perso le speranze. Il cibo era finito e quell’unica coperta che mi era stata gentilmente offerta da mia madre come suo ultimo regalo era ormai sporca, bagnata e strappata.
Per la prima volta a nove anni, il pensiero e la figura della morte mi sfiorarono e mi toccarono.
Credevo davvero sarei morto in quel vicolo. I miei occhi si stavano chiudendo, non sentivo più la sensibilità del mio corpo, ma fu in quello stesso istante che un signore mi si avvicinò.
Aveva un sorriso gentile o così almeno pensavo; forse la febbre mi aveva alterato i sensi.
Aveva gli occhi color nocciola, erano piccoli come la sua testa a forma d’uovo e con un cappello sul capo che sembrava quello di Staglio ed Olio.
Si chinò verso di me e posò la sua fredda mano sulla mia fronte, dandomi un leggero sentore di sollievo.
-Che ci fai qui, piccolino? – chiese preoccupato. 
Lo guardai con uno sguardo febbricitante, con la mente ormai che era offuscata e che presto si sarebbe spenta. Avevo bisogno di un dottore, di un ospedale.
-Vieni con me. Ti porto a casa. – disse raccogliendomi e prendendomi in braccio, stringendomi, mentre tremavo tutto e mentre perdevo i sensi.
 
-Quell’uomo era Conrad? – chiese interrompendomi per un momento e guardandomi con quegli occhi verdi che brillavano di una certa curiosità.
Passai un dito sui suoi zigomi, belli, ma tutto di lui era bello; non vi era una sola imperfezione e anche se vi fosse stata, non l’avrei vista, perché l’amore non rende ciechi, ma semplicemente ama ogni cosa dell’altro; fa apparire i difetti come le più dolci ed irresistibili.
-Avrei voluto, ma no, non era lui. – risposi accarezzandogli i capelli e tornando a raccontare.
 
Mi risvegliai in una stanza a me del tutto sconosciuta, la stanza di un bambino.
Era piena di giochi che io avrei sempre voluto, ma che non avevo mai potuto avere.
Le pareti erano di un caldo colore arancione e su di esse vi erano dipinti degli alberi; mi piaceva, era confortevole.
Sentii lo scatto di una serratura, quella della porta e quando mi voltai vidi il signore del vicolo avanzare con in mano un vassoio pieno di riso bianco.
-Ti sei svegliato. – sorrise, sedendosi sul bordo del letto e porgendomi ciò che reggeva tra le mani.
Troppo affamato per essere diffidente, accettai volentieri ed iniziai a mangiare, mentre lui mi ridacchiava e mi accarezzava i capelli.
-Sei proprio un bravo bambino. – mi lodò.
La sua aurea e i suoi tocchi erano rassicuranti, dolci e paterni. Mi fecero quasi sentire a casa, ma sapevo di non esserlo.
-Signore, mi aiuterebbe a tornare a casa? – chiesi timidamente, smettendo per un momento di mangiare; il cucchiaio ancora posato sulle mie labbra.
-Ma questa è casa tua ormai. – il suo sorriso non si inclinò, ma ebbi una strana percezione, come di un brivido che mi risaliva lungo la schiena.
Scossi la testa non dandogli peso.
-Io voglio rivedere la mia mamma e il mio papà. – piagnucolai e lui mi asciugò le lacrime, con quelle dita che all’apparenza sembravano gentili.
-Ti hanno abbandonato. Dovresti odiarli. – disse lui, compatendomi.
-Non mi hanno… - non riuscii a finire, perché in fondo sapevo che era vero. Lo avevano fatto, mi avevano lasciato indietro, mi avevano buttato per una strada e non avevano neppure tentato di cercarmi. In fondo al mio cuore sapevo che non sarebbero mai tornati.
-Lo hanno fatto e ora sei mio. – disse scostando il vassoio e poggiandolo sul comodino, dove c’era una di quelle lampade strane, quelle colorate con le bolle che salivano e scendevano.
-Io non… -.
Me lo ritrovai addosso, le sue mani ovunque.
Tentai di allontanarlo, di mordere quella lingua che aveva invaso la mia bocca.
Non avevo capito immediatamente cosa stesse accadendo. Come poteva un bambino di soli nove anni comprendere cosa fosse il sesso?
Non riuscii a respingerlo. Quel giorno a soli nove anni, persi la mia innocenza.
 
-Quell’uomo… - Jeremy non riuscì a parlare tanto era sconvolto.
Sorrisi dolce, baciandogli la fronte.
-Era un orco. – confermai, completando per lui la frase. –Passai con lui quattro anni prima che la polizia lo prese e mi mettesse in orfanotrofio, ma comunque la mia vita non migliorò. Rubai, provai la droga e feci molte altre cose orribili… questo fino a che non incontrai Conrad, ma anche così mi ci vollero anni prima che lui mi cambiasse e riuscisse a prendermi sotto la sua ala. – spiegai, abbracciandolo forte.
-La felicità che mi doni, non la merito. – lui si alzò e mi intrappolò sotto il suo corpo, ma senza poggiarsi.
-La felicità la meriti più di tutti; anzi, scusa. Scusa per ciò che ho fatto, io… non lo sapevo. – posò la sua fronte sulla mia e l’unica risposta che diedi fu quella fugace di un bacio.
-Ti voglio. – dissi ancora – P… - non mi lasciò finire che mi baciò.
Sorrisi e iniziai a spogliarlo, lo bramavo troppo.
 
PoV Jeremy
 
Era la seconda volta che sentivo le sue mani sul mio corpo, le sue labbra lambire ogni più piccolo lembo della mia pelle.
Io mi limitavo a godere di quelle piccole e dolci attenzioni, mentre gli artigliavo la schiena nuda.
Mi sentivo bene con lui sopra, la sua gamba in mezzo alle mie su cui potevo far sfrusciare la mia erezione che pulsava dolorosamente, nonostante non indossassi più i boxer. Era, tuttavia, proprio quel fastidio a rendere tutto così magico con lui.
Non soddisfava immediatamente i miei desideri, non arrivava subito al punto, ma prima mi coccolava dolcemente, rendendo tutto ciò una tortura dolce che portava la mia erezione a livelli che mai credevo avrebbe raggiunto.
Sentire i suoi denti graffiarmi appena, quelle dita accarezzarmi rudi, ma con rispetto, amore e dolcezza allo stesso tempo, sentire i suoi occhi perennemente puntati sul mio viso per studiarne le espressioni, per capire se mi faceva male o se mi piaceva, era qualcosa di assolutamente nuovo per me e mi piaceva, mi piaceva perché mi faceva sentire amato.
Lui mi amava e me lo mostrava non solo con le parole che sussurrava sulla mia pelle, ma anche con i suoi gesti più imperfetti.
Mi preparava ogni volta con pazienza e delicatezza, mi impediva di farmi male e di giocare con lui come con gli altri, perché lui era diverso come mi ripeteva sempre e io ormai gli credevo, con tutto me stesso.
Era vero. Da quelle labbra non sarebbe mai uscita una parola come “puttana” o “bambola”. No, mai.
-My… - sospirò dolcemente, posando mille baci sul mio petto e discendendo verso il mio ombelico e ancora più giù.
Ecco, solo quel nome sarebbe stato pronunciato da lui. Solo quello seguito da quelle dolci parole: -Ti amo. -.
Iniziammo a danzare con i nostri corpi, a gemere e amarci in modo incontrollato.
Ci amammo, come se fosse la prima.
Fu intensa, totalizzante la nostra unione; sentirlo dentro era come riuscire a toccare il cielo con un dito; avere le ali sulla schiena e aprirle per la prima volta, sentendosi accarezzati dalla luce del sole.
Il sesso sembrava solo sesso, ma erano i nostri reciproci sentimenti così profondi a rendere quelle spinte il telaio e quegli schizzi bianchi all’interno del mio corpo i fili tessuti che ci legavano e che sarebbero rimasti in qualche modo per sempre al mio interno.
Non avrei mai potuto avere figli, ma se ne avessi avuto una possibilità, se fossi nato donna, gliene avrei dati solo per rendere quei fili qualcosa di così bello da non poter essere dimenticato, ma solo vissuto e amato.
Quando tutto finì mi strinse a sé, mi baciò trai capelli e mi accarezzò con la punta del naso la mia.
Eravamo felici ci sentivamo entrambi completi e più vicini che mani; entrambi con un paio di ali con cui stavamo danzando nell’aria, volteggiando sulle note di una musica che era tutta nostra.
-Dom… - lo chiamai, accarezzandogli il viso e scostandogli una ciocca di capelli neri dietro l’orecchio. –Hai mai pensato di avere un bambino? – gli chiesi facendomi piccolo, piccolo.
Lo sapevo, era un pensiero irrazionale, forse prematuro, ma era nato dentro di me e non riuscivo più a togliermelo dalla testa.
Lui sbarrò gli occhi e mi guardò prima confuso, poi sondando per bene i miei occhi alla ricerca dei miei pensieri.
-No. – disse infine, non riuscendo a capire cosa avesse capito. –Non ne ho mai voluti. –
-Eppure con me… - gli dissi, giocando a disegnare spirali impossibili sul suo petto.
-Tu sei diverso. Sei un ragazzo già cresciuto, già fatto… un bambino è tutt’altra cosa. – mi spiegò. La sua voce si era fatta leggermente amara e dura.
-Ma lo vorresti? – chiesi.
-No. – e io annuii. Lo sapevo era sciocco, solo sciocco. Io dopotutto ero un maschio, non avrei mai potuto avere dei figli, al massimo adottarli, ma anche in quel caso mi sarebbe piaciuto averne uno, uno con lui.
-My… - mi chiamò asciugandomi una lacrima dal viso che mi era spuntata naturale.
-Non è nulla. – mi premurai subito di dire. Non era nulla, non era nulla e dovevo convincermene.
Fece per aprire bocca quando qualcuno suonò al campanello.
-E’ meglio se vai ad aprire. – gli consigliai, sforzandomi di sorridere.
Non era nulla, non era nulla.
Lui annuì, comprendendo che volevo qualche attimo per ricompormi.
Da terra prese i suoi vestiti ed uscì, iniziando a vestirsi durante il tragitto, mentre qualcuno sembrava essersi attaccato perennemente al campanello.
Di sicuro non era Conrad, aveva le chiavi, gliele avevo date io come ringraziamento dopo il set fotografico e ormai soleva venire tutti i giorni; solo per gustarsi un po’ di felicità negli occhi nel figlio, continuando a fare battute su di noi.
Mi asciugai per bene gli occhi con il polso e poi mi vestii anch’io prima di scendere. Sarebbe stato meglio non farlo; infatti, appena arrivai di sotto vidi mia madre baciare Dominic, abbracciandolo come una piovra.
Il sogno era finito. Cenerentola tornava ad essere un’umile schiava, mentre la strega era tornata.

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