You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
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Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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11. Let's make love

You are My apple sin


Capitolo 11

“Let's make love”

 

Ogni amore sbagliato ha il suo costo

questo quello che è stato

io lo tengo nascosto

lo terrò tra le pieghe del letto e

quelle del cuore.

Emma, Resta ancora un po'

 

Pov Dominic

 

Eravamo rimasti in silenzio per tutto il tempo. Non ci eravamo più rivolti parola da quando io ero caduto nella sua tentazione, come uno stupido, come un idiota innamorato quale ero.

Alla fine gli avevo rivelato ogni cosa, forse non gli avevo detto espressamente di amarlo, non gli avevo detto alcun “ti amo”, ma dietro le righe lo avevo fatto; dietro ad ogni parola, ad ogni gesto ed emozione mi ero totalmente aperto a lui e a quell'amore di cui ero ormai succube, che mi aveva incatenato e mi trascinava a fondo ogni giorno di più.

Da un lato non potevo negare di essere contento, di aver desiderato ardentemente che arrivasse questo giorno, ma dall'altro la mia razionalità mi impediva di bearmi del tutto di quell'idea e ciò mi rendeva nervoso, così tanto che avevo fumato almeno un pacchetto di sigarette.

Dal canto suo anche Jeremy era rimasto in silenzio, tra le mani quella chiavetta USB che Conrad gli aveva dato e che chissà cosa conteneva. Non mi ero interessato, non volevo farlo, ero già abbastanza fagocitato di mio.

Entrammo in casa in altrettanto silenzio, non avevo neppure dovuto inserire la chiave; come al solito il rosso era uscito di casa senza chiudere. Quando l'avrebbe perso quel dannato vizio?

-Hai dimenticato di nuovo la porta. - dissi, per spezzare il silenzio. Non so come uscì la mia voce, se nervosa, fredda o atona, ma so che non appena la chiusi alle mie spalle, a chiave, lui mi fece voltare e unì le nostre bocche.

Quel dolce e caldo contatto mi fece sciogliere appena, mi voltai meglio, allacciai le braccia intorno alla sua vita e ricambiai; chiudendo gli occhi, gustandomelo appieno.

Calde, vellutate, morbide e frugali come ambrosia, come miele.

Erano il mio veleno quelle labbra, era il mio fiele quel loro sapore a cui non riuscivo a dire no.

Jeremy iniziò a infilare le mani sotto la mia maglietta, con le dita mi accarezzò gli addominali.

Era una sensazione intensa, dolce, i suoi polpastrelli sembravano fuoco.

Lo avrei lasciato fare, lo volevo, lo bramavo, ma una voce urlò forte all'interno della mia testa.

Urlava, strillava; era la mia razionalità, il mio senso di colpa.

Mi stava dicendo di andarmene, che era tutto maledettamente sbagliato; che quel ragazzino che mi stava dolcemente trascinando negli abissi più bui e pieni di raffiche di vento che avrebbero scalfito il mio animo, era ancora minorenne e che io ero un adulto bello che fatto.

Non potevo, non potevo permettermi di prendermelo; non quando Jeremy sapeva così poco di me, quando poteva avere un amore diverso, più giusto.

Stavo ricadendo di nuovo nello stesso errore, quello che già una volta me lo aveva fatto quasi perdere, smarrire.

-Jeremy, no. - dissi allontanandolo dolcemente. Non potevo, non potevo prenderlo.

-Te ne sei pentito. - non era una domanda la sua, mentre quegli occhi verdi mi accusavano e mi ferivano come pugnali scagliati proprio al centro del cuore.

-Facciamo una doccia. - dissi, prendendolo per il polso e trascinandolo al piano di sopra.

Al diavolo la mia coscienza. Era sporca? Ebbene, quella notte l'avrei resa nera come la pece e rossa come il mio amore.

 

Lo portai fino in bagno, lo baciai con dolcezza, lo spogliai e lasciai che lui facesse lo stesso con me.

Stavo facendo uno sbaglio e lo sapevo bene, ma lo avrei ripetuto, di questo non ne ero mai stato così sicuro.

Una volta che entrambi fummo completamente nudi, senza staccare le nostre labbra che voraci si divoravano, i nostri corpi che bisognosi si ricercavano, entrammo all'interno del box doccia e girai la manovella, ma sfortunatamente per me aprii quella dell'acqua fredda.

Entrambi rabbrividimmo e ci separammo, scoppiando poi a ridere.

-Scemo, non siamo pinguini! - mi rimproverò lui, girandola nel verso giusto.

-Scusa, ero impegnato con un certo diavolo. - lo attirai verso di me e questa volta lo baciai dolcemente, mentre gli accarezzavo la schiena.

Era così bello poterlo toccare senza paura, sapendo che i nostri sentimenti erano reciproci, anche se mi chiedevo quanto questi sarebbero durati.

Avevamo dodici anni di differenza, quanto tempo sarebbero durati i suoi sentimenti in tempesta?

Per sempre? Due anni? Quattro? Non lo sapevo e il futuro mi fece paura, ma non lo lascia. Non volevo più lasciarlo, volevo amarlo, godermelo fino a che questo nostro amore non fosse finito, spezzato, frammentato tra le pieghe del letto e quelle del cuore.

-Non sono un diavolo, sono la tua mela del peccato. - sorrise malizioso, spingendomi contro le fredde mattonelle che mi fecero rabbrividire.

Voleva attaccarmi e lo sapevo, ma non lì, non in quella cabina, non in quel momento e a quel modo.

-Non qui e non ora. - gli dissi, baciandolo dolcemente.

Lui mi guardo confuso e io risi per quell'espressione buffa che mi stava regalando.

-Non voglio essere come gli altri. Io voglio essere l’unico. - dissi, stringendolo a me, accarezzandolo dolcemente come fosse un gatto.

-Voglio fare l'amore per la prima volta con te in un modo che non dimenticherai mai. -

Lui mi morse un capezzolo e io gemetti, prima di dargli un leggero e scherzoso buffetto dietro la nuca.

-Non amo le cose romantiche e non amo aspettare. - mi fece sapere -Quindi questa sera ti voglio. -

-Non pensi che prima dovresti lasciarti con Dylan? - chiesi. Dopotutto, anche se non si vedevano da quella sera della discoteca, sapevo che non si erano ancora mollati.

-Do ut des. -  disse, citando la famosa forma latina per “dare per avere” -Io lo lascio e tu lasci mamma. -

-Non l'ho mai amata. Ma fino a che non torna non posso lasciarla. - gli rivelai.

Jeremy alzò le spalle -Basta che la lasci e tu sia mio. -.

-Lo sono. - dissi baciandolo tra i capelli -Tuo per sempre. -

-Quindi questa sera mi amerai. - disse lui ghignando, tornando alla carica, ma io lo avrei solo coccolato.

 

 

Pov Jeremy

 

Dopo la doccia ero andato a chiudermi in camera mia, deluso di non essere riuscito a farlo cedere nemmeno per un attimo.

A volte mi chiedevo se quell'uomo non fosse frigido, ma avevo visto e toccato quell'eccitazione tra le sue gambe alla quale non aveva voluto dare soddisfazione. Quanto poteva essere stoico un uomo?

Stravaccato sul letto, stavo abbracciando forte il mio enorme body pillow, era comodo, caldo, ma era come se fosse senza anima; non percepivo alcun odore provenire da esso. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che mi ero addormentato in quella stanza?

La porta si aprì e io neanche alzai lo sguardo. Di certo non c'era molto da indovinare su chi fosse.

-Vattene. - sibilai, stringendo ancor di più il cuscino, incentivando la mia smorfia contrariata sul volto.

Sentii i suoi passi e poi le sue mano accarezzarmi il lato del volto, mentre una benda andava a coprire i miei occhi, non permettendomi di vedere.

Sorrisi. Quale gioco pervertito aveva in mente?

-Mi stai rapendo? - chiesi mettendomi seduto e favorendogli così i movimenti per bendarmi.

-Solo dal tuo letto. - mi rispose, prendendomi poi in braccio.

Io ridacchiai e con la bocca cercai il suo orecchio. -Mi piace questa cosa. - lo informai, trepidante di aspettativa.

Mi portò via dalla stanza, lo sentivo solo camminare, mentre io cercavo di orientarmi nonostante la mia vista fosse cieca.

Quando Dominic aprì la porta di una qualche, a me, misteriosa stanza un dolce e fragrante aroma di mela e cannella.

-Ma quanto sei romantico. - gli feci, mentre il mio cuore batteva all'impazzata, emozionato. Nessuno mai aveva osato così tanto per me, di solito entravano solo nel mio letto e mi prendevano, senza tante cerimonie, senza alcuna smanceria.

-Da questo deduco che non sei più arrabbiato. - soffiò nel mio orecchio, mentre mi posava a terra, su qualcosa di estremamente morbido, liscio come petali. Probabilmente rose, ma non gli avrei fatto notare quanto odiassi quel fiore.

Mi slacciò la benda, che cadde in due liste uguali accarezzandomi le guance, ma quando aprii gli occhi avrei solo voluto piangere per la felicità.

Il letto era pieno di guanciali verdi, le lenzuola rosse a ricordare il colore di una mela.

A terra non vi erano petali di rosa, ma quelli di girasole, mischiati a fiori di lavanda e margherite; su tutte le superfici possibili erano state posate delle candele, probabilmente erano proprio queste, che bruciando, stavano producendo quella fragranza che sola avevo sentito all'inizio.

Dal soffitto pendevano dei fili trasparenti e a tutti era legato un biglietto arrotolato, che forse conteneva un messaggio.

Mi avvicinai ad uno e lo presi, srotolandolo e sorrisi:

 

Sono uno scemo, ti ho fatto aspettare troppo a lungo.

 

Mi voltai e lo sventolai. -Credi che ti basterà questo come scusa? - chiesi, ma non mi servivano altre parole per perdonarlo per essere stato così dannatamente frigido.

Lui si avvicinò e mi prese per i fianchi sollevandomi.

-No, ma posso sempre tentare. - rispose, mentre io mi chinavo per baciarlo.

Fu un bacio dolce, un semplice suggersi di labbra, ma che comunque ci fece gemere appena, mentre lui camminando mi portò sul letto, facendomi distendere dolcemente.

Mi sovrastò, continuando a baciarmi, mentre una sua gamba divaricava le mie e un suo ginocchio mi sfiorava proprio in quel punto che iniziò leggermente a gonfiarsi.

Una sua mano scese lievemente dal mio fianco, per infilarsi sotto la mia maglietta e accarezzarmi la pelle, rendendola rovente.

Gemetti, staccandomi e miagolando appena, mentre aprivo leggermente gli occhi per guardarlo da sotto le mie lunghe ciglia.

Nessuno mi aveva mai dato tali emozioni così potenti da tremare solo per un bacio, gemere solo per un tocco.

Lui era perfetto. Lui era l'unica cosa che riusciva a farmi sorridere anche nel buio.

-Sei sicuro? – chiese, mentre brividi infiniti percorrevano la mia pelle. Era così gentile, così dannatamente Dominic.
Era quindi questo il significato di essere amati? Essere trattati come il più prezioso dei gioielli? Il più delicato tra i cristalli? Il più fragile tra i materiali?
-Mai stato più sicuro. – risposi, tornando a baciarlo, a riappropriarmi delle sue labbra, ma questa volta chiedendo il permesso di entrare; cosa che mi venne immediatamente concessa.
Le nostre lingue, gemelle separate alla nascita, andarono subito ad incontrarsi, a danzare sulle leggere note di un allegretto. Si scontravano, si accarezzavano, fuggivano, si ricercavano e continuavano così; fino a toglierci il fiato.
Nel mentre le nostre mani andavano a sollevare i nostri reciproci vestiti, i nostri corpi si erano ormai fatti troppo bollenti per poter sopportare oltre quella barriera calda che ci impediva di toccarci, di far scontrare i nostri nudi petti per cercare di eliminare quella linea di carne e ossa, che era il confine tra i nostri cuori.
Le prime cose a volare furono la maglietta di cui mi ero illegalmente impossessato, poi i suoi pantaloni, mentre le mie mani avevano accarezzato e si erano modellate su quel petto duro, muscoloso, che mi faceva impazzire, che amavo e che bramavo mordere per lasciar segni evidenti, perché tutti sapessero che quel corpo, da quel momento, sarebbe stato solo mio.
Quando ci staccammo per riprendere aria, io andai subito ad attaccare il suo collo, posandovi mille baci ed infiniti succhiotti. Lui mi lasciò fare, mentre le sue mani mi portavano a sedermi e mi accarezzavano la pelle, facendomi bruciare.
Mi sentivo fuoco, fuoco puro o forse ero come lava? Non riuscivo a capirlo, non riuscivo a comprenderlo.
Avevo fatto sesso innumerevoli volte, avevo giaciuto con un numero improponibile di ragazzi tutti diversi, mai uguali, ma ciò che stato vivendo in quel momento era qualcosa che non mi ero neppure mai immaginato. Quello era il momento: il momento di essere presi, il momento di essere amati, quello in cui non avrei dovuto aver paura di bruciare, di morire, perché tra le sue braccia sapevo che avrei trovato il paradiso.
Stavo facendo l’amore per la prima volta e questa consapevolezza mi portò ad avere le farfalle nello stomaco, a sentire i nervi a fior di pelle a portarmi quasi ad avere paura di andare avanti. Sembrava un momento così solenne, un rito così profondo che avevo paura di sporcarlo, di renderlo empio, impudico a causa del mio essere. Come potevo anche solo celebrare quel momento, quello che presto sarebbe avvenuto, quella dell’unione dei nostri corpi e delle nostre anime? 
Iniziai a tremare, mentre la consapevolezza di tutto ciò mi assaliva e probabilmente lui capì.
Si fermò e mi guardo con quegli enormi pozzi neri. Sembravano così puri, erano così pieni di emozioni che mi avrebbero fatto esplodere; ne ero sicuro.
-Hai paura? – chiese, accarezzandomi tra i capelli.
-Sì… ho paura di rovinare tutto. - risposi sincero, nascondendomi nell’incavo del suo collo –Se… Se io rovinassi tutto? Se alla fine a causa di ciò che sono ti pentiresti di averlo fatto? –
Come poteva l’Amore rendere così fragili? Così dannatamente puri impuramente*?
-Non è la mia prima volta Jeremy. – a quell’affermazione gli morsi il collo. 
Che voleva dire che non era la sua prima volta? Significava che aveva avuto altri oltre a me e li reputava più importanti?
-Ehi! – si lamentò, portandosi immediatamente una mano sulla parte lesa, mentre io incrociavo le braccia al petto e sfuggivo altezzoso al suo sguardo, ma rimanendo comunque seduto sulle sue gambe, mentre le nostre erezioni erano ancora fastidiosamente costrette all’interno della stoffa dei nostri boxer.
-Siccome non è la prima volta va pure dagli altri. - sputai acido e risentito. Non gli avevano mai insegnato a non parlare dei sui ex quando si trovava a letto con qualcuno e stava per rotolarci tra le coperte?
Lo sentii ridere e mi voltai. Stava davvero ridendo di me?
Mi imbronciai ancora di più e feci per alzarmi. Non volevo ridesse di me; faceva male.
-Sei geloso? – chiese, mentre mi fermava per i fianchi e mi tratteneva contro di sé, lasciandomi una piccola scia si baci che partì dal collo fino alla spalla.
Rimasi in silenzio e lui sorrise. Perché era così dannatamente idiota? Rovinava sempre tutto!
-Ciò che volevo dire prima, My. – sussurrò quel mio soprannome provocante, sexy – E’ che non rovinerai nulla, perché siamo entrambi esperti, anche se un po’ mi spiace, e perché ora, in questo momento e in futuro non vorrei altri che te nel mio letto. – esplicò e io leggermente mi sciolsi, tornando a guardarlo, cercando di non fargli intuire quanto quelle parole mi avessero reso ricolmo di gioia.
-Mi hai comunque parlato di altri in questo letto. E’ un sacrilegio in mia presenza, dovresti vergognarti! – gli feci presente, mentre lui con quel ghigno, che aveva rischiato di farmi venire solo, senza essere toccato, andava a mordermi il labbro inferiore che avevo lasciato sporgente.
-Non mi scuso per averti reso geloso. Lo sai che sei ancora più bello così? – e mentre il mio cuore implodeva, lo spinsi contro il materasso e lo sovrastai, per poi baciarlo con foga, mentre le sue mani andavano a posarsi sui miei glutei e li accarezzavano.
Non sapevo se fosse stato il suo intento, ma la paura era sparita; totalmente dissipata dalla gelosia.
Non ero mai stato geloso, ma a quanto pare Dominic quella sera voleva prendersi tutte le mie prime volte.
-Adoro anche quando ti arrabbi. - disse, mentre mi staccavo e io in cambio mi alzai in piedi sul materasso e sorridendo furbescamente iniziai a togliermi lentamente i boxer, mentre i miei occhi non si staccavano da lui, che si umettò le labbra.
La loro discesa fu lenta, molto, molto lenta. Volevo farlo penare, impazzire, anche implorarmi se necessario.
Una volta tolti li feci piroettare intorno al mio dito e poi li lanciai da qualche parte.
Lui mi protese la sua mano e io la presi, ritrovandomi poi di nuovo contro di lui, sotto di lui, che mi baciava e mi accarezzava dolce.
-Non credi di mancare tu? – chiesi, miagolando, mentre andava a suggere i miei bottoncini di carne.
Mi contorsi a causa di quelle dense attenzioni che stavano rendendo il mio corpo più sensibile del normale. Non ero abituato a tutti quei preliminari, a quei giochi di piacere che non facevano altro che rendermi più impaziente, ma che allo stesso tempo mi facevano desiderare che essi non finissero mai.
Senza rispondermi scese sempre più giù con quella sua bocca vorace che mi stava marchiando ovunque, possessivo tanto quanto me.
Iniziò poi a baciare il mio membro eretto, mentre le sue mani andavano a togliersi quell’unico elemento che lo avrebbe poi reso nudo completamente sotto il mio sguardo.
Mi portai una mano alla bocca, per non urlare sfrenato, mentre quella sua lingua calda, ruvida e bagnata andava a leccarmi la punta sul quale una goccia del liquido del mio piacere aveva iniziato ad uscire.
Nei mesi precedenti doveva aveva lasciato tutta quella malizia?
Una volta che si fu completamente svestito mi fece mettere a carponi e io alzai per bene il mio lato B per mostrarglielo in tutta la sua piacevole panoramica.
Per ripicca lui mi morse un gluteo e io mugolai, stringendo le lenzuola.
-Un morso alla mia mela del peccato. – io risi, ma la mia risata venne soffocata dal piacere, poi, di quella lingua che mi penetrò.
Sentivo il mio cuore battere a mille, mentre i contorni della stanza si facevano sfocati a causa dell’immenso piacere che stavo provando.
Ero sicuro che una volta finito tutto avrei voluto riassaggiare quella stessa sensazione ancora e ancora; avrei voluto rifarlo ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, fino ad uscirne folle, completamente malato.
Poteva una persona rendere così pazza un’altra? Poteva essere considerata una droga così maledettamente assuefacente da non riuscire a staccarsene, da non riuscire a vedere che essa fosse male?
Avrei dovuto odiarlo, ma lo amavo. Avrei voluto non bramarlo, ma lo volevo.
Dominic, che cosa mi stavi facendo? Che cosa mi avevi fatto?
Mi preparò con dovizia, mentre le sue mani erano ovunque sul corpo.
Mi amò con i suoi semplici tocchi, con i suoi baci, con le sue carezze, con i suoi impudichi giochi. 
Mi amò persino quando mi prese; lo fece dolcemente, entrando con estrema attenzione, con piccole spinte calcolate, fino ad entrare interamente.
Quando fu completamente dentro di me non potei fare a meno di piangere. A cogliermi fu una violenta emozione che non avevo mai provato, che forse non avrei mai potuto assaggiare con nessun’altro se non con lui.
Mi sentii completo, amato in ogni mia più piccola parte sia sulla mia pelle che nella mia anima.
-Dimmi quando sei pronto. - disse con voce che non traspariva alcuna fatica, mentre mi baciava la schiena e mi lasciava qualche piccolo succhiotto su di essa.
Cercai di calmarmi, di asciugare quelle lacrime che non ricordavo di aver mai versato per qualcosa del genere, però il mio cuore continuava a martellare. Era frustrante, avrei voluto strapparmelo dal petto e posarlo accanto a me sul cuscino, insieme a quello di Dominic che percepivo contro la mia schiena.
Mi sarebbe piaciuto osservarli battere, l’uno vicino all’altro, mentre anche quel suono che da due si faceva uno, cantava la più perfetta melodia d’amore.
Avrei voluto ballare su quelle note e forse lo feci quando mi spinsi verso di lui per dargli il via libera, per dargli implicitamente il mio consenso di muoversi.
Le sue spinte furono piccole inizialmente, fu quasi frustrante, ma per niente doloroso, mentre cercava quel punto magico che sapeva mi avrebbe fatto vedere le stelle. Gemetti, mentre mi spingevo contro di lui, cercando di contrastare la sua presa sui miei fianchi, che volevano tenermi fermo, incatenato, ma io non volevo rimanere immobile; volevo ballargli addosso, spingermi verso di lui anche a costo di farmi male, sentirlo ancora più in profondità e fonderlo dentro di me.
Ancora e ancora. Ancora e ancora, io lo volevo.
Quando toccò quel punto dentro di me urlai il suo nome, mentre lui sconfitto lasciò la presa e andò ad accarezzarmi le cosce, l’altra sua mano che andava ad accarezzarmi il membro per darmi ennesimo piacere.
Ballammo insieme, per la prima volta, in quella danza primitiva che i nostri antenati avevano ballato e saggiato ancor prima di noi.
Ci abbandonammo ai nostri istinti, ai nostri folli ed empi piaceri.
Ci amammo per ore tra le stelle di notte, le luci delle candele e gli aromi di vita del nostro piacere.


Mi svegliai qualche ora dopo, fuori doveva fare ancora buio o forse erano solo le tende a rendere la stanza tale.
Sorrisi, mentre lo osservavo dormire profondamente, un braccio posato sul mio fianco.
Mi sentivo la persona più felice del mondo, era come se nulla avrebbe mai potuto toccarmi in quel momento. Lo baciai a stampo, dolcemente, senza svegliarlo e altrettanto silenziosamente e a passo felpato mi alzai.
Non andai molto lontano, ero solo curioso del contenuto di tutti gli altri biglietti. Li liberai da quella cordicella che li teneva appesi e li lessi uno per uno:

“Dovresti smetterla di girare solo con quella maglietta e i boxer per casa, mi fai girare la testa.”


“Ti prometto che non scapperò mai più, a patto che tu non ti butti ancora dalla finestra. Non sei Ezio Auditore, sai?”


“Smettila di mordicchiare le cose in mia presenza, mi farai impazzire!”


“Dovresti imparare a chiudere la porta. Io mi preoccupo.”


“Scusa se sono un completo imbecille che voleva farsi scappare la cosa più bella che la sua vita gli abbia messo per strada.”


“C’è un’ultima cosa che devo dirti…”


L’ultimo biglietto mi lasciò con l’amaro in bocca. Che cosa c’era che voleva dirmi?
Mi girai e rigirai tra le mani quel sottile foglio di carta, ma non vi era scritto altro. Che non avesse avuto il tempo di scriverlo o se ne fosse dimenticato? Che volevano dire quei puntini?
-Ti amo. – la sua voce fu improvvisa, mi fece sobbalzare, come il freddo oggetto che mi stava mettendo al collo.
Non mi voltai, non riuscii a farlo; ero completamente pietrificato. L’unica cosa che potei fare fu piangere, ancora una volta durante quella notte, per la felicità.
Nessuno mi aveva mai detto “ti amo” con tutta quella intensità.

 

* Lucrezio, Sacrificio di Ifigenia

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