You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
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Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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17. Goodbye

You are My apple sin

Capitolo 17
“Goodbye”

 

L'amore è un bellissimo fiore, 
ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull'orlo di un precipizio.
- Stendhal

 

Pov Jeremy
 
I giorni erano passati e a me era sembrato di non respirare. Avevo come smesso di vivere.
Dominic pazientemente si prendeva cura di me, tentava in ogni modo di tirarmi su di morale, con piccoli baci e dolci parole di conforto, ma che a me non bastavano. Non sarebbero mai bastate, non allora.
Mi sentivo distrutto, tutto si era fatto incerto; mi sembrava di star camminando sull’acqua, ma gli uomini non erano nati per poterlo fare ed era proprio ciò a farmi sorgere il terrore e la domanda spontanea: “Quando cadrò?”.
Avevo mal di testa, sembrava stesse per scoppiarmi, mentre i miei polmoni dolevano nel loro naturale e ritmico movimento involontario di ispirare ed inspirare alla ricerca di ossigeno che in fondo non volevo.
Sentivo rimbombare ancora chiaramente le parole di quella donna che ormai non potevo più nemmeno chiamare madre, che mi aveva tolto ogni più piccola certezza, che mi aveva buttato un macigno sulle spalle che non ero sicuro di riuscire a sopportare.
Chi era dunque io? Chi era la mia vera madre? L’avevo davvero uccisa?
Tante domande affollavano la mia testa, così innumerevoli da non riuscire a carpirle tutte o dal riuscire a dare una sola risposta ad esse.
C’era un’unica verità che mi era chiara, che era lì, al centro di quello schema illogico e disordinato; una parola non mia, ma che nei giorni precedenti non aveva fatto che rimbombare, troneggiare, su tutto il resto. La parola mostro.
Era vero, lo ero. Come negarlo? Le mie mani erano sporche di sangue non mio; erano sudice di quello di mio padre e di quella che era la mia madre biologica e di cui non avevo mai sentito nulla.
Ero colpevole, colpevole di essere nato, di aver buttato la mia vita nel modo peggiore non pensando affatto al sacrificio che era stato fatto per darmi alla luce.
Una vita per un’altra vita.
Io ero il mosto nato da un angelo il cui volto mi era sconosciuto.
-My. – mi chiamò la voce di Dominic, bussando piano alla porta di camera mia.
Non avevamo più dormito insieme, non avevo voluto. Il solo sentire il suo calore stringermi mi faceva stare bene e non era quello che volevo.
Dovevo soffrire, anche le pene dell’inferno, per ciò che avevo fatto.
Non gli risposi, rimasi disteso su quel letto troppo grande per una persona sola nella nostra nuova casa; quella che ci aveva comprato Conrad come regalo.
Entrò piano, senza far rumore e poi si sedette sul bordo del letto, accarezzandomi il capo, ma io immediatamente, come ogni volta, mi scostai.
Ero un mostro, non meritevole di amore.
Aveva ragione quella strega. Ero un mostro, un mostro!
-Devo tornare a lavoro oggi. – mi comunicò, poggiando la mano a lato della mia. La sua voce era pacata, ma potevo percepirne la profonda tristezza.
Gli stavo facendo male, ancora una volta. Non lo meritavo, lo avrei solo fatto soffrire, eppure lui continuava ad insistere, a volermi stare accanto. Perché? Perché era così gentile il mio Dominic?
Non annuii nemmeno, rimasi con lo sguardo fisso davanti a me, su un punto indefinito della parare.
Non volevo parlare, non volevo guardarlo o toccarlo. Desideravo solo essere lasciato solo.
-Tornerò tardi. – provò di nuovo, nel tentativo vano di ricevere una risposta.
Sospirò piano, accarezzandomi appena il dorso della mano per qualche istante e poi si sforzò di sorridere, mentre si alzava e posava un bacio tra i miei capelli.
Fece per andarsene e sentii come uno strappo lacerarmi il petto. Perché soffrivo se non lo volevo accanto.
-Dominic. – lo chiamai, con voce roca dopo giorni di inattività.
Mi pizzicava la gola, era secca e arsa; bruciava, come ogni cosa dentro di me, ma non era quel fuoco piacevole che mi insinuava solitamente dentro Dominic mentre mi toccava. No, era nettamente diverso, era il fuoco che si appiccava quando si voleva distruggere qualcosa, quando volevi solo cancellare le tracce e smettere di esistere.
Lui si voltò immediatamente. Mi immaginavo di vedere i suoi occhi neri brillare di speranza, ma non gliene avrei data. Non più del necessario.
-Mi ami? – chiesi con un filo di voce, continuando a non guardarlo. Sapevo che se lo avessi fatto sarei capitombolato e avrei pianto per ore e ore, alla ricerca di qualcosa che non potevo avere.
-Sì, ti amo come non mai. – lo disse serio, tornando accanto a me e inginocchiandosi per guardarmi, ma io chiusi gli occhi.
Non potevo. Non potevo e basta.
-Perché? – gli chiesi.
Sentii le sue dita accarezzarmi una guancia.
Era caldo, come il sole, come le stelle che bruciavano in cielo. Perché riuscivo a vedere la sua luce anche quando c’era buio? Sembrava Sirio, quella stella che brilla sempre costantemente in cielo.
-Ti amo perché sei tu. – rispose, scoccandomi poi un dolce bacio sulle labbra.
Il suo profumo mi intossicò. In qualche modo era cambiato; sapeva di zucchero, cannella e cioccolata.
Ma forse era solo il mio stomaco a ingannarmi. Toccavo cibo solo quanto necessario o meglio quello che Dominic mi obbligava ad assumere.
-Cerco di tornare il prima possibile. Vuoi che chiami Conrad per farti compagnia? – mi chiese dolce, iniziando a pettinarmi i capelli. Ma quei gesti non mi avrebbero mai fatto stare meglio; niente avrebbe potuto cancellare le mie colpe.
Io ero la causa di tutto: della morte dei miei genitori, dell’infelicità di quella strega e anche di Dominic.
Come poteva amare un mostro come me? Come poteva anche solo definirmi la sua felicità se rovinavo ogni cosa che toccavo?
-Voglio stare da solo. – risposi, voltandomi poi dall’altro lato, fuggendo di nuovo.
Non lo sentii alzarsi, non udii neppure i suoi passi; solo la porta che si chiudeva e poi di nuovo il silenzio della mia agonia che mi ripiombava addosso.
Ero stanco. Stanco di tutto; anche di vivere.
 
Le ore passarono, il cellulare continuava a vibrare. Tutti messaggi di Dominic che tentava di rendermi partecipe della sua giornata, inviandomi immagini e chiedendomi sempre come stavo, ma a cui io non rispondevo.
Come poteva non arrendersi? Non potevo fare altro che chiedermelo.
Avevo fatto quasi uccidere anche lui; non avrebbe dovuto considerarmi un flagello? Eppure continuava con la sua ormai nauseante gentilezza, che non volevo e che non meritavo affatto.
Per l’ennesima volta il cellulare vibrò sul comodino e lo presi in mano, con rabbia.
Ero sicuro che fosse di nuovo Dominic e invece mi sbagliavo; non era lui.
Con mani tremanti aprii il messaggio che mi era stato lasciato in segreteria e portai l’apparecchio vicino all’orecchio con il fiato sospeso; gli occhi che bruciavano.
 
“Muori.”  
Ecco cosa recitava il messaggio vocale con la voce di quella donna che non sapevo più come chiamare.
Me ne arrivò un altro e con paura lo ascoltai di nuovo. Anche se non dovevo, ma avevo bisogno di quelle parole, di quelle ferite.
 
“Scompari da questo mondo mostro. E’ meglio per tutti.”  
Lanciai il cellulare contro la parete. Probabilmente il vetro si era rotto, ma non mi importava.
Mi alzai ed andai in bagno, ogni muscolo di me che doleva il triplo a causa del dolore e dell’immobilità.
Entrai nell’ambiente accendendo la luce, andando poi dritto davanti al lavandino risciacquandomi il volto con dell’acqua fredda per schiarirmi le idee, ma quelle parole non si cancellavano e la mia mente le accarezzava dolci, meravigliosamente affini ai miei desideri.
Se fossi morto dopotutto Dominic non avrebbe più sofferto, sarebbe stato al sicuro.
Alzai il volto e mi specchiai contro la superficie riflessa. Avevo il volto scavato, profonde occhiaie sotto gli occhi verdi che erano cupi e scuri, quasi privi di anima; la ricrescita dei capelli iniziava a farsi rivedere e i miei capelli rossi risaltavano perfettamente sulla mia pelle più pallida del normale, come sangue attecchito sulla neve.
Mostro. Mi sembrò di vederla scritta su quello specchio, con caratteri fumosi e cubitali, proprio là dove posavano i miei occhi.
In un moto di rabbia tirai un pugno contro quella superficie abominevole e terrificante, frantumandola, tagliandomi le nocche della mano che iniziarono a sanguinare.
Arretrai, mentre i frammenti di quell’oggetto si erano riversati a terra e ovunque; tutti che riflettevano la mia immagine.
Ne guardai uno, mentre un altro mi tagliava appena un piede.
Recitava di nuovo quella parola. Di nuovo quel frammento gridò mostro.
All’improvviso mi sembrò di sentire una risata e mi voltai verso la porta, ma non c’era nessuno.
Percepii poi una carezza sulla guancia, una voce suadente al mio orecchio che mi sussurrava di morire.
Mi presi il capo tra le mani, mi inginocchiai ancora incurante dei frammenti che giacevano a terra taglienti.
Mi rannicchiai, urlai per cercare di sovrastare all’improvviso tutti quei pensieri che erano rimasti dentro di me e che ora erano fuori di me.
Nell’altra stanza sentii il cellulare suonare e sbarrai gli occhi quando la stessa cosa avvenne al telefono di casa.
Mi sembrò di impazzire, se non ero già pazzo.
 
Muori.  
Recitava una delle tante voci, ma io non volevo morire.
 
Porterai solo sventura.  
Forse era vero, ma…
 
Dominic presto ti lascerà, perché sa che lo ucciderai. La sua gentilezza è solo finta.  
No, non poteva essere finta! Dominic, lui… non mi avrebbe mai lasciato, giusto?
 
Hai ucciso tua madre e sei stato la causa della morte di tuo padre.  
Scusa! Scusa papà, io non volevo! Anche a te mamma, scusa… scusa per aver usato male la mia vita. Ti vergogni di me vero?
 
Lo ucciderai, ucciderai anche lui.  
Lo avrei ucciso? Sì, forse la voce aveva ragione… prima o poi lo avrei fatto, anche se non volontariamente.
 
Guardati, guardati allo specchio. Sei il male!  
Sì, ero malvagio. Lo ero perché avevo ucciso così tante persone; ero un assassino.
 
Muori.  
Ripeté la voce e questa volta le diedi ragione. Dovevo morire.
 
Con sguardo allucinato guardai a terra, dove vi erano già tracce del mio sangue, che ancora stillava dalle mie ferite. Era rosso, quasi nero tanto era scuro.
Lo guardai con attenzione. Mi sembrò di venir risucchiato da esso, dalla sua densità.
Mi sentii cadere.
Il mio corpo era leggero e intorno a me tutto era sangue e tenebra; nessuno spiraglio di luce.
Chiusi gli occhi e sorrisi, mentre le lacrime effondevano sul mio viso.
Non mi ero neppure accorto di quel vetro che avevo tratto tra le mani, del mio movimento preciso, mentre mi tagliavo un polso e lasciavo che la mia linfa vitale iniziasse a scorrere via.
Stavo affogando. Fu per questo che forse mi alzai, la testa leggera e senza ormai più alcuna voce ad affollarla o a gridare.
Mi misi ancora vestito all’interno della vasca e aprii l’acqua mentre il sangue scorreva lentamente dalla ferita che mi ero auto inferto.
Aspettai che si riempisse, lo sguardo allucinato e lontano, ancora in quelle tenebre profonde e poi mi immersi anche col viso.
L’acqua mi accarezzò, materna come nessuna era mai stata e con un sorriso iniziai a respirare.
Essa mi entrò nei polmoni, iniziò a soffocarmi più di quanto i miei stessi sentimenti già non stessero facendo, ma la lasciai fare, lasciai che fosse lei insieme al mio sangue a mostrarmi la morte.
La fine di tutto.
Sorrisi. Per la prima volta mi sentii felice, per davvero.
No, non era vero; la vera felicità era tra lo stare tra le braccia di Dominic, ma non potevo più averlo. Più… mai più.
All’ultimo mi sembrò di sentire la sua voce urlare il mio nome, di non lasciarlo, ma era solo un eco lontano.
Ormai, ero già morto.
 
“Addio.” Fu il mio ultimo pensiero.
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