You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
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Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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18. Betrayer

Capitolo 18
 
“Betrayer”

 

Non esiste il tradito, il traditore, il giusto e l’empio, 
esiste l’amore finché dura e la città finché non crolla.
-Erri de Luca

 
 

Pov Dominic
 
Gli accarezzavo il viso ancora dormiente che aveva ripreso un po’ di colore; le sue labbra erano ancora leggermente bluastre, ma tutto sommato il suo aspetto era parecchio migliorato da qualche ora prima, anche se la paura era ancora lì presente nel mio cuore che non accennava a smettere di palpitare.
Sorrisi tirato, mentre giocavo con i capelli della sua frangia. Era maledettamente bello anche a quel modo, come un fiore appassito che aveva rischiato di morire a causa dell’arrivo dell’autunno, ma che aveva lottato e resistito, perché voleva sbocciare ancora, nonostante le rigide temperature.
Con l’altra mano presi la sua, quella libera da qualsiasi sorta di tubicino e la baciai, dolcemente.
-Non si è ancora svegliato? – chiese a bassa voce Conrad, entrando nella stanza, cercando di non rompere quella bolla di quiete infastidita solo dal rumore di quella macchina che controllava i battiti del suo cuore.
In risposta, scossi la testa. Dormiva ormai da quasi un giorno intero e io non mi ero mai separato da lui da quando lo avevano portato in stanza.
Lo avevo salvato appena in tempo mi avevano detto, prima che l’acqua potesse riempire totalmente i suoi polmoni e morire affogato, mentre per fortuna la ferita ai polsi non aveva reciso alcuna vena principale o troppo in profondità, ma nonostante ciò aveva perso molto sangue prima di giungere in ospedale.
Tutto questo però, comunque, non era bastato per niente a tranquillizzarmi. Come potevo anche solo pensare di tirare un sospiro di sollievo quando Jeremy aveva tentato il suicidio?
Sapevo quanto nei giorni precedenti fosse stato male, quanto si fosse impuntato a non parlare o a digiunare, ma credevo fosse solo una breve fase depressiva a causa delle notizie shock che aveva ricevuto. Non avrei mai pensato che avrebbe tentato il suicidio, non lui; nemmeno nella sua fragilità lo avrei visto capace di un gesto così grave.
-Va tutto bene. E’ vivo, è questo quello che importa. – mi consolò sorridendomi mio padre, stringendomi forte una spalla per darmi coraggio.
Sapevo che anche lui stava soffrendo e non solo perché aveva iniziato a voler bene a Jeremy, ma anche perché tutta quella situazione gli aveva ricordato la morte di suo figlio e quest’ultimo dispiacere avrei preferito non darglielo mai; in fondo, aveva già sofferto anche troppo.
-Scusa, so che avrei fatto meglio a non dirtelo. – cercai di scusarmi, ma lui mi accarezzò i capelli e poi me li scompigliò con energia.
-Non dirlo neanche per scherzo. – mi rimproverò –Hai fatto la cosa giusta, non potevi sostenere tutto da solo. So cosa significhi. – il suo dono si incrinò appena all’ultimo.
Annuii e mi scusai di nuovo solo con un cenno del capo, poi posai di nuovo i miei occhi su di lui, sul mio angelo caduto in un baratro che non riuscivo neppure ad immaginare.
Avevo fatto tante cose durante la mia breve vita, ma mai mi aveva sfiorato un’idea tanto folle come il togliermi la vita.
-Che cosa hai deciso? – mi chiese dopo qualche minuto di silenzio.
Baciai un’altra volta quel dorso, poi strinsi gli occhi. In quelle ore, tra il panico e le responsabilità, avevo preso la decisione, forse, più difficile della mia vita di cui un giorno avrei potuto pentirmene o forse no.
-Ho chiamato Nathaniel… ha detto che lo ospiterà più che volentieri nella sua clinica. – risposi dopo aver preso un profondo respiro.
Avrei voluto tenerlo con me, curarlo io stesso, ma sapevo di non poterlo fare. Non ero la persona più adatta; non ero abbastanza.
Al pensiero una lacrima rigò il mio volto e strinsi di più la presa sulla mano di Jeremy che ancora ignaro dormiva. Sapevo che non l’avrebbe presa bene, ma era la cosa migliore che potessi fare per lui e in fondo anche per me.
Lui doveva guarire, se avesse di nuovo ripetuto quel gesto che cosa avrei fatto? Questa volta ero arrivato in tempo, ma la prossima? No, non potevo perderlo. Non lui.
-Starà meglio. Devi solo avere pazienza e anche coraggio. – mi diede una pacca sulla schiena. –Vado a prendere un caffè per entrambi. – si congedò, uscendo.
Rimasi di nuovo solo, solo con quel rumoroso e snervante suono, che però mi ricordava che lui era vivo, che anche io potevo respirare.
Tornai ad accarezzare quella frangia, quei capelli morbidi, e la sua pelle fredda.
-Ti amo. – sussurrai, intrecciando le dita delle nostre mani.
Chiusi gli occhi, leggermente stanco, ma poi li riaprii. Non potevo dormire, non ancora; dovevo resistere. Dovevo attendere il suo risveglio, sistemare le cose e solo dopo, quando lo avrei saputo al sicuro avrei potuto concedermi un po’ di riposo.
Osservai di nuovo quel viso di cui non mi sarei mai stancato. Sembrava quello di Biancaneve addormentata, avvelenata dalla mela della matrigna.
Risi dell’ironia di quella situazione. Jeremy non era quella principessa, ma era comunque quella mela che era stata avvelenata da quell’arpia che si credeva la più bella ed era proprio la sua matrigna.
Proprio mentre lo osservavo, vidi le sue palpebre iniziare ad aprirsi, molto lentamente. Piano, piano quelle gemme smeraldine iniziarono a svelarsi.
-Ciao. – dissi, sforzandomi di sorridere, ma in fondo ero davvero felice e un po’ sollevato.
Ci mi se un po’ a rispondere, si guardò confuso attorno, prima di tornarmi a fissare.
-Dove sono? – chiese con un filo di voce.
-In ospedale. Ti ricordi cosa è successo? – gli chiesi.
Lui chiuse gli occhi ed annuì, prima di voltarsi a guardare fuori dalla finestra.
-Non sono morto. – lo disse con voce atona, senza alcuna inflessione. La cosa mi fece appena rabbrividire. Perché sembrava così tranquillo quando io ero quasi morto d’infarto?
-No, ti ho salvato appena in tempo. – strinsi la mano che ancora gli tenevo.
-Avresti potuto evitare. – ancora quella non curanza, che mi ferì al cuore come una lama tagliente.
Lo lasciai e mi allontanai, andando verso la porta, tirando un pugno al muro e poi tornando indietro furente.
-Come vuol dire che avrei potuto evitare! Eh Jeremy, che cazzo vuol dire! – non mi importava di essere scurrile, non riuscivo a tenere dentro tutto, non questa volta; complice la mancanza di sonno, la rabbia, il dolore e la paura. Un mix pericoloso, che non andava mai d’accordo se messo insieme.
Lui nemmeno si voltò a guardarmi, quindi ci pensai io ad andare davanti a lui e a bloccargli il volto, così da non poter sfuggire al mio sguardo.
Doveva vedere, doveva leggere nei miei occhi ciò che provavo, altrimenti sarei impazzito.
-Ho creduto di essere arrivato tardi! Sai cosa cazzo ho provato quando ti ho visto in quella vasca piena di acqua rossa? Lo sai?! Certo che no, tanto che diavolo ti sarebbe servito saperlo? Tu volevi solo morire, no? Porco Dio, ma ci hai pensato a me! – gli urlai in faccia, gli occhi che pizzicavano.
Da quegli occhi apatici vidi la sorpresa iniziare a tingerli; forse perché non mi aveva mai visto in quello stato.
-Dom… - mi chiamò, ma io non lo lasciai parlare.
-Sono quasi morto con te, mi è venuto un infarto quando ti ho visto. Ti ho tirato fuori, ho cercato di farti respirare e… cazzo ti ho quasi perso! Lo sai cosa significa? Se tu fossi morto io… io… Dannazione, quante volte devo dirti di amarti perché tu mi creda! Perché non sono fottutamente abbastanza per te! – chiesi, lasciandolo e allontanandomi, posando un braccio contro la finestra e sopra la mia fronte.
Sentii i suoi occhi seguire i miei movimenti.
-Dom… - mi chiamò ancora, la voce tremolante. –Scusa… io non… - non finì. I suoi singhiozzi lo interruppero e gli mangiarono le parole.
-Non pensavi? – terminai per lui, ridendo isterico e poi voltandomi, per lasciarmi cadere con la schiena lungo il davanzale e il muro, sedendomi a terra. –Se tu fossi morto la mia vita sarebbe finita con te. Perché non pensi Jeremy? Perché! La tua vita non è solo tua, non ti appartiene e non lo farà mai. – le mie parole sembravano quelle prese da una carta di cioccolatini, ma non era così.
Lo avevo capito, forse troppo tardi, ma lo avevo capito alla fine anche io con l’esperienza, con il mio passato oscuro di cui non mi piaceva parlare. Lo avevo capito a mie spese quanto la vita in realtà fosse una tela, o almeno a me piaceva immaginarla così, una di quelle che si fa anche quando si è bambini. Si intinge una mano nel colore e poi la si posa su quella candida tela rigida ed infinita e le prime mani a colorarla erano quelle dei nostri genitori e tutte le mani successive sono di tutte quelle persone che incontriamo sul nostro cammino.
Intingendo una mano, si toccava e strappava un pezzo di anima e non importava se un giorno alcune di quelle mani sarebbero sbiadite andandosene, la loro traccia sarebbe rimasta per sempre e quella tela sarebbe appartenuta a tutti, reciprocamente.
La vita non è uno strumento individuale, ma collettivo. La vita non ci appartiene, è di tutti.
-Scusa… scusa… - ripeté piangendo. –Io… non lo farò più. – mi promise, ma non potevo credergli. Sapevo che era in buona fede, ma non potevo, non dopo averlo quasi perso.
-Lo so. Ti manderò in una clinica apposita, lì ti seguiranno fino a che non sarai mentalmente stabile. – gli rivelai duro, guardandolo. Sapevo mi avrebbe odiato, ma la sua vita valeva anche quell’odio.
Un giorno avrebbe capito, ne ero sicuro. In ciò credevo ancora in lui.
 
Pov Jeremy
 
Non poteva aver detto ciò che avevo appena sentito. Mandarmi in una clinica? Non ero malato! Avevo solo avuto un momento di debolezza, che non sarebbe capitato mai più. Come poteva non credermi? Come!
-Che cazzo vorresti dire con questo, eh? – chiesi, strappandomi la flebo e le varie cose che avevo attaccate al petto. La macchina che misurava i miei battiti cardiaci iniziò a emettere un sonoro “bip” acuto e lungo, per farla tacere la buttai a terra, rompendola. Ciò mi servì anche per stemperare un poco la rabbia che provavo.
-Se mi vuoi lasciare basta dirlo, sai Dominic? Tanto lo avresti fatto comunque no? Di’ la verità, dillo che non mi hai mai amato e che per te ero un passatempo esattamente come tutti gli altri! – non sapevo neppure ciò che stavo dicendo, sapevo solo che volevo fargli del male. Volevo aggredirlo, fare stare male –Non inventarti queste assurde scuse! Non sono un pazzo e non sono un fottuto depresso altrimenti per quello ci sono le cure casalinghe; cosa vuoi che sia prendere una cazzo di pasticca e ingoiarla? O reperire dell’erba? – ghignai, ma il mio sorriso di scherno sparì quando lui si alzò e mi prese con entrambe le mani il camice azzurro che indossavo.
-Non provare mai più a sottovalutare i miei sentimenti. – sibilò, lasciandomi e rimettendomi a letto, sovrastandomi.
-Ah davvero? Altrimenti, che mi fai? Mi stupri? Già provata l’esperienza, ma se vuoi fatti pure un giro. – dissi, cercando di non perdere l’adrenalina che mi circolava nelle vene e che mi muoveva.
In cambio ricevetti solo quelle sue pozze nere inchiodarmi, ferirmi fredde come due lami taglienti e in qualche modo era esattamente ciò che volevo.
-Andrai in quella clinica, che tu voglia o meno. – quelle dovevano essere le sue ultime parole, ma non lo erano per me. Volevo che mi scaricasse, che mi facesse male.
Dopotutto ero un mostro, un mostro!
-Oh certo, tanto sei il mio paparino vero? Ah no, avevo scordato: sei quello che mi scopa. – forse lo schiaffo che ricevetti me lo meritai, ma mi lasciò comunque stupito, perché insieme ad esso percepii non solo la lucidità, ma anche lacrime. Le sue.
-Ora basta. – disse con voce flebile, quella di un uomo disperato, che aveva raggiunto il suo limite, ma che stringeva i denti e tentava in ogni modo di andare avanti e di vedere una via d’uscita anche là dove non c’era. In quel momento sentii la porta aprirsi.
-Tu andrai in quella clinica e ti farai curare Jeremy. Odiami se preferisci, ma io continuerò ad amarti, perché tu sei l’unico. – mi garantì, sottolineando quell’ultimo termine che sottintendeva tante altre mille cose.
-Che sta succedendo? – chiese spaesato Conrad, mentre Dominic mi rilasciava e cercava di fuggire.
-Ho bisogno d’aria. Sta tu con lui. – disse prendendo uno dei due caffè.
Io lo guardai e poi di nuovo ruggii. Non poteva andarsene, non poteva e basta! Non poteva lasciarmi era solo un…
-Traditore! – gli urlai in lacrime –Sei solo un traditore! Un coniglio! Se mi amassi davvero come dici non mi lasceresti andare! – singhiozzai.
Dentro di me vi era come una tempesta, tutto era confuso, messo sottosopra.
Mi sembrava di essere solo, chiuso in una stanza, tutto a soqquadro e fuori intempestava una forte tempesta che sembrava voler distruggere ogni cosa, anche quelle mura che mi proteggevano, ma che comunque tremavano sotto la sua forza.
-A volte amare significa anche lasciar andare. – disse senza guardarmi, la mano sulla maniglia della porta –E ti lascerò andare se necessario, ma farò tutto ciò che posso per tenerti in vita, anche se ciò vuol dire odiarmi; odiarmi mentre io ti amo. – e se uscì, lasciando in quella stanza e su di me il peso delle sue parole. Il peso del suo dolore che ancora non potevo comprendere.
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