You are My apple sin

L'amore arriva sempre per caso, a volte quando ne hai già uno accanto, ma che non è quello vero che ti aspettavi e questo capita a Dominic che nel conoscere il figlio della sua promessa sposa si innamora per la prima volta. Jeremy, coi suoi occhi verdi, quei morbidi capelli e quel profumo dolce, il sorriso da ribelle e strafottente adolescente che sa di poter avere in mano il mondo e che non conosce l'amore se non quello dato dal piacere. Un amore sbagliato, ma ne varrà la pena; sempre se Dominic vorrà mordere la sua mela del peccato.
Una storia fatta di sbagli, una storia che vuole raccontare di amore e vita.
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.
Non potevo cedere, non dovevo farlo. Se avessi morso la mela del mio peccato sarebbe stata la fine, il lungo declino che mi avrebbe portato a volere di più, a desiderare di mangiare l'intero frutto, non lasciando neppure il torsolo.
Mi sarei avvelenato coi suoi semi, con il suo gusto frugale che ero sicuro fosse stato derivato dall'ambros

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1. An impious love at first sight

You are My apple sin 
Capitolo 1 - An impious love at first sight ( parte 1 )     È proprio qui sulla terra la mela proibita
Fabrizio De André

Pov Jeremy

 

Noia. Era questo ciò che provavo in quel momento, pura e semplice noia allo stato puro.

Dietro mia madre la osservavo rimirarsi allo specchio, mettersi a posto la scollatura fin troppo ampia del vestito bianco firmato che indossava, le paillette dorate che brillavano alla luce fatiscente del lampadario di cristallo che penzolava sopra le nostre teste.

-Come sto?- chiese per la cinquantesima volta, mentre si ritoccava, poi, il trucco, mettendosi un altro strato di rossetto rosso sulle labbra, mentre una ciocca di capelli neri le si spostò da dietro l'orecchio.

Era una donna bellissima, senza alcun dubbio, il problema stava nel suo carattere frivolo, bambinesco e spocchioso e chi più di me poteva saperlo visto che ero suo figlio? O almeno avrei dovuto esserlo, non ero sicuro nemmeno di questo.

Solitamente una madre si occupa della propria creatura, mentre per lei era come se non esistessi affatto; sempre in giro per lavoro, sempre con un uomo diverso, che io prontamente facevo scappare ogni qual volta mi si presentava davanti, mai una telefonata, mai una volta che venisse ai miei saggi di danza o mai una volta che fosse venuta ai miei ricevimenti scolastici.

-Sei bellissima come sempre.- le sorrisi dolcemente, non riuscendo comunque a provare odio per quella donna con cui condividevo lo stesso sangue, che mi scorreva nelle vene.

Lei sorrise smagliante, gli occhi verdi, come i miei, che le brillavano intensamente.

-Spero che Dominic ti piaccia. Questa volta sono sicuro che sia l'uomo giusto!- trillò, mentre prendeva la piccola pochette dal tavolino lì accanto e l'apriva, riponendo all'interno i trucchi appena usati e controllando che avesse tutto, prima di dirigersi verso l'ingresso e controllare che avesse portato al piano inferiore tutte le valige che avrebbe dovuto caricare in macchina.

-Se piace a te sono sicuro che sarà di mio gusto.- risposi, seguendola e cacciando via la rabbia che mi albergava dentro.

Era tornata solo da due giorni e quella sera dopo la cena sarebbe partita di nuovo per Parigi, faceva sempre così. Era davvero ignobile.

-Da quanto lo frequenti?- chiesi, portandomi davanti alla finestra e osservando la strada in attesa che il così detto “Dominic” sbucasse con la sua auto che sicuramente doveva essere una Ferrari, una Lamborghini o chissà quale auto sportiva e lussuosa.

Conoscevo i gusti di mia madre, non poteva che essere un uomo più giovane di lei e con il portafogli a ventagli.

-Due anni.- rispose lei come se nulla fosse, ignorando completamente i miei sentimenti.

Usciva con quel tipo da due anni e io ero venuto a saperlo solo quella mattina, insieme alla notizia che il tale sarebbe presto diventato il mio nuovo padre; sempre, se non lo mandavo via prima.

Proprio in quel momento si sentì il basso e profondo rumore del motore di una porche e io rivolsi di nuovo la mia attenzione sulla strada.

Era nera come la notte, lucida e assolutamente priva di graffi o macchie; assolutamente perfetta, come se fosse stata appena uscita dalla concessionaria.

-E' arrivato!- la sua voce acuta mi fece sorgere un improvviso mal di testa.

Volevo restare a casa quella sera; non mi andava di uscire vestito così elegante e con quella cravatta che mi stava soffocando, come se mi avessero appena posto un cappio al collo.

Mia madre aprì immediatamente la porta, non aspettò nemmeno che l'altro salisse le scale e suonasse al campanello.

Sembrava una bambina la mattina di Natale; non che io sapessi cosa fosse, solitamente il mio regalo lo ricevevo sempre a capodanno; sempre se lei se lo ricordava.

-Buona sera.- augurò l'uomo educato, che sorrise a mia madre e la baciò a fior di labbra, porgendole un mazzo di scarlatte rose rosse.

Rimasi sulla soglia della casa, scrutai quell'uomo che, non potevo negarlo, era bellissimo: i capelli erano neri e con leggere sfumature bluastre, che gli arrivavano appena al di di sotto delle orecchie, il collo era lungo e slanciato, la pelle chiara come la neve, gli occhi di un profondo blu, il corpo tonico e snello, fasciato da quella camicia bianca che metteva in evidenza ogni più piccola piega dei suoi muscoli, che tuttavia sembravano non esistere da sotto la stoffa degli indumenti.

Le gambe erano lunghe, affusolate; le mani sembravano delicate, le dita erano quelle di un pianista e il naso era affilato, la bocca carnosa.

Era bello, bellissimo, e se non fosse stato il fidanzato di mia madre probabilmente ci avrei fatto su un pensierino.

Sì, avevo diciassette anni ed ero gay dichiarato e mia madre come sempre non si era fatta problemi. Alla rivelazione aveva solo risposto: “Oh, okay. Ora tesoro scusa, devo riattaccare.”; probabilmente, se lo era persino scordata che a me piacevano i ragazzi.

Lei si arpionò al suo braccio e insieme salirono le scale. Appena mi fu davanti mi sentì una piccola formica di fronte a una montagna.

Io uno scricciolo alto appena un metro e settanta, lui un colosso alto sicuramente più di un metro e ottanta. Come potevano esistere certi giganti!

-Piacere, io sono Dominic.- si presentò, porgendomi la mano e sorridendomi gentile.

Io ricambia con il mio più falso sorriso del mondo, che aveva sempre ingannato tutti, e strinsi quel palmo che si serrò forte e gentile.

-Jeremy.- mi presentai e guardandolo negli occhi, vidi una strana reazione; sembrava quasi che i suoi occhi stessero ridendo di me, mentre la sua bocca continuava a dipingergli in faccia un sorriso normale e di circostanza.

-Porto questi fiori in cucina.- annunciò la madre, staccandosi dal braccio del moro ed entrando in casa.

Noi due staccammo le mani e ci guardammo per alcuni intensi secondi negli occhi.

Stavo per dire qualcosa, ma mia madre arrivò immediatamente e di nuovo si riattaccò come un polipo al fidanzato.

-Andiamo?- disse solo, baciandolo sulla guancia e poi sorridendo. -Mentre voi due portate le valige io vi aspetto in macchina.- ci informò poi, prendendo dalla tasca della giacca della camicia le chiavi e scendendo elegante le scale, mentre a noi toccava sfacchinare.

 

Il ristorante era quello più in voga e costoso al momento in città.

L'atmosfera era resa calda grazie ai colori del locale: le pareti erano arancioni, ma spugnate di bianco, i tavoli erano ricoperti da tovaglie dai fini tessuti color crema e rosse. Ogni lampadario o lampada era un'enorme pioggia di cristalli a forma di lacrima, le posate erano d'argento brillante e vivo, le candele spandevano nell'aria un rilassante, e per nulla nauseante, aroma di vaniglia.

Mi guardai attorno, piacevolmente sorpreso del fatto che quel luogo non fosse poi così tanto appariscente o stravagante e che finalmente potessi godermi una cena normale; non doveva averlo scelto mia madre quel luogo, ma Dominic e per quanto mi dolesse ammetterlo, era un punto a suo favore. Tuttavia, quella sera lo avrei fatto scappare come ogni altro uomo che mi si era posto davanti e che voleva che lo chiamassi “papà”.

Per quanto mi riguardava mia madre poteva scoparsi chiunque e a suo piacimento, ma mai e poi mai avrei permesso che si risposasse.

Non avevo bisogno di un padre, quello lo avevo già; anche se era morto.

Dominic, da gentiluomo quale era, scostò la sedia a mia madre, che subito si sedette elegante, ringraziandolo con un sorriso e avrebbe fatto la stessa cosa con me, se non fossi stato più svelto di lui nel sedermi e arrangiarmi da solo.

Il mio gesto, però, non sembrò turbarlo o indispettirlo affatto.

Il cameriere arrivò giusto pochi secondi dopo a porgerci i menù ed aspettare paziente le nostre ordinazioni prima di scomparire e lasciarci soli.

-Questo posto è incantevole.- ruppe il ghiaccio mia madre, intrecciando le dita delle sue mani e posandovi sopra il mento.

-Mi fa piacere che ti piaccia. Spero anche la cucina, so che ti piacciono piatti più particolari, ma per una volta non ti farà male mangiare ciò che mangiano gli umani.- la rimbeccò Dominic e io per poco non risi. Ero completamente d'accordo con lui.

-Non sei per niente carino.- sentenziò offesa lei, dandogli un buffetto sulla guancia. -Trovo che la cucina indiana sia molto più salutare di questa.-

-L'ultima volta mi hai quasi avvelenato.- gli ricordò lui e lei si imbarazzò appena, camuffandosi appena battendo qualche piccolo colpo di tosse.

-Non l'ho fatto apposta.- borbottò poi, prendendo il bicchiere, che tuttavia poi si ricordò essere ancora vuoto, visto che il cameriere non era ancora tornato indietro con almeno le bevande; probabilmente, troppo impegnato per portarlo in tempo breve.

-Come vi siete conosciuti?- chiesi inserendomi nella discussione. In realtà non mi interessava, ma non volevo che mia madre potesse pensare che l'altro non mi piacesse o che le stessi facendo un dispetto nel non tentare neppure di scambiare due parole.

Una volta lo avevo fatto e mi aveva imputato la colpa del fatto che l'altro l'avesse mollata. Non che non avesse ragione, solo la motivazione era un tantino diversa.

-Sul lavoro.- rispose sognante lei -Se non fosse stato per il caffè che gli ho versato sulla camicia probabilmente, non sarei mai riuscita ad avvicinarmi a lui.-

Lui sorrise intenerito, poggiando un braccio sullo schienale dietro la sedia di mia madre. -In realtà quello è stato il secondo giorno. Il primo la tua assistente aveva scambiato i caffè; ancora non riesco a capacitarmi che lo bevi a quel modo.- rabbrividì al pensiero e lei ridacchiò, proprio mentre il cameriere finalmente tornava con l'acqua e il vino, scusandosi per l'attesa.

-Vado in bagno.- si scusò poi mia madre alzandosi; un banale stratagemma per darci tempo di parlare, come confermò il suo occhiolino in mia direzione.

Una volta rimasti soli la mia espressione cordiale e solare si tramutò in una di sdegno.

-Se vuoi solo scopartela per i suoi soldi mollala. Dimmi il tuo prezzo.- dissi, tirando fuori il blocchetto degli assegni.

-Finalmente hai tolto quel sorriso, mi stava dando ai nervi. Sei un pessimo attore lo sai? Comunque non mi compri.- mi informò, versandosi un bicchiere d'acqua e sorseggiandolo tranquillamente.

Io non mi scoraggia, non era il primo che rifiutava una proposta del genere, ma alla fine tutti accettavano; tutti.

-Anche il tuo, maiale. Sai, non lo voglio un padre quindi perché non fai un favore ad entrambi e sparisci?- chiesi velenoso, mentre accavallavo le gambe con fare pratico.

-Non voglio.- disse solo, sorridendomi disarmante, dandomi ai nervi.

Non lo sopportavo, lo odiavo! -Inoltre sai che sei più carino così? Prima mi davi ai nervi.-

-Questo dovrei dirlo io.- sibilai, prendendo il mio bicchiere pieno d'acqua e versarglielo addosso, ma lui mi interruppe prima ancora che potessi alzarlo dalla superficie del tavolo.

-Torna a sorridere Jeremy, tua madre sta tornando.-.

Lo odiavo, con tutto me stesso!

 

PoV Dominic

 

Non appena Lorelay si sedette accanto a me le sorrisi. Avevo pensato che fosse andata in bagno per lasciare soli me e suo figlio e invece, c'era andata anche per rifarsi di nuovo il trucco.

Non osavo immaginare quanti chili di rossetto avesse sulle labbra o quanto fossero pesanti le ciglia con tutto quel mascara.

Forse, la pesantezza del suo trucco ogni volta che la vedevo, era l'unico difetto con cui ancora non ero venuto a patti.

-Siete ancora vivi!- rise cristallina, mentre posava una mano sulla mia coscia e l'accarezzava e andava sempre più in alto.

Lo stava facendo veramente? E con suo figlio davanti per di più!

-Certo mamma, avevi paura che ci sbranassimo? Non preoccuparti, non te lo sciupo il tuo ragazzo.- disse sorridente, mentre finalmente arrivava ciò che avevamo ordinato.

-Non credo ci riusciresti. Vero Dominic?- chiese guardandomi, con quegli occhi verdi pieni di malizia, mentre la sua mano era andata ad accarezzarmi il cavallo dei pantaloni.

Portai una mano sotto il tavolo e le afferrai delicatamente il polso per fermarla. A volte non aveva proprio pudore!

-Perché mai?- chiese il ragazzo che mi sedeva di fronte.

-E' cintura nera di judo!- si vanto lei al posto mio, mentre ritraeva la mano, per poter mangiare. Ero salvo!

Non che mi dispiacessero le sue attenzioni, soprattutto visto e considerato che non ci potevamo vedere di frequente, ma quello era troppo anche per me!

-Oh, davvero?- mi chiese conferma, guardandomi con quegli occhi verdi che erano ancora più belli degli smeraldi che possedeva sua madre.

Mi avevano attratto subito quei lumi; erano di uno splendido verde profondo e scuro, duri come il ghiaccio, ma ammalianti e magnetici come quelli dei demoni.

-Sì, di recente sto insegnando anche a un dojo quando mi è permesso andarci. Con il mio lavoro non ho orari stabili.- confermai, iniziando a mangiare composto.

-Deve essere interessante.- si limitò a dire il ragazzo iniziando poi anche lui a mangiare.

Alzai lo sguardo su di lui, su quelle labbra rosse e sottili che si aprivano, per mettere in bocca la posata, quella lingua che si era allungata, che sembrava, calda, morbida e...

Improvvisamente sentii la salivazione a zero, non riuscivo nemmeno a deglutire, mentre il cavallo dei miei pantaloni si era fatto stretto.

Che diavolo andavo a pensare! Quel ragazzo tra sei mesi sarebbe diventato praticamente mio figlio!

Non potevo aver appena pensato a Jeremy inginocchiato, con quel sorriso strafottente, quel viso piccolo e magnifico con quei capelli castani che glielo solleticavano e quegli occhi che mi guardavano predatori, impreziositi da quel piccolo neo che era posto ad arte proprio sotto il suo occhio destro e a farmi... Non riuscivo nemmeno a pensare a quella parola!

Avevo bisogna di una boccata d'aria fresca e soprattutto di una sigaretta!

-Peccato che tu non possa fare certi sport.- disse la madre, continuando a mangiare -Il tuo corpo è troppo esile e fragile.-

-Nelle arti marziali questo non conta.- obbiettai immediatamente, riavendomi.

Jeremy sembrava non essersela presa affatto per quel commento leggermente velenoso.

-A me non interessa quello stupido sport. Preferisco la danza.-.

Quindi era un ballerino. Mi chiesi se sapesse danzare anche a letto.

Fu quel pensiero che fece traboccare l'acqua dal vaso. Dovevo assolutamente andarmene, allontanarmi da quel ragazzo!

-Che tipo di danza?- chiesi senza lasciar trapelare il mio turbamento interno. Cercando di mascherare i pensieri malsani che la mia mente continuava a inviarmi, lasciandomi senza fiato e con il cuore che batteva all'impazzata, mentre i miei pantaloni si facevano sempre più stretti.

-E' un prodigio sia nella classica che nella moderna.- disse orgogliosa Lorelay -Peccato non abbia amici.- sospirò.

-Questo non è vero!- saltò fuori il castano con rabbia -E smettila di parlare quando non sai nulla di me!- stizzito si alzò da tavola, gettando il tovagliolo che aveva sulle gambe a terra e andandosene via, attirando così l'attenzione di tutti i presenti su di noi.

La mia fidanzata aveva uno sguardo furioso. Non era per niente pentita di ciò che aveva appena detto. Ancora una volta mi chiesi se gli volesse bene a quel ragazzo.

-Vado io.- mi offrii, dopotutto quelle era la scusa che cercavo per andarmene fuori a fumare e in fondo anche perché volevo parlare con quel ragazzo, cercare di farmelo odiare, di farmi odiare; anche se, in cuor mio, ormai avevo ben compreso cosa mi fosse accaduto ed era un male, oltre che un enorme errore.

 

Uscito dal locale lo trovai poggiato al muro, le mani nelle tasche, che nascondevano la cravatta che si era appena tolto.

Possibile che continuasse a conquistarmi ogni secondo di più con i suoi gesti?

Sorrisi rassegnato, mentre anche io mi toglievo quell'orribile e soffocante cravatta nera e mi slacciavo i primi bottoni della camicia candida che indossavo.

Mi avvicinai a lui e presi dalle tasche un pacchetto di sigarette; ne estrassi una e l'accesi, rilasciando così finalmente un po' di stress.

-Finalmente un po' d'aria fresca.- esclamai, portandomi una mano tra i capelli e ravvivandoli.

Lui mi guardò con la coda dell'occhio e poi si avvicinò a me e prese una sigaretta dal mio pacchetto, mi prese per il colletto della camicia e mi obbligò ad abbassarmi e mentre quella paglia era tra le sue succulente labbra, fece combaciare le punte della stecca e accese la sua.

Io rimasi incredulo oltre che sorpreso.

Come poteva un ragazzo di diciassette anni essere così sensuale!

-Il tuo lavoro è finito. Molla mia madre e vattene.- prese una profonda boccata, portando indietro il capo e poi rilasciando la nube di fumo.

Mollare sua madre? Per lui lo avrei fatto, anche subito.

Ma sapevo di non potere. Quel desiderio che stava gonfiando il mio cuore e qualcosa in mezzo alle mie gambe dovevo ignorarlo.

Aveva dodici anni in meno di me, potevo essere considerato un dannato pedofilo!

Eppure in quel viso infantile, nello sguardo era adulto quanto me e ciò mi faceva impazzire.

Sul serio! Che avesse diciassette anni o venti non importava, quegli occhi verdi facevano trasparire una maturità e un'emozione che volevo cullare fino a farla disciogliere.

-Non me ne andrò.- dissi calmo, prendendogli la sigaretta. -Sei un minorenne, non dovresti fumare.-

-Tsk. Rompiballe.- mi insultò lui, riprendendosela -Senti non sei mio padre, non sei nessuno per quanto mi riguarda; sei solo quella che si scopa mia madre.-

Ed ecco quella grinta che invece che irritarmi, la trovava adorabile.

Mi piaceva quella sua lingua tagliente, che voleva tener testa a tutti e anche al mondo.

-Se devo essere franco ancora non me la sono portata a letto.- in fondo era la verità, l'avevo sempre rifiutata e non perché non mi piacesse, ma semplicemente perché con le donne ci andavo piano. Non volevo poi inguaiarmi con qualcuna che diceva di essere incinta o altro; con gli uomini invece era diverso, non mi facevo problemi a portarli a letto dopo il terzo appuntamento.

Lui rise. Poteva una risata d'argento uccidere? Perché lui mi aveva appena affogato con essa, lasciandomi senza ossigeno, folgorandomi con la sua luce.

-A chi vuoi farla bere? Senti bello, io non voglio un padre quindi smamma.- ed ecco che quella risata si tramutava in gelo, in lame taglienti di ghiaccio, che io volevo provare di nuovo ancora e ancora, come se fossi un masochista e forse lo ero davvero.

-Non voglio essere tuo padre.- dissi sinceramente. Come potere quando appena cinque minuti prima avevo desiderato portarlo in bagno e provare quanto quella bocca fosse brava non solo a parlare! Ancora me ne vergognavo in quel momento, mentre ancora lo bramavo.

-Senti, non dico che dobbiamo andare d'accordo. Ti odio anche io.- avrei tanto voluto che fosse vero -Ma per i prossimi sei mesi vivremo sotto lo stesso tetto e un minimo di civiltà dovremmo averla.-

-Basta che mi ignori come io farò con te.- ovvio semplicemente al problema, prendendo un'altra boccata.

Per la seconda volta gli presi la sigaretta, ma questa volta la buttai a terra e la calpestai spegnendola.

-Non voglio ignorarti.- era un desiderio egoistico, dannatamente sbagliato, ma avrei commesso quell'errore che il mio cuore urlava di seguire ovunque.

Jeremy mi aveva fulminato, mi aveva messo il guinzaglio al collo solo con uno sguardo.

Lui non era come sua madre, che amavo sì, ma per cui mi erano serviti mesi prima di farmela davvero piacere e quindi accettare le sua avance che sembravano non finire mai a causa di quel dannato caffè. Lui non era né un angelo né una stella, ma era la luna e io ero il sole.

Proprio per questo sapevo che non avrei mai potuto accarezzarlo, rincorrerlo e basta, lasciandolo dietro alle mie spalle.

-Che ti piaccia o no vivrò con te per sei mesi e ti starò accanto come un amico o un fratello maggiore “rompiballe”.- lo informai citandolo.

Lui mi guardò dritto negli occhi e sentii i la mia mente andare in un completo blackout, ma mi imposi di rimanere lucido.

Non potevo baciarlo, non potevo nulla!

-Non sai nulla di me, quindi smettila.- sputò, prendendosi un,altra sigaretta e questa volta accendendola con il mio accendino.

-E' vero, ho saputo della tua esistenza solo una settimana fa.- gli rivelai e questo sembrò per un momento coglierlo impreparato e ferirlo.

Sapevo che non avrei dovuto dirlo, ma non ero riuscito a fermarlo.

Dentro di me volevo allontanarlo e allo stesso tempo lambirlo, farlo mio come non avevo mai desiderato prima con nessuno.

Strano come l'amore fosse irrazionale.

Come si poteva innamorarsi di qualcuno in nemmeno un'ora? Soprattutto quando quel qualcuno era il figlio della tua fidanzata!

Dannato, stupido cuore.

Se in quel momento qualcuno mi avesse porto un coltello, me lo sarei piantato nel petto e me lo sarei cavato per buttarlo via. Sfortunatamente, però, nessuno era stato così gentile e presi questo come il messaggio del destino che si stava facendo beffe di me.

-Ma io voglio conoscerti. Voglio che sia tu a raccontarmi di te.-

-Solo perché lei non lo farebbe mai.- la sua voce non era più così tagliente. Si stava per portare la sigaretta tra le labbra ancora una volta, ma io gliela rubai e ripetei lo stesso trattamento di quella precedente, ma questa volta mi premurai di rendere anche inutilizzabile il pacchetto.

-Che cazzo vuoi! Sparisci dalla mia vita!- mi urlò, sputando tutto il veleno che aveva dentro. La rabbia che faceva brillare quegli smeraldi di un male che mi fece affondare solo di più. -C'è un motivo se mia madre non ti ha parlato di me. Quindi fa come lei e fa come se non esistessi!-

E le aveva dette quelle parole che gli facevano tanto male e che lo stavano consumando all'interno. Aveva sputato quel rancore e dolore che io volevo trasformare in luce.

-Lei ti vuole bene.- in fondo, in fondo, doveva esser così.

Lui rise amaramente, sprezzante, gli occhi tornati duri come ghiaccio e pietra fusi insieme.

-Vallo a raccontare a qualcun altro.-

Sapevo come si sentiva, ma lui era fortunato, lui una madre ce l'aveva. Lui un padre che gli aveva voluto bene lo aveva conosciuto anche se per poco.

-Se non te ne volesse non saresti qui.- gli feci notare.

-Sono qui solo grazie a mio padre. Lei non mi ha mai voluto.- forse era vero, questo non potevo saperlo, ma io? Io lo volevo.

Irrazionale. Ero del tutto irrazionale.

Che mi aveva fatto Jeremy? Il suo profumo era per caso un filtro d'amore?

Se così fosse stato, lo avrei inalato ogni giorno. Anche se mi rendeva pazzo.

-Ma dopo la sua morte ha deciso di tenerti e non di abbandonarti.- volevo stringerlo a me, ma non lo toccai. Mi limitai a guardarlo, a osservare da lontano la mia luna.

-Solo perché sono un trofeo da mostrare a causa della danza.- giustificò lui. Aveva sempre una risposta per tutto a quanto pare, ma prima o poi lo avrei fatto rimanere senza parole, magari affogandole in un mio bacio.

Scossi la testa, cercai di rinchiudere quel desiderio malato dentro un cassetto all'interno del mio animo.

-Anche se è così almeno un po' deve volerti bene altrimenti ti avrebbe abbandonato. Ti avrebbe fatto salire in macchina con la promessa di portarti da qualche parte, magari al Luna Park, e poi ti avrebbe buttato giù dall'auto in corsa in un luogo isolato, in una città lontana dove nessuno ti avrebbe riconosciuto.- Scacciai via le ombre del mio passato a cui da tempo avevo chiuso le porte.

Quel bambino ora era felice, aveva trovato ciò che per anni credeva non fosse mai esistita.

-Scusa se non mi metto a piangere per la storia della tua vita.- e non mi aspettavo che altre parole da lui. Né una lacrima, né uno sguardo di pietà, ma semplicemente uno sguardo di sfida, uno sguardo che solo chi sta crescendo può avere.

Perché non era nato prima? Perché non poteva avere almeno vent'anni? Per lui avrei mandato all'aria i miei principi, avrei mollato davvero quella donna bellissima che ci stava aspettando da sola dentro al ristorante, ignara che i miei sentimenti si fossero infranti in un solo istante, con una sola stretta di mano, a causa di quegli occhi che erano solo la pallida copia di quelli che il figlio aveva ereditato.

-Chi ha detto che parlavo di me?- ci scherzai sopra -Comunque, non ti ho raccontato niente. Se avessi voluto farti piangere ti avrei raccontato l'intera storia della mia vita; sai, se ci facessi un film incasserei miliardi e lacrime.- forse stavo esagerando. Esistevano storie ben peggiori della mia.

Lui fece schioccare la lingua contro il palato. -Sai che mi importa. So solo che voglio andarmene alla svelta, dopo ho un appuntamento.- mi informò, guardando poi l'orologio da polso e controllando l'orario.

-A quest'ora? Non se ne parla!- era pericolosa la città di notte, soprattutto per un ragazzo!

E io questo lo sapevo bene. Lo avevo sperimentato sulla mia pelle.

-Sì, a quest'ora. Non rompere.- e con la mano cerò di cacciarmi via come se fosse una fastidiosa mosca.

-Scordatelo, non hai la macchina e a piedi è pericoloso. Se è a casa di un tuo amico posso accompagnarti mentre portiamo tua madre all'aeroporto, altrimenti vieni con noi.- decisi. Dovevo proteggerlo, dal mondo se necessario!

Lui mi scoppiò a ridere in faccia. -Non preoccuparti è a casa mia. Quindi tu va pure con mamma e tieniti occupato per quanto vuoi senza preoccuparti di me.-.

Mi aveva appena detto tra le righe che gli serviva casa per fare sesso con qualcuno e io non dovevo preoccuparmi? Certo, una parola!

-Neanche per sogno. Tu vieni con noi.- dissi prendendolo per un polso e trascinandolo di nuovo dentro all'edificio.

Avremmo finito quella dannata cena, lui sarebbe venuto con me e avrei rotto le ossa a chiunque avesse tentato di toccare con un dito il mioJeremy.

Tornammo al nostro tavolo, Lorelay stava giocando distrattamente con il bicchiere, divertendosi a farlo suonare, passando il dito sul bordo di questo.

Jeremy si liberò dalla mia presa e tornò a sedersi al suo posto, mentre io, questa volta, mi sedetti accanto a lui e glielo ripresi.

Sì, un'enorme errore, un'enorme richiesta egoistica ancora una volta, oltre che un'ardua missione. La sua pelle era vellutata e lì, con i polpastrelli delle mie dita, potevo sentire il sangue scorrere pigro, portandomi così ad udire il battito del suo cuore.

Era una sensazione meravigliosa e per me del tutto sbagliata da provare.

Non dovevo gioire di quel suono, non dovevo bramare quell'innocente contatto; non dovevo nulla, ma era più forte di me.

Questo amore irrazionale mi avrebbe ucciso, fatto girare la testa e l'unica cosa che avrei potuto fare sarebbe stato sognarlo, cercare di dimenticarlo.

-Dove sono le vostre cravatte?- fu la prima cosa che chiese lei.

Sapevo quanto guardasse all'apparenza e all'aspetto, ma di certo non avrei mai creduto che quelle fossero le prime parole che aveva detto.

Quella sera, con suo figlio davanti, stentavo quasi a riconoscerla. Non era la donna che avevo conosciuto due anni prima, lei era sì frivola, ma anche dolce.

Questa sera, invece, mi si era rivelata sotto una luce diversa o forse era sempre stata in questo modo e io non me ne ero mai accorto per qualche strano motivo?

Dopotutto nemmeno a mio padre piaceva e aveva approvato la mia scelta, anche se sostenuta solo perché voleva la mia felicità.

-Le abbiamo buttate.- risposi, alzando le spalle e lei fece una faccia scandalizzata di cui avrei riso più che volentieri.

-Ci accompagna anche Jeremy in aeroporto.- informai, prima che potesse fare una sfuriata per una semplice cravatta.

Il castano mi guardò truce, mentre Lorelay mostrò un'espressione sorpresa; anche se non sapevo dire se gioiosa o meno.

-Davvero Jeremy?- chiese questa.

-Sembra di sì.- rispose lui e poi mentre la madre ordinava si sporse verso il mio orecchio e disse:

-Sei un vero bastardo. Goditi la tua serata nei bagni con mia madre e ignorami.- la sua voce al mio orecchio mi fece salire un brivido lungo la spina dorsale.

Era calda, tagliente, roca e maledettamente sensuale.

Nei bagni ci avrei portato lui!

-Mai.- risposi allo stesso modo prima di ordinare.

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