The light over the Darkness

Quante volte si desidera scappare dal mondo, anche inconsciamente? Sfuggire alla paralisi del nostro essere-nel-mondo e ritrovarci catapultati in una terra lontana? Haru ci è riuscito, ha avverato il suo più profondo sogno, ma a volte sarebbe bene stare attenti a ciò che si desidera; sopratutto quando si è prigionieri di un vampiro megalomane come l'Imperatore e la tua guardia è un vampiro bellissimo che ha lo stesso nome dell'angelo della morte, mentre il tuo salvatore è il principe delle tenebre che ha voltato le spalle al padre.
Sono tanti i segreti da scoprire, e tante sono le luci da trovare, basta solo saper dove cercare.
"Lo diceva anche il mio nome, Azrael: l’angelo della morte. E io lo ero; tutti in questo posto mi identificano proprio in quello, come un angelo dalle ali nere macchiate di sangue che seminava morte qualunque cosa toccasse, in qualunque luogo andasse."

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2. Solo una storia?

Capitolo 1
“Solo una storia?”

 

La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro.
Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.
Arthur Schopenhauer

 

Anche in quel pullman, su cui ero seduto in quel momento, pieno di facce conosciute e non, piene di arroganza, che guardavano dall’alto al basso tutti quando in realtà non erano altro che esseri fatti di chili di trucco o babbuini che facevano a gara per chi aveva più pelo e ragazze.
-Vuoi smetterla di distrarmi! Non vedi che mi sto concentrando? - sempre la solita; mia sorella quando scriveva non voleva sentir volare una mosca. Forse non si era resa conto che eravamo in un autobus affollatissimo? Meglio farglielo presente, ma, come al solito, appena lo feci, disse sempre la stessa identica frase:
- Perché non inizi a tacere tu intanto? – e questo anche quando stavo zitto, ma lei era come se potesse sentire i miei pensieri. Forse perché eravamo gemelli.
- Sempre molto simpatica tu, eh? - la stuzzicai facendola arrossire dalla rabbia. Solo con lei ero così spontaneo, con gli altri ero praticamente un piccolo pezzo di ghiaccio che avrebbe preferito nascondersi in un angolino al buio a far crescere funghi.
Era sempre stato così: lei era quella estroversa e piena di amici, mentre io quello timido che non riusciva a spiaccicare una parola; se non dopo almeno il ventesimo incontro con quella stessa persona.
- Sei irritante. Non riesco a farmi venire in mente un personaggio per inserirlo nella trama di un libro. E tu di certo non mi aiuti! - sul suo viso apparve una smorfia di concentrazione e iniziò a mordicchiare la matita nervosamente. Lo faceva sempre quanto era nervosa, anche durante le verifiche; sebbene non ne avesse bisogno. Lei era brava in ogni cosa che faceva. Il mio totale opposto.
- Scusa, ma che senso ha cambiare la trama di un libro se ti piace? Se lo fai vuol dire che in realtà non ti piace poi così tanto. - le parole mi uscirono fuori senza riuscire a fermarle, di getto, sebbene la mia voce uscii più irritata di quanto avrei voluto. Non ero stizzito, solo che non capivo il senso di ciò che stava facendo.
Certo, anche a me piacevano i libri, ma mi risultava difficile cambiarne la trama. Amavo anche scrivere, almeno quanto lei, solo che io prediligevo inventare una trama anziché cambiarla.
- No, non vuol dire questo. – mi contraddisse, iniziando a spiegare -Per me scrivere questa storia basandomi sulla trama di questo libro mi permette di affinare la mia tecnica e quella di creare un nuovo personaggio di dargli un tocco personale a questa trama già perfetta di per se. Voglio scrivere perché mi piace e unisco questa passione a quella di questo libro. Capisci? - spiegò tutto con tono calmo e pacato mentre io mi perdevo nei suoi occhi verdi. Eravamo gemelli e le uniche cose che ci differenziano erano i capelli e il sesso. Lei aveva i capelli color del grano mentre i miei erano completamente bianchi.
Strano per un ragazzo di soli diciassette anni, ma me ne ero mai preoccupato più di tanto; ormai, non ci facevo nemmeno più caso.
- O. Mio. Dio. Fratello sei perfetto!!- gridò lei entusiasta prendendomi il mento con una mano e iniziando a studiare il mio viso. Poi mi premette la mano sul petto iniziando a tastare facendomi arrossire.
- Ma che diavolo stai facendo? Ci stanno guardando tutti Lena! - sbottai esasperato.
Ero suo fratello, ma questo suo comportamento era ugualmente imbarazzante per me. Sì, le volevo un mondo di bene, ma quando esagerava doveva tornare con i piedi per terra!
- Oh, andiamo Haru. Sono tua sorella, se non posso toccarti i muscoli io chi può farlo visto che non hai la ragazza? Comunque prenderò solamente alcune cose di te non temere. – il suo ghigno però era poco rassicurante, mi fece venire i brividi -Sono sicura che certe scene con Riley saranno perfette con uno come questo personaggio. Cavoli, come ho fatto a non pensarci! - il suo sorriso era raggiante e il tono allegro; lo reputai come un brutto segno.
Di cosa stava parlando? Riley? Non osavo pensarci.
- Lena questa è la nostra fermata vieni. - la sollecitai, cambiando discorso, mentre lei chiuse il taccuino e lo mise nella tasca esterna dello zaino in pelle marrone.
Scendemmo dall’autobus e ci avviamo a casa nostra, mentre come al solito fischi e schiamazzi accompagnarono la nostra uscita, insieme ad alcune palline di carta che ovviamente colpirono il sottoscritto.
Il sentiero che dovevamo percorrere era completamente circondato nel verde. La ghiaia scricchiolava sotto i nostri passi e ci faceva da guida in un fitto boschetto di abeti e altri alberi sempre verdi, insieme al cinguettio degli uccelli, lo squittio degli scoiattoli e a tutti gli altri meravigliosi versi che la natura poteva donare; quella era la voce della natura.
Mia madre mi aveva sempre detto di prestarle attenzione, poiché sapeva essere una delle melodie più belle del mondo.
Lei amava questi luoghi; in un certo senso ci aveva abituati da subito a saperci orientare al suo interno e solo per precauzione aveva fatto creare questo sentiero di sassolini e ghiaia.
Camminando, sentii lo sguardo di mia sorella che mi studiava da dietro.
- Sei ancora convinta che io sia perfetto? - le domandai improvvisamente, mentre mi sentivo sconsolato. Non volevo usasse me per la sua idea, non mi sentivo adatto e sinceramente non volevo comparire nella sua storia. In fondo, che avevo di speciale? Non ero altro che un ragazzo troppo basso per la sua età, i capelli che sembravano quelli di un vecchio e che inciampava nei suoi stessi piedi. Ero sciatto e brutto.
- Certo! – esclamò lei, sorridendo, riprendendo il suo taccuino e poi iniziando a leggere con la sua voce melodica e fluente, che sapeva ammaliare: - “I suoi capelli bianchi erano come la candida neve che timidamente scendeva per posarsi sugli aghi di un verde abete, lo stesso colore dei suoi occhi: un glaciale verde smeraldo, ma quei freddi lumi celavano una luce brillante, paragonabile a quella del sole di primavera.  Il Guardiano già sentiva che quelle pozze erano capaci di scaldare l’anima. I lineamenti del suo viso dolce gli davano le sembianze di un bellissimo angelo, ma aveva sempre quei tratti maschili e le labbra perfettamente disegnate; ogni ragazza avrebbe voluto posare le proprie perfezionando il tutto. Il fisico asciutto, ma con la giusta muscolatura lo rendeva un tipo appetibile. Il suo carattere solare e con una gran voglia di vivere era visibile sin da subito. Ma la cosa che subito colpì il Guardiano fu il suo sorriso, così caldo da scaldargli il cuor…” -. Lesse con talmente tanta enfasi la mia descrizione nei minimi particolari, alcune aggiunte, però, davvero troppo esagerate, mi lusingava addirittura, ma appena iniziò a parlare di quel “Guardiano” la fermai.
- Vorresti dire che questo tipo è attratto da me? – le chiesi incredulo, mentre le mie guance si arrossavano e strabuzzavo gli occhi.
- Non da te sciocco, ma di Kay! - lo disse come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
- Kay sarebbe quello che hai appena descritto? - chiesi anche se sapevo già la risposta.
- Certamente. Sai, dovresti sorridere anche tu di più Haru. Sei più bello quando lo fai. - velocizzò il passo, si avvicinò a me e alzò il viso per sorridermi. Senza accorgermene ricambiai con dolcezza.
Lei era l’unica cosa che mi rimaneva, l’unica persona che potevo dire di amare veramente.
- Ecco vedi, il tuo sorriso è davvero qualcosa di straordinario Haru, non dimenticarlo. - lo disse con tanta dolcezza che mi fermai e l’abbracciai. Mi ricordava la mamma, in ogni suo dettaglio. Ogni suo sorriso, ogni suo sguardo era identico al suo.
Immediatamente quei ricordi tornarono a tormentarmi, insinuandosi nella mia mente come un virus letale e, insieme ad essi, tutte quelle immagini, quelle urla, le luci e i lamenti.
Le lacrime premevano contro i miei occhi, ma non potevo piangere di nuovo; dovevo essere forte. Avevo fatto una promessa ed intendevo mantenerla.
Scacciai quei pensieri scuotendo più volte la testa e proposi il primo argomento che mi venne in mente in quel momento:
- Lena cosa sono i “Guardiani”? - chiesi cercando di nascondere la mia angoscia, che oltre a trasparire dalla mia voce, attanagliava il mio animo.
- I Guardiani sono dei cavalieri scelti sin dalla nascita che devono dedicare la loro vita alla protezione delle Quattro Fate Madri. Però lascia stare Haru, ci sono moltissimi altri particolari che dovresti sapere, ma non puoi capire. Poi per il fatto che questo Guardiano si innamora proprio di Kay non vuol dire che ti trovo omosessuale. - lo disse con tale sincerità che mi spiazzò.
Cercai di parlare, ma dalla mia bocca uscirono solamente suoni indefinibili. La cosa positiva di quel discorso imbarazzante era che almeno stava riuscendo a far acquietare la mia angoscia. Senza che me rendessi conto continuavo ad aprire la bocca cercando di parlare ed arrossii lievemente.
-Sei buffo, e sei arrossito. Non preoccuparti è solo una storia. - mi sorrise di nuovo.
La guardai ancora più scioccato. La sincerità che dimostrava era spiazzante! Diceva sempre ciò che pensa ed era un vulcano di emozioni che non aveva paura di mostrare; anche in questo eravamo totalmente opposti. Lei era proprio come il sole. Brillava di luce propria, emanava un dolce calore che ti scaldava la pelle, ma non potevi guardarla senza rischiare di rimanere accecato dalla sua luce. Io, come sembrava ovvio, ero come la luna. Timidamente riflettevo la luce del sole per illuminare la notte insieme alle stelle, come uno specchio. E, forse, ero questo. Certe volte non sapevo nemmeno io chi ero realmente. Le persone vedevano di me ciò che volevano vedere, ed io le lasciavo semplicemente illudere.
- Potresti aiutarmi lo sai? - la sua voce mi fece tornare alla realtà.
- I… in cosa? - sicuramente avevo perso qualche passaggio del discorso. Ma poi perché diamine stavo balbettando?
- A fare il carattere di Kay. Ti prego! Già mi aiutano Odette, Akane, Tara e Aria. Sì, loro sono brave a disegnare, ma solo tu sai scrivere. Devi solamente descriverti! Ti prego! - mi implorò con gli occhi lucidi e il labbro tremolante. Non sapevo mai resistere quando faceva quella faccia; sembrava un dolce gatto bianco che mi stava implorando di fargli le coccole. Era una vera ruffiana.
Quindi sbuffai e accettai la sua proposta e mentre continuavamo a camminare per il sentiero, gli alberi iniziarono a farsi meno fitti, fiano a che non riuscimmo a vedere il cielo che iniziava ad imbrunirsi. Solamente una cosa parve insolita: più avanti il cielo era macchiato di nero.
Del fumo si stava espandendo come inchiostro nel cielo che era di un tenue arancio con sfumature di vari colori.
Guardammo quella fumata indecisi sul da farsi, poi quando realizzammo quale fosse la cruda realtà. Immediatamente ci precipitammo verso la nostra villa e lo spettacolo che si presentò davanti a noi fu devastante: l’intera abitazione era circondata dalle fiamme.
Lena crollò in ginocchio con le lacrime agli occhi, impotente per la seconda volta.
Perché? Perché era dovuto succedere un’altra volta?
Io guardavo la scena sotto shock, risentendole per la seconda volta in una sola giornata quelle dannate urla, che non mi facevano dormire la notte ormai da anni, da quella dannata notte in cui loro, i miei genitori, se ne erano andati per sempre, inghiottiti dalle fiamme.
In quel momento, tra i ricordi che si affollavano nella mia testa, tra quelle grida che soffocavano il mio respiro e coprivano qualsiasi altro suono, mentre perle salate di dolore si riversavano dal mio interno, verso l’esterno, per cadere su quel manto erboso e, quindi, sul mondo, mi ricordai di una cosa, qualcosa che non potevo lasciare assolutamente che le fiamme divorassero insieme alla casa.
Fu una decisione improvvisa, dettata dall’impulso e dall’irragionevolezza; scattai verso la casa, mentre udivo mia sorella urlare disperata il mio nome, ma io la ignorai, accecato dal mio obbiettivo.
Superai il cancello in ferro battuto e il vialetto d’accesso. Per mia fortuna costatai che la porta d’ingresso era spalancata, questo voleva dire che almeno quelle poche persone che erano all’interno erano riusciti a fuggire, lasciando l’abitazione in fiamme. Mentre mi affrettavo ad entrare pensai a come fosse possibile che una struttura come casa mia, dotata dei migliori sistemi d’allarme antincendio, fosse ridotta in quello stato, ma non mi ci soffermai più di tanto.
Il caldo all’interno era asfissiante e sentii il soffitto scricchiolare.
A momenti sarebbe crollato tutto! Dovevo sbrigarmi a raggiungere la mia camera! Le scale erano pericolose, ma rimanevano pur sempre l’unico modo per arrivarci.
Salii più velocemente possibile, cercando di evitare le fiamme, mentre tenevo coperte con una manica del maglione la mia bocca e il mio naso, per impedire che il fumo mi stordisse e mi intossicasse con i suoi letali effluvi.
Il mio cuore martellava forte, mentre i miei occhi pizzicavano. Ero stato pazzo ad entrare là dentro, sapevo che non avrei mai dovuto farlo; non era forse la prima regola in caso d’incendio quella di lasciare ogni cosa dov’era? Ma io avevo già perso troppo, non potevo perdere anche quell’ultimo lembo di ricordo.
A fatica, cercando di resistere il più possibile mentre mi sentivo bruciare la pelle e la vista appannarsi, mentre iniziava leggermente a girarmi la testa, evitando una delle travi che crollò proprio in quel momento, riuscii a raggiungere la mia stanza. In quel punto il fuoco aveva divorato quasi tutto, probabilmente era stata una delle prime stanze a essere raggiunta, ma nonostante questo l’armadio, per qualche strano motivo, sembrava essere ancora intatto. Con estrema fatica, mentre sentivo le forze venirmi a meno, mi mossi tra quelle lingue di fuoco che volevano divorare ogni cosa. A spingermi fu solo la forza di volontà, non vi era null’altro che guidava le mie azioni.
Quando arrivai dinnanzi ad esso, lo aprii ed estrassi la valigia che conteneva l’arco di mio padre. A molti quell’oggetto sarebbe parso inutile, ma non lo era per me. Quel legno ricurvo, finemente decorato quasi fosse stato intagliato dagli elfi e non da semplici artigiani, era l’unica cosa che mi era rimasta di lui dopo la sua morte.
Sorrisi per un attimo, mi persi a contemplarlo, ma poi il rumore di un’altra trave che cadde in lontananza mi risvegliò e corsi verso il corridoio, ma l’aria iniziò a mancarmi e la vista ad annebbiarsi, più di prima, poiché avevo dimenticato di riportarmi la manica davanti al volto.
Iniziai a tossire violentemente, mi addossai alla parete e in quel momento pensai davvero che sarei morto in quel luogo, lasciando sola Lena, tradendola, dandole un nuovo incolmabile dolore.
Fu proprio in quel momento, però, che ad un tratto qualcuno mi prese per i capelli e mi scaraventò verso l’armadio di quella camera che non ero mai riuscito a lasciare. Quello cadde in mille pezzi, schiacciato dalla forza dell’impatto.
Cercai di riemergere dai pezzi di legno, ma la schiena mi faceva un male atroce e sentivo un lieve pizzicorino al braccio destro, che probabilmente doveva essere stato tagliato da alcune schegge taglienti e ruvide.
- Ahi, che male! - imprecai massaggiandomi il fondoschiena.
- Gli umani; che creature inutili. – a parlare fu una voce melodiosa che arrivò dalla porta, accompagnata da un movimento di un ombra nera. Quella doveva essere stata la causa del mio male.
- Ma avete una cosa che mi piace. - continuò la figura, chinandosi verso di me e mi stringendomi il braccio per farmi alzare.
La sua mano era completamente rossa a causa del mio sangue.
“Dove diavolo stavo sanguinando?” mi chiesi e solo in quel momento mi resi conto che la manica destra della mia felpa era completamente rossa. “Ecco spiegata quella sensazione fastidiosa al braccio” completai logicamente, riportando poi la mia attenzione su quella figura incappucciata di nero e molto alta.
Certo, io non potevo di certo parlare di altezza dato che superavo di poco un metro e settanta, ma quello era un gigante; doveva esser alto un metro e novanta. Fissava la sua mano sporca del mio sangue e sorridendo iniziò a leccare quel liquido rosso. Ma che diavolo stava facendo?
- Squisito. - il suo tono mellifluo rendeva perfettamente evidente l’idea del piacere che gli aveva procurato leccare quel liquido rossastro e appiccicoso.
- M… ma sei impazzito? – chiesi leggermente isterico, mentre tornavo a tossire e sentivo le fiamme che stavano arrivando troppo vicine. - La casa sta andando a fuoco eHAI LECCATO IL MIO SANGUE?! - sbottai nervoso, del tutto incredulo. Chi era quel dannato pazzo?!
La mia urgenza di uscire da lì si fece più impellente, ma qualcosa dentro di me, mi disse di rimanere fermo, immobile, perché contro quella figura non avrei potuto nulla e dovevo consolarmi solo del fatto che l’arco di mio padre fosse ancora tra le mie mani, al sicuro, anche se forse un po’ ammaccato.
- Non sbraitare carino.  - disse irritato, mentre si toglieva il cappuccio.
Dentro di me, all’improvviso, sentii qualcosa che non era paura mentre mi rispecchiavo in quel cielo nero come il petrolio che stava brillando di rosso, riflettendo le fiamme che stavano divorando tutto intorno a noi.
Il mio cuore iniziò a fremere, a battere così forte da rendermi sordo, mentre i miei occhi verdi analizzavano per filo e per segno il suo aspetto elegante, quasi regale a causa dei suoi lunghi capelli neri che erano raccolti in una fine coda morbida, fermata da un delicato nastro rosso come il sangue, scarlatto come le fiamme che presto ci avrebbero divorato se non ci fossimo mossi; la sua bocca era sottile, inarcata in un dolce ghigno che metteva in rilievo i suoi canini lunghi e sporgenti, le labbra rosse come lamponi, che contrastavano con la sua diafana e fredda, gelida, pelle.
- C… carino? Tu sei pazzo, vero? -. Non sapevo se era l’imbarazzo o il caldo, ma sentii il viso in fiamme. Perché doveva essere così maledettamente sexy? Inoltre lo sfondo dietro le sue spalle lo rendeva ancora più bello, misterioso e questo mi mandava in tilt.
- Non ho incontrato molti umani nella mia breve esistenza, però molti urlavano in preda al panico una volta realizzato cosa sono.  Tu però non hai capito nanerottolo, non è vero? – lo chiese con tono malizioso, mentre mi si avvicinava, ignorando completamente la mia domanda.
Cavoli Haru dagli un pugno, e smettila di arrossire!” urlai nella mia mente sentendo per l’ennesima volta il volto in fiamme e altri colpi di tosse volevano uscire, mentre mi sentivo sempre più debole, assuefatto da quei fumi pieni di anidride e nocivi. Dovevo uscire, e alla svelta.
Istintivamente lo colpii con l’unico oggetto riuscii ad avere a portata di mano: la valigia di mio padre; abbastanza pesante per mia fortuna.
Prese il colpo senza fare una piega, anzi scoppiò a ridere e io tremai, sentendo che la mia fine era prossima. Sarei morto, in quel momento. Lasciai che le lacrime e il dolore mi sopraffacessero, mentre senza forza mi accasciavo a terra, raggomitolandomi in posizione fetale e abbracciando con forza quell’arco per cui avevo rischiato stupidamente la mia vita.
- Che ingenuo. Mi sarebbe piaciuto divertirmi, ma a quanto dicono è vero: porti sciagure e guai. Meglio finirla subito. - mentre disse queste cose, il suo tono cambiò così come i suoi occhi stavano cambiando colore, diventarono di un innaturale rosso fuoco.
- Gioca con me allora! - la voce arrivò dalle sue spalle, aveva una punta di aspettativa e sarcasmo. Il proprietario portava un mantello nero, consunto e nero; non potevo vederne la totalità del volto, non ancora, ma quella bocca, inarcata in quello strano sorriso che mostrava i canini appuntiti mi fecero venire la pelle d’oca. - Muoviti ed esci da qui. – disse pacato il nuovo arrivato, mentre si scaraventava contro il nemico e cercava di tenerlo fermo. In qualche modo era come se le fiamme non li toccassero, ma si ritraevano alla loro presenza; quasi avessero paura di quelle strane figure.
Io non me lo feci ripetere due volte e faticosamente mi alzai ed annuii, gattonando verso l’uscita che era stranamente ancora libera. Quelle lingue rosse e calde sembravano non avere una propria volontà, ma seguissero uno schema, tuttavia in quel momento dovetti accantonare quel pensiero in favore della mia vita.
Mi preoccupai per un momento del mio salvatore, ma sicuramente quel tizio se la sarebbe cavata, al contrario di me, che ormai ero più morto che vivo; o meglio, lo erano i miei polmoni.
Fuori da quella che una volta era la mia camera, una parte dell’edificio era già crollata a causa delle fiamme, e presto, tutta la casa sarebbe finita in cenere. Con noi dentro.
Sperai che quel ragazzo che mi aveva aiutato si salvasse, anche se sembrava sgarbato, ma mi aveva pur sempre prestato ausilio e non era tenuto a farlo; dopotutto non lo conoscevo, no?
Appena riuscii ad uscire dalla casa in fiamme, con l’arco stretto saldamente in mano e ancora in tatto, corsi immediatamente preoccupato da Lena, pensando di trovarla sola e in preda all’angoscia, ma con lei c’erano le sue quattro amiche con altri quattro ragazzi incappucciati.
“I mantelli erano tornati di moda?” mi chiesi, fermandomi proprio davanti a loro e poggiandomi sulle mie stesse gambe tremolanti e leggermente piegate verso l’esterno e iniziando a tossire senza sosta.
L’aria fuori era meno satura e più fresca, pura, ma ciò non mi diede solo che un leggero sollievo, mentre ero sicuro che sarei svenuto in poco tempo. Probabilmente era questione solo di minuti o anche secondi.
Lena vedendomi e ignorando la mia convulsione, corse da me e mi abbracciò piangendo, ripetendomi che aveva avuto così tanta paura che aveva pensato di avermi perso.
Ricambiai il suo abbraccio, stringendola forte, mentre la tosse non si arrestava. Mi faceva male l’addome, ma non potevo non tenerla forte stretta a me, cercando in quel mondo di darle forza e conforto, provando a comunicarle che ero lì e che ero vivo; che non l’avrei lasciata per nulla al mondo, perché era l’unica cosa che mi rimaneva.
-Sei stato uno stupido Haru! Dico, guarda come l’hai ridotta! - mi urlò Odette contro, rompendo la nostra piccola, fraterna e intima bolla di sapone.
La sua statura minuta, i lunghi capelli neri con riflessi blu ricci e gli occhi azzurri le davano un aria innocente, ma ero a conoscenza del suo pessimo caratteraccio.
- Dovevo recuperare una cosa. Mi dispiace. - iniziai ad accarezzare i lunghi capelli biondi di mia sorella che finalmente si calmò.
- Voi quattro andate dentro e sistemate quella feccia. - il tono imperativo della ragazza mora non ammetteva repliche, ma uno di loro avanzò e inchinandosi le disse: 
- Signorina Odette, non è necessario il nostro intervento. Dentro c’è già uno dei nostri ad occuparsi del problema. -.
- Certo che se quell’insulso essere era un problema dovreste vedere di cosa è capace Lui - il ragazzo incappucciato di nero, che mi aveva salvato all’interno della casa da quell’ “essere”, apparve dal nulla con un’espressione soddisfatta dipinta sul volto, mentre si toglieva il cappuccio e finalmente rivelava ai nostri occhi il suo volto: i capelli neri scombinati creavano un perfetto contrasto con gli occhi che erano di una strana tonalità di grigio, sembravano due bottoni d’argento, osservandoli meglio la pupilla era allungata come quella di un gatto, emanando così una strana aurea quasi demoniaca. La pelle era diafana, i tratti taglienti e maturi; le guance erano leggermente scavate, leggermente tinte di rosso forse a causa del calore, ma per niente sudato, le labbra erano lunghe, carnose, inoltre da esse spuntava qualcosa di bianco e affilato. Erano… zanne?
A quella visione Lena sgranò gli occhi, rimanendo impalata, sorpresa, a causa di qualcosa che io non colsi subito, troppo intento a cercare di capire se stavo sognando oppure no.
- Lena cosa c’è? – le chiesi preoccupato, cercando di ridestarla. Perché aveva avuto quella reazione?
- Ragazzi ci ha riconosciuti toglietevi i mantelli. - il ragazzo di prima sbuffò, svelandosi insieme a tutti gli altri.
- Oh mio Dio! Siete davvero voi? I Guardiani? - una scintilla attraversò gli occhi di Lena. Sembrava una di quelle fan in delirio che urlava e lanciava gridolini davanti ai suoi idoli.
- Sei più perspicace di tuo fratello ragazzina lo sai? – disse con tono ironico il ragazzo moro che mi aveva salvato.
- Ehi! - gridai nella sua direzione. Perché ero sempre paragonato a zero?
- Haru lui è il vampiro che è passato alla parte del bene nel libro “L’angelo della vita”! - il suo tono era sorpreso, e di certo lo era anche la mia espressione. Mi stava forse dicendo che i personaggi del suo libro erano davanti a noi in carne e ossa? Com’era possibile?
- Loro sono i Guardiani: Riley, Aidan, Sloan, Hamish e il principe Dragan! - elencò tutti i nomi, indicandoli uno ad uno mentre li pronunciava.
Immediatamente mi voltai verso Riley, l’unico nome che avevo sentito prima, quello con cui mia sorella aveva voluto accoppiarmi sotto lo pseudonimo di Kay.
Era molto alto, sulla ventina; i suoi capelli, abbastanza lunghi, legati in una coda bassa, erano castani e i suoi occhi erano di un caldo color nocciola.
Dunque era quello il famoso Riley? La pelle era leggermente abbronzata e i tratti mascolini lo rendevano bello e affascinante, ma solo per mia sorella, forse.
Spostai il mio sguardo, poi, su Aidan che era più piccolo, circa della mia stessa età. Aveva la mia stessa altezza, i capelli corti erano di uno strano rosso e gli occhi blu intenso; l’espressione annoiata stonava col suo aspetto quasi buffo.
Sloan era il più alto di tutti, tra i ventidue e ventiquattro anni. I capelli e gli occhi erano uguali a quelli di Aidan, solamente con i colori invertiti, probabilmente erano fratelli.
Accanto a lui c’era Hamish, capelli biondi tendenti al platino e occhi di un bellissimo e spettacolare color indaco, sebbene non fossero quasi visibili a causa dello sguardo che teneva basso; mi ricordava un po’ me stesso in qualche modo.
Tutti possedevano un aspetto delicato, dai tratti maschili marcati. Solo Dragan stonava con quel suo ribelle aspetto.
- Sai Haru, non sono più tanto sicura che quella sia solo una storia. - ammise mia sorella e io non potei fare altro che concordare con lei.
Come facevano dei personaggi di fantasia ad essere qui, in carne ed ossa?
Più cercavo di darmi una risposta e meno riuscivo ad afferrarla; forse anche a causa di quei bottoni argentei che continuavano a fissarmi, provocando piccoli brividi lungo la mia schiena, ma non avrei saputo dire se di paura.
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