The light over the Darkness

Quante volte si desidera scappare dal mondo, anche inconsciamente? Sfuggire alla paralisi del nostro essere-nel-mondo e ritrovarci catapultati in una terra lontana? Haru ci è riuscito, ha avverato il suo più profondo sogno, ma a volte sarebbe bene stare attenti a ciò che si desidera; sopratutto quando si è prigionieri di un vampiro megalomane come l'Imperatore e la tua guardia è un vampiro bellissimo che ha lo stesso nome dell'angelo della morte, mentre il tuo salvatore è il principe delle tenebre che ha voltato le spalle al padre.
Sono tanti i segreti da scoprire, e tante sono le luci da trovare, basta solo saper dove cercare.
"Lo diceva anche il mio nome, Azrael: l’angelo della morte. E io lo ero; tutti in questo posto mi identificano proprio in quello, come un angelo dalle ali nere macchiate di sangue che seminava morte qualunque cosa toccasse, in qualunque luogo andasse."

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7. In te la luce dei ricordi

Capitolo 6
“La luce dei ricordi”  
Un ricordo non lo puoi toccare, non lo puoi vedere, ma rimane impresso nel tuo cuore per sempre
Maria Stella Martina
 
Haru’s POV
 
Quel giorno rimasi per parecchio tempo a letto, non avevo la benché minima intenzione di alzarmi. Avrei voluto che fosse tutto un terribile incubo, che Lena fosse qui con me, perché odiavo separarmi da lei e non sapere esattamente come stesse in quel momento; dopotutto, era la mia gemella, la mia seconda metà, senza di lei mi sembrava di essere uscito con due paia di scarpe diverse ai piedi. Era sempre stato così, fin da bambini, sebbene molte volte l’avessi invidiata, perché lei era tutto ciò che io non ero.
Per questo, per quel sentirmi sbagliato e nudo senza di lei, in quegli ultimi tre anni, mi ero aggrappato a lei inconsciamente, avevo fatto della sua felicità la mia unica priorità, l’unica cosa che contasse veramente, arrivando ad annullare completamente me stesso.
Pregai che stesse bene, che non le fosse accaduto nulla; anche se forse avrei fatto meglio a preoccuparmi più di me stesso.
Sospirai e finalmente mi tolsi da dosso le calde coperte, alzandomi ed accostandomi alla porta finestra che dava sulla grande balconata; poggiai la fronte sul vetro freddo e lasciai che il mio respiro ne appannasse la superficie trasparente.
Cosa dovevo fare? Dopo quello che era successo ieri come mi dovevo comportare? Non lo sapevo, e forse non l’avrei mai saputo.
Odiavo essere impotente e inerme, solitamente cercavo di affrontare una situazione, seppur in modo del tutto inadatto, ma facevo qualcosa, non me ne stavo con le mani in mano a girarmi i pollici! Invece, adesso, non potevo fare niente; il mio destino era nelle mani di qualcun altro che molto probabilmente avrebbe deciso quando sarebbe stato il momento più adatto per scrivere la parola fine alla mia vita.
Chiusi gli occhi e sospirai rassegnato. Era del tutto impossibile che io fossi la persona che loro stavano cercando. Non ero speciale, ero solamente Haru, lo strambo ragazzino dai capelli bianchi che non faceva altro che attirare guai verso se stesso e a chi gli stava intorno.
Forse tutti gli altri avevano ragione: ero tanto inutile quanto strano, ma in tutto quel tempo avevo resistito ai brutti scherzi che mi facevano solamente perché c’era mia sorella che aveva bisogno di me.
Mai pensato ad una tintura fiocco di neve?” disse una vocina nella mia testa, che aveva il suono di uno di quei bulli che tanto mi avevano tormentato e che erano perfino arrivati a tagliarmi i capelli, rendendoli il cespuglio scombinato e imperfetto che mi ritrovavo allora.
Scossi la testa cercando di scacciare quei pensieri, poi riaprii gli occhi mentre tornavo ad adagiarmi sul morbido e accogliente letto che ancora sapeva di quel profumo di libertà. Probabilmente, era anche per quello che non volevo muovermi da lì, poi, non avevo voglia di fare nulla. Azrael, tra l’altro, mi aveva esplicitamente ordinato di non muovermi da quella camera e che sarebbe tornato il prima possibile per controllare se avessi eseguito i suoi ordini. Quindi che potevo fare in quella stanza composta da quattro pareti e priva di qualsiasi fonte di distrazione?
Di certo, lui non poteva rimanere ad oziare tutto il tempo in quella camera a farmi compagnia, né tantomeno portarmi dietro come una valigia come aveva detto, perché era troppo pericoloso. Quindi, aveva chiuso la porta a chiave, dicendo che avrebbe attivato un amuleto protettivo che avrebbe impedito a chiunque, tranne a lui, di entrare o di uscire; o per meglio dire, impedendo a me di uscire, e se quegli aggeggi che usavano erano davvero attendibili, sarebbe stato impossibile a chiunque entrare.
Sembrava aver fatto bene i compiti, come se avesse saputo che lasciandomi solo io avrei tentato di uscire anche se la mia intenzione non era quella di scappare. Dopotutto, dove mai sarei potuto andare? Avevo già provato la foresta, non riuscivo a respirare in quel luogo; non avrei comunque avuto una sola via di fuga. Ero praticamente braccato. Probabilmente volevano tenermi come animaletto domestico.
Sbuffai nuovamente affondando col viso nel cuscino esasperato e con un gran mal di testa.
Dovevo semplicemente arrendermi alla cruda realtà, non potevo farci nulla: dovevo lasciare il mio destino nelle mani di qualcun altro.
Pian piano sentii qualcosa di strano, un improvviso spandersi di profumo di camelia.
Non aprii gli occhi. Semplicemente, mi girai dal lato opposto, ma caddi rovinosamente sul pavimento battendo la faccia contro il duro pavimento.
-Che male. - mi lamentai, inginocchiandomi e accarezzando il naso dolorante e pulendomi dal leggero rivolo di sangue.
Appena mi accorsi che non ero più nella camera del castello mi strofinai gli occhi. Il pavimento era completamente bianco e risplendeva di luce propria; letteralmente.
Mi guardai intorno, confuso, non riuscendo a capire cosa stesse succedendo. Le pareti della camera da letto erano state sostituite da superfici bianche e luminose, che illuminavano ogni cosa, anche ciò che era cupo e nero, che si stagliava verso l’infinito.
Che avessi battuto la testa e fossi svenuto? Che fosse solamente un allucinazione dovuta a qualcosa?
Sentii una lieve risata provenire dalle mie spalle e lentamente mi voltai per controllare chi ci fosse.
La figura di un ragazzo si ergeva alta proprio dietro di me. Era vestito con un pantalone bianco e una camicia di un tenue azzurro cielo, e portava un mantello completamente bianco che gli copriva parte del volto, lasciando scoperta la zona al di sotto del naso.
Senza timore mi alzai, ma non mi avvicinai, cercai solamente di osservarlo meglio; di vedere il suo volto, ma senza riuscirci.
Avrei dovuto avere paura, ma qualcosa dentro di me, una voce che apparteneva al mio io più profondo, al mio istinto, mi diceva che potevo fidarmi, che non mi sarebbe accaduto nulla di male.
Restai, tuttavia, immobile, le mani dietro la mia schiena mentre il mio volto doveva far trasparire tutta la mia genuina curiosità. Lui mi sorrise e voltandosi cominciò a camminare, come se si aspettasse che io lo seguissi; infatti, poco dopo, si fermò e mi osservò aspettando che iniziassi a camminare.
Il mio corpo si mosse automaticamente e una volta che gli fui abbastanza vicino, continuò con la sua marcia, senza una meta apparente (dato che ci trovavamo nel nulla più totale).
Non c’era nulla lì dentro, neanche l’ombra di un edificio, di un qualsiasi altra cosa o essere. C’eravamo solamente io e quello strambo tizio che stavo seguendo.
Mi ritrovai a pensare che ultimamente seguivo solamente persone che avevano comportamenti alquanto strambi; come ad esempio Azrael. Non era una cosa da tutti i giorni incontrare un vampiro che riduceva in brandelli qualsiasi cosa sfiorasse, ma non era neanche normale che in lui vedessi contemporaneamente luce e tenebre, come se riuscissi a percepirle perfettamente.
Stranamente, un altro mio aspetto era che dividevo le persone in due gruppi: quelli ricoperti di luce e quelli ricoperti di tenebre, ma non mi ero mai soffermato a cercare oltre quella patina iniziale che mi permetteva di classificarle, solamente col vampiro dai capelli d’ebano mi stavo soffermando un po’ di più.
Ad un tratto lo strambo tizio si fermò e si sedette a terra con le gambe incrociate facendomi cenno di andare accanto a lui. Silenziosamente mi chinai e mi misi vicino a lui, accettando l’invito. Ancora una volta, poi, mi soffermai ad osservarlo, per quello che riuscivo a vedere. Perché mi era così famigliare quella persona?
In quel momento spostò lo sguardo sopra le nostre teste e io lo seguii col mio, rimanendo col naso all’insù.
Solamente in quel momento mi accorsi di tante sfere luminose e colorate che fluttuavano silenti nel vuoto, che si stavano avvicinando pian piano, fino ad arrivare a fluttuare attorno a noi.
All’improvviso ci ritrovammo entrambi immersi in un mare di sfere colorate, che stavano danzando intorno a noi, creando uno spettacolo bellissimo.
Sorrisi e provai subito l’impulso di toccarle, ma mi fermai. Se fossero scoppiate? Magri avrei creato l’ennesimo danno.
Lo sconosciuto, come se mi avesse letto nel pensiero, mi sorrise e ne indicò una di un tenue arancio, che si muoveva freneticamente ed energicamente, quasi come in una danza sfrenata.
Quella stessa si avvicinò a noi fino a fermarsi proprio dinnanzi a me. L’altro mi sorrise e prendendo le mie mani mi fece rinchiudere nei palmi la sfera. Era calda, quasi bollente, ma non bruciava, né ustionava.
Quando finalmente fece aprire le mie mani la luce si espanse fino a circondarci completamente e pian piano questa sparì, lasciando posto ad un paesaggio mozzafiato: eravamo circondati da vari alberi, abeti, querce, sequoie e tanti altri; ad un tratto questi bloccarono il loro moltiplicarsi, lasciando spazio ad un immensa prateria completamente verde screziata da alcuni fiori di vari colori, e tra questi dominava solamente il bianco.
Era uno spazio luminoso e riuscii a percepire l’aria fresca, anche se forse era un illusione, come del resto tutto quello che stavo vivendo. Che fossi andato in coma?
Scoppiai a ridere a quel pensiero. Da quanto era diventato così pessimista? Di solito cercavo sempre di trovare il lato positivo in ogni cosa, ma in quel momento mi sembrava di essere in uno di quei racconti, quelli che parlano delle persone in stato di incoscienza che fanno degli strani sogni, viaggi mentali. Solitamente incontravano sempre qualcuno vestito completamente di bianco, in questi enormi spazi vuoti, luminosi costruiti dal nulla illuminato del medesimo colore di quella candida veste.
Li avevo sempre odiati quei sogni, sembravano sempre così finti; eppure, allora era dannatamente reale per me.
-Credi che mi lascerà? - la voce di una donna mi fece bloccare. Non avevo il coraggio di voltarmi e controllare a chi appartenesse quella voce così dannatamente familiare.
- Ma non dire sciocchezze. - ribatté un'altra voce maschile lievemente irritata. -Ti ama troppo per abbandonarti; è un uomo responsabile! -
- Ho paura ugualmente. - rivelò la donna.
Inghiottii rumorosamente un fiotto di saliva con gli occhi sbarrati. Non sentivo quella voce da tre anni, la voce della mia mamma.
Strizzai gli occhi, mi morsi l’interno della guancia e poi inspirai profondamente, per prendere coraggio; infine, mi voltai e la osservai, mentre i miei occhi iniziavano a pizzicare leggermente a causa delle lacrime che si stavano formando insieme a quel groppo in gola così pesante che mi sembrava di aver ingerito un sasso.
Era seduta sul verde prato e teneva in mano un ramo di lillà. I suoi lunghi capelli biondi erano legati in una sofisticata treccia, che alla luce del sole sembrava assumere la stessa brillantezza dell’oro prezioso, luccicante.
-Come pensi di chiamarla? - chiese la voce maschile, forse nel vano tentativo di cambiare discorso. Non potevo scorgerlo in faccia, era come se qualcosa me lo impedisse, ma sapevo che in qualche modo doveva essere l’uomo che era accanto a me e mi stava osservando da sotto quel cappuccio bianco e candido; era steso accanto a lei e si vedeva solamente la gamba alzata, il resto coperto dalla verde erbetta.
- Non lo so, mi piacerebbe un nome che significasse luce, perché infondo per me è questo: un raggio di luce che illumina questo periodo tremendamente buio. - la sua voce traspirava malinconia.
Provai il forte impulso di correre da lei e abbracciarla forte nonostante fosse un’illusione.
Mi era tremendamente mancata, nessuno poteva sapere quanto. Quando era morta insieme a mio padre era stato come se una parte di me fosse andata distrutta, recisa. Una lacrima silenziosa scese dai miei occhi.
- Sai, trovo che il nome Haru sia davvero molto bello. - rimasi sorpreso di quella risposta, ma fu una breve e fugace sensazione; infatti, lei stava scomparendo e qualcosa dentro di me si stava di nuovo dilatando e distruggendo come uno specchio in mille frammenti. Iniziai a chiamare il suo nome; non poteva lasciarmi solo, non di nuovo! Corsi verso di lei, ma quando tentai di sfiorarle il volto scomparve sotto il mio tocco in un bagliore di luce, esattamente come il resto del paesaggio.
Tornammo in quella strana dimensione bianca e nera. Con lo sguardo cercai lo sconosciuto che era rimasto fermo per tutto il tempo.
-Non sei solo Haru.  – mi rassicurò, le labbra si inarcarono in un sorriso -Ci sono io con te.  – La sua era la stessa voce che apparteneva all’uomo che parlava con mia madre, ma questo non mi sorprese.
Mi voltai a guardarlo; avevo così tante cose da chiedergli: chi fosse, perché l’avevo incontrato, come conosceva mia madre…
In quel momento iniziò a sparire e io iniziai a provare una sensazione di panico.
-Aspetta! – gridai, cercando di avvicinarmi a lui. Gli gridai di nuovo di aspettare, ma non mi diede ascolto; sparì in un fascio di luce, mentre io rimanevo in ginocchio ad osservare una piuma bianca che era apparsa al suo posto. Guardai quell’oggetto candido per qualche minuto e poi mi chinai per raccoglierlo, con le lacrime che avevano iniziato a sgorgare.
Chi era quel tizio? Cosa dovevo fare io?
-Haru! Haru svegliati! - sentii questa preghiera arrivare da lontano, come trasportata dal vento e poi, come se avesse potuto trasportare anche me, mi sentii un po’ sballottato fino a che, in un battito di ciglia, non mi ritrovai nuovamente nella stanza di Azrael e il volto di Dragan fu la prima cosa che vidi.
Ero disteso sul letto e lui mi era seduto accanto mentre aveva le mani sulle mie spalle che fino a quel momento aveva percosso nel tentativo di svegliarmi.
I suoi occhi argentei trasmettevano ansia e timore. Doveva essere stato per tutto quel tempo in pensiero per me. Quanto ero rimasto incosciente? A me non sembrava che fosse passato che qualche istante.
-Dragan. - pronunciai semplicemente il suo nome, ma quella semplice parola racchiudeva mille domande. Volevo sapere cosa mi fosse successo in quella strana dimensione, ma ero alquanto scettico, forse era stato semplicemente un sogno; eppure, era stato così reale, volevo credere che quell’uomo ci fosse davvero per me, anche se non sapevo chi fosse, ma mi dava un senso di protezione e di fiducia.
Il vampiro mi prese il polso e facendomi sedere mi abbracciò forte, come se non volesse lasciarmi scappare, accarezzandomi i capelli con fare apprensivo.
-Sei caduto e hai battuto la testa, mi hai fatto prendere un colpo. Ti chiamavo ma tu non ti svegliavi. - mi disse, mentre sentivo le sue mani accarezzarmi la schiena da sopra il tessuto nero della maglia.
Senza volerlo ricambiai l’abbraccio, bisognoso di sentire la presenza di qualcuno che mi stesse accanto, di chiunque, che fosse Dragan o Azrael, anche se preferivo il secondo.
Mi sentivo abbandonato da mia madre una seconda volta, come se mi fosse morta davanti agli occhi, di nuovo. Una voragine si aprì al centro del mio petto, procurandomi un dolore atroce, che mi mozzava il fiato, lo stesso dolore che provai anni fa e che avevo nascosto dietro ad un sorriso, ma dopotutto quella ferita era mai davvero sparita? No, era sempre stata lì, sanguinante e nessuno si era mai premurato di cercare di chiuderla con ago e filo, ma lasciando che quella crepa si vedesse e che rimanesse, poiché era parte di me; parte di ciò che sarei sempre stato.
Rimanemmo in quella posizione per una decina di minuti, fino a quando il senso d’abbandono che avevo provato non svanì parzialmente; quel tanto che mi bastava per indossare quella maschera riflettente che tanto odiavo e a cui tutti avrebbero sempre creduto. Dovevo essere davvero un bravo attore, anche se dentro di me sapevo che non era così.
Gli altri vedono solo ciò vogliono vedere” avevo letto da qualche parte, una volta.
-Sto meglio adesso, puoi lasciarmi. - gli dissi, indossando il sorriso più finto che avessi mai fatto, ma talmente credibile da riuscire a convincerlo, anche se non del tutto.
-Sei sicuro? - mi chiese apprensivo sciogliendo l’abbraccio, ma continuando ad accarezzarmi il capo mentre inchiodò il suo sguardo nel mio.
Mi si spezzò il cuore al pensiero che gli stavo mentendo, ma in quel momento volevo starmene da solo, anche se quella solitudine sarebbe durata ben poco.
Annuii col capo energicamente.
Mi accarezzò i capelli un ultima volta e prima di alzarsi mi regalò un sorriso sincero e dolce che non fece altro che far aumentare i miei sensi di colpa, ma anche il mio dolore per non essere capito. Senza aggiungere altro si alzò dal letto ed uscì dalla stanza.
Quando fui certo che se ne fu andato sospirai e buttai la testa sul cuscino allargando le braccia fissando un punto impreciso del soffitto. Ripensai a tutto, formulando un milione di ipotesi del tutto assurde, che raggiungevano l’inverosimile.
Poi realizzai che Dragan era entrato in camera. Evidentemente Azrael aveva tolto l’amuleto difensivo.
Ad un tratto sentii qualcuno prendermi il polso violentemente e mi costrinse ad alzarmi.
Quando alzai lo sguardo fui impietrito dagli occhi rossi ed infuocati del vampiro dai lunghi capelli corvini. Riuscivo a vedere addirittura i lunghi e affilati canini spuntargli leggermente tra le labbra.
Nonostante preferissi il blu e il nero dei suoi occhi, anche il rosso mi attraeva, facendomi affogare in quel mare di sangue in tempesta, ma più probabilmente mi avrebbe sedotto qualunque colore avesse indossato, perché c’era qualcosa dentro di lui che mi richiamava come il canto di una sirena. C’era qualcosa di lui che attirava il buio che portavo dentro.
Prese il mio volto in una mano, stringendo i polpastrelli delle dita sulle mie guance e spingendomi violentemente contro il muro; era parecchio arrabbiato.
-Osa farti toccare di nuovo in questo modo da qualcuno che non sono io e te ne pentirai amaramente. – mi minacciò, ringhiando, mentre nonostante tutto, irrazionalmente, tra quelle braccia mi sentivo meglio; come se un filo fosse stato appena inserito nella gruccia dell’ago che sarebbe servita ad alleviare un poco le porte spalancate del mio dolore.
Portai una mano sul suo polso e lo scostai, non so con quale forza, e poi poggiai il mio capo contro il suo petto.
Che sapore aveva la pace, il porto sicuro? Probabilmente il suo.
 
Azrael’s POV
 
Quello che avevo visto non mi era piaciuto per niente.
Quel bastardo non poteva toccare le mie cose, quel nanerottolo era  miosolo mio.
Forse non ero stato abbastanza chiaro, ma doveva capirlo, e visto che con le buone fino a questo momento non aveva funzionato da adesso in poi avrei usato le maniere forti.
Se per fargli capire che mi apparteneva dovessi lasciargli segni indelebili sulla pelle l’avrei fatto, se avessi dovuto fargli male l’avrei fatto; qualsiasi cosa, ma tutti, lui compreso, dovevano aver ben chiaro questo concetto.
Più tardi avrei staccato la testa al principino, poco ma sicuro, ma non in quel momento; prima, dovevo punire quel nanerottolo, l’avrei fatto impazzire, doveva gemere sotto i miei tocchi, gridare!
I miei pensieri vennero interrotti dalla sua mano fin troppo fredda, che si era poggiata delicatamente sul mio polso e lo avevano in qualche modo indotto a mollare la presa. Lo osservai, lo guardai in quegli occhi verdi e vi affogai. Come potevano delle iridi essere così luminose? Come potevano essere così disperate, tristi e bisognose?
Mi pietrificai per un istante, non riuscendo più a muovere un solo muscolo e con la mente che si era fatta totalmente bianca, mentre lui celava quei lumi bellissimi, sottraendosi al mio sguardo e nascondendosi contro il mio petto.
Rimasi inebetito, interdetto, mentre la sua mano non lasciava andare la mia giunzione. Che mi stava succedendo? Da quando ero così? Avevo dei piani e intendevo portarli a termine! Non era proprio il momento di lasciarmi andare a smancerie che mi avrebbero fatto venire le carie!
Senza perdere tempo per togliergli la maglia, utilizzai i miei poteri, così dopo un semplice tocco sparì lasciando il suo addome completamente scoperto e alla mia mercé. Lui mi lasciò fare, non si ribellò e questo mi diede leggermente fastidio, ma poi senza pensarci due volte posai le labbra su quel succulento collo e vi lasciai un segno rosso. No, non bastava; aveva bisogno di qualcosa di più di un semplice succhiotto per capire che era mio e anche per farlo reagire. Ghignai contro la sua pelle, mentre un’idea totalmente sbagliata si faceva strada nella mia mente; tuttavia, lo sapevano tutti: mai fidarsi della parola di un vampiro.
Aprii la bocca e lasciai che i miei canini gli perforassero la pelle per lasciar uscire quel invitante liquido rosso; avevo tremendamente fame di lui, del suo corpo, della sua anima.
Finalmente ottenni qualche risposta; infatti, dalla sua bocca uscì qualche gemito di dolore, ma non vi badai più di tanto. Ciò che volevo lo avevo già ottenuto e non parlavo solo del suo sangue, ma anche delle sue emozioni. Lo sentivo, sentivo cosa provava, sentivo il suo sapore così tremendamente dolce che mi stava facendo letteralmente impazzire. Quando un vampiro beve il sangue di qualcuno riesce ad aver accesso ad una parte dei suoi sentimenti, come se gli leggesse la mente; era quello ciò sentivo e che volevo di più.
Sentire quel liquido, inizialmente salato e amaro che andava ad addolcirsi, mandava il mio cervello in tilt; sembrava quasi che cambiasse gusto ogni volta che un nuovo fiotto mi scendeva in gola.
Dovetti sforzarmi parecchio per staccarmi.
Osservai la ferita sul suo collo e poi il suo viso in fiamme e ansimante, mentre sorridevo, tornai ad indugiare su quello stesso lembo di pelle, leccandogli la ferita, ancora sanguinante, avidamente, lasciando un segno rosso ben visibile e fermando la piccola emorragia che avevo causato.
Avrei dovuto sentirmi in colpa? Forse, ma l’unica cosa che sentivo era la gelosia che come una fiammata mi logorava e bruciava dentro.
Quando mi stancai, iniziai a scendere con una scia di baci fino ad arrivare ai suoi capezzoli rosei e marcati per poi lambire quei bottoncini di carne, deliziosi, facendolo contorcere nella salda presa delle mie mani, che erano andate a posarsi sui suoi fianchi, mentre i suoi palmi erano andati a posarsi sulle mie spalle e tentavano inutilmente di spingermi via o, forse, di portarmi ancora più vicino a sé. Stava per impazzire e a quel pensiero sorrisi.
Li morsi e prestai tutte le attenzioni di cui avevano bisogno e ne leccai il contorno.
Sentire quei sospiri frustrati uscire da quelle tenere labbra era una specie di tortura anche per me, ma ignorai la frustrazione; dovevo continuare, volevo continuare, anche se non l’avrei preso completamente.
Risalii fino al suo viso, lasciando che la mia lingua accarezzasse quella pelle lattea che sapeva di vaniglia e zucchero.
I miei gesti erano violenti e rudi, tutta la mia rabbia stava scivolando e palesando tutta la mia ira. Era la mia proprietà più preziosa, nessuno doveva violarla, solo io.
Solo  io potevo abbracciare quell’esile corpo di nascosto, solo  io potevo sfiorare quei capelli candidi e soffici.
Quando feci scontrare le mie labbra con le sue sembrò sciogliersi e io ne approfittai per passare la lingua su quei morbidi petali rosei, facendoli dischiudere, per poi esplorare quella calda cavità. Nel mentre, lasciai scivolare una mano verso il basso e, quando i miei polpastrelli andarono a scontrarsi contro il tessuto dei pantaloni, mi ci intrufolai al di sotto, scontrandomi contro “ qualcosa” di leggermente gonfio.
Per me fu come toccare per un momento il paradiso. Il pensiero che fosse in quello stato per me mi faceva gioire come non mai, mi faceva venir voglia di bullarlo ancora di più, di vedere fino a dove avrebbe potuto spingersi, quando avrebbe iniziato a pregare perché lo prendessi o facessi qualunque cosa per far smettere la mia tortura e donargli il piacere, sostituendomi al dolore.
L’avevo vista bene quella desolazione prima, nei suoi occhi verdi e bellissimi e mi aveva fatto male, anche se non volevo ammetterlo e non volevo riempirli di nuovo di quell’emozione. Perché dannazione ero sempre così premuroso nei suoi confronti? Perché non riuscivo a ignorare i suoi sentimenti, ma anzi ci prestavo attenzione!
Mi fermai ciò che volevo lo avevo ottenuto, dopotutto; dai suoi gemiti soffocati e dal suo viso in fiamme sembrava aver capito la lezione: chi comandava ero io.
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