The light over the Darkness

Quante volte si desidera scappare dal mondo, anche inconsciamente? Sfuggire alla paralisi del nostro essere-nel-mondo e ritrovarci catapultati in una terra lontana? Haru ci è riuscito, ha avverato il suo più profondo sogno, ma a volte sarebbe bene stare attenti a ciò che si desidera; sopratutto quando si è prigionieri di un vampiro megalomane come l'Imperatore e la tua guardia è un vampiro bellissimo che ha lo stesso nome dell'angelo della morte, mentre il tuo salvatore è il principe delle tenebre che ha voltato le spalle al padre.
Sono tanti i segreti da scoprire, e tante sono le luci da trovare, basta solo saper dove cercare.
"Lo diceva anche il mio nome, Azrael: l’angelo della morte. E io lo ero; tutti in questo posto mi identificano proprio in quello, come un angelo dalle ali nere macchiate di sangue che seminava morte qualunque cosa toccasse, in qualunque luogo andasse."

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6. Come le stelle e la notte, in te il bianco e il nero

Capitolo 5
 
“Come le stelle e la notte, in te il bianco e il nero”
 

Le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell’infinito
                                                                       Confucio

 
Azrael’s POV
 
Sfogliai distrattamente le pagine del libro che stavo leggendo, senza prestargli alcuna attenzione.
La mia mente era altrove, persa in un fiume di pensieri che placidamente scorreva attraverso un percorso già tracciato.
Non mi sentivo così da tanto tempo, forse troppo; era come se una parte di me, precedentemente separata, si fosse ricongiunta, ma era solamente una sciocchezza; niente d’importante era accaduto, e niente che riguardava il mio buio passato era tornato.
Cercai, quindi, di non concentrarmi sul motivo del mio improvviso benessere. Meglio goderselo finché c’era.
Posai il libro che ormai conoscevo quasi a memoria, Amleto, ma non spensi la candela che con la sua tenue luce illuminava la stanza.
Volsi lo sguardo verso il ragazzino che mi dormiva accanto; forse, avevo calcato un po’ troppo la mano con lui. Non era abituato a quel tipo di attenzioni da parte di qualcuno, ma era stato divertente, e poi ammetto che mi era piaciuto, non poco, stuzzicarlo in quel modo.
Osservai il ritmico alzarsi ed abbassarsi delle sue spalle mentre respirava. Parte della schiena era stata lasciata scoperta dalla maglia nera che gli avevo gentilmente concesso; anche se gli stava parecchio grande.
Fisicamente ero più grosso di lui, e avevo a mio favore una ventina di centimetri d’altezza in più.
Certo, anche lui non era messo male, anzi, dovevo dire che per avere solamente diciassette anni aveva un fisico niente male, anche se ancora in via di sviluppo.
Invece, la mia crescita si era bloccata: sarei rimasto per sempre con quell’aspetto.
Tutti quelli che mi vedevano dicevano che grazie a questo sarei stato in grado di avere tutto ciò che volevo: bellezza e potenza erano armi letali in mano a persone come me, che non si accontentano mai e che vogliono sempre di più, però, certe volte, mancava qualcosa. Non riuscivo a capire cosa, ma ogni volta che vincevo questa mancanza si faceva sentire sempre di più. Che fosse solamente l’insaziabile sete di potere di un sadico? Non lo sapevo nemmeno io. Sapevo che per adesso quella sete si era placata.
Sto diventando un complessato?” pensai, tra me e me, sbuffando.
Accantonai immediatamente quegli stupidi pensieri e spensi la candela.
Mi distesi sul fianco dando le spalle al nanerottolo che era immerso nel mondo dei sogni, cercando di concedermi il meritato riposo e ripensai alla giornata trascorsa:
 
-Tu sei mio. – mi era uscito istintivo quel ringhio di battaglia, quell’affermazione possessiva che in sole tre parole erano state in grado di esprimere esattamente tutto ciò che provavo. Lui era mio e mio sarebbe rimasto per sempre; nessuno lo avrebbe toccato senza il mio consenso, nessuno lo avrebbe sfiorato nemmeno con lo sguardo fin tanto che avessi vissuto e l’immortalità era parecchio lunga.
Lo sentì tremare sotto di me, istintivamente mi chiesi se di paura o di piacere? Ma che importanza aveva? Se lo volevo me lo sarei preso, con le buone o con le cattive.
-Tuo… - lo disse con voce flebile, come la fiamma di una candela che ondulava a causa di un soffio di vento. Non mi ero aspettato quella conferma, ma fu abbastanza per farmi impazzire.
Calai su quella bocca e la penetrai con la mia lingua, baciandolo, assaggiando quel calore e quel gusto tutto nuovo, mentre l’unico palmo che potevo permettermi vagava sulla sua pelle.
Lo avrei baciato per l’eternità, ma lui era così maledettamente umano e aveva un cuore che doveva pompare sangue, liquido che tra l’altro, in quel momento, stava cantando alle mie orecchie un’aria e non una semplice melodia di pianoforte. Mi istigava, mi chiamava, ma il sapore della sua bocca era qualcosa di molto più forte, irresistibile, di cui non volevo privarmi, ma la sua umanità aveva bisogno di ossigeno, per gonfiare i polmoni e fu solo per questo che mi costrinsi a staccarmi da quelle labbra che si erano fatte ancora più rosse, come le fragole, lucide e gonfie.
I suoi occhi verdi si erano fatti più scuri e brillavano, come acqua colpita dai raggi del sole che nel regno in cui ci trovavamo non avremmo mai visto, perché là ogni cosa era tenebra; era buio.
 -C… che stai facendo? - la sua voce arrivò impaurita, ma solamente un essere con un udito fine come il mio sarebbe riuscito ad udire un pizzico d’aspettativa in quel soffio.

Non risposi, ripresi semplicemente ad assaggiare quella candida pelle e segnarla come mia. Ero molto possessivo, e che gli piacesse o no, lui adesso era diventato una di quelle cose che non avrei mai ceduto, da cui non mi piaceva separarmi. Era diventato come una moneta d’oro per un avaro, come la droga per un drogato, come un sorriso per avvocato, come un gioiello per un ladro. 
Sorrisi, mentre presi a mordergli il collo leggermente, senza allungare i canini; quella parte me la sarei conservata per dopo, troppo affamato, troppo invitante quel sangue per non assaggiarlo di nuovo e al diavolo gli ordini dell’Imperatore!
Chiunque, in quel momento, avrebbe pensato che il mio fosse un attaccamento personale, sentimentale quasi, il fatto che non avrei rinunciato a lui e che non gli avrei mai permesso di allontanarsi da me, ma ero pur sempre l’essere più egoista presente in questa dimensione! Forse, mi sarei anche annoiato di lui e l’avrei fatto fuori, ma ne dubitavo, mi incuriosiva sempre di più. 
Perché non aveva paura? Perché sembrava quasi pendere dalle mie labbra e fidarsi più di me che di quell’inetto principe? Dov’era il suo senso di sopravvivenza? Perché quegli occhi brillavano? Perché mi sorrideva?
C’erano così tante domande che stavano affollando la mia testa, così tante da impazzire, da indurmi a trovare le risposte.
Ad un tratto qualcosa di caldo e umido mi bagnò il volto, distraendomi momentaneamente dal mio lavoro. Rimasi immobile, sentendo il ragazzino irrigidirsi.
Immediatamente, mi sollevai per poterlo guardare: aveva gli occhi serrati e si era morso il labbro inferiore a sangue, mentre anche le mani erano chiuse a pugno in modo talmente stretto che le nocche erano diventate bianchissime.
In quel momento sentii come una stretta allo stomaco, sensi di colpa? Impossibile, in passato avevo fatto molto peggio e l’unico sentimento provato era piacere, accompagnato da un opprimente, ma accogliente, sensazione di vuoto che mi risucchiava.
Mi alzai senza dire nulla, senza nemmeno pensarci due volte. 
Mi avvicinai alla cassettiera e presi la prima maglia nera che mi capitò sotto mano poi gliela lanciai, colpendogli il volto.
-Vestiti. – gli ordinai solo, freddo. Perché mi ero fermato?
 
Scossi la testa e tornai al presente.
Indugiai nuovamente sulla figura del nanerottolo che mi dormiva accanto, era notte fonda e doveva riposare per rimettersi in forze, però odiavo esser ignorato.
Presi seriamente in considerazione l’opzione di svegliarlo e di riprendere da dove mi ero fermato, magari, spingendomi anche oltre, arrivando a prenderlo, ma qualcosa dentro di me impediva di farlo.
Titubante allungai una mano verso di lui e gli accarezzai i capelli bianchi che in quel momento sembravano dello stesso colore delle stelle e della luna, come se brillassero di luce propria. Forse era per quello; mi ricordava le stelle.
Una frase mi tornò in mente, non so chi la pronunciò: “Le stelle sono piccoli fasci di luce che le persone amate ci inviano per illuminare la nostra via buia e solitaria”.
Mi alzai dal letto, passandomi una mano tra i capelli ancora legati dal nastro rosso scarlatto ed uscì fuori sulla terrazza, appoggiandomi al parapetto e osservai l’immensa distesa buia.
Quella sera il cielo sembrava più luminoso del solito e le stelle sembravano quasi danzare.
Era raro vedere in un posto come quello uno spettacolo del genere, ma non mi importava, il mio obbiettivo era un altro.
Cercai con lo sguardo quel timido, ma brillante scintillio, senza alcun risultato. Avevo imparato bene la sua posizione, ma non la trovavo, quella stella che mi aveva accompagnato quando ero bambino, sembrava scomparsa; eppure, ero sicuro che ci fosse ancora, doveva esserci! Era stupido, ma lo sentivo.
Era da molto tempo che non mi soffermavo ad osservare quell’immensa distesa scura, troppo, ma sapevo che quell’astro che guardavo sempre doveva essere lì da qualche parte e per qualche motivo ero cosciente del fatto che non fosse morto, diventato un buco nero; me lo sentivo dentro.
Da bambino avevo la convinzione che, allungando semplicemente la mano, sarei riuscito a toccare una stella, la mia stella; quella che sembrava brillare per me, ma era solamente il sogno di uno stupido ragazzino che aveva massacrato i genitori a sangue freddo.
Sbuffando, rinunciando alla mia caccia al tesoro, tornai a letto svogliatamente.
Morfeo sembrava proprio che mi avesse bandito dal suo regno dei sogni per quella sera. Probabilmente, avevo troppi pensieri per la testa, forse mi sarebbe bastato spegnere il cervello per qualche minuto e mi sarei addormentato. Più facile a dirsi che a farsi, però.
Una volta avvolto nuovamente nella coperte mi stesi sul fianco e osservai il ragazzino che mi dava ancora le spalle.
Sin da quando si era addormentato non aveva mosso un muscolo, neanche un lieve accenno di movimento; niente.
Non avevo dovuto insistere molto per convincerlo a rimanere in camera mia. Mi era bastato dirgli che se voleva sopravvivere in quel posto doveva stare costantemente attaccato a me, ma quell’affermazione non era servita a molto; si era già convinto da solo.
Allungai nuovamente la mano, presi una ciocca bianca e la studiai per l’ennesima volta: era morbida e sembrava della stessa consistenza della seta, nonostante le ciocche fossero talmente spettinate da non avere più un senso. Cadevano anche placidamente sul cuscino, in perfetto contrasto col viola scuro del tessuto.
Improvvisamente, si voltò verso la mia direzione e si coprì col lenzuolo fino alla testa, e quando percepì il mio corpo accanto al suo si avvicinò di più scoprendosi nuovamente.
I capelli gli ricadevano sul viso, una candida ciocca ribelle gli solleticava il naso. Sorrisi tra me e me e gliela spostai, poi passai ad accarezzargli la guancia lievemente arrossita. Era incredibilmente calda contro i miei polpastrelli freddi come il duro metallo. Continuai ad osservarlo, non feci altro, mi beai semplicemente di quel viso delicato che oramai era solamente mio.
Mi stava decisamente stregando e non andava affatto bene, ma in quel momento non me ne importava affatto.
Mentre lo scrutavo, mi accorsi di una cosa strana: sembrava sprigionare una luce non visibile, ma sentivo che c’era, e mi circondava allontanando ogni male. Che fosse l’effetto della luce che custodiva? Non lo sapevo per certo, ma mi piaceva. Stranamente mi piaceva e mi faceva sentire quasi più forte, ma allo stesso tempo più vulnerabile e questo dualismo mi disorientava in un certo senso.
Avevo già percepito quella sensazione, quando mi aveva stretto la mano in quella casa in fiamme, come se avesse trovato uno spiraglio inesistente nel mio cuore di pietra e vi ci fosse aggrappato, trovando qualcosa che io non vedevo. Io però rimanevo comunque un mostro, uno assetato di sangue, di potere, di carne, e per sempre lo sarei stato.
Lo diceva anche il mio nome, Azrael: l’angelo della morte. E io lo ero; tutti in questo posto mi identificano proprio in quello, come un angelo dalle ali nere macchiate di sangue che seminava morte qualunque cosa toccasse, in qualunque luogo andasse. Un demone che pensava solamente ad appagare la sua sete e non guardava in faccia nessuno, che non faceva distinzioni.
Però, in quel momento, sembrava che quella morte che rappresentavo non volesse toccare quella luce tanto candida.
Come il bianco e il nero che si scontravano. Ma chi sarebbe stato quello macchiato? Il bianco o il nero?
-Haru. - per la prima volta pronunciai il suo nome, tanto insolito quanto dolce, anche pronunciato da una voce sadica come la mia.
Il suo significato era “Luce”, che strano. Probabilmente era una cosa premeditata, poiché i suoi genitori avevano sempre saputo quale fosse la sua natura.
Fu tra quei pensieri che mi addormentai, con la mente finalmente rilassata.
Non ci furono sogni durante il mio sonno, venni semplicemente accolto da un manto completamente nero che profumava di zucchero, orchidee, lavanda e lillà.
 
Haru’s POV
 
Non volevo svegliarmi, mi sarebbe piaciuto rimanere ancora per un po’ di tempo a dormire avvolto da quel calore che mi circondava, accompagnato da un intenso profumo fresco e pungente, ma sentivo la gola leggermente secca e qualcosa solleticarmi il naso.
Contrariato, quindi, aprii piano gli occhi, sorpreso del buio che inondava ancora la stanza tanto da renderla completamente buia.
Chi sa che ore sono.” mi domandai ancora stordito e solo allora mi accorsi che non avevo la fronte appoggiata a qualcosa che si muoveva, si alzava e si abbassava ritmicamente e che ad avermi dato fastidio erano dei capelli. Ignorai questa seconda considerazione e senza pensarci avvicinai l’orecchio a quel petto nudo, caldo, dove un cuore stava battendo.
Tum tum, tum tum. Sorrisi.
Avevo già capito che avevo dormito tra le braccia di Azrael e questo non mi dispiaceva affatto. Anzi, dovevo ammettere che mi aveva fatto piacere come la prima volta, in quella casetta piena di spifferi nel bosco; stare accanto a lui, avvolto da quegli arti, era come essere avvolto da un manto di fuoco gentile, che voleva proteggere e non distruggere. Era come essere rinchiuso all’interno di un paio di ali ed essere al di fuori di ogni cosa, all’interno di una fragile bolla di sapone, profumata, dai mille colori, ma accogliente come il sogno di un bambino.
Sorrisi ebete, continuando ad ascoltare quel suono primordiale, che sembrava star cantando solo per me, fino a quando la gola secca per la sete non si fece sentire.
Mi scostai, tentando di non svegliarlo o disturbarlo. Non sapevo se mi aveva abbracciato inconsciamente oppure no, ma in un certo senso mi piaceva pensare che l’avesse voluto, che mi avesse tenuto stretto tra le braccia volontariamente e non come gesto inconscio durante il sonno.
Dopo quello che era successo il giorno prima non avevo dormito molto; ero rimasto sveglio fin quando non aveva preso ad accarezzarmi capelli e volto, ma alla fine mi ero abbandonato tra le dolci braccia di Morfeo, accompagnato da quelle carezze che sentivo ancora sulla pelle, che avevano lasciato delle scie bollenti che erano rimaste impresse, registrate, su di essa.
Durante il dormiveglia avevo riflettuto a lungo, calmato da quei tocchi gentili, ma dovevo ammettere di non aver trovato alcuna risposta, di non essere riuscito a trarre alcuna conclusione.
Avevo ricevuto troppe informazioni tutte in una volta, ancora non ero riuscito ad assimilare per bene la notizia della mia “vera natura”, che ancora non riuscivo a credere mia, che non credevo mi rispecchiasse e, infondo, era normale, no? Fino ad allora avevo vissuto una vita semplice, umana, in cui non vi erano né angeli, né vampiri, se non nelle fiabe. Io mi vedevo ancora umano!
Solo due cose mi erano chiare in tutto quel caos: la prima era il senso di tradimento che provavo e che mi faceva pizzicare gli occhi. I miei genitori mi avevano sempre mentito, sia a me che a Lena e se ne erano andati, lasciandoci soli, senza prepararci a tutto ciò che stava accadendo in quel momento della nostra vita.
Mi sentivo perso, ferito come un cucciolo pestato e abbandonato per strada dal proprio padrone di cui si fidava, che amava incondizionatamente.
La seconda cosa a cui mi ero rassegnato era l’ammettere che Azrael mi piaceva; mi ci era voluto parecchio coraggio per scendere a patti con me stesso e dirmelo nella mia testa, ma non potevo ignorare i segnali del mio cuore; poi, avevo come la strana sensazione che dietro la sua facciata menefreghista e sadica ci fosse qualcosa di più, come una piccola luce nascosta da un manto d’oscurità che aspettava solamente d’esser trovata. Forse, non era tanto luminosa, ma in qualche modo sentivo che c’era, mi servivano solamente le prove.
Sorrisi, osservando il suo viso rilassato. Lo avevo sentito poco prima; per la prima volta mi aveva chiamato col mio nome e non “nanerottolo”. Per non arrossire mi c’era voluto tutto il mio autocontrollo, la sua voce mia aveva fatto sentire a disagio; era stata così dolce, poi adoravo il suo suono, il suo timbro mellifluo. Lo avrei ascoltato per l’eternità se mi fosse stato concesso.
Mi morsi il labbro inferiore, sentendomi uno stupido. Sembravo mia sorella quando parlava di un qualsiasi ragazzo che le piacesse, di come sarebbe rimasta volentieri con lui tutta la giornata, anche solamente ad osservarlo. Solo che io iniziavo ad avere paura, per tutto.
Sapevo che per lui ero semplicemente un giocattolo. Niente di più, e non volevo.
Ero perfettamente cosciente che non sarei stato niente, neanche un semplice conoscente con cui conversare alla pari con lui, ero solamente uno strumento, e di questo avevo paura; perché, nonostante fossero passati solamente due o tre giorni, mi ci ero già affezionato. E non era normale per me: normalmente prima di affezionarmi ad una persona facevo passare del tempo, e invece stavolta no, era diverso. Forse le circostanze mi avevano già cambiato? O era tutta colpa di quel dannato colpo di fulmine?
-Hai finito di fissarmi nanerottolo? - la voce di Azrael mi fece sobbalzare e fu alquanto imbarazzante esser scoperto in quel modo.
-S… scusa. - mi affrettai a dire col cuore a mille.
-Te l’ho già detto, non devi scusarti, mi dai sui nervi quando lo fai. - mi rimproverò, alzandosi a sedere e scostandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Si erano sciolti, il nastro rosso era poggiato morbidamente sul cuscino, ma non me ne curai e nemmeno glielo feci notare. Semplicemente, mi mancarono le parole di bocca.
Era bello, come un adone, come un dio greco; nonostante il buio da cui eravamo circondati la sua candida pelle faceva risaltare quei fili di pece, lunghi, lisci, morbidi, in cui mi venne subito l’istinto di affondarci le dita, per sapere se avrei provato la stessa sensazione, emozione, di sfiorare la superficie del mare di notte.
Mi scossi da quel sogno durato pochi secondi, poi, aprii di nuovo bocca per scusarmi, ma venni immediatamente bloccato dalla sua mano che premette delicatamente sulle mie labbra per fermarmi. Arrossii leggermente, mentre lui diminuì la distanza tra di noi, tra i nostri visi
-Non ti azzardare. – sibilò, fulminandomi con i suoi occhi che racchiudevano un cielo stellato in cui avrei per sempre voluto specchiarmi -Non mi piace ripetere troppe volte un concetto che mi sembra abbastanza semplice da capire. Quindi, parliamo di cose serie. - mi spiegò aspettando un cenno da parte mia. Non lo feci attendere e annuì con la testa senza emettere un fiato.
Lui allontanò la sua mano dalla mia bocca, ma il suo viso era sempre pericolosamente vicino al mio. Sentivo il suo respiro caldo, il suo profumo di mare ed eucalipto e per me fu automatico socchiudere gli occhi e le labbra, come in attesa di un bacio. Me ne vergognai subito e mi dannai, ma lui sembrò non accorgersene.
-Sei sotto la mia tutela quindi dove vado io, lì vai tu. – esplicò -Devo essere al corrente di ogni tuo spostamento, e soprattutto devi rimanere dove io possa vederti. -. Le sue parole erano minacciose, ma i suoi occhi dicevano altro; esprimevano quasi timore e supplica, come se fosse spaventato, ma dovevano essere i miei occhi e il mio cuore ad ingannarmi, ad illudermi che fosse così.
Continuai a guardare quelle pozze nere come l’ossidiana e blu come lo zaffiro. Non sapevo nuotare, e di questo me ne vergognavo un po’, ma non ebbi paura di immergermi in quel liquido scuro capace di freddarti in un secondo, ma che sapevano donarti tutto il calore di questo mondo.
In quegli occhi vedevo il bianco e il nero, ma chi sarebbe stato quello macchiato?

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