The light over the Darkness

Quante volte si desidera scappare dal mondo, anche inconsciamente? Sfuggire alla paralisi del nostro essere-nel-mondo e ritrovarci catapultati in una terra lontana? Haru ci è riuscito, ha avverato il suo più profondo sogno, ma a volte sarebbe bene stare attenti a ciò che si desidera; sopratutto quando si è prigionieri di un vampiro megalomane come l'Imperatore e la tua guardia è un vampiro bellissimo che ha lo stesso nome dell'angelo della morte, mentre il tuo salvatore è il principe delle tenebre che ha voltato le spalle al padre.
Sono tanti i segreti da scoprire, e tante sono le luci da trovare, basta solo saper dove cercare.
"Lo diceva anche il mio nome, Azrael: l’angelo della morte. E io lo ero; tutti in questo posto mi identificano proprio in quello, come un angelo dalle ali nere macchiate di sangue che seminava morte qualunque cosa toccasse, in qualunque luogo andasse."

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3. Azrael

Capitolo 2
“Azrael”

 

Il richiamo della morte è anche un richiamo d’amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una della grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione.
Hermann Hesse

 

Haru’s Pov 
La scena superava il surreale; mia sorella mi aveva appena dato la prova che queste persone erano i Guardiani del libro che lei amava tanto.
Guardai i presenti con aria incerta, poi scoppiai a ridere. Intanto Lena, che si era sciolta dal nostro abbraccio, mi guardava stranita.
Quello strano tipo in casa, l’incendio e adesso questo. Stavo forse sognando?
 - Haru che ti prende? - mi chiese preoccupata. Chi non lo sarebbe stato? Stavo ridendo istericamente! Non che la situazione mi sembrasse divertente; ero semplicemente sconvolto dagli eventi.
 - Cosa ci trovi di divertente cretino?!- sbraitò di nuovo Odette nella mia direzione.
Come volevasi dimostrare: nessuno, me compreso, sapeva com’ero realmente.
- Odette smettila! Non lo vedi? Pensa che ci stiamo prendendo gioco di lui. - ribatté Akane, aprendo un battibecco sul mio comportamento, che però non ascoltai, per niente interessato, fino a che le loro voci non superarono i decibel consentiti al mio umile orecchio umano.
- Basta! - urlai esasperato; avevo sempre odiato sentir litigare gli altri, inoltre sapevo che tra poco sarei crollato. Le ginocchia mi tremavano, la tosse continuava a scuotermi e le loro grida di certo non mi stavano aiutando a cercare di ragionare, o almeno a tentare di non crollare a terra a causa dei forti capogiri che la mia testa stava compiendo.
- Adesso tutti voi con calma ci spiegate la situazione. - intervenne Lena vicina ad una cristi di nervi paragonabile alla mia, sebbene dalla sua voce fosse palpabile l’eccitazione. In fondo, i suoi personaggi preferiti erano lì, davanti a lei, in carne ed ossa e probabilmente lo aveva sognato da sempre, fin da quando eravamo piccoli e la mamma le leggeva quella storia che io non avevo mai voluto udire, poiché mi faceva paura.
Inspiegabilmente all’interno di esso vi erano sempre nuove pagine, nuovi racconti e se a Lena ciò non era mai parso strano, per me lo era sempre stato.
-Signorina Lena se posso permettermi preferiremmo spiegarvi tutto in un luogo più sicuro di questo. - disse Hamish, facendosi avanti con tono dolce e inchinandosi profondamente davanti a lei come se fosse una principessa o una regina.
- Hamish ha ragione. – intervenne Dragan, che non aveva smesso di tenere la guardia alta, nonostante i suoi occhi grigi continuassero a fissarmi, a non volermi perdere d’occhio. - Ho uno strano presentimento. Qui siamo più vulnerabili agli attacchi nemici, e non sappiamo se quello che ho ucciso in casa fosse l’unico venuto qui per voi. -.
Per noi? Che voleva dire? Lo guardai stranito, mentre mi chiedevo quali fossero le capacità di questi individui, anche se molte altre domande che mi ronzavano in testa: Perché erano qui? Cosa centravano con l’accaduto? Potevamo fidarci?
- Vi saremmo grati se ci seguiste. - continuò Hamish indicando una porta completamente dorata a due ante che era apparsa dal nulla o di cui forse non mi ero accorto prima.
Quella era a due ante e a forma di arco in oro massiccio, con due colonne ai lati completamente in marmo. La superficie era decorata da bassorilievi raffiguranti due angeli che congiungevano le mani; al posto degli occhi avevano delle pietre preziose verdi, che brillavano e sembravano quasi liquide, come occhi veri.
- Dove ci portate? - chiesi smarrito, oramai troppo stremato per pensare davvero. Avevo bisogno solo di riposo e di un bicchiere d’acqua, per inumidire, bagnare, la mia gola che si era fatta secca, arida, che ogni parola che pronunciavo graffiava.
-Vi portiamo alla Città della Luce, li sarete al sicuro. - rispose il moro selvaggio, muovendosi verso di me elegante ed affiancandomi, chinandosi poi verso di me, perché solo io potessi sentirlo - Come stai? - chiese sinceramente interessato, con voce dolce, mentre appoggiava una mano sulla mia spalla con fare apprensivo.
Quel contatto mi provocò ancora quegli strani brividi lungo la schiena, che ancora una volta non riuscii a decifrare. L’unica cosa che capii fu che non apprezzavo i suoi tocchi, che mi sembravano quasi gelidi e appuntiti come spuntoni di ghiaccio.
- Sto bene. - mentii non sentendomi per nulla consolato da quel gesto e scostandomi.
La mia menzogna sembrò riuscire a convincerlo e i risposta, leggermente sconsolato a causa della mia reazione e probabilmente la voce dura, si voltò verso la porta, rimanendo comunque al mio fianco.
- Coraggio muovetevi. - ci incalzò Odette, mentre apriva la porta.
Dei raggi di luce fuoriuscirono da essa, erano caldi ed invitanti. Mi diedero quasi un senso di sollievo e di pace, sebbene non potessi comprenderne il motivo.
- Signorina Akane le conviene far fermare le fiamme. - suggerì Riley alla ragazza dai capelli biondi corti con ciuffo rosso e gli occhi del medesimo colore.
Lei, con un fluido gesto della mano estirpò immediatamente quelle lingue di fuoco, come se non fossero mai esistite, ma in conseguenza a ciò la sua mano divenne puro fuoco. La giovane non urlò e nemmeno si scandalizzò, semplicemente guardò per qualche istante la sua mano con indifferenza.
- Akane! Che ti succede? - gridò Lena preoccupata, ma subito l’amica la rassicurò sorridente.
- Non preoccuparti. E’ tutto normale, come ti ha già detto Hamish vi spiegheremo tutto in un luogo più sicuro. Dai venite, con noi sarete al sicuro e non vi accadrà nulla di male. -.
Lena mi guardò per un istante, forse per cercare sostegno, poi seguì le amiche e i Guardiani attraverso la porta, immergendosi nella luce senza aspettare che io facessi lo stesso. Sicura che l’avrei seguita.
- Haru. – mi chiamò Dragan, cercando di nuovo la mia attenzione, ora che non vi era più nessuno - Tu sei forte, puoi superare anche questo. – lo disse con estrema fiducia, che io invece non avevo.
Io forte? No, non lo ero e non lo sarei mai stato, ma sapevo che a nessuno sarebbe mai importato; questo perché, era più facile vedere un vetro perfetto, che uno pieno di crepe.
Mi sarebbe piaciuto urlargli contro che non sapeva niente di me, che non potevo superare anche questo, ma non lo feci.
Protese la mano verso di me, ma non la presi, la osservai e basta prima di voltami verso quella casa ormai distrutta, che era stata una delle ultime cose che i miei genitori avevano lasciato dietro di loro.
Tutte le sue mura, i mobili, le finestre e i vari suppellettili… tutto era perduto.
Avrei voluto urlare, prendere a pugni qualcosa, piangere, ma rimasi impassibile, mentre tornavo a fissare quella mano che non si era ritirata.
La osservai meglio, vedendo le piccole cicatrici quasi invisibili che la solcavano, le trame della sua pelle che sembrava ruvide e ne guardai le linee lunghe, definite, marcate, ma anche così facendo non riuscii a trovarvi alcun conforto, alcuna fiducia. Continuavo ad avere quegli strani brividi.
Infine, lo superai senza degnarlo di uno sguardo. Sapevo che non meritava un trattamento simile; dopotutto mi aveva salvato la vita, rischiando la sua, ma se non volevo scoppiare dovevo farlo.
Mi avvicinai alla porta dorata per oltrepassarla, sentivo i suoi occhi puntati sulla mia schiena e poi avvenne l’inaspettato.
Uno spostamento d’aria mi fece immobilizzare. Sobbalzai quando le ante sbatterono, chiudendosi, quasi come a dirmi che non avrei mai varcato la loro soglia, poiché non ne ero degno.
Non seppi dire il perché, ma ciò mi diede sollievo.
- M… ma è impossibile. Tu dovresti essere morto! - gridò Dragan, ringhiando e correndo immediatamente da me, oscurandomi la vista o almeno provandoci.
Davanti a me c’era lo stesso ragazzo dai capelli lunghi che mi aveva aggredito nella casa.
Com’era possibile? Non doveva essere morto secondo ciò che il moro selvaggio aveva detto?
- Oh, mi dispiace d’averla illusa; ha fatto un errore di calcolo principe. Lei non può uccidere la morte. – lo disse in modo teatrale, con una falsa riverenza, mentre dissimulava dispiacere.
I miei occhi non lasciarono la sua figura; alla luce del crepuscolo sembrava ancor più affascinante: il viso aveva dei lineamenti perfetti secondo i miei canoni e i capelli lunghi brillavano alla luce.
Rimasi a guardarlo imbambolato, quasi temetti di star sbavando, e quando puntò il suo sguardo lascivo su di me il mio cuore perse un battito.
- Scusa se il nostro discorso di prima è stato interrotto. Se non ti spiace vorrei riprenderlo da dove lo abbiamo interrotto. – le sue labbra si inarcarono in quello stesso ghigno che gli avevo già visto fare, mentre mi si avvicinava ignorando il ringhio di Dragan che si era messo in posizione di attacco.
Come calamitato da quegli occhi che avevo creduto neri, ma di cui stavo dubitando il colore, mossi qualche passo verso di lui, superando quello che doveva essere il mio protettore, che non riuscì a fermarmi in tempo.
Quando il nemico fu davanti a me si abbassò, inclinando appena la schiena, per raggiungere l’altezza del mio viso, prendendomi il mento tra l’indice e il pollice della sua mano destra; era talmente vicino che sentivo il suo respiro sulle labbra e dei brividi lungo la schiena, ma molto diversi rispetto a quelli che mi regalava quello che lui aveva chiamato “principe”.
- C… chi sei? – chiesi, mentre mi perdevo nei suoi occhi che avevo creduto neri, ma che osservando meglio e da così vicino rivelavano quel tenue e scuro blu, le cui iridi sembravano intrappolare un cielo stellato. Inspirai forte e mi inebriai perfino del suo profumo di eucalipto e mare, un profumo che mi ricordava la libertà.
- Mi chiamo Azrael. – rispose, sussurrandolo in modo che io potessi sentirlo, mentre osservavo quelle sue labbra invitanti muoversi, perdendomi così la vista delle sue sopracciglia contratte e la luce curiosa che si accese nei suoi lumi scuri. -Sei strano. Sto per ucciderti e tu mi chiedi chi sono? Sei più interessante di quanto mi aspettassi…-.
Altri brividi mi percorsero la schiena; il cuore batteva all’impazzata e sentivo le guance in fiamme.
Perché stavo avendo quella reazione? Non riuscivo a spiegarmelo. Non avevo mai provato tali sensazioni con nessuno, soprattutto con un altro ragazzo.
Alzò una mano e iniziò a giocare con le ciocche dei miei candidi capelli, osservandoli attentamente; non appena smise passò l’indice sul viso fino ad arrivare sotto il mento e lo sollevò, oramai era pericolosamente vicino.
Ero incapace di muovermi e non desideravo nemmeno farlo, come intrappolato in uno strano incantesimo, che però venne rotto per mio sommo dispiacere da Dragan, che mi spintonò via da Azrael, che rise in risposta, anche se notai una scintilla di rabbia accendersi in quegli specchi bellissimi, che bramavo mi incatenassero ancora, facendomi sentire le farfalle nello stomaco e mancare la terra sotto i piedi.
- Non ti azzardare a toccarlo lurido verme! – sibilò contro Azrael che lo osservò prima di scoppiare a ridere più fragorosamente di prima.
- Quello che vedo è gelosia principe? – chiese, mentre spandeva nell’aria quelle campane argentee che in realtà erano gelide, ma che alle mie orecchie arrivò come una splendida melodia -Sono spiacente, ma per sua sfortuna sono capitato sul suo cammino. Lei è interessato al ragazzo e io sono molto viziato. Ottengo sempre quello che voglio e il piccoletto è proprio questo. -.
Alla parola “piccoletto” lo stato di trance in cui ero caduto si infranse e guardai la scena atterrito.
Non riuscivo a muovere un singolo muscolo; sarei scappato volentieri. Che cosa avevo pensato? Era ovvio che non potesse provare vero interesse verso di me!
Dragan ormai sembrava al limite della sopportazione e sicuramente avrebbe attaccato presto il moro che gli stava davanti.
Geloso, per me? Non ci conoscevamo nemmeno da un’ora, parlare di gelosia era alquanto illogico. Non che io potessi parlare, in realtà, anche il mio comportamento di prima lo era stato.
Che mi sta succedendo?” chiesi tra me e me, disperato. Ancora una volta per la seconda volta nella stessa giornata provai il forte desiderio di rannicchiarmi da qualche parte e stare da solo.
- Avvicinati e ti ammazzo sul serio! - minacciò Dragan, mettendosi davanti a me per celarmi alla vista di Azrael.
- Principe, la ritenevo più intelligente. – lo canzonò quello -Vede, quando lei era ancora a palazzo, prima di ribellarsi, fu accolto un piccolo bambino sfortunato che aveva sterminato la sua famiglia. L’Imperatore lo prese con se come un figlio, lo addestrò nel combattimento ed era molto bravo. Da allora sono passati tredici anni principe, e sono molto dispiaciuto che lei non sia stato in grado di riconoscermi. – dichiarò, raccontando quasi una favola, ma che in realtà doveva essere la sua storia, avvicinandosi all’altro moro che rimase spiazzato da quelle parole. Continuava a guardarlo senza dire nulla e, non riuscendo a vederlo, non capii la sua reazione.
Azrael si avvicinò al portale dorato e sfiorò le pietre preziose incastonate al suo interno.
-Lei ricorda qual è il mio potere, vero? - chiese senza voltarsi, continuando a carezzare la superficie fredda della porta. Dopo qualche secondo smise di muovere le sue dita lunghe e affusolate per poggiare l’intero palmo della mano direttamente sul volto dell’angelo come se volesse tirarlo fuori dal duro e gelido metallo prezioso.
Guardammo la scena col fiato sospeso, il mio cuore non riusciva a rallentare i battiti e le mie guance a tornare del loro normale colorito; quel muscolo spontaneo pompava talmente tanto sangue da riuscire quasi a sentirlo scorrere più velocemente nelle vene, mentre il primo sembrava voler fuoriuscire dalla gabbia toracica.
Ad un tratto un lieve rumore ci fece concentrare su un punto preciso della porta d’oro; proprio sotto la mano di Azrael si stava iniziando ad espandere una patina di ruggine rossastra che stava rovinando il metallo luccicante che scricchiolava ad ogni crepa formata.
Avvenne in pochi secondi, l’intera porta si arrugginì e si sgretolò sotto la mano di Azrael che era ancora tesa verso il punto dove poco prima c’era la decorazione.
Rimasi sbigottito e con me Dragan. I nostri occhi non riuscivano a staccarsi da quel magnifico e allo stesso tempo inquietante scenario. Era impossibile, l’oro non poteva arrugginire, poteva solo farsi più scuro volendo; eppure il moro era riuscito ad andare contro quelle leggi chimiche.
Spostai lo guardo verso Dragan. Sul volto aveva dipinta un’espressione terrorizzata: le pupille tremavano leggermente, spostandosi dalla figura fiera del nemico al mucchietto di polvere rossastra ai piedi di quest’ultimo.
Era sconvolgente, fisicamente impossibile.
- Allora? Il gatto le ha mangiato la lingua principe? – l’affascinante ragazzo che non mostrava più di vent’anni scoppiò in un'altra risata glaciale, che fece tremare di paura sia me che l’altro, che aveva indietreggiato fino ad affiancarmi.
Tornai ad indugiare sulla figura di Azrael. In un certo senso mi sembrava l’incarnazione delle tenebre, forse a causa dell’abbigliamento: camicia completamente nera sbottonata di tre bottoni, il mantello nero con l’interno rosso e il pantalone del medesimo colore della camicia.
Il suo fisico sembrava esser esaltato da quel colore che si sposava perfettamente con la sua pelle chiara e luminosa.
In quel preciso istante, sentimmo un vento freddo provenire da dietro di noi.
Immediatamente ci voltammo per vedere una crepa nera scricchiolante che si espandeva fino ad aprire un enorme squarcio buio e minaccioso nell’aria, dove l’unica cosa che si riusciva a vedere era una fitta coltre di nebbia.
Sentii una mano fredda serrarmi il braccio sano e trascinarmi al suo interno. Sapevo che era Azrael e che aveva fatto la stessa cosa con Dragan, solamente in modo più sgarbato.
Attraversammo quella strana crepa fluttuante e che sembrava un vortice di vento e ci lasciò andare solo dopo aver attraversato quella strana coltre di densa nebbia.
Riaprii gli occhi che inconsciamente avevo chiuso e mi osservai intorno.
Il paesaggio era molto diverso dal precedente: la terra era completamente ricoperta di radici ed erbacce, il terreno era fangoso a tratti mentre ad altri era secco e arido; gli alberi erano alti e minacciosi, dalla corteccia scura con molti rami secchi, le loro radici spuntavano dal terreno quasi come se volessero uscire e iniziare a muoversi.
Il cielo sopra le nostre teste era completamente scuro, puntellato da alcune stelle e molto in lontananza si intravedeva la luce del sole, ma era troppo lontano per riuscire ad illuminare queste terre dove desolazione e silenzio regnavano sovrane.
- Benvenuti nel Regno dell’Oscurità. - annunciò Azrael con uno strano sorriso in volto. Qualcosa mi diceva che non significava nulla di buono e non dovetti attendere poi molto perché la mia tesi potesse venire confutata.
-Voglio divertirmi un po’ prima di tornare, coraggio scappate. – sorrise dolce, come se gli avessero appena messo davanti il suo piatto preferito, mentre con un gesto della mano ci scacciava come fossimo delle moleste mosche.
Perché ci stava facendo tutto ciò? Ormai non capivo più niente e la stanchezza iniziava a farsi sentire, anche rispetto all’adrenalina che avevo in corpo.
Dragan non se lo fece ripetere due volte e incominciò a correre aspettando che io lo seguissi, ma non riuscivo a muovermi; continuavo a guardarlo.
Mi chiesi di nuovo cosa mi stesse accadendo. Ero in stato di paralisi ormai, non riuscivo a compiere nessuna azione o a pronunciare nulla.
I miei occhi sussurrarono a quello che doveva essere il nemico una domanda muta, a cui l’altro non rispose.
Dopo poco voltai le spalle a quello e partii alla ricerca dell’altro, che naturalmente trovai immediatamente, poiché si era fermato ad aspettarmi.
Corremmo per molto tempo. Sentivo il braccio ferito indolenzito e formicolante; la testa mi girava e sentivo un forte senso di nausea a causa dei maleodoranti effluvi che provenivano dal terreno fangoso.
Sfinito mi fermai, poggiandomi ad un tronco affannato e bisognoso d’aria pulita.
Dragan si fermò con me, a differenza di me sembrava non risentire per niente della folle corsa che avevamo appena intrapreso.
Mi lasciai scivolare contro il tronco dell’albero, un’atroce punta al fianco che mi toglieva l’aria.
Sapevamo entrambi che era inutile, ma tentare era stato meglio che far nulla e rimanere alla mercé di quel ragazzo che ancora non avevo capito cosa fosse.
- Come stai? - domanda ovvia.
Perché continuava a preoccuparsi per me? Perché era geloso? Io non lo conoscevo nemmeno!
Eppure, per la prima volta in quella intensa e infinita giornata, mi stavo fidando di lui e non di Azrael; sebbene l’istinto mi stesse dicendo che avrei dovuto fare il contrario. Dopotutto se fossero entrambi in combutta?
- Sono stato meglio- risposi scivolando a terra incurante della melma che mi sporcava il pantalone chiaro che indossavo.
Sentivo il bisogno estremo di dormire, chiudere gli occhi e non riaprirli, abbandonarmi al destino che era stato scelto per me.
Chiusi gli occhi inclinando la testa all’indietro per poggiarla sulla fredda quercia e cercare di regolarizzare il respiro, ma non ci riuscivo; questo anche quando Dragan si abbassò accanto a me e iniziò a carezzarmi i capelli.
- Con questo cuore che batte all’impazzata è stata una passeggiata. – la voce di Azrael era seccata e divertita allo stesso tempo, sebbene ancora non fosse comparso.  -Pensavo che sarebbe stato più difficile. - il moro dai lunghi capelli ci aveva già trovati, ma non mi importava; volevo solamente calmare quel senso di soffocamento che stavo provando.
Volevo un letto, o anche un mero e piccolo, povero, giaciglio.
Il petto sembrò contorcersi, stringersi e mi portai una mano su di esso, mentre strizzavo gli occhi e cercavo di prendere aria e darla ai miei polmoni, che non volevano gonfiarsi; eppure, bruciavano, come la mia casa, come le lacrime che non riuscivo più a trattenere.
- Le creature della luce non possono stare in questa foresta, ti do massimo un’ora prima di morire soffocato. - il suo sorriso sadico calmarono i battiti cardiaci inaspettatamente. Perché la sua sola presenza sembrava stregarmi?
– Ma di sicuro non posso lasciarti morire. - pronunciando quelle parole mi fece alzare e appoggiare al tronco.
- Sei ridotto malaccio nanerottolo. Dovevamo immaginare che il figlio della vera Imperatrice potesse avere una reazione del genere. - disse quelle parole ma io non lo ascoltai davvero, ero troppo impegnato a non crollare a terra sfinito.
Continuavo a guardare la punta dei miei piedi per mantenere l’equilibrio, ma le dita fredde di Azrael mi fecero alzare il viso per guardarlo negli occhi scuri che nascondevano tutto un mondo.
- M… mi chiamo Haru. - il mio fu più un flebile sussurro che lui riuscì a percepire grazie al suo udito sviluppato.
So dire solo questo?” mi domandai seccato, in un caso come questo le uniche parole che riuscivo a dire erano per fare conoscenza?
Mi sorrise in modo strano, annullando come poco prima la distanza tra di noi.
Il cuore iniziò di nuovo a battere contro il petto e lui riusciva a sentirlo, ma non accarezzò le mie labbra con le sue, fece qualcosa di terribilmente imbarazzante per me: le leccò.
Quella lingua calda, sfiorandomi, provocò altri brividi e il sangue arrivò fino alle mie goti, arrossandole.
Non riuscivo più a controllarmi, sentivo che non sarebbe finita lì.
- Ti salverò, ma da adesso in poi tu sarai di mia esclusiva proprietà. – ghignò, mentre io morivo sotto la vista di quei denti candidi, di quei canini appuntiti e pronti a risucchiare la vita della sua vittima e in quel momento capii.
Azrael era un vampiro e io ero il suo piccolo e dolce agnello sacrificale. Se la cosa mi dispiaceva? No, non in quel momento, non tra quelle calde braccia che mi stavano circondando e donando uno strano calore nonostante la sua natura lo rendesse freddo e granitico; non quando mi guardava con quelle iridi che intrappolavano un drappo di cielo notturno che avrei voluto avere per sempre davanti a me, con la mia immagine riflessa e illuminata da quelle piccole stelle che erano state intrappolate all’interno di quegli occhi bellissimi, che mi stavano facendo mancare il fiato, palpitare il cuore e avere un infarto.
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