The light over the Darkness

Quante volte si desidera scappare dal mondo, anche inconsciamente? Sfuggire alla paralisi del nostro essere-nel-mondo e ritrovarci catapultati in una terra lontana? Haru ci è riuscito, ha avverato il suo più profondo sogno, ma a volte sarebbe bene stare attenti a ciò che si desidera; sopratutto quando si è prigionieri di un vampiro megalomane come l'Imperatore e la tua guardia è un vampiro bellissimo che ha lo stesso nome dell'angelo della morte, mentre il tuo salvatore è il principe delle tenebre che ha voltato le spalle al padre.
Sono tanti i segreti da scoprire, e tante sono le luci da trovare, basta solo saper dove cercare.
"Lo diceva anche il mio nome, Azrael: l’angelo della morte. E io lo ero; tutti in questo posto mi identificano proprio in quello, come un angelo dalle ali nere macchiate di sangue che seminava morte qualunque cosa toccasse, in qualunque luogo andasse."

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8. A little revenge

Capitolo 7
“A little revenge”  
Vendetta, il boccone più dolce che sia mai stato cucinato all’inferno.
Walter Scott
 
Pov Haru
 
Quella mattina quando mi svegliai, percepii il suo profumo, tra le coperte su cui ero adagiato; quella fragranza che sapeva di mare, di eucalipto e libertà, sebbene ormai quella l’avessi persa del tutto.
Aprii gli occhi lentamente, mordendomi il labbro inferiore, timoroso e al tempo stesso tempo teso, per due motivi completamente differenti ed opposti, l’uno dall’altro, mentre i ricordi del giorno prima mi passavano davanti agli occhi, a rallentatore, amplificando così le mie già confuse emozioni.
Che cosa mi stava capitando? Perché in qualche modo la sera precedente non avevo avuto paura di lui? Perché, invece, avevo bramato le sue labbra, le sue mani sul mio corpo? Che mi avesse soggiogato? Dopotutto i vampiri ne dovevano essere in grado, ma forse non era così; dopotutto che ne sapevo io di loro? Nulla.
Aperti gli occhi notai che accanto a me non vi era nulla, se non le lenzuola spiegazzate e fredde; doveva essersene andato da parecchio tempo.
Mi alzai a sedere, guardandomi attorno deluso, completamente solo. Odiavo sentirmi così, soprattutto per lui, ma non potevo farci nulla, in qualche modo sentivo come qualcosa che mi attraeva e mi spingeva a lui, come se fosse il mio nord magnetico; forse, però era semplicemente la mia unica ancora di salvezza. Di chi potevo fidarmi, se non di lui?
-Buon giorno, nanerottolo. – la sua voce arrivò improvvisa, al mio orecchio, dietro di me. Mi fece sobbalzare e per lo spavento mi ritrovai in qualche modo a terra, con le gambe impigliate nelle lenzuola nere. Perché doveva sempre finire così?
Si chinò verso di me, prese una ciocca di capelli e ghignando la tirò appena, portandomi così vicino al suo volto. Il mio respiro si azzerò, mentre i miei occhi affondavano nei suoi e il viso diventava di un intenso e bollente color porpora. –Che c’è? Muori dalla voglia di baciarmi? – soffiò, lasciandomi cadere all’indietro e rialzandosi, buttandomi poi addosso quella che sembrava una brioche.
-Mangia; si esce da qui. – informò, allontanandosi verso i tendoni tirati e aprendoli; la luce, tuttavia, rimase invariata, poiché il cielo era ancora nero, come la notte. Sembrava quasi che persino le stelle avessero deciso di abbandonare quel luogo, poche di esse erano rimaste coraggiosamente a brillare là in alto.
Presi il dolce che mi era stato lanciato e lo annusai; sembrava normale, ma potevo fidarmi?
Guardai il moro, che se ne stava statuario e distante alla finestra. Perché poco prima mi aveva avvicinato e poi mi aveva allontanato con così tanta irruenza. Non riuscivo a capirlo; che fosse lunatico?
-Non è avvelenata. Ora sbrigati. – mi fulminò freddamente ed io intimorito abbassai lo sguardo, annuendo e dando un primo morso tentennante a quella che sembrava fosse la mia colazione.
Sorrisi quando nella mia bocca si espanse il gusto del cioccolato. Come faceva a sapere che era la mia preferita?
Avrei voluto chiederglielo, ma rimasi zitto, mangiando in silenzio e inginocchiato a terra. Senza chiederglielo mi ritrovai davanti un fruttato succo di frutta dall’odore dolciastro. Non sembrava solo arancia, ma ancora una volta non feci domande, intimorito da quegli occhi neri che sembravano avere parecchia fretta.
-Preparati alla svelta nanerottolo. – disse, tirandomi poi in piedi, facendo troppa pressione sul mio braccio, che divenne rosso. Mi avrebbe lasciato un livido in quel punto, ne ero più che certo.
-Dove stiamo andando? – chiesi, ma lui si limitò a spingermi nel bagno e a chiudere dietro mi me la porta. Perché faceva così?
Mi guardai attorno, poi iniziai titubante a spogliarmi. Ripiegai quegli unici vestiti che avevo su uno scaffale libero, poi tremando per il freddo mi avvicinai alla vasca d’epoca, che era già stata preparata; i fumi bollenti dell’acqua spandevano un dolce odore di fiori, probabilmente, grazie ai petali che vi galleggiavano dentro. Immersi timorosamente un dito, ma quella non mi scottò e di questo fui piacevolmente sorpreso.
Mi guardai ancora una volta alle spalle, verso quella porta, che però era rimasta chiusa. Se aveva fatto tutto lui questo, perché mi trattava con così tanta deferenza? Che avessi fatto qualcosa di sbagliato? Forse era stato per il bacio di qualche ora prima?
Inconsciamente mi portai una mano alla bocca ed accarezzai le mie labbra morbide. Ricordai perfettamente quel bacio, in ogni singolo, piccolo particolare. Udii le mie orecchie fischiare, le guance tornare rosso fuoco; scossi la testa, cercando di scacciare via qualsiasi sorta di pensiero ed entrai nell’acqua. Dovevo fare presto, sembrava che l’altro quella mattina non avesse molta pazienza.
 
Pov Azrael
 
Stavo per baciarlo di nuovo, nonostante mi fossi ripromesso di non perdere più la testa per quel ragazzino. Mi sembrava impossibile tuttavia, forse era come chiedere a un’ape di smettere di raccogliere il miele o a un usignolo di nutrirsi delle fave. Forse, stavo pretendendo troppo perfino da me stesso, ma dovevo distaccarmi il più possibile.
Lui era il mio cibo, non un gattino da coccolare; doveva finire nel mio piatto e non tra le mie braccia come una donzella in difficoltà.
Mi poggiai con la schiena contro la porta, sentivo il rumore dell’acqua venire mossa e istintivamente chiusi gli occhi, figurandomi quel corpicino completamente nudo, che si accarezzava e che ingenuamente si toccava in punti dove sarebbero volute arrivare le mie mani e i miei denti. Perché la sera precedente mi ero trattenuto? Quella domanda pulsava insistentemente, come un martello pneumatico, nella mia testa. Non era da me, io avevo sempre preso e portato a letto chiunque mi aggradasse senza alcuna remora, eppure, non c’ero riuscito; era come se mi fossi sentito potente e allo stesso tempo un coniglio di fronte a qual gonfiore che avevo accarezzato e che era pari, o forse, maggiore a quello che era stato tra le mie gambe.
Quell’angelo albino mi avrebbe fatto sicuramente impazzire.
Mi staccai e mi diressi verso l’armadio, da cui presi alcuni dei miei indumenti che mi andavano troppo stretti. Tornai poi silenziosamente alla porta e l’aprii senza far rumore, con passo felpato, grazie alla mia natura di vampiro. Sapevo di star giocando col fuoco, se avessi perso il controllo un’altra volta vedendolo completamente nudo?
Ciò che non calcolai fu la potenza infinitesimale del suo profumo, amplificato grazie all’acqua profumata che stava bagnando il suo corpo. I miei occhi dovettero diventare leggermente rossi, mentre i miei canini mi perforarono appena il labbro, bramosi di mordere e risucchiare quel liquido prelibato che scorreva in quelle vene. Ormai era un chiodo fisso, il gusto del suo sangue non accennava a lasciarmi, ancora permeava violentemente la mia bocca forte e vivido, come se lo avessi appena assaggiato, eppure era un ricordo che non mi abbandonava e che chiedeva incessantemente al mio corpo di riprovarlo. Eppure, se Bergson aveva ragione, non avrei mai più potuto ricreare l’idillio di quell’attimo, in quella casa, quando mi ero appropriato del suo sangue.
Non appena si voltò e mi vide il suo viso tornò di nuovo in fiamme e in qualche modo cercò di coprirsi con quelle piccole ed esili braccia; tuttavia, riuscivo a vedere ogni cosa: il suo petto chiaro, poco scolpito, ma dalle dolci curve che sembravano quelle di una delle sculture di Canova, che cercava l’armonia in ogni cosa; i capelli completamente bagnati, stranamente composti, quasi lisci, leggermente attaccati alla sua fronte e al suo collo, sul quale non mi soffermai, per non percepire troppo quella vene principale, che pulsava, violenta e sulla quale stava scendendo un piccola goccia trasparente, d’acqua, che mi catturò, come una farfalla nella sua ragnatela.
Era dannatamente bellissimo e probabilmente lo capii davvero solo in quel momento, mentre si stava mordendo il labbro inferiore e pudico cercava qualcosa con cui coprirsi.
-H… ho quasi finito. – mi infornò, cercando una qualsiasi via di fuga dal mio sguardo, ma non l’avrebbe trovata.
Mi avvicinai a lui, lasciando che i vestiti che avevo portato cadessero a terra. Iniziai a spogliarmi, al diavolo il mio proposito di mettergli paura facendogli fare un giro turistico nella casa, lasciando che anche i miei indumenti cadessero sul pavimento.
I suoi occhi verdi mi guardavano spaventati, interrogativi, mentre cercava di farsi sempre più piccolo all’interno di quella vasca. Sorrisi, mentre completamente nudo entrai con lui, in quel piccolo contenitore d’acqua bollente.
-A…Azrael? – chiamò il mio nome balbettando, mentre i suoi lumi continuavano a guardarmi, nervoso, ma senza riuscire a staccarsi da me. Come sempre facevo un certo effetto, su tutti.
-Avevo bisogno anche io di un bagno. – sussurrai sensuale, avvicinandomi, iniziando a leccargli il retro di un orecchio, mentre sott’acqua poggiavo le mia mani sulle sue cosce morbide e perfette. No, questa volta non mi sarei fermato.
Feci scorrere la mia lingua sulla sua pelle bagnata, saggiandone il sapere frugale, come se davanti avessi un calice di ambrosia e sangue, invece che un normale ragazzo umano, che si stava mordendo un labbro inferiore per far in modo di non gemere. Io però volevo sentirlo, volevo udire quei dolci versi di passione che gli nascevano da dentro grazie a me.
Mi avventai, quindi, sulla sua bocca e la profanai, violentemente, senza controllo, mentre lui cercava di allontanarmi, senza riuscirci, premendo i suoi palmi aperti sul mio petto, accarezzandolo, bagnandolo, facendomi perdere ancora di più il controllo. Ogni particella del mio corpo lo voleva; stavo perdendo la testa.
Alla fine si arrese, tentò di ricambiare il mio bacio come poteva, inesperto, insicuro, ma per questo ancora più eccitante.
Me lo tirai addosso, gli feci scorrere le dita sulla schiena, graffiandolo, facendolo gemere e piangere di dolore, fino a palpargli le natiche sode che celavano quell’apertura che non avevo ancora avuto occasione si assaggiare, ma che volevo assolutamente avere per primo e per ultimo al mondo.
Mi staccai solo per dargli la possibilità di respirare, avventandomi però sul suo collo, graffiandolo leggermente con i canini sporgenti, che agognavano di affondare in quei fasci di muscoli che non erano altro che burro per me, come le sue ossa che si sarebbero potute spezzare, se solo non avessi fatto attenzione.
Ansimava contro il mio orecchio, mentre le sue mani continuavano a rimanere appoggiate contro il mio sterno, all’altezza del cuore. Lo trovavo tenero per certi aspetti, ma non mi importava; volevo solo mangiarlo.
-F… Fermati. – sussurrò al mio orecchio, in una flebile preghiera. Incredibilmente lo feci; perché? No, non potevo commettere di nuovo lo stesso errore; io non ero così. Non ero buono!
-Lascia che ti faccia provare qualcosa di bello, nanerottolo. – le mie dita andarono ad infilarsi in quella curvatura leggera, che nascondeva il paradiso dei sensi. –Io lo so bene cosa vuoi. – cercai di persuaderlo, mentre lui si irrigidiva.
-No… - protestò, guardandomi dritto negli occhi. Stava piangendo.
-Non mi importa di cosa vuoi tu. Sei solo un prigioniero. – mentii.
-Lo so che non mi faresti mai del male. – mi abbracciò, sorprendendomi.
Lo allontanai, ringhiando, arrabbiato come me stesso più che con lui. Perché mi faceva quell’effetto? Perché quando si trattava di lui mi trasformavo in una foglia che tremava al passare del vento? Che cosa diavolo mi stava succedendo!
Mi alzai in piedi, uscii grondante d’acqua da quella vasca, in cui lui rimase, guardandomi.
-Muoviti. – ringhiai –Oppure ti uccido. – e non stavo affatto scherzando. Quel nanerottolo mi stava facendo qualcosa e qualunque cosa fosse, era un male che non mi piaceva affatto.
 
Uscì quasi dieci minuti dopo con alcuni dei miei vestiti addosso, ma non dissi nulla; semplicemente, mi scostai dalla parete a cui ero appoggiato e a passo spedito iniziai a camminare su quell’arazzo rosso come il sangue, sicuro che mi avrebbe seguito a ruota, come un fedele cane che segue il proprio padrone.
Quell’ala del castello solitamente non era deserta, ma nei giorni precedenti avevo fatto in modo di mandare via chiunque per far in modo che il nanerottolo non subisse alcuna aggressione notturna da parte di quegli inetti vampiri neonati che andavano cercando qualunque cosa respirasse. Tuttavia, in quel momento era proprio quel tipo di sanguisuga che andavo cercando.
-Dove stiamo andando? – si azzardò a chiedere l’albino, che faticava a tenere il mio passo, mentre io non mi curavo minimamente di aspettarlo.
Lo degnai appena di uno sguardo, rimanendo in silenzio, le mani strette a pugno ancora all’interno delle calde tasche dei miei pantaloni. Come non poteva capire la situazione? Era davvero così ingenuo o era solo così stupido da non comprendere quanta ira provassi nei suoi confronti per ciò che mi stava facendo, per il rifiuto di pochi attimi prima?
Non ricevendo alcuna risposta non fiatò oltre, ma potevo percepire i suoi occhi accarezzare la mia schiena; in qualche modo mi faceva paura la consapevolezza di riuscire a sentirlo e di trovarlo caldo. Che diavolo stava combinando quel dannato angelo? Che fosse parte del suo potere riuscire a farmi sentire confuso? Non sopportavo quelle sensazioni distorte, mai provate; io dovevo avere sempre tutto sotto controllo.
Non ci volle molto per iniziare ad entrare nella parte animata del castello, quella piena di vampiri che si voltarono al nostro passaggio, osservandoci chi con indifferenza, chi con odio e chi con fame; entrambi eravamo i soggetti di quel pubblico che ci guardava con deferenza e con più attenzione del dovuto.
Il ragazzo allungò il passo, probabilmente per raggiungermi, ma inciampò, cadendo a terra, ma io mi fermai a soli dieci passi più avanti, senza voltarmi. Non era nei miei programmi restare immobile lì, avrei dovuto proseguire, eppure perché non lo avevo fatto?
-Bisogno di una mano fiorellino? – chiese qualcuno alle mie spalle ad Haru, ma io non mi voltai per controllare chi fosse, né cosa stesse facendo. Avevo però percepito la malizia di quella voce, il forte desiderio di sangue che si era radicato nei più di quella stanza, che odoravano quel dolce profumo di zucchero, vaniglia e lillà, mitigato con una leggera spruzzata di lavanda.
-N… no… - balbettò l’albino, la voce flebile, tremante, mentre sentivo i suoi occhi ancora piantati sulla mia schiena.
Mi voltai appena e lo vidi a terra, inginocchiato e con le mani poggiate in mezzo alle sue gambe a contatto con quel tappeto rosso carminio, circondato da vampiri che inspiravano il suo aulente fragranza. Fingendomi freddo, mentre in realtà scorticavo a sangue i palmi della mia mano con le mie stesse unghie mi diressi verso una delle finestre e ne aprii una, mentre con la più totale calma che potevo mostrare prendevo una sigaretta e l’accendevo, portandomela alla bocca, indifferente di ciò che stava accadendo.
-Io dico di sì. – disse uno di quelli, posando una mano tra quei fili candidi e tirandoli violentemente, per scoprire quella candida gola sotto cui il sangue scorreva violentemente, come un fiume in piena durante una tempesta; lo sentivo ronzare forte e chiaro nelle mie orecchie, mentre percepivo il profumo della sua paura spandersi per tutto il corridoio, mischiandosi con le ceneri della mia sigaretta che stava pigramente bruciando tra le mie dita.
-Lasciami! – cercò di ribellarsi il più piccolo e mi umettai le labbra, mentre sentivo una certa eccitazione e allo stesso tempo irritazione. Che cosa volevo veramente? Che iniziasse a temermi o che pronunciasse il mio nome?
-Non fare così dolcezza. – quasi vomitai nel sentire quasi grugnire uno di quei vampiri, come un porco in calore che si arrabattava nel fango felice e pronto a mangiare. Con la coda dell’occhio vidi la lingua di quello uscire da quelle fameliche labbra e leccargli viscido la vena della giugulare, che pulsava visibilmente sotto il tessuto epiteliale.
Gli occhi verdi del nanerottolo iniziarono ad annacquarsi, come acquerelli bagnati dalla pioggia sulla tavolozza di un pittore che ancora non era riuscito a deporre i suoi colori sulla sua candida tela, colto alla sprovvista. –Azrael! – non lo pronunciò, ma lo sentii forte e chiaro nella mia mente.
Non so se fu un’allucinazione o solo un mio recondito desiderio, ma ciò mi bastò per farmi muovere. Fui immediatamente da lui, mentre quelle inette e deboli creature che mai e poi mai avrebbero potuto battermi, iniziarono ad urlare in preda al dolore, mentre i loro occhi quasi bruciavano incenerendosi, insieme alle loro mani e alle loro lingue.
-Allora? – chiesi, protendendo la mia mano verso di lui.
Mi guardò piangendo, tremante di paura come una foglia d’autunno; poi, si lanciò verso di me, abbracciandomi, prendendomi quasi alla sprovvista, ma fu un breve momento.
Sul mio volto comparve un ghigno, uno pieno di soddisfazione, mentre lo cingevo e lo traevo più vicino a me.
-Hai imparato la lezione, nanerottolo? – chiesi, accarezzandogli quei morbidi fili bianchi come la neve, osservandoli brillare mentre mi divertivo a sollevarli e a rilasciarli cadere lentamente, facendoli confondere con gli altri.
Lui annuì –Sono tuo. -.
Non era ciò che volevo sentirmi dire, ma me lo feci bastare; per il momento.
-Ripetilo dopo di me: io ho bisogno solo di te Azrael. – gli ordinai, accarezzandogli con un pollice le labbra.
Lui alzò lo sguardo e mi guardò, aprendo leggermente le labbra, come aspettandosi un bacio, che però non gli avrei concesso fino a che non avessi ottenuto quelle parole.
-Ho bisogno solo di te Azrael. – ripeté, facendomi gonfiare il petto d’orgoglio. Adoravo vederlo tra le mie braccia tremante come un piccolo coniglietto; solo io potevo averlo così, solo io potevo toccarlo e baciarlo, solo io potevo assaporare il suo sangue e solo io potevo portarmelo a letto e sognarlo ogni notte nudo e ansante al mio fianco.
In quel momento capii: il mio non era amore, ma puro desiderio di possessione, perché io l’amore non potevo provarlo, non potevo neppure immaginarlo; ciò che al mondo desideravo era solo il potere e la materialità del suo piccolo corpicino che presto mi sarei preso cono senza il suo consenso.
-Vedi di non contraddirmi più. – gli consigliai chinandomi e baciandolo, infischiandomene di tutti quegli occhi che ci stavano guardando; iridi piene di odio nei miei confronti che avrebbero voluto incenerirmi e che quasi mi fecero sorridere.
Era piacevole percepire la loro gelosia, mentre io mi sentivo pieno, libero di avere ciò che volevo.
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