Death

Lei era destinata a salvargli la vita, a renderlo migliore.

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7. Sixth Chapter

6.

Presi un respiro profondo ascoltando quelle parole uscite dalle sue labbra e annuii.

« Dimmi, ti ascolto. » accennai un sorriso falso, di quelli a cui tutti credono e rispondono con un'altro sorriso, di quelli che usi per mascherare il dolore che invece ti sta uccidendo dentro.

Anche lui prese un respiro profondo ed io smisi di medicarlo per poter assorbire ogni parola che stava per dirmi.

« Nick ti ha detto che sono praticamente cresciuto con lui no? » annuii mentre misi le mie mani sulle sue cosce, mantenendo uno sguardo neutro sul viso, invano.

« Bene, si Nick mi ha cresciuto ma solo perché voleva che diventassi tipo uno dei suoi "ragazzi" » sottolineò la parola 'ragazzi' con le dita.

« Ragazzi in che senso? » gli chiesi mentre tentai di capire più volte il senso di quella parola, senza successo.

« Mio zio é a capo di una gang che traffica droga e armi, anche mio padre ne faceva parte ma si ritirò dopo avermi avuto: non voleva mettere la mia vita e quella di mamma e Gemma in pericolo per cose stupide. » le sue mani iniziarono a tremare freneticamente e le presi tra le mie per cercare di calmarlo, accarezzando le sue nocche con le dita.

« Nick si vendicò uccidendo sia suo fratello che mamma e mia sorella, lasciando vivo me. Non sopportava l'idea che mio padre Kyle lo avesse lasciato con tutte quei commerci fra le mani. Mi allevò come un figlio, quasi, fino a quando non compii quattordici anni. Da lì iniziò ad insegnarmi ad uccidere. »

Molte cose iniziarono a prendere un percorso logico nella mia testa, tutto stava prendendo senso. Capivo come e perché ogni sera, lui dovesse uscire e rientrare così tardi, il perché della pistola e di tutti quei avvertimenti da parte di Nick.

« In pratica devo uccidere ogni persona che gli impedisce o gli fa fallire gli affari, chi si mette contro di lui o chi sa troppo ed io non posso far altro che ubbidire, senza discussioni. » Harry mi stava rivelando tutta la sua vita nel giro di dieci minuti, mi stava dando una risposta a tutti quei "perché?" nella mia testa, ma alla fine desiderai con tutto il cuore di non aver mai scoperto quelle cose.

« Quindi se lui vorrebbe.. potrebbe dirti di uccidermi e tu non potresti opporti. » iniziai anche io a tremare al solo pensiero di Harry che mi punta contro una pistola, dicendomi addio e ponendo così fine alla mia vita, ai miei sogni, a ciò per in cui credevo. La sua voce interruppe i miei pensieri, che mi stavano portando via ogni forza per continuare a vivere.

« Non lo ascolterei, ti porterei via. » disse accennando un sorriso mentre staccava dalla parete la sua schiena e si protese verso di me.

« Harry no, devo prima salvarti. »

« Salvarmi? » alzò un sopracciglio con un'espressione confusa si impadronì del suo viso.

« Salvarti da tuo zio e da te stesso. » portai una mano sul suo viso e per una volta iniziai ad avere più fiducia in me, iniziai ad avere fiducia nelle parole me stessa pronunciate. Volevo veramente salvare Harry, per potergli dare una vita normale, per potergli dare l'occasione di vivere come un ragazzo della sua età e non come uno dei "ragazzi" di Nick.

« Non ho bisogno di essere salvato. »

Alzai gli occhi al cielo sorridendo, lui ricambiò il mio sorriso.

« Hai bisogno di essere salvato, hai bisogno di imparare a vivere veramente. »

« Mi insegnerai te? » portò una mano sul mio viso e quel contatto fece rilassare tutti i miei muscoli tesi.

« Ti insegnerò a vivere. » annuii avvicinandomi al suo viso per poi premere le mie labbra contro le sue.

Sentii la stessa sensazione che provai la notte precedente: lo stomaco riempirsi di sensazioni strane, un misto di felicità, tristezza, rabbia.. La sua lingua chiese accesso alle mie labbra e io glielo diedi, schiudendole per far incontrare le nostre lingue, per farle muovere insieme e farle diventare un'unica cosa. Avvolsi nel modo più cauto possibile le braccia attorno al suo collo, inclinando la testa di lato per poter approfondire quel bacio, di cui mi stavo infatuando, che stavo iniziando ad amare.

Aveva il corpo terribilmente caldo, ma non sudava, le sue ferite erano ancora abbastanza fresche ma a lui non importava, ma a me si.

Mi staccai lentamente dalle sue labbra mantenendo gli occhi chiusi, che poi riaprii per incontrare i suoi occhi smeraldo guardarmi, come al solito.

I suoi occhi mi ricordavano molto le foreste, di quelle misteriose che si vedono solo nei film: con quell'atmosfera cupa ma intrigante, lui era così, come le foreste di quei film. Potevi dire di trovare di tutto dentro nei suoi occhi, davanti a quella barriera invisibile che alzava ogni volta che iniziavamo a parlare di cose sue, che gli appartenevano. Ma quando quella barriera non era alta, i suoi occhi diventavano verdi come il colore della frutta ancora troppo matura e potevi leggerli senza alcun ostacolo davanti.

Lui non era un libro aperto: era di quei libri che non devi giudicare dalla copertina ma dal suo interno. Lui era uno di quei libri segreti, che nessuno poteva leggere ma solo quelli che ne avevano autorizzazione potevano.

Lui aveva bisogno di qualcuno che potesse salvarlo e sapevo che ero l'unica che poteva farlo.

Perché prima di scoprire tutti gli scheletri dentro il suo armadio, dovevi insinuarti dentro la sua pelle, abitarci e rendere ogni suo male, il tuo ed era quello che volevo fare io.

« Allora lascerò che tu mi salvi, che tu mi insegni a vivere. Ma tu lasciati amare. »

Così lui voleva amarmi ed io ero impreparata a tutta questa cosa, avevo pianificato una serata tranquilla ed invece mi ritrovai lì, con Harry pieno di tagli e ferite che mi chiedeva di lasciarmi amare, ed era una cosa quasi surreale.

Io volevo lasciarmi amare, volevo lasciarmi andare con lui ma avevo paura di essere in qualche modo ferita. Ma qualcosa mi diceva che Harry non l'avrebbe fatto: non mi avrebbe ferito, anzi mi avrebbe protetto.

« Mi lascerò amare. » sussurrai tenendo gli occhi bassi, trattenendo un leggero sorriso.

« Ed io ti amerò. » mi disse alzandomi il mento con due dita, permettendo ai suoi occhi di perforare i miei. Si avvicinò nuovamente, lasciandomi un dolce bacio casto sulle labbra. Gli sorrisi, come una bambina che aveva appena ricevuto il regalo di Natale tanto desiderato, gli sorrisi come non avevo mai fatto con lui, se togliamo la sera in cui mi aveva baciato per la prima volta.

Mi allontanai dal suo viso e ripresi il pezzo di cotone imbevuto di alcol e riniziai a tamponare le sue ferite, ormai col sangue secco.

-

"Ero in una stanza legata ad una sedia da delle corde estremamente pruriginose, che mi facevano male ai polsi al solo mio movimento. Una luce potente e bianca mi fu puntata contro, tanto che assottigliai gli occhi dal fastidio a cui ero stata sottoposta.

Sentii dei passi sordi, che echeggiavano nella stanza nera, di cui non intravedevo nulla, ma appena sentii la sua voce il mio corpo si irrigidì, mostrando i primi segni di terrore.

« Harry non potrá salvarti. » disse con voce roca, seguita da una risata sonora ed agghiacciante. Era la voce di Nick, ed io ero nel suo territorio.

Camminò ancora per ritrovarsi direttamente davanti a me, piegato sulle sue ginocchia penetrandomi con gli occhi, quasi identici a quelli del nipote.

Harry, il suo nome mi balenò alla mente, dov'era? Pregai con tutte le mie forze che da un momento all'altro arrivasse nella stanza buia e che mi salvasse, ma poi ricordai le mie parole "Voglio salvarti." pronunciate da me stessa. Dovevo salvarlo io e non lui, salvare me.

« Non ti verrá a salvare, perché sarà lui a porre fine alla tua vita. » mi sorrise amaramente, lasciando intravedere i denti perfetti e bianchi.

Dopo che lui si alzò dalla posizione in cui era, una sagoma nera comparve alle sue spalle, addirittura più nera della stanza stessa. Riconobbi immediatamente la massa di ricci definita dalla sua sagoma e sentii il mio cuore crollare sul suolo di quella stanza insieme alla mia anima e a tutte le mie forze.

Il ragazzo davanti a me, fece vari passi, come Nick aveva fatto poco prima e vidi i suoi smeraldi verdi: erano velati di tristezza, di paura, di terrore potevo perfettamente vederli ed il mio cuore si trasformò in una massa infuocata, che bruciava costantemente solamente guardandolo e tutte le convinzioni su di lui, bruciare insieme al mio cuore sul pavimento.

Non mi disse nulla, puntò solamente una pistola grigia sulla mia fronte, esattamente al centro ed io chiusi gli occhi, che ormai avevano iniziato a lasciar andare le lacrime di sconforto, di delusione, di paura.

Sentii anche il grilletto fare un cigolio sordo sotto l'indice di Harry che iniziava a premerlo.

Poi il nulla."

Mi svegliai di scatto, nel bel mezzo della notte, inzuppata di sudore. Il mio respiro affannato occupava l'aria di tutta la stanza e continuai a guardarmi intorno, prima di realizzare di essere nella mia di stanza.

Le mie mani tremavano e le unii iniziando a sfregarle l'una contro l'altra per calmare il tremolio, ormai diffuso in tutto il mio corpo, madido di sudore.

Misi la schiena contro il muro ed iniziai a guardare il vuoto, cercando di calmare la mente e soprattutto il corpo, che aveva risentito pesantemente dell'incubo che avevo appena fatto. La mente iniziò a vagare per conto suo mentre i miei occhi continuavano a proiettare immagini, sulla parete, della grande mano di Harry che premeva il grilletto della pistola grigia, puntata al centro della mia fronte.

Una volta che le mani smisero di tremare le portai alle mie guance, accaldate tanto che quasi mi bruciavano.

La mia mente dopo aver vagato nel vuoto, iniziò a ripetermi che il ragazzo dai capelli ricci, non avrebbe mai ubbidito allo zio se gli avesse chiesto di uccidermi e le sue parole chiare si imprigionarono tra i complessi della mia anima:"Non lo ascolterei, ti porterei via." continuavo a ripetermi.

Mi sporsi leggermente dal letto per guardare l'ora segnalata dalla sveglia rumorosa che di solito iniziava a suonare verso le 6.50, quella notte puntava direttamente alle 6.48 e ringraziai il cielo del fatto che non avrei avuto altro tempo da consumare rimanendo seduta sul letto a pensare a quell'incubo.

Iniziai a distendere le gambe per poi farle penzolare nel vuoto, di fronte al letto di Hayley infine scendendo dal mio.

Ripetei la stessa routine della mattina prima: bagno, specchio, viso, denti, vestiti, uscire. Il tutto con una velocità allucinante.

Quel giorno decisi di mettermi una maglietta giallastra consumata dal tempo, gialla come le pagine di un libro antico o gialla come i rotoli di un papiro. Indossavo dei leggins grigi e delle scarpe da ginnastica, non ero completamente lucida ed il fatto che in quei giorni la mia vita sarebbe cambiata, mi paralizzava e mandava la mia mente in uno stato di trance temporaneo.

Uscita dalla stanza silenziosamente, esattamente un minuto prima che la sveglia suonasse, iniziai a camminare lungo il corridoio strascicando i piedi un po' per la stanchezza, un po' perché non avevo voglia di camminare che era la stessa cosa.

Avevo sei ore e la borsa che portavo sulle spalle pesava abbastanza da farmi sentire un'acuta fitta di dolore.

Mentre camminavo fra le pareti arancioni potevo sentire i miei "coinquilini" urlarsi l'uno contro l'altro su chi doveva andare in bagno per prima, sentire anche le sveglie suonare in modo insistente fino a quando non si placavano perché qualcuno le aveva spente, sentivo i passi pesanti andare da una parte all'altra della stanza; sentivo tutto e questo poteva impegnare la mia mente dai suoi pensieri.

Quel sabato Mark e Derek volevano dare una festa per festeggiare la prima settimana di convivenza, ma sapevo che era semplicemente una scusa per ubriacarsi e divertirsi, quindi non mi ero opposta. Dopo quei cinque giorni di movimento avevo bisogno di svuotare l'anima da ogni percossa che aveva ricevuto, dandole l'occasione poi di essere più libera e sentirsi più leggera.

Scesi le scale lentamente, fermandomi ogni minuto su ogni scalino, ammirando la visuale dell'ingresso da ognuno di essi, anche se non cambiava di molto.

Arrivata all'ultimo gradino invece di andare in cucina, cosa che facevo ogni mattina, decisi di andare in salotto ovvero la sala comune.

Dopo che ci ero stata con Noah non avevo messo più piede la dentro, nemmeno passata davanti per casualità. Il profumo del piccolo mazzo di gerani messo come centro-tavola sul piccolo tavolino di legno, inondava ogni particella del mio corpo lasciandomi sfuggire un debole sorriso. Lanciai la borsa sul divano bianco di pelle, leggermente inclinato verso la tv sulla parete e mi sedei di peso, lasciando che la testa si appoggiasse sulla cima dello schienale.

Tesi le orecchie ascoltando ogni singolo rumore proveniente da ogni angolo della casa, lasciando rilassare i muscoli e devo dire che non mi ero mai sentita più in pace con me stessa, di qualsiasi altro momento. Il cellulare all'interno della tasca esterna della borsa aveva preso a tintinnare per un messaggio arrivato:

Harry-Sono passato a prenderti in camera, ma non c'eri, dove sei?-

avevo gli occhi socchiusi dal sonno e non avevo voglia di rispondere a quel messaggio, ma lo feci lo stesso.

-Sono nella sala comune, mi sono svegliata presto.-

Harry-Incubo?-

mi soffermai sul suo messaggio, costituito da una sola e semplice parola, che celava dietro una tempesta di emozioni, di sensazioni che dovevano essere cancellati ma che ormai erano marchiati sotto la mia pelle. Gettai il cellulare sopra la borsa, senza rispondere, d'altro canto Harry era semplicemente al piano superiore e sapevo, che una volta sceso, si sarebbe precipitato da me a chiedermi spiegazioni, che forse non avrebbe ricevuto.

Puntai gli occhi sullo schermo nero della tv che rifletteva il mio corpo seduto sul divano bianco ma che nello schermo appariva grigio chiaro. Mentre fissavo quella figura spossata e fiacca l'immagine di Harry, dietro il divano, si presentò dopo qualche minuto sullo schermo.

Rimasi a lungo a guardare il suo corpo riflesso e lui faceva lo stesso, fissandomi con un viso neutro e senza emozioni come era il suo solito. Quel giorno aveva una maglietta bianca e dei jeans blu, era vestito come un ragazzo normale.

« Che incubo hai avuto? » chiese con un tono duro, con una punta di aciditá, ma il suo corpo era particolarmente calmo.

« Non ho avuto nessun incubo, ora vado a scuola. » risposi fredda e distaccata, fortemente in contrasto a come ero la sera prima in lavanderia.

Mi alzai dal divano e presi la borsa, riponendo il cellulare nella tasca di essa ed iniziando a camminare verso la soglia che dava sul corridoio.

Lui però non voleva lasciarmi scivolare così facilmente dalle sue mani, così mi prese un polso e mi girò il braccio in modo da girarmi anch'io con lui.

« Non sei capace di essere così fredda, Marie. Sarà che ti conosco da poco, ma ormai so leggere i tuoi occhi; anche attraverso uno schermo nero. » mi sorrise pronunciando le ultime parole, un sorriso che sciolse completamente il poco ghiaccio che era rimasto, sgretolatosi appena i miei occhi avevano incontrato i suoi e si erano incastrati perfettamente, senza più volersi lasciare.

Non risposi, ma lasciai che i miei occhi parlassero da soli. Gli bastò semplicemente guardarmi per qualche secondo, prima di lasciarmi andare sospirando, avevo vinto contro di lui per la prima volta.

Mi allontanai velocemente dalla sala comune, camminando a passo svelto lungo il corridoio, fino ad arrivare alla porta d'ingresso per poi aprirla.

Una leggera brezza iniziò a battere sulle mie guance non appena misi la testa fuori dal grande portone della villa, una brezza fresca che mi diede più lucidità per affrontare le poche ore della giornata, da dover trascorrere dentro un'edificio grigio e cadente.

-

Harry durante la giornata mi aveva inviato molteplici messaggi, in cui continuava a scrivermi "Parlami del tuo incubo","rispondimi ti prego" e altre cose simili che mi facevano solo pensare a quanta preoccupazione suscitavo nel ragazzo. I primi sette messaggi che arrivarono durante l'ora di Storia li avevo letti, più e più volte, fino a farmi diventare estranee quelle parole; gli altri quindici messaggi delle due ore successive li avevo completamente ignorati, sapendo che era il riccio.

Noah aveva una bella cresta alzata sui capelli biondi cenere, il suo sorriso era luminoso come sempre, non ci vedevamo dal pomeriggio precedente e la sua vicinanza, al contrario di quella di Harry, mi faceva bene. Ogni tanto interrompeva i miei pensieri chiedendomi gentilmente "stai bene?" ed io annuivo con nonchalance scrollando le spalle, si limitava ad accennare un sorriso e a non parlare per altri dieci minuti prima di rifarmi la stessa domanda. Sapevo che aveva notato come il mio rapporto col riccio era cambiato, come Harry passava più tempo con me e come io dedicavo meno tempo a lui, ma non diceva nulla. Era un tipo abbastanza introverso e lo é tutt'ora, delineava sempre la sua lista di emozioni da esternare che erano semplicemente limitati alla felicitá, gioia, indifferenza e stanchezza.

Durante quelle ore però si era presentato un Noah molto premuroso, attento e soprattutto gentile: mi chiedeva se avevo perso qualche definizione, se avevo bisogno di qualcosa di particolare e, come avevo accennato prima, mi chiedeva come stavo.

Qualcosa era diverso quel giorno, come lo ero io ma sapevo il motivo del mio silenzio e della mia voluta solitudine, mentre non sapevo lo "strano" comportamento del mio migliore amico.

A mezzogiorno, usciti da scuola, andammo a casa insieme, passeggiando uno affianco all'altro nonostante avessi visto Harry con il suo fuoristrada nero. Lui era appoggiato con la schiena alla portiera e sapevo che aspettava me, ma feci finta di non vederlo.

Avevo bisogno del mio migliore amico, avevo bisogno della sua risata e del suo sorriso contagioso, delle sue affermazioni poco intelligenti e dei suoi monologhi sulle ore passate insieme in classe.

Appena arrivammo a casa io mi precipitai in camera accantonando una scusa del tipo "devo studiare" oppure "sistemo la stanza per la festa", ora non ricordo bene.

Quando arrivai nella mia camera trovai il riccio, seduto sul letto di Hayley con un vestito nero in mano.

« Cosa ci fai qui? » gli chiesi con un'espressione interrogativa mentre appoggiavo la borsa a terra, sedendomi sopra la scrivania.

« Devi indossare questo, stasera. » alzò il vestito, prendendolo dalle spalline per mostrarmelo:

era costellato da piccoli brillantini argentei che si illuminavano nonostante la debole luce che filtrava dalle veneziane, era nero e mi ricordava quella stanza nera che la mattina avevo sognato. Scossi immediatamente la testa cacciando il pensiero di quella mattina dalla testa.

« Nick mi ha detto che devi metterlo, non chiedermi il motivo perché non voleva dirlo nemmeno a me. »

mi irrigidì notevolmente a quel nome e lo notò anche Harry, che poco dopo si alzò dal letto poggiandoci sopra il vestito per venirmi incontro. I suoi passi erano lenti, ma mantenevano un ritmo costante, ed io attendevo impazientemente che lui si avvicinasse cosicché io potessi incastrare un'ennesima volta i miei occhi con i suoi. Appena mi si parò davanti, lasciai che un leggero sorriso aleggiasse sulle mie labbra e la sua reazione fu un accennato sorriso, spento e triste.

« Non potevo dire di no, lo sai. » annuii, lasciando che le sue parole si disperdessero nell'aria.

I suoi occhi si staccarono dai miei non appena il suono del suo cellulare spezzò il filo sottile ed invisibile che ci legava.

Iniziò a camminare a destra e a sinistra della stanza, mantenendo una mano sul fianco ascoltando la persona dall'altra parte del telefono. Mugolò diversi "ok, va bene" finché non si bloccò sui suoi passi.

« Dimmi che stai scherzando. » la sua voce era spezzata, rotta. Prese un profondo respiro ed annuì debolmente.

« Va bene Smith, a stasera. »

sospirò pesantemente e poi si passò una mano fra i capelli, incastrando le dita e tirando leggermente le punte, segno di esasperazione.

« Che succede? » gli chiesi scendendo dal tavolo e mettendomi davanti a lui, inclinando la testa da un lato. Gli si leggeva in faccia che non era affatto contento della chiamata appena ricevuta, si inumidì le labbra prima di parlare e distolse lo sguardo dal mio.

« Viene anche Nick stasera. »

le sue parole mi arrivarono chiare nella mente ed il mio corpo non voleva più reagire, semplicemente rimase immobile come una statua e lasciò che quella frase la disintegrasse trasformandola in polvere portata poi via dal vento. Lo zio di Harry ci sarebbe stato quella sera era la spiegazione più logica da dare a proposito del vestito:

lui voleva riconoscermi tra la folla e probabilmente avrebbe usato qualunque scusa per avvicinarsi a me, per potermi toccare o anche parlare ed io avevo paura.

« Non ti toccherá, stasera non rimarremo in questa villa. »

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