Death

Lei era destinata a salvargli la vita, a renderlo migliore.

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8. Seventh Chapter

7.

La casa era stata riempita al suo interno di molti tavoli; i mobili pregiati vennero spostati e portati ai piani superiori per evitare danni permanenti; decine di bottiglie o anche di più erano sparse per tutti i tavoli che erano stati messi qua e là nel piano terra; l'impianto stereo era stato installato nella sala comune.

Harry mi aveva lasciato nella mia stanza affinché potessi cambiarmi, nonostante mi avesse detto che quella sera non saremmo rimasti lì, aveva desiderato che mettessi quel vestito nero che alla fine non era poi tanto male.

Mi sistemai i capelli sciolti alla fine ma legati in una piccola coda sopra; decisi di truccarmi con un'ombretto nero e del mascara, oltretutto non sapevo nemmeno dove il riccio mi volesse portare, quindi non mi sembrava il caso di truccarmi in modo eccessivo.

La sera arrivò presto e la musica iniziò a suonare dalle sette, abbastanza bassa come volume, ma la gente arrivava e si riversava nella nostra villa come un'uragano.

Quando scesi la maggior parte delle luci dei lampadari erano spente e c'erano solo le luci proiettate dal salotto e dal corridoio lungo l'ingresso che illuminavano la casa.

Quelle luci erano di colori chiari, luminosi ed accesi: tendenzialmente erano blu, rosse, verdi e gialle che si alternavano a periodi brevi.

Ragazze e ragazzi avevano iniziato a bere, a ballare nella sala comune agitando i bicchieri rossi colmi di alcol, in aria.

Io dal canto mio, non dovevo partecipare a quella festa, anzi, dovevo scappare da quella villa solo per quella notte, per sfuggire da chi avrebbe voluto vedermi morta e sepolta.

Quando mi sedetti sul divano bianco, spostato vicino alle finestre per dare spazio alla pista da ballo, un'odore forte ed intenso di sudore inondò le mie narici facendomi sentire i conati di vomito.

Così mi alzai scuotendo la testa facendomi spazio fra la gente cercando di evitare di strusciarmi sui loro corpi sudati. Dopo aver superato la folla andai in cucina, che era buia ma illuminata dalle luci proveniente dalla sala comune e mi presi un bicchiere d'acqua.

Delle mani grandi e morbidi su poggiarono sui miei fianchi ed io voltai immediatamente il viso: Derek.

« Ciao bellissima. » mi sorrise e sapevo che tutta quella sua sfacciataggine era dovuta all'alcol che circolava nel suo corpo, facendogli fare cose che di solito non avrebbe fatto a mente lucida. Gli sorrisi a mia volta bevendo l'acqua nel bicchiere rosso, lui mi scostò i capelli dalla spalla e mi baciò la guancia.

« Vieni, andiamo un po' fuori, c'é troppo rumore qua. » mi urlò nell'orecchio ed io annuii, consapevole che uscire fuori dal giardino non era tanto prudente e non avrebbe permesso a Harry di trovarmi. Ma gli presi la mano e lui sorrise ancora di più, lui si mise davanti a me iniziando a camminare verso il corridoio dell'ingresso fino a raggiungere il portone dell'entrata ed uscire.

La sera a Manchester era meravigliosa, nonostante l'inquinamento luminoso si potevano ammirare varie stelle nel cielo, anche se poco brillanti; i lampioni sulle strade illuminavano spazi limitati del vicinato creando un'atmosfera cupa e le numerose macchine piazzate davanti a casa nostra ci facevano capire che, oltre alle persone da noi invitate, c'erano persone imbucate.

Presi due respiri profondi per poi appoggiarmi ad una delle colonne poste davanti all'ingresso mentre Derek era intento ad accendersi una sigaretta, ma dato lo stato di poca lucidità, non riusciva a far partire l'accendino.

« Vuoi una mano? » gli chiesi mentre avevo iniziato già a fare qualche passo verso di lui.

« Due me ne bastano. » rispose mentre tentava ancora una volta di accendere la sua sigaretta fra le labbra, io risi alla sua affermazione. Oltre che a renderlo più sfacciato, l'alcol lo rendeva anche più spiritoso e più sereno.

Da quello che mi aveva raccontato Noah, aveva avuto un'infanzia difficile il ragazzo biondo davanti a me:

scappò di casa l'anno prima, stanco della vita che il padre voleva che lui affrontasse ma non mi precisò bene di che vita si trattava, sapeva solo che la madre era morta e che voleva che il padre gli permettesse di vivere.

Quando mi disse "Derek voleva vivere" una strana sensazione negativa si era addentrata dentro il mio corpo, come se quella frase doveva essere pronunciata da qualcun altro ma non sapevo chi e sicuramente non ero io, perché non avevo genitori. Gli presi l'accendino dalle mani e coprii la piccola fiamma con la mano libera, facendola poi avvicinare all'inizio della sua sigaretta che aspirò avidamente, non appena accesa.

Rimasi davanti a Derek sorridendo, mentre osservavo ancora una volta il suo viso dai lineamenti morbidi e da come i suoi occhi brillavano sotto il chiaro di Luna, osservavo come aspirava la nicotina da quella stecca bianca e come buttava fuori il fumo in una densa nuvola bianca. Era un ragazzo semplice e sempre molto gentile, mi chiedevo come nessuna avesse notato Derek il biondino finto della casa, si perché i suoi capelli in realtà erano mori ma lui si piaceva biondo e non potevo biasimarlo.

Dei passi che facevano scricchiolare la ghiaia del vialetto mi distrassero dalle mie osservazioni sul ragazzo di fronte a me ed il mio cuore si bloccò.

Nick si parò di fronte ai miei occhi con un sorriso aperto, come il suo solito e sentii le mie gambe cedere, come se solamente con i suoi occhi mi avesse portato via la forza di stare in piedi. Quando voltai il viso verso Derek lui non poteva aiutarmi: uno dei ragazzi di Nick lo aveva bloccato e teneva una mano sulla sua bocca, cosicché non potesse chiedere aiuto.

Un braccio si avvolse alla mia vita come un serpente che voleva uccidere la sua preda, mi strinse forte quel braccio mentre la mano di quello opposto raggiunge la mia bocca, con alla mano un fazzoletto che mi chiuse ogni via respiratoria.

All'inizio trattenni il respiro, sapevo esattamente di cosa era imbevuto quel panno, era lo stesso metodo che usavano i rapitori nei film per far perdere i sensi alla vittima, ma avevo bisogno di respirare perché il mio respiro trattenuto nella gola aveva bisogno di essere liberato. Così ignorai la mia politica morale ed iniziai ad inalare quell'odore pungente facendolo entrare dalle narici, ignorai Derek che mugolava contro la mano che aveva davanti di rimanere sveglia, ignorai tutto il mondo e mi lasciai cadere nel baratro nero in cui avevo già guardato dentro: non aveva fondo. Ignorai persino il mio cervello che mi diceva di resistere perché credeva che Harry sarebbe arrivato in quel momento esatto, ma come sempre sbagliava. Chiusi gli occhi lasciando che le mie gambe si piegassero su loro stesse, lasciai che il ragazzo dietro di me si prendesse tutto il mio peso addosso, lasciai tutto perché in quel momento sapevo che pregare o cercare di fare altro sarebbe stato inutile.

-

Aprii a fatica gli occhi, ormai abituati ad avere le palpebre basse e completamente chiuse: la mia vista era appannata, sentivo le lacrime pronte a cedere agli angoli degli occhi per potermi rigare il viso, ma mi controllai. Quando iniziai a visualizzare bene dove fossi il mio stomaco aveva iniziato a sprofondare nella sedia di legno a cui ero legata.

Quella stanza mi ricordava il sogno ed il mio cuore cadde veramente sul pavimento, però spezzandosi in due: una parte piena di speranza, speranza che quello fosse un'altro dei soliti incubi e che appena avrei richiuso gli occhi mi sarei svegliata nella mia stanza; l'altra parte era di un rosso opaco e spento come se fosse la parte opposta cioè senza speranza, senza più forza ed io ero con quella parte: stanca e sconfitta, infatti no provai a slegare quelle corde morbide che non mi facevano male, non segnavano la mia pelle come nel sogno.

Una porta si aprì, all'angolo della stanza e comparve lo zio di Harry con le mani giunte che camminava verso di me, seguito da altri due ragazzi:

potevo dire che entrambi erano dell'età di Harry, biondi e dagli occhi azzurri con una maglietta nera a testa.

Quegli occhi azzurri mi ricordarono Derek e la sua ultima immagine nella mia mente: lui che mi urlava contro nonostante sentissi arrivare la sua voce soffocata alle mie orecchie.

« Dov'è Derek? » chiesi con voce spezzata e tremante, volevo veramente sembrare forte ma ero troppo stanca e debole.

Nick rise forte, seguito dai due ragazzi alle sue spalle che si scambiarono occhiate complici.

« Pensi a Derek mentre sei tu quella in pericolo? » rispose ridendo ancora più di prima, portandosi una mano al petto come se avessi detto qualcosa di veramente divertente, ma io in quel momento avevo solo paura, paura di finire come nel sogno: morta.

Dopo che la sua risata si spense iniziò a scuotere la testa, avvicinandosi alla mia visuale.

« Non potrei mai fare del male a mio figlio. » rispose sorridendo, lasciando cadere la mano sul petto lungo il fianco, guardando un punto dietro di me.

Nei suoi occhi potevo vedere come la sua mente si era immersa nei ricordi, di come lui ricordava i tempi con suo figlio. Però non erano "ricordi" bensì incubi, incubi che Derek aveva vissuto sulla sua pelle. Poi ricordai la frase detta da Noah riguardo al ragazzo biondo "Lui voleva vivere" ed era riuscito a scappare da tutto questo: da tutto il dolore e la morte che suo padre aveva procurato durante la sua vita. Harry invece ne era rimasto rinchiuso fin da quando la sua famiglia fu uccisa, viveva ancora il suo incubo a cui io dovevo porre la parola fine. Ma in quel momento la mia mente era così vuota che non potevo far altro che ascoltare le sue parole trafiggermi come lame appuntite.

« Sai Marie, Derek é sempre stato il centro dei miei pensieri da quando é andato via di casa. Però prima ho visto che eri in compagnia sua, era felice e sorrideva anche se era ubriaco e ti ringrazio di questo. » Schioccò le dita ed uno dei ragazzi biondi uscì dalla stanza ed in pochi secondi tornò con una sedia che sistemò davanti a me, Nick si sedette sopra.

« Ma vedi, tu sai troppe cose, e si ho sentito la tua conversazione con Harry. » rise un'altra volta, poggiandosi sullo schienale della sedia.

« Nel cellulare di Harry c'é una piccola microspia, sente tutto quello che fa, dove si muove. »

Alle sue parole pensai alla nostra fuga, quella che volevamo esattamente fare quella sera ed ora sapevo che qualunque movimento avessimo fatto, Nick ci avrebbe trovato sempre e comunque. Le lacrime che ero riuscita a bloccare agli angoli degli occhi, avevano iniziato a fuoriuscire da quest'ultimi disegnando una linea dritta sulla mia guancia.

Nick si sporse e catturò le lacrime con un veloce gesto pronunciando un « ssh. » durante il suo gesto apparentemente gentile.

« Vuoi salvare Harry, non é così Marie? » pronunciò quando si risistemò sulla sedia ed io volevo tanto rispondere "si" a quella domanda, ma appena schiusi le labbra la mia voce non uscì, inceppandosi su se stessa facendo uscire il silenzio.

« Anche lui ti vuole salvare, sono sicuro che verrà qui a cercarti, ma sarà troppo tardi. » sospirò scuotendo la testa ed io abbassai la mia, abbandonandomi a quella frustrazione che mi invadeva il corpo e si irradiava dalla parte del cuore che non aveva più speranza.

« È un peccato rovinare quel bel viso, vero Mike? » alzai il viso vedendo che il ragazzo biondo alla sua destra annuiva. Poi Nick fece cenno al ragazzo di avvicinarsi a me, lui lo fece e notai in un secondo momento il pugnale lungo il suo fianco, quella piccola lama che luccicava alla debole luce emanata nella stanza.

Stranamente non avevo paura.

Non tremavo, non sentivo più il mio cuore battere, forse perché la mia anima aveva lasciato il mio corpo, forse perché avevo spinto le emozioni nell'angolo oscuro del mio cervello per non mostrarmi debole.

Quel pugnale si avvicinò al mio viso e affondò sul mio zigomo destro, sprofondando nella carne. Il dolore si espandeva nel mio corpo e pulsava alla stessa velocità in cui aveva ripreso a ribattere il cuore. Sentii anche il rivolo di sangue caldo scendere lungo la guancia ed il suo calore mi infondeva sicurezza, una sicurezza che quella morte sarebbe stata lenta e soprattutto dolorosa.

Chiusi gli occhi ed una mano mi arrivò dritto sulla guancia opposta, facendomi voltare la testa verso sinistra: era stata la mano di quell'uomo che prima era seduto in piedi, poi si era alzato.

« Voglio vedere il tuo dolore! » mi urlò contro per poi risedersi sulla sedia, non dovevo chiudere gli occhi, dovevo capirlo.

Mentre guardavo Nick risedersi l'altro ragazzo biondo affianco a lui, era sparito e non mi accorsi della sua presenza finché le sue mani non si appoggiarono sulle mie spalle.

L'uomo si alzò sorridendo e lanciando sguardi, a me incomprensibili, ai due ragazzi ai miei lati.

« Prendetevi cura voi di lei. » così se ne andò, lasciandomi sola, sola con quei due ragazzi.

Chinai il viso verso il basso, sentendo che mi sentivo più al sicuro con la presenza di Nick nella stanza e quei due ragazzi mi facevano paura, sapevo che volevano farmi cose a me inimmaginabili.

Mike, che era alla mia sinistra mi alzò il viso ed io incontrai i suoi occhi azzurri, azzurri quanto quelli di Derek e potevo semplicemente ipotizzare che fosse un parente.

« Ti facciamo scegliere Mar. » il mio nomignolo sulle sue labbra sembrava così irritante, molto più di quanto non lo fosse già.

« Vuoi dolore con questo.. » agitò il pugnale in aria e poi riprese a parlare « Oppure con una cosa collegata a questa. » fece un cenno col pugnale al complice che mi portò una mano sul collo, accarezzandolo prima di spingere la testa a lato ed infilare il viso tra la mia spalla e la testa, mordicchiando la pelle dopo averla bagnata con la lingua.

Dopo qualche secondo il ragazzo si staccò e Mike mi sorrise.

« Vogliamo essere gentili io e Lucas, solo perché sei la ragazza di Harry, sei tipo la nostra cuginetta. » agitò il pugnale in aria in modo circolare e dalla sua frase conclusi che avevo ragione: quei due erano parenti sia di Harry che di Derek, esattamente i cugini e dovevo prendere una decisione veloce prima che entrambi si stufassero e facessero entrambe le cose.

« La seconda. » mugolai deglutendo, entrambi sorrisero.

« Vorremmo tanto liberarti, ma non possiamo. » disse Lucas dopo essersi presentato davanti a me, seguito da Mike e guardandoli meglio mi accorsi che erano gemelli, completamente identici.

« Non credo che riusciremmo a fare qualcosa se lei é legata così. » disse Lucas a Mike scuotendo la testa, ed entrambi si guardarono per una decina di secondi, scambiandosi sguardi complici, che dettavano parole al posto della loro voce. Era così che comunicavano, anche qualche minuto prima ridendo della mia domanda, l'unica cosa che pronunciai, si guardarono nello stesso modo in cui si guardavano in quel momento.

Ed in quel momento potevo guardarli senza che loro si accorgessero che io li stessi studiando.

Lucas era poco più alto di Mike, aveva le Nike grigie mentre il fratello le aveva verdi e da li potevo iniziare a riconoscerli. Aveva una piccola voglia sul collo, molto scura cosa che il fratello non aveva; Mike a differenza di Lucas aveva i capelli lunghi appena sopra le spalle.

Mike si voltò, aveva ormai preso confidenza con me.

« Ti sleghiamo i piedi e ci segui. » concluse mentre il fratello si era già inginocchiato davanti a me, slegando quelle corde che avevano unito le mie gambe in quel tempo interminabile.

Mi alzai in piedi e Lucas mi avvolse il braccio intorno alla vita, iniziandomi a guidare verso la porta.

Stranamente le mie gambe non ebbero l'impulso di correre, correre via il più lontano possibile. Qualcosa mi teneva lì, forse la sicurezza che volevano rendere tutto il meno indolore possibile, ma la mia parte ancora lucida della mente continuava a dirmi 'ti violenteranno, ti faranno del male' ed io volevo respingere quel pensiero, ma infondo sapevo che era la verità.

Mike camminava davanti mentre Lucas al mio fianco mi guidava ed ogni tanto mi bloccavo sui miei passi ed era costretto a spingermi o pizzicarmi il fianco per svegliarmi.

Girammo sulla destra ed entrammo in una grande stanza dipinta di porpora scura: c'era un letto a baldacchino sulla destra e due finestre abbastanza grandi da dare una visuale quasi del tutto completa dell'esterno, esse erano coperte da tende nere chiuse. Quando osservai le finestre notai quanto fosse buio e probabilmente quasi le undici di sera o mezzanotte.

Lucas mi trascinò con lui sul letto, lui si sedette dietro di me, lasciandomi in piedi mentre Mike iniziò a spostarmi i capelli e ad accarezzarmi le labbra continuando a pronunciare « ci prenderemo noi cura di te. » ma io sapevo che non dovevano prendersi cura di me, dovevano farmi male.

Sentii le grandi mani di Lucas toccarmi le natiche intensamente massaggiandole, mentre il fratello si era già fiondato sul mio collo baciandolo delicatamente per poi mordere e succhiare ogni lembo di pelle fra le sue labbra.

Mi sentivo strana e la paura era tornata ad insediarsi tra le cellule del mio copro, facendomi tremare non solo il corpo ma anche l'anima, si perché più di qualunque altra cosa avevo paura che la mia anima rimanesse profondamente segnata da tutto quello che succedeva: avevo paura che se mi avessero liberato da quella prigionia non sarei più stata la stessa, avevo paura che avrebbero lacerato quel poco che era rimasto della mia dignità e della mia sicurezza, avevo paura che mi sarei chiusa nel silenzio più totale lasciando tutti fuori dalla bolla che probabilmente mi sarei creata e mentre le mani dei due gemelli vagavano sul mio corpo, sentii la mia mente evaporare nell'aria della stanza lasciandomi sola con le mie paure. La poca lucidità e indifferenza che mi era rimasta era andata via.

Notai solo dopo qualche tocco indiscreto che mi avevano spogliato dal vestito nero che poco prima copriva la poca pelle non lasciata libera.

Sentivo le mani fredde di Lucas, fortemente in contrasto con le mani calde di Mike; potevo sentire i tocchi delicati di Mike che mi accarezzavano la pelle, la rendevano modellabile alle sue mani mentre le mani del fratello si insinuavano dentro di me con voracità, con prepotenza, facendomi male.

Così le dita fredde del ragazzo alle mie spalle mi avevano portato via la verginità, rendendola sua a tutti gli effetti e continuavano a pompare in modo insistente dentro e fuori dal mio corpo, mentre lacrime amare iniziavano a appannarmi la vista.

Mike davanti a me però notò quelle lacrime e le catturò con le dita; forse era un pregio di famiglia quello di portare via le lacrime con un gesto semplice e veloce, che poteva trasformare anche un momento di tale brutalità in un momento dolce, che leniva almeno un po' il dolore.

Poi continuò a toccarmi il seno, massaggiandolo fra le sue mani, baciandone ogni centimetro di pelle ed io non facevo altro che pensare ad Harry, al suo sorriso ed ai suoi occhi.

Le dita fredde di Lucas non erano più dentro di me ma mi accarezzavano le gambe in gesti lenti, mi procurava freddo e brividi lungo tutto il corpo.

Il mio corpo reagiva per me, si muoveva ai loro tocchi, la mia bocca gemeva sotto le loro dita esperte ma dentro, io, stavo morendo.

Lucas mi tirò verso di se, facendomi sedere sulle sue gambe e potevo sentire contro la pelle la sua erezione, che mi faceva soltanto salire il disgusto e l'eccitazione al tempo stesso. Il fratello aveva seguito i miei movimenti e si era inginocchiato davanti a me, aprendo con un'apparente gentilezza le mie gambe e infilandoci fra di esse la testa.

Sentii la sua lingua muoversi sulla mia intimità, così lentamente da farmi fremere ma continuai a scuotere la testa; volevo terribilmente avere il controllo sul mio corpo e continuai a pregare dentro di me che Harry, Derek, Noah qualsiasi persona a me conosciuta, si presentasse lì sulla porta e mi portasse via.

Piangevo, piangevo lasciando che i singhiozzi scrollassero il mio corpo, ormai sudato ed esausto; piangevo perché ormai era l'unica cosa che potevo fare, piangevo perché credevo che così il dolore scivolasse via insieme alle lacrima, ma non funzionava perché più lo facevo più l'angoscia dentro di me cresceva, smisuratamente.

Lasciai cadere la testa sulla spalla di Lucas ormai stanca; desideravo solo che tutto in fretta.

Dei rumori attirarono la mia attenzione ed alzai lentamente la testa dalla spalla del ragazzo mentre ansimavo profondamente per le sensazioni che mi mandava Mike, mentre era proprio lì.

Una voce potente, rabbiosa ed uno sparo sordo, che giunse anche alle orecchie dei due ragazzi con me che si allarmarono, ma continuarono quel lavoro che era stato loro assegnato, quello di "prendersi cura di me".

Tesi le orecchie per poter sentire quello che succedeva all'esterno, ma il mio corpo stesso mi distraeva dallo sbagliato piacere che provavo grazie ai movimenti della lingua di Mike.

Dei passi silenziosi ma da me udibili si avvicinavano ed io avevo paura ma allo stesso tempo l'adrenalina a mille; potevo sentire dei respiri pesanti dietro la porta e qualche frase sibilata ed un sorriso si formò sulle mie labbra.

Forse il mio corpo aveva sentito la sensazione che la luce, la salvezza avrebbe sfondato quella porta, salvandomi dall'oscuritá.

Spazio Autrice:

Ciao a tutte, bene sono al settimo capitolo ma all'ottava parte del racconto. Come pensate che sia, oppure come la trovate? Mi dispiace molto per gli errori ortografici nei capitoli precedenti e per il cambio improvviso, spazio-temporale ma é la prima storia a capitoli che continuo senza interruzioni ed ho bisogno del tempo verbale al passato per riuscire a scrivere bene.

Vorrei tanto sapere le vostre opinioni e magari qualche ipotesi su come continuerà il capitolo, quindi commentate.

Piccola parentesi: in questo capitolo i due gemelli Mike e Lucas potete interpretarli come i gemelli Sprouse, ovvero Zack e Cody. Nel prossimo capitolo comparirà un ragazzo e lui potrete interpretarlo come Zayn.

Vi ringrazio anche per i voti che mi avete dato, sto cercando di impegnarmi il più possibile e spero di riuscire nel mio intento.

Spero che continuiate a seguirmi, mi raccomando votate e commentate, ho bisogno di voi!

Stavolta ho scritto velocemente questo capitolo, avevo l'ispirazione alle stelle e avevo bisogno di scrivere nero su bianco ogni idea che mi passava per l'anticamera del cervello.

Grazie di tutto,

Rachel.

Al prossimo capitolo!

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