Death

Lei era destinata a salvargli la vita, a renderlo migliore.

6Likes
10Comments
372Views
AA

3. Second Chapter

2.

« Che cazzo avevi in testa? » sussurró mentre camminammo a passo svelto nel corridoio.

« Hai avuto culo per il semplice fatto che non c'era nessun professore nelle vicinanze. »

Tenni lo sguardo sul pavimento del corridoio mentre camminai affianco a lui.

Sospirai e lui rimosse il braccio intorno alla mia vita, che pochi istanti prima aveva usato per togliermi da Harry.

« Mi ha provocata, ho reagito, tutto qui. » alzai le spalle mentre tesi la mano verso di lui, mi passó la borsa e la afferrai velocemente.

« Si ma comunque non dovevi picchiarlo. »

« Ho reagito d'impulso. » lo sentii sospirare, di stanchezza penso, ma non ne ero completamente sicura.

« Va bene, ma non farlo più. »

« Tanto so che in fondo ti é piaciuto vederlo in quel modo. » sorrisi mentre mi fermai davanti alla mia aula di letteratura e con cui dovevo passare quelle due ore con lui.

« Si, però è il mio compagno di stanza. »

sospirai alla sua frase e varcai la soglia dell'aula dirigendomi verso il secondo banco.

Stranamente io e Noah amavamo la letteratura, contemporanea non classica, sia chiaro. Avevamo sempre pensato che Dante Alighieri, che per dircela tutta, non era veramente un poeta depresso, fosse come una sorta di eroe, lui aveva visto la realtà attraverso la morte di Beatrice e la cosa fece aprire gli occhi anche a noi, che eravamo stati trascinati dai nostri genitori in orfanotrofio.

Tirai fuori il materiale ed iniziai a scarabocchiare sulla carta:

agli angoli del libro, fra le righe o direttamente sopra le parole, sui disegni per alterarne la realtà, sui bordi dei disegni oppure prendevo l'evidenziatore e sottolineavo le parole chiave, da ricordare.

In realtà per me, più che semplicemente le parole chiave, dipingevo il libro con quei colori fluo, lasciando le parole superflue.

Le ore successive passarono in fretta, l'unico corso diverso dal mio che Noah aveva preso era biologia, aveva preferito prendere un'ora in più di chimica, piuttosto che ascoltare la struttura, non solo del corpo umano, ma di ogni essere vivente su questa terra.

________________________

« Non ti piace? » chiese lui mentre spalancó le braccia mostrandomi la sua stanza dipinta di un blu, scuro, come i fondali di qualsiasi oceano, anche di più. La stanza aveva la stessa struttura della mia:

un letto a castello ed un'altro letto singolo vicino alla finestra, le tende erano nere e chiuse, quando mi avvicinai per aprirle Noah mi urló praticamente contro che la luce non gli piaceva.

Cominciai a sospettare che fosse un vampiro.

Mentre camminai lungo la scrivania sua e dei suoi compagni di stanza appoggiai la borsa a terra.

« Mi piace la tua stanza. »

Mentre pronunciai quella frase osservai i vari oggetti sulla scrivania:

due casse per la musica, post-it, un contenitore insieme a penne di tutti i tipi, in più una foto, probabilmente di Derek e della sua famiglia, una piccola torre Eiffel comprata da Noah due anni prima e una collana con un ciondolo a forma di aeroplano di carta.

Lo prensi fra le dita ed iniziai ad osservarlo, ad accarezzare il metallo freddo delle ali, a scrutare ogni semplice particolare di quell'aeroplano di metallo.

« È di Harry. » pronunció Noah e sentii i suoi occhi su di me, che mi guardavano senza lasciar trapelare alcuna emozione.

Io non dissi nulla e sistemo di nuovo la collana al suo posto, mi voltai verso Noah e camminai verso di lui, mi siedei accanto al suo corpo disteso sul letto a castello, sul letto inferiore.

« Marie. » dice e porta lo sguardo su di me.

« Dimmi. »

« Harry ti ha chiesto come ti sopporto, giusto? »

Annuì e quando finì la frase un'onda di immagini della mattinata mi travolsero come un'uragano, facendomi rivivere quegli istanti interminabili.

« Beh, spesso mi chiedo come fai tu a sopportare me. »

Continuava a guardarmi, inchiodato ai miei occhi, sbattendo più volte le palpebre.

« Io non ti sopporto, io voglio stare con te e basta. »

Un sorriso curvò le sue labbra sottili e colorate di un rosa carne acceso e luminoso. Lui avvolse velocemente le braccia attorno alle mie spalle e mi tirò verso il basso, verso di lui, sul suo petto e così feci.

Appoggiai le mie mani sul suo petto insieme alla testa e chiusi gli occhi, inspirando profondamente il suo profumo: lavanda, la sua maglietta e principalmente lui, sapevano di lavanda.

Per un momento chiusi gli occhi inspirando più volte quel profumo che mi pizzicava il naso da tanto era forte, ma allo stesso tempo mi faceva sentire a casa, Noah era la mia casa.

« Staremo insieme per sempre, vero Marie? » sussurrò contro i miei capelli ed io rimasi in silenzio, assorbendo ogni singola parola che aveva pronunciato, mi soffermai sul quel -per sempre- che indicava un tempo infinito, eterno e soprattutto solo nostro.

« Sempre insieme Noah. »

Dal suo silenzio capì che sorrise, come ha sempre fatto nei momenti in cui eravamo solo io e lui, che a dire la verità erano quasi inesistenti.

La sua mano passa attraverso i miei capelli, le dita lasciano scorrere i capelli castano scuro fra di loro, rassicurandomi, lui ci sarebbe sempre stato.

La porta iniziò ad aprirsi lentamente e capii che la magia di quel momento, ormai, era stato spezzato, così mi avevo deciso di alzarmi dal petto di Noah e sedermi, nella posizione iniziale.

Derek comparve sulla porta.

È un ragazzo biondo, leggermente più basso di Noah, con gli occhi azzurri e non intendo di quelli comuni, ma di quelli completamente azzurri, quasi grigi. Era nettamente in contrasto rispetto ad Harry: spalle larghe, corporatura massiccia e voce profonda e invadente. Derek era magrolino, ma non così tanto, aveva anche lui i muscoli e i suoi bicipiti, leggermente più grossi, lo dimostravano.

Mi sorrise apertamente.

« Marie, ciao. »

« Derek, ciao a te. »

« Noah. » fece un cenno del capo verso il compagno e sorrise anche a lui.

Mi alzai in piedi e strofinai le mani contro gli occhi: le poche ore di sonno di quella mattina avevano iniziato a farsi sentire, così avevo deciso di lasciare i due ragazzi nella loro stanza.

« Ragazzi, io vado, sono terribilmente stanca. »

« Stanca dopo il primo giorno? »

« Si, non ho dormito per il nervosismo. »

Mentii e cercai di sembrare il più tranquilla possibile, probabilmente Noah non gli aveva detto niente, del fatto che ero venuta in camera loro proprio per prendermi il mio migliore amico e girare per la villa, stare con colui che era la mia casa.

Gli sorrisi mentre presi la mia borsa vicino alla loro scrivania e misi la mano sulla maniglia.

« A domani, buonanotte per dopo. »

« Non vieni a mangiare? » chiese Noah alzandosi dal letto con il viso leggermente accigliato.

Sapeva, lui, che quando non mangiavo era perché avevo qualcosa da nascondere, qualcosa da non far sapere a nessuno ma in realtà lui sapeva già la ragione del mio stomaco chiuso: Harry.

Non so esattamente il motivo per cui mi riferivo a lui, come ragione del mio stomaco completamente chiuso, probabilmente perché la mia stessa coscienza continuava a gridarmi Gli hai spaccato il naso e non gli hai chiesto scusa; ma io avevo tappato le orecchie dandole le spalle e comportandomi come se nulla fosse.

Erano sensi di colpa quelli, ed io ne ero torturata ogni due secondi.

« Non vengo. »

Sorrisi e abbassai la maniglia aprendo la porta, ma non appena mi voltai scontrai contro qualcosa, o dovevo dire qualcuno, che mi fece indietreggiare di qualche passo.

« Guarda dove vai. »

La sua voce, quella che avrei riconoscerei tra mille, profonda e terribilmente fredda, sapevo chi era e in quel momento desiderai veramente sparire dalla faccia della terra.

« Scusa. »

Lui non si mosse e rimase fermo sulla soglia della porta e mi costrinsi a chiedergli di spostarsi, per qualche secondo mi guardò, come se avessi avuto qualcosa sul viso, come se stessi andando a fuoco e poi si spostò.

« Ciao Marie. »

pronunciò il mio nome, non appena mi ritrovai in corridoio, fra quell'esplosione troppo luminosa dopo essere stata dentro un buco, un buco nero e buio, dove alla luce non era permesso entrare, nemmeno filtrare.

« Harry. » riuscii solo a pronunciare quando lui chiuse la porta, sospirai ed iniziai a camminare verso la mia camera, almeno non avevo mentito sul fatto che ero stanca, lo ero veramente.

Ma della vita.

Quando entrai in camera Amanda era al computer, con gli occhiali e i capelli legati a coda di cavallo, mentre Hayley sfogliava una rivista, distesa sopra il suo letto.

« Ciao Marie. »

Amanda si voltò verso di me abbassando gli occhiali per guardarmi meglio, le sorrisi ma non dissi nulla, sentii che non avevo la forza di farlo, come se il pugno che avevo dato ad Harry quella mattina, mi avesse prosciugato da ogni fibra del mio corpo e che ogni cosa fosse, estenuante.

Buttai lo zaino a terra e mi arrampicai sopra il mio letto, ovviamente Hayley mi ignorò, così decisi di riservarle lo stesso trattamento.

Hayley è una ragazza, si carina, con una frangia che le arriva appena sopra gli occhi cristallini ricoperti dall'eccessivo eyeliner. Le labbra, in quel giorno, erano delineate da un'intenso rossetto rosso, rosso come il fuoco, per la precisione.

Quella mattina aveva deciso di indossare una gonna a fiori, a vita alta che le arrivava a metà coscia, accompagnata da una camicetta bianca, come quella con cui era entrata il giorno precedente a quello.

Presi l'Ipod ancora poggiato sopra il mio cuscino e mi cacciai le cuffiette nelle orecchie, alzai il volume al massimo e i "The Fray", mi accompagnarono nel mio viaggio verso i sogni.

Quando mi svegliai mi accorsi che era già buio grazie alle tende tirate, ma alle veneziane non abbassate, che lasciavano attraversare la luce della Luna senza problemi.

Quando mi tolsi le cuffie, lasciando che la musica continuasse a riprodursi all'interno del piccolo apparecchio, Amanda ed Hayley erano a letto.

Mi sedetti lasciando che le gambe dondolare nell'aria, come fossi una bambina che doveva far partire la propria altalena con la forza delle gambe.

Mi costrinsi a scendere, e sentii che il mio stomaco produsse un suono agghiacciante, per la paura, per la vergogna, mi voltai verso entrambi i letti temendo di aver svegliato entrambe le mie compagne, ma per mia fortuna non era stato così.

L'orologio sulla scrivania puntava alle tre del mattino, e realizzai che avevo dormito dal pomeriggio fino a qualche secondo prima, un sorriso fece capolino sul mio volto quando mi accorsi che anche la stanchezza si era completamente volatilizzata durante il sonno.

Mi ricredetti su quello che avevo detto quando mi accorsi di essere ancora vestita come quella mattina.

Cambiati, non vorrai mica uscire così? coscienza, sei insopportabile, però decisi di seguirti, non mi faceva male cambiare vestiti.

Mi tolgo la camicia dalla testa, sfilo la gonna e li piego casualmente, giusto per poterli infilare nell'armadio. Tiro fuori da quest'ultimo una felpa grigia enorme, non ricordo dove l'ho presa, ma so per certo che mi ha sempre tenuta al caldo, prendo dei pantaloncini e me li indosso.

Mi dirigo, strascicando i piedi sul pavimento, verso la porta senza far rumore ed esco.

La solita luce abbagliante dei corridoi, che hanno le lampadine accese, mi fanno chiudere gli occhi e mi ci vogliono vari istanti prima di che mi abitui a quella fitta luminosa, che pochi istanti prima rischiava di cavarmi gli occhi.

Mentre cammino lungo il corridoio ripenso alla giornata, a quello che ormai devo definire 'ieri' perché sono passate tre ore dalla mezzanotte. Il viso di Harry, pieno di sangue, che mi guardava neutro continua a farsi spazio tra i miei pensieri, facendomi bloccare durante il tragitto che sto facendo verso la cucina. Non provo nessun risentimento per il fatto di avergli tirato un pugno, di avergli spaccato il naso, ma la vista del sangue mi aveva, in quel momento, totalmente spiazzato.

Non avevo e non ho ancora l'intenzione di capacitarmi su quello che era successo, semplicemente perché quegli occhi verdi erano talmente freddi, quando Noah mi portava via, che mi tormentavano.

Arrivo velocemente in cucina e mi aggrappo al balcone del tavolo sospirando, tiro fuori una tazza gialla e dei cereali, apro il frigo e prendo il latte, che infine verso nella tazza seguito dai cereali.

Praticamente sto facendo colazione in anticipo, ma non mi importa, non voglio passare con nessuno dei miei 'coinquilini' la colazione, anche perché so che Hayley, in presenza di Harry, mi avrebbe completamente mostrato quanto fosse suo, quanto gli appartenesse.

Harry.

Basta, esci dalla mia testa.

Mi siedo sullo sgabello in pelle bianca e appoggio i gomiti sul davanzale di ceramica iniziando a mangiare, con una lentezza sovrumana, perché si, solo ora mi accorgo di essere ancora stanca e credo che i miei inutili tentativi di dissolvere questa, di stanchezza, siano inutili.

Insomma, io sono stanca di vivere, sono stanca psicologicamente non fisicamente.

Una figura si presenta sulla soglia dell'entrata della cucina, non ci faccio molto caso, fino a quando non mi accorgo che quell'ombra è rimasta indisturbata a guardarmi.

È avvolta nel buio, quindi non vedo chi è, ma quando quel qualcuno si decide a farsi vedere il mio cuore sale in gola.

Avevo detto qualche istante prima che Harry doveva uscire dalla mia testa.

Allora, visto che non era più nella mia mente, aveva deciso di comparirmi materialmente davanti.

Per qualche istante i nostri occhi, i nostri sguardo sono rimasti incastrati l'uno con l'altro, come se entrambi ci fossimo aggrappati all'altro per vedere chi resisteva in acqua, decisi di cedere sotto i suoi occhi così verdi, e lui mi affogò.

Mentre mi passa davanti, mi accorgo solo in quel momento del suo abbigliamento: maglietta grigia e boxer neri.

Abbasso di nuovo lo sguardo, non per sconfitta, ma per evitare di farmi beccare da lui mentre ammiro i suoi boxer.

Mentre prendo un'altra cucchiaiata dei cereali nella mia tazza, noto che anche lui prende una delle tazze, uguali alla mia nella credenza e si appoggia coi gomiti davanti a me, senza però incontrare i miei occhi.

Tende il braccio verso la scatola di cereali verso di me, io do una leggera spinta a quest'ultima permettendogli di prenderla: si rovescia i cereali nella tazza ed in seguito il latte.

Mentre lui è concentrato a mangiare osservo il suo naso:

è particolarmente gonfio e viola, misto da una chiazza lievemente visibile, di rosso. Sento lo stomaco contorcersi, più passo i miei occhi lungo il suo naso, il suo viso, i miei sensi di colpa crescono e la voce mi esce da dove si era bloccata, precisamente in gola.

"Harry."

lui grugnisce in assenso, per dirmi che è in ascolto ed io continuo.

"Mi dispiace averti colpito, ma devi anche te ammettere, che sei stato un cazzone a chiamarmi puttana."

I suoi occhi finalmente disegnano una linea retta verso i miei e sospira pesantemente. Devo dire che il suo silenzio mi sta uccidendo e preferisco che lui mi riempia di parole indesiderate, che il silenzio.

"Dispiace anche a me." annuisce mentre inizia a far girare, nel latte, il cucchiaio.

"Quindi mi perdoni?"

"Si, tu perdoni me?"

Annuisco e gli accenno un sorriso mentre prendo un'altra cucchiaiata di cereali.

"Ti fa male il naso?"

Quando alzo gli occhi su di lui mi accorgo che lui non ha smesso di guardarmi, di osservarmi e quasi mi sento a disagio, ma lui non sembra notarlo, continuando a guardarmi.

"No, solo se me lo schiacci."

"Quindi ora potrei venire la a guardare meglio?"

"Cosa, il mio naso?"

"Si, sono preoccupata. Sei andato a farti vedere?"

"No."

Decido di alzarmi, quindi scendo dalla sedia e mi affianco a lui, dall'altra parte del tavolo. Ovviamente aveva seguito con gli occhi il breve mio tragitto verso di lui, si era addirittura voltato, con lo sgabello, per farsi ritrovare faccia a faccia con me.

Metto una mano titubante sul suo viso, accarezzandogli con le nocche la guancia. Incrocio a scatti i suoi occhi, sono così intensi e mi fanno sentire terribilmente piccola, sotto quegli smeraldi, sotto osservazione costante, il che era la verità.

Intanto avvicino l'indice sulla punta del suo naso, inizio a muoverlo lentamente, in modo verticale, accarezzandoglielo.

"Ti faccio male?"

"No, mi piace."

Non riesco a trattenere il sorriso, che poi mi affiora sulle labbra, liberandomi da quella sensazione che mi opprimeva il petto, quello è il primo sorriso, in sua compagnia.

La sua mano si appoggia sul mio fianco, delicatamente, mi attira a se e più mi avvicino a lui, più ho paura.

Di preciso non so perché, socchiudo gli occhi cercando di controllare l'istinto di spingerlo via, ma sento che i suoi occhi, quelle iridi verdi nascondono quello di cui dovrei avere paura, una paura incontrollabile:

la morte.

Spazio Autrice:

Salve a tutte, sono Rachel, ho deciso di cambiare una ennesima volta il titolo della storia, ora mi è venuta l'ispirazione per continuarla, dato che ho riscritto molte volte proprio questo capitolo, perché ero senza ispirazione -che mi è arrivata mentre stiravo- spero che vi piaccia e che sarete presto in tante a seguirmi.

Al prossimo capitolo.

Join MovellasFind out what all the buzz is about. Join now to start sharing your creativity and passion
Loading ...