Death

Lei era destinata a salvargli la vita, a renderlo migliore.

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6. Fifth Chapter

5.

Rimasi ferma, in piedi, ripensando alle parole appena uscite da Nick che continuava a sorridermi mentre poi si allontanò, andando incontro al nipote. Lo prese prepotentemente per il braccio e gli sussurrò qualcosa all'orecchio del tipo "Noi faremo i conti stasera." se non avevo letto male il suo labiale.

Caddi di peso sulla panchina, ripensando a quell'unica parola che mi stava perforando il petto. "Morirai." l'aveva detto con tale tranquillità che sembrava uno scherzo, ma sapevo perfettamente che non lo era. Harry mi venne incontro non appena suo zio si voltò andando verso la sua macchina, un fuoristrada nero, come quello del nipote.

Harry si sedette sulla panchina accanto a me, mi prese la mano abbandonata sopra la coscia e me la strinse forte.

« Che ti ha detto? » lo guardai in viso, gli si leggeva quanta paura, quanta preoccupazione contenevano i suoi occhi, leggermente assottigliati. Continuava a deglutire mentre mi passava il pollice lungo le nocche, facendomi rilassare.

« Che morirò se non mi faccio gli affari miei. » sussurrai mentre guardavo l'erba di fronte a me, dove si trovavano alcuni studenti distesi con dei libri aperti in mano. Sentivo quasi le parole morirmi in gola, come se un macigno mi avesse bloccato le corde vocali, non riuscivo più a dire nulla.

« Non gli permetterò di farlo. » disse così debolmente che quasi non lo sentii. Alzai gli occhi verso i suoi e sentivo che le lacrime avevano iniziato a velarmi gli occhi, che minacciavano di scendermi lungo le guance, ma le spinsi via.

Mi alzai dalla panchina abbandonando la stretta della mano di Harry ed iniziai a camminare nella direzione opposta in cui si trovava il suo fuoristrada.

« Marie, fermati! » urlò Harry dietro di me, non lo feci per il semplice motivo che se mi fossi affiancata ancora a quel ragazzo, sarei morta.

Iniziai a camminare furiosamente lungo il marciapiede mentre le lacrime decisero di scendermi lungo le guance. Camminai così velocemente che nel giro di qualche minuto iniziai a sentire male ai polpacci, iniziai a sentire le gambe pensanti. Non sentivo Harry ed i suoi passi dietro di me e ne fui immensamente grata.

In compenso sentii invece il rumore del motore di una macchina, il clacson che suonava furiosamente, la voce di Harry che mi giungeva perfettamente alle orecchie. Presi il mio iPod e misi le cuffiette, alzando al massimo la musica evitando così di sentire la sua voce spezzata gridare il mio nome.

Ignorai anche il fatto che si trovava affianco a me, con la macchina, urlandomi dal finestrino, ma io semplicemente non lo sentivo.

Mi asciugai quelle poche lacrime che erano riuscite ad uscire dai miei occhi e continuai a camminare, non sapevo nemmeno qual era la mia meta. Anzi no ne avevo una, perché ero scappata da chi mi avrebbe procurato solamente dolore.

Poi mi ricordai delle parole di Nick: "Harry non ha più i genitori e la sorella". Ripensai a quelle parole più volte e mi resi conto che lui aveva il mio stesso vuoto dentro, solo che suo zio lo aveva salvato, lo aveva accudito come un figlio e lo aveva cresciuto. Io invece ero stata esternata completamente dalla mia famiglia, abbandonata e mai più ripresa.

Così ritornai dalla compassione per Harry, alla rabbia, alla noncuranza totale.

Il ragazzo, ancora nel fuoristrada, non ne voleva sapere di lasciarmi andare, anzi, continuava a suonarmi contro e abbassai il volume della musica per poterlo ascoltare.

« Marie, ti prego, torna a casa con me. »

Sentivo quella disperazione nella sua voce, quella tristezza che mi stringeva il cuore, ma dovevo resistere.

« Ti prego, ascolta quello che ho da dirti »

Non lo ascoltai, inizia semplicemente ad accelerare nuovamente il passo, facendomi spazio fra le poche persone che c'erano sul marciapiede, evitando di voltare il viso per incontrare gli occhi di Harry.

Mi guardai attorno e decisi di entrare dentro un bar, sperando ovviamente di non essere seguita dal riccio, anche se sapevo le mie preghiere non sarebbero state ascoltate come al solito.

Il locale all'interno era carino, rustico ma accogliente, non era particolarmente affollato ma volevo lo stesso rimanerci. Mi diressi verso il balcone in legno scuro, mi sedei su uno degli sgabelli girevoli rossi e chiesi un bicchierino di rum: avevo bisogno di far annebbiare la mente e l'alcol faceva al caso mio.

Sentii la porta aprirsi e sapevo benissimo che era Harry, nonostante non mi fossi girata per guardare. Il ragazzo dietro il balcone mi appoggiò di fronte il bicchierino che io presi con furia, prima che Harry me lo potesse strappare dalle mani e lo ingurgitai.

« Che stai facendo? » aveva il tono arrabbiato, si sentiva, ma calmo e controllato.

« Non ti riguarda. » risposi senza nemmeno guardarlo negli occhi, sarei crollata davanti a quegli smeraldi che mi guardavano e ci mancava solo che io mi mettessi a piangere dentro un locale.

« Si che mi riguarda. Sei la mia ragazza. »

« Non sono la ragazza di nessuno, tantomeno di uno come te. » ordinai un'altro bicchiere e stranamente Harry non mi fermò, ero ancora lucida ma l'alcol iniziava a darmi più sicurezza.

« Ti ho detto che non ti lascerò toccare da mio zio, mi avevi promesso che ti saresti fidata di me. »

Il ricordo della sera precedente mi balena subito nella testa, come un'onda distruttrice. In un millesimo di secondo immagini di me che sorrido, che bacio Harry, istanti in cui dico che mi fido di lui, mi arrivano alla mente.

« Era un'altra cosa, riguardava la pistola »

« Sempre fiducia è Marie. »

« Non voglio morire solo perché so troppe cose di tutte quelle cazzate che fai di notte. » iniziai a muovere le mani in aria convulsamente mentre Harry manteneva una mano sul balcone e con l'altra si passava freneticamente le dita fra i capelli.

« Tu sei al sicuro con me. »

mi voltai verso di lui, credevo stesse scherzando ma notai la sua faccia seria, io scoppiai a ridere.

« Io, al sicuro con te? » chiesi ironicamente additando sia me che lui nell'istante in cui pronuncio i pronomi.

« Si, con me. »

annuì prendendo fra le mani, quella che lo stava ancora indicando ed iniziò a baciarne il dorso, con delicatezza. Alzai gli occhi al cielo e con la mano libera presi il cellulare.

« Che fai piccola? »

mi morsi il labbro inferiore mentre digitavo il numero e schiacciai il tasto verde, rimasi in attesa mentre il cellulare di Noah squillava.

« Ciao Marie, dimmi. »

Non chiamavo mai Noah per cellulare perché eravamo sempre insieme, ma quando eravamo separati lo chiamavo solo per delle emergenze.

« Mi vieni a prendere in un locale? » spostai lo sguardo su Harry, che continuava ad accarezzarmi il dorso della mano, ma che aveva uno sguardo piuttosto accigliato.

« Certo, arrivo tra cinque minuti, che locale è? »

« È sulla Fifth Avenue, il bar rustico. »

Lui chiuse la chiamata ed io riposi il telefono nella tasca del giacchetto e guardai ancora Harry, che aveva smesso di parlare quando avevo iniziato la chiamata.

« Harry, non puoi difendermi dalla tua famiglia. » lui rimase fermo, con gli occhi inchiodati saldamente ai miei, i movimenti sul dorso della mia mano si erano bloccati.

« Ma posso provare a difenderti da tutto il resto. » alzò le spalle e mi prese il mento fra l'indice ed il pollice. « Lasciati proteggere. »

Rimasi in silenzio ad elaborare le parole che aveva appena pronunciato, dovevo lasciarmi proteggere da chi era pronto a farmi morire?

« Non lo so, Har. » scossi la testa e mi divincolai dalla sua presa, scendendo dallo sgabello ed iniziai a camminare verso l'ingresso. Lui non mi seguì, come non lo aveva fatto quando me ne andai da lui dalla panchina. Uscii in strada in attesa di vedere la macchina sportiva bianca di Noah.

Rimasi più o meno mezz'ora in piedi, prima che la macchina bianca si materializzò sulla strada e mi venisse incontro.

Aprii velocemente la portiera, Harry non era uscita dal locale, probabilmente si era messo a bere ma non mi importava. Al posto di guida però non c'era Noah, bensì Derek.

« Ciao Marie. » mi sorrise: aveva una mano appoggiata al volante, mentre l'altra era sul cambio della marcia.

« Derek. » sorride a mia volta, allacciandomi la cintura di sicurezza. Intanto lui fece ripartire la macchina, mi girai a guardarlo:

era vestito con una giacca della scuola, di solito data a quelli che facevano della squadra di football, -lui non ne faceva parte- bianca e nera, poi aveva dei jeans aderenti con delle scarpe basse, anch'esse nere.

Mi chiedevo per quale motivo ci fosse il ragazzo biondo dagli occhi color mare che il mio migliore amico, che ripeto, non vedevo dal giorno prima e sentivo una voglia incredibile di abbracciarlo.

« Noah sta facendo dei lavori in giardino, quindi non è potuto venire qui a prenderti. In teoria anche io dovrei essere con lui ma, dettagli. » rise sonoramente mantenendo lo sguardo puntato sulla strada. Non replicai per il semplice fatto che non ne avevo la forza ne fisica ne mentale, mi limitai a sorridere anche io, senza dire nulla.

Appoggiai la testa sul vetro freddo del finestrino, osservando i palazzi ed i condomini sfrecciare, davanti ai miei occhi. Osservavo gli alberi che si spogliavano delle loro foglie ingiallite, del sole che stava lentamente girando verso Ovest per scomparire e dare spazio alla luna, osservavo come le persone camminavano per strada.

Era Venerdì pomeriggio, quella sera dovevo lavare i vestiti di tutti, aiutata forse da Harry, ma ne dubitai dato che lo zio dopo avermi minacciato di morte, aveva detto al nipote che quella sera si sarebbero visti.

« Sei stanca? » la voce di Derek interruppe i miei pensieri sulle previsioni della serata.

« Solo un po', ma sto bene. » gli sorrisi debolmente, voltando appena la testa nella sua direzione: non avevo proprio la forza di fare nulla.

Raggiungemmo la via in cui si trovava casa nostra, la villa ed il ragazzo biondo parcheggiò davanti al cancello.

Scendemmo entrambi dalla macchina ed io mi sistemai per bene la borsa sulla spalla, poi iniziai a camminare all'interno del vialetto di casa.

-

Quel pomeriggio lo passai in compagnia di Noah, a potare le varie siepi nel giardino sul retro della villa: era un'attività rilassante e tranquilla. All'inizio mi ci volle un po' prima di riuscire a maneggiare i vari attrezzi senza che qualcuno mi aiutasse, poi iniziai a fare tutto da sola, ed il risultato fu più che soddisfacente. Finimmo intorno alle sette di sera a finire di potare tutte le varie piante. Quando raggiunsi Noah in giardino, stava sistemando alcuni vasi che dovevamo mettere all'interno della casa. Fummo in sei in giardino: io, Noah, Derek, Jennifer, Mark e Amanda. In realtà solo Noah e Derek erano addetti alla manutenzione del giardino, ma decidemmo di aiutarli, il giardino era troppo grande per sole due persone. Per qualche ora riuscii a non pensare a come la mattinata che era andata tutta precipitando, ma finito il tempo di stare in giardino le mie preoccupazioni erano tornate, più allarmanti di prima. Samantha, una ragazza dai capelli rossi lunghi fino alle spalle, dagli occhi color miele ed un carattere gentile e generoso, si offrì di cucinare per tutti, insieme a Travis. Io mi rifiutai sistematicamente di cenare, il mio corpo non avvertiva il bisogno di cibo e sinceramente io non me ne preoccupavo minimamente. Decisi così di iniziare a raccogliere i vestiti da lavare. Amanda era seduta sul balcone della cucina, continuando a girare sullo sgabello come una bambina.

« Mandy mi aiuti con i vestiti? » mi presentai sulla soglia della cucina con una bacinella blu, molto grande, fra le braccia ed implorai ogni santo esistente che lei rispondesse di si.

« Non dovrebbe essere Harry ad aiutarti? » sospirai scuotendo la testa e lei alzò gli occhi al cielo. « E va bene, ma lo faccio per te, non per lui. »

Mi voltai, dandole le spalle, ed iniziai a camminare verso il corridoio che dava sull'entrata per poi salire i gradini delle scale.

« Prendi i vestiti nelle prime dieci stanze, alle altre penso io. » le dissi mentre camminavamo lungo il corridoio.

« Certo, tu vai che vado a prendere qualcosa per tenere i vestiti. » annuii ed iniziai dalla stanza 1B.

Prendere i vestiti nei vari cesti bianchi, nelle stanze degli altri, era un lavoro monotono e noioso. Era anche strano dover infilare la mano per raccogliere i numerosi vestiti usati, soprattutto da parte delle ragazze.

Quando arrivai a raccogliere i vestiti miei e delle mie compagne, notai solo allora la quantità immane di vestiti che Hayley aveva usato nel giro di quattro, quasi cinque. Tutti vestiti corti, esageratamente corti.

Ogni volta che finivo una stanza io ed Amanda ci ritrovavamo nel corridoio e scoppiavamo a ridere, come se ogni nostra azione fosse strettamente connessa al corpo dell'altra, amavo la nostra sintonia e come le nostre risate rimbombavano nel corridoio.

Presto terminammo di raccogliere tutti i vestiti dalle stanze.

« Andiamo? » le chiesi mentre lei chiudeva la porta dell'ultima stanza in cui era stata, lei mi sorrise annuendo.

Così iniziai a camminare lungo il corridoio con la bacinella blu, piena di vestiti, seguita da Amanda dietro di me.

Mi chiesi dove era Harry e cosa stava facendo, 'non pensare a lui, ricordati: non deve più far parte della tua vita' mi ripeté la mia coscienza. Io però non avevo voglia di ascoltarla, volevo sapere veramente colui che il giorno prima avevo chiamato "principe", volevo sapere se stesse bene, se mi stesse pensando.. o peggio, se fosse stato con suo zio. Sentii un leggere brivido attraversarmi la schiena al solo pensiero del ricordo dello zio, quella mattina.

Attraversammo di nuovo il corridoio e scendemmo le scale velocemente.

Mentre camminavamo verso la lavanderia sentimmo varie risate provenire dalla cucina ed Amanda iniziò a lamentarsi del fatto che non voleva lavare i vestiti, del fatto che doveva esserci Harry es invece non c'era.

« Amanda, se vuoi lavo io tutti i vestiti, tu vai pure a cenare. » dissi, non appena fummo dentro la piccola stanza dalle pareti bianche, con due lavatrici e due asciugatrici poste una sopra l'altra sulla parete sinistra. Appoggiammo le bacinelle con i vestiti sul piccolo tavolo di fronte alle lavatrici ed io le sorrisi, mentre attendevo una sua risposta.

« Sei sicura? Cioè, sono tanti i vestiti e non credo che riuscirai, da sola, a metterli a posto tutti. » mi mise una mano sulla spalla, ed io annuii.

« Farò ciò che posso. » lei mi baciò la guancia ed uscii dalla stanza dicendo "grazie", dileguandosi dalla mia vista. Sospirai mettendo le mani sul tavolo e scossi la testa più volte per poi passarmi le mani fra i capelli.

« Cominciamo. » dissi iniziando ad ammucchiare i vestiti di colore bianco e gettandoli nel cestello della lavatrice. Lo stesso feci con i vestiti di nero, mettendoli nell'altra lavatrice libera. Poi divisi i vestiti a seconda dei colori, per occupare il tempo. Mentre sistemavo i vestiti notai che una maglietta nera era rimasta fuori dalla lavatrice, che ormai avevo fatto partire e che non potevo aprire, mi maledissi mentalmente stringendo la maglietta fra le mani.

La osserva attentamente: era una semplice maglietta a maniche corte nera, senza alcuna stampa particolare o qualche scritta decorativa e mi sembrava terribilmente familiare. Mi portai la maglietta sul viso ed inspirai profondamente il profumo rimasto impresso fra le fibre del tessuto: l'aroma di menta iniziò ad invadermi le narici, facendo irradiare quella sensazione di piacere e sollievo, per tutto il corpo, facendomi rilassare completamente.

Il profumo e la maglietta si associarono immediatamente ad un volto nella mia mente: Harry, la prima volta che lo incontrai, quattro quasi cinque giorni prima, la sera che mi svegliai alle cinque. Sorrisi d'istinto iniziando a stringere sul petto quel tessuto morbido che odorava di menta. Il cigolio della porta mi allarmò e mi voltai di scatto, lasciando cadere a terra la maglietta nera.

Harry comparve sulla porta: aveva il viso totalmente rosso, cosparso di sangue sulla maggior parte del viso. Aveva due tagli, uno sullo zigomo destro e l'altro che dal mento arrivava fino all'incavo del suo collo, ed era piuttosto profondo. Le mani avevano le nocche insanguinate, viola e rosse, totalmente gonfie. Il labbro inferiore di Harry era spaccato e gli usciva anche sangue dal naso.

Mi precipitai velocemente verso di lui, infilando un braccio sotto il suo destro, aiutandolo a dirigersi verso il tavolo in cui c'erano i mucchi di vestiti.

« Ciao piccola. » rise debolmente per poi tossire.

« Che ti é successo? » gli chiesi mentre lo aiutai a sedersi sul bordo del tavolo. Sentivo che la causa di tutti quei lividi ero io e ad un tratto mi ricordai di quella mattinata, esattamente mi ricordai il momento in cui lo zio di Harry, dopo essersi allontanato da me, aveva detto al nipote "Noi faremo i conti stasera" e gli avevano fatti veramente.

Mi morsi prepotentemente il labbro inferiore mentre lui manteneva i suoi occhi verdi sul mio viso, con un'espressione maledettamente seria. La sua vista, la vista del suo corpo così malridotto mi stava uccidendo, lentamente e non potei far a meno di iniziare a piangere.

Mugolai un "rimani qui" ad Harry, mentre mi precipitavo in lacrime verso il bagno più vicino per poterlo medicare, ma le lacrime e la vista completamente appannata, mi confondevano.

L'immagine di Harry che veniva picchiata da suo zio si ripeteva davanti ai miei occhi e volevo solo cancellarla, ma semplicemente non ci riuscivo.

Appena aprii la porta del bagno, iniziai a cercare in tutti i cassetti un kit di pronto soccorso e nel giro di qualche minuto lo trovai.

Presa la piccola scatola bianca, iniziai a correre lungo il corridoio e rientrai in lavanderia, chiudendomi la porta dietro, non volevo che qualcuno lo vedesse in quello stato, semplicemente perché non avrebbero capito.

Harry aveva la schiena attaccata alla parete ed aveva gli occhi chiusi, probabilmente si era addormentato.

Appoggiai la cassetta accanto alla sua gamba e volevo terribilmente baciargli ogni ferita, cosicché guarisse, ma non era possibile. Presi il bordo della sua maglietta grigia e la alzai di poco, per intravedere se aveva ferite anche sullo stomaco.

« Cosa stai facendo? » mi chiese mentre apriva lentamente gli occhi.

« Togliti la maglietta. » risposi semplicemente sospirando, lui lo fece. Nel tentativo di togliersi la maglietta sentii un suono secco, un "crack" ed un gemito di dolore di Harry.

Quando guardai il suo petto rimasi scioccata: cicatrici bianche costellavano il suo petto, insieme a cicatrici di forma circolare come se.. qualcuno avesse spento delle sigarette sul suo corpo. Un lungo taglio col sangue raggrumato si presentava lungo tutto il suo fianco destro.

Aprii la cassetta bianca e tirai fuori da essa del cotone, imbevendolo poi di disinfettante che iniziai a picchiettare sul taglio, lungo il suo fianco.

« Ti faccio male? » lui scosse la testa, portando il viso verso l'alto. Doveva essere stanco, terribilmente e io non potevo fare nulla per lui, se non curare le sue ferite che volevo terribilmente far mie.

Spostai lo sguardo sulle sue cicatrici bianche ed un groppo alla gola mi impedì quasi di respirare, così decisi di fasciare il taglio lungo il suo fianco, coprendo così quei segni del passato di Harry.

Presi la garza dalla cassetta ed iniziai a fasciargli il busto, facendo attenzione ai miei movimenti.

« È stato Nick, vero? » sussurrai senza alzare lo sguardo da quel che sto facendo.

« Si. » annuì per poi fare una smorfia di dolore.

Imbevvi un'altro pezzo di cotone di disinfettante e mi avvicinai al suo viso, iniziando a picchiettarlo sulle sue ferite, cercando di essere il più cauta possibile.

La sua espressione sul viso iniziò a farmi sentire male, sapevo che quelle ferite non potevo farle mie, non potevo appropriarmi dei suoi dolori fisici e soprattutto morali, non potevo portare via il suo dolore.

« Marie. »

« Dimmi. » alzai finalmente il viso, facendo incontrare i miei occhi ormai sul punto di straripare di nuovo, con i suoi occhi verdi, calmi e totalmente inespressivi.

« Voglio raccontarti tutto. »

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