Don't let me go.

Don't let me go.

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1. -Prologo.

"Sono arrivata al punto che anche nella scrittura trovo dolore.

Prima lo trovavo confortante - scrivere intendo.

Ora non trovo più parole. Fisso il foglio bianco davanti a me, rigirandomi tra le mani la mia matita preferita."

Tutti, in quella stanza troppo luminosa, si girarono verso di me.

Scrutai viso dopo viso.

Curiosità. I loro occhi erano avidi di sapere. Avevano una così tanta fame. Per loro, storie, stranezze, la qualsiasi erano importanti per la loro ispirazione.

Un ticchettio mi portò alla realtà.

Sbattei velocemente le palpebre e alzai per abitudine gli angoli delle mie labbra come per accontentare la persona che mi stava di fronte, come per farle capire che, adesso, aveva la mia più completa attenzione.

Mi fissava attentamente. Cercava di cogliere ogni mio movimento, anche il più impercettibile, forse per capirmi o forse perché non aveva altro che fare in quella stanza troppo luminosa.

Non fraintendetemi, per avere qualcosa da fare, ce l aveva. Insegnava.

Forse da troppi anni ormai.

L entusiasmo, comunque, si era spento.

La voglia di coinvolgere i propri studenti nelle più svariate maniere era sparito.

Il tempo aveva strappato via a quest uomo la voglia, l amore e la spensieratezza con cui era solito insegnare.

Mi piace pensare che sia stato il tempo a togliere quel luccichio nei suoi occhi che veniva fuori ogni volta che entrava in quella stanza troppo luminosa di cui mi parlavano tutti i suoi vecchi studenti.

Preferisco pensarla così perché è così un brav uomo che non gli augurerei mai di passare nel vicolo buio e stretto del dolore. Non gli augurerei mai di strisciare su quei ciottoli che ti si conficcano tra le costole, sullo stomaco, dritto nel cuore, mentre disperatamente cerca in tutti i modi di tirarsi su e correre via verso la luce e la felicità, ormai troppo lontane.

"Ognuno è libero di porre le più svariate domande alla compagna.* Finalmente aprì bocca. Appena la richiuse quattro mani si alzarono.

Tutti avevano qualche domanda da fare.

Li lasciai parlare ascoltando attentamente e appuntando ogni parola.

1. Perché proprio una matita? Con il tempo potrebbe schiarirsi e tutto andrebbe perso. Parole, pensieri, idee. Sarebbe come perdere una parte di se stessi.

2. Perché provi dolore?

3. Hai provato a rinchiuderti in camera e a pensare? Anche alla cosa più stupida per poi articolare un discorso più profondo?

4. Perché scrivere è confortante?

Mi alzai in piedi e li guardai tutti, nuovamente. Era scomoda quella posizione così mi sedetti su un banco, proprio di fronte alla finestra.

Dava sul campetto della scuola. C erano due gruppi di ragazzi.

Un gruppo stava ridendo fragorosamente. Qualcuno avrà sicuramente detto qualcosa di divertente.

Spensieratezza. Divertimento.

Li invidiavo. Sorrisi nostalgicamente.

Un altro gruppo stava in silenzio.

C erano due ragazze e un ragazzo che fumavano. Certe volte si scambiavano sguardi e sorridevano, sorridevano davvero e trattenevano anche qualche risolino. Si notava dalle espressioni che assumevano i loro volti.

Stavano bene in quel silenzio.

Vivevano in quel silenzio.

Invidiavo un silenzio del genere.

"Scrivo sempre con la matita perché sono sempre in cerca di cambiamenti, preferibilmente belli.

Se scrivessi con la penna, dovrei poi tagliare quel che non mi piace e scrivere negli spazi bianchi rimasti ancora inabitati da parole. Ne uscirebbe fuori uno scarabocchio. Sono già io uno scarabocchio.

Vorrei che almeno la cosa che mi piace di più rimanesse pura e quasi perfetta. In più vorrei che gli sbagli che farei non restassero lì, visibili a tutti.

Con la matita posso scrivere quello che voglio e, se sbagliassi, con una gomma potrei cancellare tutto e riscrivere, esattamente dove avevo sbagliato. Sarebbe un modo per auto convincermi che almeno qualcosa riesco a farla bene.

Provo dolore perché provo dolore. Non c è una spiegazione chiara e logica che riesca a soddisfare questa domanda. Giuro, che se ci fosse una risposta ve la darei, ma sono ancora alla ricerca. Semplicemente lo sento.

Si fa largo nel mio cuore, che lo pompa dappertutto.

Squarcia il mio stomaco.

Riempie i miei polmoni di qualche liquido invisibile che mi fa annaspare in questa strana vita.

Si fa strada nelle varie aree del mio cervello, oscurando tutto.

Si, ho provato a chiudermi in camera a pensare.

La prova è durata ore.

Stavo distesa sul mio letto a fissare il soffitto.

Il silenzio squarciava l aria.

Potevo solo sentire il rumore pesante dei miei respiri.

Avrei tanto voluto mettere fine a quel rumore.

Penso sia l unica voglia, l unico pensiero, che sia uscito fuori durante quest ammirazione del soffitto.

Ci credevo, ci speravo. Credevo e speravo nel fatto che ce l avrei fatta a sconfiggere questo dolore, a trovare le parole giuste da scrivere su quel foglio bianco.

Penso mi sarei accontentata anche delle parole sbagliate."

Mi inumidii le labbra portandomi una ciocca di capelli dietro l orecchio e mi girai verso i miei compagni e il mio professore.

Questa volta non mi concentrai sui loro volti.

Non volevo vedere cosa stessero provando verso di me in quel momento.

Una delle cinque persone parlò.

"Non hai risposto alla mia domanda."

Aveva una voce flebile. Sembrava avesse quasi paura di pronunciare le parole di quella frase.

"Scrivere è sempre stata la mia via di fuga, il mio piano B. Tutti hanno un piano B."

"Via di fuga? Da cosa vuoi scappare?" Fu il professore a prendere la parola. Mi guardava sempre con quel suo solito sguardo.

Aveva la morte negli occhi e il sorriso sulle labbra.

"Voglio scappare da tutto questo." Risposi senza scompormi allargando le braccia, come se distanziandole potessi racchiudere l intero mondo in quel piccolo spazio.

"Non voglio ridurmi come lei o come la maggior parte degli adulti. Avete quello sguardo. Fa così paura. Non voglio non provare più meraviglia ammirando vari paesaggi, i vecchietti che si tengono per mano, i bambini che giocano con i propri genitori. Non voglio non provare più qualcosa, qualsiasi cosa, mentre prendo il bus per andare a scuola, mentre litigo con mamma, mentre mangio, mi corico, prendo lo zaino o ascolto musica. Non voglio morire di monotonia. Non voglio avere il suo stesso sguardo."

Il professore fece un passo indietro, come se le mie parole l avessero spinto via.

Poi si avvicinò e poggiò la sua mano sulla mia spalla con fare paterno, come per creare un legame tra me e lui.

Il suo fastidioso sorriso si trasformò in qualcosa di più dolce e qualcosa nel suo sguardo si riaccese.

"Non farti questi problemi adesso, bambina. Hai una vita davanti. Non perderti in questi pensieri così bui. Ti tormentano. Si vede. Non preoccuparti per quel che avverrà dopo. Sii spensierata. Vivi ogni giorno come se fosse l ultimo. Poi..si vedrà."

La lezione continuò e io mi concentrai su come il professore spiegasse l argomento di oggi.

Uscita fuori dall aula di scrittura creativa, i miei compagni mi salutarono.

Mi sentii più leggera e cercai di seguire il consiglio di quel vecchio uomo.

Ricambiai i saluti dei miei compagni con affetto. Mi lasciai trasportare dalle emozioni. Spensi il cervello e mi lasciai andare.

Mi lasciai cullare dal calore di un semplice "ciao" e di un bacio sulla guancia.

Lungo la strada per arrivare al parcheggio delle macchine, salutai chiunque conoscessi ricevendo altrettanto calore da tutte quelle persone. Non pensavo più. Il dolore mi aveva abbandonata in quegli attimi.

Guardai il mondo che mi circondava con positività e mi sembrava di ammirare tutto come se fosse nuovo per me.

Ogni giorno sarà vissuto come se fosse l ultimo.

Ogni giorno mi sorprenderò anche delle piccolezze.

Ogni giorno terrò sempre più lontana la monotonia.

Nonostante tutto, dentro di me, qualcosa si tormentava.

Andava tutto meglio dopo le parole del prof, questo sì.

Avevo deciso di vivere ogni giorno al meglio.

Avevo deciso di non preoccuparmi più, di cambiare il mio punto di vista sulla vita.

Ma una terribile realtà mi colpì come un getto d acqua gelata.

Arrivata al parcheggio della scuola, mi aspettavano i miei genitori e il mio piccolo fratellino, in macchina.

Nulla di strano, fino a qui.

Quello che mi preoccupava era il portabagagli completamente pieno di valigie.

Un problema l avevo risolto nella classe di scrittura creativa.

Un altro problema, molto più grande e irrisolvibile, si pose davanti a me.

Sarei dovuta partire.

Un viaggio in America che non sarebbe durato una settimana, un mese, o due, ma tutta la vita.

Ero pronta a questo grande cambiamento?

"Vivi ogni giorno come se fosse l ultimo"

Le parole del prof rimbalzavano ovunque: nella mia mente, sull asfalto della strada, per le pareti della scuola alle mie spalle, sui finestrini delle altre macchine.

Mi sembrava di impazzire.

Chiusi gli occhi e presi un respiro profondo.

"E vaffanculo, alla faccia del presidente degli Stati Uniti, viviamo fino all ultimo questa vita."

AYEEEEE!

NUOVA STORIA GENTE!

BUONASERA A TUTTI.

HO DECISO DI SCRIVERE UN ALTRA FANFICTION DATO CHE QUELLA PRECEDENTE NON L HANNO LETTA IN MOLTI E QUINDI NON HO INTENZIONE DI CONTINUARLA.

QUESTA QUI PENSO SIA MIGLIORE QUINDI...CHE ALTRO DIRE??

SPERO CHE COLPISCA MOLTI DI VOI.

FATEMI SAPERE CHE NE PENSATE!

BACI,

ELENA❤️

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