Pazzia.

E se tutto quello in cui crediamo non esiste? E se niente di quello che vediamo fosse vero? Se tutto fosse una messinscena? Magari per farci vivere la vita serena, o per rendere la morte meno dolorosa, o semplicemente per divertimento. Per Abbie non è così. Lei riesce a vedere tutto il dolore, la pazzia, la finzione in questo mondo così perfetto. Lei riesce a vedere il mondo com'è veramente. Ma nessuno le crede. È considerata pazza. Viene presa in giro. Sono ormai due anni che Abbie è sotto antidepressivi e altri medicinali. Le impediscono di vedere il mondo vero. Le impediscono di utilizzare il suo dono. Ma un giorno i medicinali finiscono, e lei ricomincia la sua vera e nuova vita... In un manicomio.

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2. Abitudini

Capitolo 1: abitudini.

Era una grigia e piovosa mattinata invernale di sei mesi fa.

Dovevo andare a scuola per l'ultimo giorno, poi iniziavano le vacanze natalizie.

Per abitudine famigliare mia madre ogni sabato mattina cucinava i pancake.

Ed è stata questa la mia disgrazia.

Ero già pronta per prendere l'autobus: zaino in spalla, giubbotto e sciarpa infilati alla perfezione.

Aspettavo solo quella dannata colazione.

Mi ero seduta al bancone della cucina e tamburellavo le dita sul fresco piano in granito.

Lo sfrigolate del burro sulla padella mi faceva venire il mal di pancia.

Avevo una fame da lupi.

Cercavo in tutti i modi di non mettere ansia e fretta alla mamma, uscita da poco da cure di antidepressivi.

Ma non mettendole fretta ho mangiato i miei cari pancake poco prima che suonasse la campanella d'inizio lezione.

Ed erano cinque chilometri da casa mia fino alla scuola. Da fare a piedi.

Così mi sono messa in marcia.

Fuori l'aria era appiccicaticcia e carica d'umidità, dei nuvoloni neri so stavano riunendo sopra la mia testa: stava sicuramente per piovere.

Ma io non lo posso sapere.

Non mancava molto all'arrivo a scuola. Avevo seguito tutte le istruzioni di mamma: guardare la strada, non accettare passaggi, non parlare con gli sconosciuti.

Poi è successo il peggio.

Stavo camminando tranquillamente tra le pozzanghere formatasi la notte precedente per una pioggia senza fine; ed in una di queste mi ci cade un piccolo pupazzo che era attaccato alla cartella e risaliva alla mia infanzia.

Stavo cercando di individuarlo per poi prenderlo ma l'acqua era così torbida da non riuscire a vedere nulla.

Vedevo solo il mio riflesso.

E piansi. Per quasi mezz'ora.

Poi arrivò questa ragazza, della mia età credo, capelli lunghi e neri, occhi nocciola, un piccolo neo sotto al labbro.

Una ragazza qualunque.

Si era seduta vicino a me.

Non l'avevo mai vista in vita mia, e neanche quella volta era vera.

Un'immagine, ricavata da chissà dove.

Nessuno la vedeva, oltre me.

Volevo urlare, imprecare, uccidere.

Ero nella sua testa.

Stavo impazzendo.

Proprio come la mamma.

Non volevo diventare come lei.

Così avevo raccolto l'ultima occasione che mi era rimasta. Uccidermi.

Ma non ci riuscii, ero ancora viva.

In coma ma viva.

L'unica cosa che avevo perso erano gli occhi.

E mi diedero gli occhi di mia madre, la conducente dell'auto che mi aveva investito.

I suoi grandi e azzurri occhi vennero asportati e messi a me.

E ora dopo sei mesi capisco cosa vuole dire essere pazzi.

Ho scoperto perché vedevo quella ragazza la mattina di sei mesi fa.

Mia madre non prendeva gli antidepressivi, li riduceva in polvere e li nascondeva nella farina.

Quella mattina ha usato la farina.

E quel genere di medicinale causa allucinazioni se preso da individui sani.

Già.

Quella non era una grigia mattinata di dicembre.

Era una fresca mattinata di maggio.

Non era un sabato, ma una domenica.

Non c'erano pozze d'acqua e non avevo perso il pupazzetto, la ragazza non esisteva e sopratutto non volevo uccidermi io. È stata mia madre a cercare di farmi fuori.

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