Un'amore incantato

Lacie non è una ragazza come tante altre, i genitori sono morti tanto tempo fa e da allora vive in un orfanotrofio. Lacie non ha amici, solo i libri che tanto ama e cerca disperatamente almeno una persona speciale. Ma tutto cambia quando per caso nell'orfanotrofio si parla di una prova di coraggio. Una casa che si dice maledetta...

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8. Pericolo

Daniel rimase lì al centro della folla, le ragazze si avvicinarono a lui e lo abbracciarono -Sarà più divertente di quanto credevo- sorrise, ma quel sorriso era così malvagio e pauroso da poter essere definito ghigno.

Una delle ragazze che si strusciavano contro il corpo del ragazzo alzò gli occhi per incontrarsi in quelli verdi del giovane che scintillavano di un leggero brillo viola -Cosa hai detto?- disse con un tono brioso come un vento primaverile.

-Ho bisogno di te- disse Daniel, le prese il mento tra indice e pollice, sollevandole lentamente il volto, poi le schioccò un bacio sulle labbra - Mi aiuterai?- la ragazza dai lineamenti e curve perfette annuì -La distruggerai per me?- non fece nulla altro che sorridere in un ghigno maligno.

Daniel si avviò verso la scuola, mentre le ragazze, erano disposte in cerchio attorno al loro nuovo capo. La ragazza dai lunghi e lisci capelli castani con riflessi biondo e due inquietanti occhi color pece, le unghie smaltate di nero, un top rosa e dei jeans di marca e con delle vans all'ultimo grido -Ho un piano- disse.

Lacie entrò in classe e tirò un sospiro di sollievo, non capiva cosa fosse successo, ma non voleva nulla a che fare con Daniel, anche se era stato gentile con lei.

Qualcosa dentro di lei, le diceva che sotto quella apparenza da cavaliere si celasse qualcosa, ma di cosa si strattasse ora non le doveva importare, doveva pensare a come sopportare le lezioni e i suoi compagni.

Si sedette al suo solito posto, un banco situato nella penultima fila a destra, quello vicino alla finestra; era la più brava della classe, Lacie doveva esserlo per evitare di pesare sulle spalle della sua "mamma", infatti la sua media alta le pernetteva di studiare attraverso una generosa borsa di studio.

La classe era ancora vuota, si appoggiò al banco con il gomito destro e con la mano sulla guancia guardava fuori dalla finestra. Tutti erano fuori dalla scuola, mancavano pochi minuti al suono della campana, tutti ridevano e sorridevano, chi fumava e chi faceva l'oca, chi cantava e chi giocava. Era bellissimo. Ma lei era troppo diversa per poter finire in uno di quei gruppi, più volte si era convinta che un giorno ci sarebbe riuscita, ma tutto finiva con un fracasso, quindi aveva deciso di lasciar perdere.

La porta della classe si aprì, attirando l'attenzione di Lacie, la ragazza rimase paralizzata da quei occhi nocciola-ambrati, un tempo li osservava senza sosta, ora distolse rapida lo sguardo. Oliver entrò in classe e si sistemò, lanciando lo zaino nel banco vuoto dietro di lei e sedendosi.

La campanella suonò e tutti iniziarono ad entrare in classe urlando "buongiorno" e ridendo e chiacchierando tra loro. La professoressa Mcmelk fece entrare gli ultimi ritardatari poi si chiuse la porta alle sue spalle, la lezione di geografia era noiosa, Lacie si era letta tutto il libro ad inizio scuola; la professoressa Alessandra Mcmelk, non solo è anziana, ma quando spiega ha il lato negativo di avere un effetto soporifero su tutta la classe.

Tutti stavano con i loro telefoni o dormivano coperti dai loro libri, c'era anche chi era intento a studiare un'altra materia e chi disegnava. La ragazza si voltò ed incrociò il suo sguardo con quello di Oliver. La stava fissando, poi sbuffò e scocciato si sdraiò sul banco in una posizione tale da poter dormire indisturbato.

Lacie continuò a vagare con lo sguardo per la classe, le si congelò il sangue nelle vene, il suo sguardo si era incrociato con quello di Federica, era una ragazza bella, ma con quei occhi scuri che sembravano due enormi pozzi neri tremò. La ragazza mosse le labbra in un ghigno, Lacie distolse lo sguardo, eppure sentiva ancora i suoi occhi puntati su di lei.

Le altre due ore passaro veloci, tra poeti e opere del barocco, tutta la classe si divertiva ad ascoltare le spiegazioni della profesoressa Lucidi. Giovane, ha una trentina di anni, lunghi capelli biondi tinti e due occhi marroni, ma ciò che la rende realmente amata dai ragazzi, è il fatto che tratta i suoi alunni come se fossero suoi figli.

Eppure, anche in quelle due ore Lacie non era tranquilla, turbata da quegli occhi pece che non le davano tregua. Voleva scappare, doveva aspettare la ricreazione. La campanella suonò terminando la sua tortura, Lacie era contenta che la ricreazione fosse arrivata.

Corse fuori dall'aula e scappò verso l'ala della scuola meno frequentata e vi si sbarrò dentro. Eppure sentiva la presenza di quei occhi ancora addosso, non aveva mai avuto così tanta paura. Si guardò intorno, era entrata nell'aula che doveva essere il vecchio laboratorio di chimica. Ampolle e barattoli di ogni genere, contenevano sostante o liquidi colorati e lugubri, ogni tavolo era dotato di un lavandino e di una cassetta in legno, non voleva neanche immaginare cosa ci potesse essere all'interno.

Si lasciò cadere contro quella che doveva essere la cattedra, con la testa china all'indietro, sospirò. Si concesse di abbandonarsi a quel relax, chiuse gli occhi. Passi. Il rumore di passi la fece scattare, si alzò e si sistemò in posizione di attacco, i passi indugiarono davanti alla stanza, poi qualcosa strisciò all'interno del laboratorio, poi continuò la sua lenta passeggiata, lungo il corridoio.

Lacie si avvicinò la porta e guardò in basso, un pezzo di carta spuntava a malapena, lo raccolse e lo aprì.

La carta sembrava ingiallita dal tempo, così ruvida e fragile sotto le sue mani, parole in una bellissima grafia ottocentesca comparve, l'inchiostro nero non tipico di una penna, ma di una piuma. Lacie iniziò a girarsi la carta tra le dita, in cerca di chi doveva ricevere quella lettera. Trovò un nome. Lacie. La carta era per lei.

"Cara Lacie,

Sono Lysander, chiedo venia per il disturbo, ma volevo parlarti, a tutti i costi. Spero ti ricorderai di venire questa sera, c'è un altro ballo, ho fatto fare un vestito per te, spero non ti dispiaccia. Sarò il tuo accompagnatore, naturalmente, se mi concederete questo onore.

Vostro Lysander

P.S.: spero mi concederai di poterti stare accanto, Lacie."

Era stato Lysander a lasciarle il biglietto, lui era venuto solo per lei in quella scuola a consegnarle il messaggio. Lacie ripiegò la lettera e la nascose nella tasca destra del jeans, dietro il telefono. Uscì dalla stanza, il cuore le stava martellando il gola alla velocità della luce, Lysander, voleva vederlo, iniziò a percorrere rapida il corridoio, nella direzione in cui i passi si erano allontanati.

Come svoltò l'angolo si scontrò con un corpo morbido, voltò lo sguardo verso il malcapitato per chidere scusa, ma le parole le morirono sulle labbra.

"Merda!" Fu un pensiero o lo disse, non se ne rese conto, voleva scomparire, non riusciva a staccare gli occhi dai suoi.

Era lì e la stava fissando, un ghigno comparve e Lacie era paralizzata dal suo sguardo, voleva scappare ma le gambe non le rispondevano tremanti, voleva urlare ma le sue labbra si muovevano senza provocare alcun suono.

Federica. Era lei la persona con cui si era scontrata, e non era sola, dietro di lei, il corteo di seguaci, disposte a semicerchio pronte ad avventarsi su di lei, sola e disarmata.

-Ciao Lacie- disse Federica, aveva una voce bellissima di solito, questa voce, era dura, tagliente ed aveva una intonazione che non prometteva nulla di buono.-Ti va di giocare?-.

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