Un'amore incantato

Lacie non è una ragazza come tante altre, i genitori sono morti tanto tempo fa e da allora vive in un orfanotrofio. Lacie non ha amici, solo i libri che tanto ama e cerca disperatamente almeno una persona speciale. Ma tutto cambia quando per caso nell'orfanotrofio si parla di una prova di coraggio. Una casa che si dice maledetta...

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12. Nuovi dubbi e sicurezze

Oliver tornò in sé, le lacrime bagnavano le sue guance rigandole, il sapore salato delle sue lacrime gli invadeva il palato, Vincenzo lo scuoteva senza sosta, si fermò quando lo vide tornare lucido.

-Ehy amico ci sei?- gli chiese e come risposta ottenne un cenno del capo.

Oliver si guardava intorno cercando di fare mente locale, aveva giurato a se stesso che non si sarebbe mai più innamorato, non importava quante volte sarebbe caduto in quella trappola, lui non avrebbe più combattuto, si sarebbe limitato a restare nelle retrovie.

Era nel corridoio della scuola, ricordava di aver litigato con Daniel, poi nero. Era tornato indietro nel tempo, al giorno in cui il suo amore l'aveva uccisa.

-Amico la campanella è suonata da un pezzo- disse Vincenzo invitandolo a seguirlo per tornare nelle rispettive aule.

Così fu. Il ragazzo continuava a voltarsi a tratti per controllare se Oliver era ancora dietro di lui. Era sconvolto, gli era accaduto qualcosa, erano amici dalle elementari, si conobbero nel parco vicino casa loro e divennero inseparabili, Oliver era più piccolo di lui, era il fratello minore che non aveva mai potuto avere; ma sin da piccolo aveva qualcosa che lo tornentava.

Poi un pomeriggio capì cosa potesse tormentarlo, una bambina, gli presentò una bambina, la stessa che aveva salvato oggi però in una versione adolescenziale. Lacie. Oliver non gli spiegò mai il motivo per aver ferito la ragazzina di cui si era innamorato, ne mai perché la trattava male e la prendeva in giro, ne perché lo sguardo del giovane era sempre incollato ad ogni movimento della ragazza, intervenendo sempre in suo soccorso, il tutto senza far capire alla diretta interessata che lui la proteggeva.

-Ol senti, io ti considero come se fossi il mio fratellino minore, sei il mio migiore amico!-esclamò voltandosi, Oliver alzò lo sguardo e piantò i suoi occhi colmi di lacrime represse in quelli verde del ragazzo. -Se senti il bisogno di sfogarti ricordati che io ci sono, su di me puoi contare. Ricordatelo sempre-

Oliver lo abbracciò e come un bambino si lasciò andare, stretto in quel abbraccio carico di sicurezza, pianse le sue lacrime che erano cariche di amore, odio e rabbia, da ormai troppo tempo erano represse in lui.

-La amo, Lacie. Io la amo.- singhiozzava come un bambino piccolo, solo ed impaurito -Non posso starle avcanto, il mio amore la distruggerà, posso solo osservarla da lontano, non potrò mai toccarla, è il mio frutto proibito- confessò, questi pensieri ed emozioni erano macigni nel suo cuore, la notte lo attormentavano togliendogli il respiro, erano asfissianti.

Confessare tutto a Vincenzo gli fece sembrare di aver scaricato buona parte del suo peso anche a lui, il suo cuore parve più leggero, le lacrime si arrestarono e l'ultima morì nell'incavo del collo del compagno, che lo aveva stretto a sé, lo aveva ascoltato e consolato in un silenzio rassicurante, aveva sollevato uno dei massi che gravava su di lui e aveva asciugato le sue lacrime. Era felice di averlo accanto a sé.

Vincenzo si sentiva inutile voleva dirgli qualcosa, qualsiasi cosa, ma non sapeva cosa dire. Tentò più volte di dirgli qualcosa ma le parole gli morivano sulle labbra. Si limitò così a stringerlo forte, stretto tra le braccia di Vincenzo, Oliver si sarebbe sfogato, infatti pianse e lo strinse di rimando, si sentiva inutile, poi quando notò che si era calmato allentò la presa.

Ora che si era calmato lo prese intorno a lui si era fatto vedere debole e si staccò, tornò in sé, era pronto a concludere quel rapporto.

Lacie era in classe, il banco dietro di lei vuoto, la campanella era suonata da una decina di minuti e la profesoressa Gorgef di scienze, spiegava i tipi di stelle e le diverse luci che possono avere.

La lezione era molto noiosa, Lacie aveva già studiato quel capitolo poco dopo che aveva avuto tra le mani quel libro, il cielo e l'universo non erano immobili come sembra agli occhi delle persone.

Oliver non era ancora arrivato e la lezione era già a metà del suo corso, Lacie non era preoccupata ma una domanda frullava nella sua mente.

“Se fosse stato Oliver ad aiutarmi?” Il dubbio di trasformò in affermazione, non appena Oliver oltrepassò la porta dell'aula sotto lo sguardo minaccioso della profesoressa e si sedette al suo banco. Quando era entrato in aula, una figura si stagliava dietro la porta, Vincenzo. Come riconobbe la piccola ragazza le sorrise e con un semplice gesto della mano la salutò e Lacie colma di gratitudine gli sorrise salutandolo a sua volta.

Oliver passò il resto della giornata a rimugginare su quella frase che Vincenzo gli aveva sussurrato all'orecchio mentre entrava in aula. “Lei ne vale la pena?”

Non sapeva cosa pensare, Lacie per Oliver era tutto. Eppure quella domanda tanto semplice nascondeva un ché di pericoloso, lui era innamorato di lei e quest'ultima non ricambia. Voleva poterle stare accanto più di chiunque altro, voleva stringerla, come aveva fatto più di una volta e baciarla.

“Sono attratta da lei, come dall'aria quando si è sott'acqua. Lei vale la pena, qualsiasi pena.” Poi oscuri ricordi tornarono alla mente, finivano tutte allo stesso modo, lei moriva tra le sue braccia, sempre con quel sorriso che celava la sua paura per la morte che incombeva su lei senza pietà. “No, non sarebbe accaduto, gli starò lontano. Lei mi deve odiare”.

Eppure stava lì, seduto dietro di lei e la osservava, le sue spalle larghe ma minute, la linea della spina dorsale, dove voleva far passeggiare le sue dita, per provocarle brividi di piacere.

Tutto spariva intorno a lui, c'era solo spazio per Lacie nel suo campo visivo, era come il frutto proibito e lui era come Eva, voleva cogliere il frutto anche se non poteva.

Lacie era attenta alla lezione di economia aziendale, era un tema veramente noioso, anche se aveva la media alta, odiava l'economia e la profesoressa Ozyel, Mary Ozyel. L'odio era reciproco, ma più tentava di abbassarle la media più Lacie prendeva ottimi voti, la loro era una sfida del tipo "vince chi non cede per primo".

Oliver sorrideva nel vederla come quella professoressa potesse metterla in difficoltà, ma amava guardarla mentre vinceva e faceva un piccolo segno di vittoria sotto il banco, creando una "V" con le dita dell'indice e del medio. Lo faceva sin da quando era piccola, glielo aveva visto sempre fare, diceva di averlo copiato dalla madre, che da sempre le aveva insegnato a farlo quando sentiva di aver vinto.

Anche l'ultima ora si concluse, tutti i ragazzi in massa scapparono dalla classe, Lacie stava chiudendo il suo zaino, e se lo mise in spalla, auricolari e musica erano già in posizione di battaglia, si mise il cappuccio ed uscì da scuola.

Tutti ragazzi che vociferavano, urlavano e sghignazzavano, Lacie procedeva lenta e silenziosa tra di loro e mentre la folla correva spintonandola, lei restava salda e sicura. Una spinta più forte di prima, una mano la soresse, si fece aiutare, non vedeva la persona che l'aveva salvata, ma intuiva che stava sorridendo.

Quando guardò la misteriosa figura, la prima cosa che notò furono i suoi occhi. Lei li conosceva, li ricordava perfettamente. Occhi grigi pieni di dolcezza e mistero, eppure la sola vista di quei bellissimi occhi le lacerava lo stomaco e il cuore le galoppava in gola, riconosceva cosa provava, le era già capitato, eppure anche se leggermente diverso lo comprendeva. Era innamorata di lui.

-Grazie Lysander- gli sorrise ed il ragazzo sorrise a sua volta.

Una spallata, Lacie voltò lo sguardo e vide i dolci ricci castani e quei due occhi, pieni di rabbia e odio, erano due fessure ambrate, per quanto terrifiche Lacie ne rimase sconvolta, il cuore le perse un colpo. Oliver.

-Scema! Non startene a parlare all'aria e pensa a prendere il bus.-

Stava per dirgli qualcosa, ma non credeva valesse la pena, tornò a voltarsi verso Lysander che era ancora una volta sparito, senza lasciare la minima traccia.

“Se fosse stato Lysander invece di Oliver a salvarmi? Però adesso si è presentato lui in persona, non è codardo da mandare qualcun altro, neanche Oliver è un codardo chissà perché ha mandato Vincenzo al suo posto.” Pensò, ma durò poco perché il bus stava chiudendo le porte. Salì sull'autobus per un pelo.

Tornarono all'orfanotrofio, la dolce signora Owens le aprì la porta sorridendole, sentì la presenza di qualcuno dietro di sé, si voltò, Oliver.

-Ti dovresti togliere o la gente non può passare. Ciao mamma- la Signora Owens arrossì e gli sorrise di rimando.

-Scusami...- disse sussurrando Lacie, poi una rabbia si impadronì di lei, lui la stava guardando con uno sguardo di superiorità -Dovresti essere gentile con le ragazze o nessuna ti vorrà- lui rimase immobile e abbassò lo sguardo -Ti odio Oliver- lo odiava per averla lasciata, la innervosiva il fatto che oggi l'aveva salvata e che anche offendendola riusciva a far cambiare le attenzioni della gente, evitando così di essere presa in giro, lo guardò un'ultima volta poi corse in camera sua.

Sospirò chiudendosi la porta alle spalle, era stata cattiva, ma lo odiava, non aveva senso aiutarla e trattarla male allo stesso tempo.

Gettò lo zaino ai piedi del letto, qualcosa attirò la sua attenzione, una lettera.

“Lysander?” Pensò.

Si girò la lettera tra le dita e lesse il nome Lucy. Avevano sbagliato a lasciare la lettera di sicuro, eppure quel nome le suonava nelle orecchie martellandole il cervello. Qualcosa in lei scattò.

Le pesanti catene caddero, l'antico lucchetto che le teneva unite fu rotto, la porta dei ricordi era ora libera. Lacie si ritrovo in un luogo nero e buio, una nebbiolina bianca copriva il suolo. Un'enorme porta rossa a forma di arco a sesto acuto era davanti a lei, sulla porta comparve un cartello. Lucy.

Quel nome era suo, ma non ricordava il perché, la testa le faceva male, si piegò in due e chiuse gli occhi.

Il dolore scomparve aprì gli occhi la vista era scura, sbatteva le palpebre velocemente e la vista stava tornando normaleera sdraiata su qualcosa di morbido, qualcosa di caldo le cadde in volto, acqua.

La vista ora le era tornata nitida, era sdraiata sul suo letto, accanto a lei qualcuno stava di spalle, riconobbe subito quei bellissimi ricci castani. Oliver.

Lo aveva trattato male e stava accanto a lei aiutandola incondizionatamente, Oliver stava trafficando con la cassetta del pronto soccorso, intando si asciugava le lacrime.

Il ragazzo dopo aver subito il suo sfogo si sentì colpevole, vederla correre in camera sua gli fece male, stava passando vicino camera sua per andare alla sua; quando udì quel tonfo, poi le urla di Lacie arrivarono alle sue orecchie e si precipitò all'interno. Quando la sollevò da terra, iniziò a sussurrare vari nomi per poi pronunciare il suo, e disse una frase che fece preoccupare Oliver “Io sono Lacie e Lucy è me”.

Stava ricordando qualcosa del suo passato, glielo avevano siggillato ed ora non riusciva a capire come aveva ricordato il suo nome. A terra seminascosta dalle lenzuola c'era la lettera.

Lacie analizzò a mente fredda cosa le era successo, decise però di chiudere gli occhi e far credere al ragazzo che fosse ancora svenuta. Oliver le si avvicinò e dolcemente le scostò i capelli dal viso, la sua mano era stranamente fredda e lei che di solito era fredda, ora era calda.

-Lucy, non importa quante volte rinasciamo, tu sei sempre la stessa, non cambi mai.- era un tono stranamente dolce che le ricordò qualcosa, un qualcosa di concreto accaduto in un altro tempo, nel passato.

Senti qualcosa di caldo invaderla, sembrava la stesse ustionando, gridò. Era nuovamente in quella stanza, la porta immensa, la scritta e il buio denso e fitto, il freddo era nuovo, ma le perforava la pelle come se lentamente qualcosa le stesse tagliando la carne.

Qualcosa di luminoso era alle sue spalle, ma qualcosa le impediva di voltare lo sguardo, quel bagliore lo conosceva, ma cosa fosse non lo ricordava.

-Apri!- disse una stridula voce, eccheggiava nell'aria e si espandeva come un eco attraverso le pareti.

-Aprila- disse una seconda sembrava vicina, ma davanti a lei o di lato non vi era nessuno.

-Apri la porta!- urlò una terza che rimbombò, erano nella sua mente, quelle voci non erano fuori, ma dentro la sua mente e la graffiavano.

Lacie urlò dentro la sua stessa mente un urlo devastante che la fece cadere a terra. Si svegliò ancora una volta. Si guardò intorno era ancora nella sua stanza sul suo letto. Oliver non c'era più, era sola.

Lacie non si mosse, era troppo stanca per alzarsi ora, si limitò a chiudere gli occhi ed a riposare, un sonno buio e senza sogni.

Si svegliò con le urla dei bambini che ridevano, correvano e scherzavano. La ragazza guardò il display del telefono erano le 17.30, aveva dormito tanto, ma ora stava meglio.

“Cos'è quella porta? Perché mi dicono di aprirla? Io sono veramente Lacie? Io so di essere Lacie, ma allora perché quel none Lucy mi appartiene?” Lacie non capiva nulla, quella porta ormai era nella sua mente, indelebile. “Deve avere un significato tutto ciò!” Sapeva dove andare, solo un posto era da sempre riuscito a rispondere a tutte le sue domande. La biblioteca.

Si alzò dal letto non curante dei giramenti della testa che le vennero, doveva correre, i muscoli tesi e doloranti si muovevano più lentamente di quello che la ragazza voleva, i muscoli ad ogni passo si facevano più doloranti e deboli, a farli correre la determinazione della ragazza.

L'ingresso era così vicino, la maniglia era a pochi passi da lei, allungò la mano per afferarla, avrebbe scoperto quel segreto, mancava poco, pochissimo già sentiva il freddo della maniglia.

“No!” Pensò.

Oliver tornò nella camera di Lacie, lei non c'era, sentì dei passi correre sotto di lui, stava correndo, stava andando alla biblioteca. Troppe volte l'aveva vista correre e quante volte l'aveva inseguita, ormai avrebbe riconosciuto ovunque il rumore dei suoi passi simili ad una melodia.

Corse più veloce del vento, doveva fermarla, aveva capito dove stava correndo, non l'avrebbe permesso di farle scoprire quel volume, lei doveva stare al sicuro da quel segreto oscuro, tutto sarebbe cambiato, e la porta si sarebbe spalancata, si erano già allenatate le catene quando era andata in quella casa, lei non ci sarebbe mai dovuta entrare, sapeva che si sarebbe innamorata di lui, sapeva che sarebbe rimasta sconvolta da quel mondo fatto di eleganza, luci e ombre, un luogo di riunione solo per pochi, un luogo speciale.

“Lucy non entrare” pregò mentalmente.

Oliver correva, riuscì ad afferrarla per il polso e la portò via, Lacie non voleva andare, doveva entrare e cercava di opporsi al fatto che la stava trascinando lontano dalla verità.

Imprecò, la stretta sul suo polso era forte, più cercava di stanziarsene più si stringeva, i muscoli di Lacie erano provati dalla corsa, la testa le girava ancora, più si sforzava più si sentiva male.

Tentò per un' ultima volta, non ci riuscì, il mondo intorno a lei diede un giro, si fece sfocato e tenue, poi divenne oscurità.

Si svegliò nuovamente sul letto, più confusa di prima, Oliver stava cercando qualcosa nella cassetta del pronto soccorso.

“Un sogno. Deve essere stato un altro sogno.” Pensò. Doveva scoprire il significato di quella porta e della visione di prima, non capiva il motivo di quei sogni, ed era ignara del perché aveva sognato Oliver. “È maleducato anche nei miei sogni, almeno ci ho fatto l'abitudine”.

Si portò una mano al viso per stropicciarsi gli occhi e vide dei segni rossi sul polso. Segni di una mano. Non era stato un sogno, ne era consapevole, doveva stare attenta.

Oliver si voltò con un termometro in mano, poi si avvicinò al letto, i suoi occhi azzurri fissavano quelli nocciola di lui, cercava una risposta ma non vedeva nulla, la sua espressione era indecifrabile.

Le sistemò il termometro senza parlare ne fare il minimo rumore, parve quasi nemmeno fiatare, continuavano a stare in silenzio, nessuno diceva nulla, la sua sfortuna era anche che il termometro era uno di quelli vecchi a mercurio, quindi non vi sarebbe stato nessun bip a salvarla da quel silenzio insopportabile, interrotto solo dai respiri di entrambi.

Il tempo passò lento, quando tirò fuori il termometro mi guardò arrabbiato.

-Hai preso la febbre- sosppirò, la guardò serio ed il corpo della giovane s'irrigidì -Non puoi uscire di casa finché non si sarà abbassata la temperatura-.

-Ti odio, e non sei nessuno per dirmi cosa devo fare stupido Oliver- disse ma intanto piangeva e si voltò dal lato opposto, la sua lucidità stava scomparendo a causa della febbre alta.

-Stupida a me non me ne frega niente di te! Ma la signora Owens si preocuperebbe se tu con la febbre quasi a quaranta te ne vai i giro barcollando!- le urlò contro e lei si voltò nuovamente e lo guardò, era arrabbiato aveva gli occhi seri e il color nocciola dei suoi occhi ora era scomparso del tutto, i suoi occhi erano completamente ambrati.

La mente di Lacie reazionò, la ragazza era nuovamente davanti alla porta che si era spalancata mostrando un lungo corridoio che brillava di bianco in quella oscurità perenne, le porte scintillavano di vari colori e le loro relative sfumature. Si fece coraggio, chiuse gli occhi e trattenendo il respiro si addentrò al suo interno.

Oliver sentì un brivido lungo la schiena, Lacie si era addormentata di botta, non era qualcosa di normale, le toccò la mano. Ghiacciata. Prese la sua mano tra le mani e era così palida e soffice. Tutto il suo corpo era diventato immobile come una statua di pietra, non stava respirando, oliver capì cosa stava succedendo, la sua anima aveva abbandonato il suo corpo per fuggire in qualche luogo dove non avrebbe potuto salvarla.

La sua mente.

-Lacie, Lacie!- la chiamava disperatamente, sapeva che era davanti alla porta dove lui e suo fratello le avevano siggillato la memoria anni fa, lei non doveva ricordarsi chi veramente era o sarebbe accaduto di nuovo. Lei sarebbe morta nuovamente tra le sue braccia.

Lacie era entrata nel lungo e bianco corridoio, le porte erano migliaia, di diferse forme e dimensioni, ma anche colori. La ragazza guardò le due file di porte che si estendevano dalle due pareti. Lacie sentiva l'eco di una voce che si propagava dietro di lei, era disperata e disperatamente la chiamava. Non si sarebbe voltata, non sarebbe caduta alla tentazione, non si sarebbe arresa. Aveva paura di quello che potesse accaderle, ma era pienamente consapevole che voleva scoprire quei segreti.

Si avvicinò ad una porta che aveva attirato la sua attenzione, era nera e coperta da una ragnatela gigante, ma non vi era alcun ragno. Lacie odiava le ragnatele e i ragni, ma sentiva il bisogno di dover aprire quella porta.

Dovette portare entrambe le mani al centro della porta, toccando così le orribili e schifose ragnatele appiccicose, tirando verso gli estremi, per poter aprire un varco abbastanza grande da farla entrare senza che ragnatele o ragni gli cadessero sopra.

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