Un'amore incantato

Lacie non è una ragazza come tante altre, i genitori sono morti tanto tempo fa e da allora vive in un orfanotrofio. Lacie non ha amici, solo i libri che tanto ama e cerca disperatamente almeno una persona speciale. Ma tutto cambia quando per caso nell'orfanotrofio si parla di una prova di coraggio. Una casa che si dice maledetta...

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3. La casa

La notte arrivò molto più velocemente di quanto si potesse aspettare, tutto l'orfanato era piombato nel silenzio più totale, Lacie era rimasta sveglia. Guardò il cellulare, la sua luminosità la rese cieca per qualche secondo, era mezzanotte, nei romanzi era considerata l'ora degli spettri, dei demoni e delle streghe, l'orario perfetto per andare a caccia di case maledette.

Lacie si alzò e con passi felpati si diresse verso l'armadio, dopo essersi tolta il pigiama fu rapida nel infilarsi il reggiseno e l'enorme felpa nera su un paio di pantacollant anch'essi neri e le converse dello stesso colore ma con stelle bianche. Dentro la tasca della felpa vi nascose una torcia a pile e il cellulare.

Uscì dalla stanza e scese le scale nel massimo silenzio era quasi arrivata alla porta quando un braccio l'affera e la stringe contro un petto che non riconosceva, alzò gli occhi a vedere chi fosse lo sconosciuto ragazzo, rimase paralizzata. Il ragazzo che la stava abbracciando tenendola stretta a lei era Oliver.

-Cosa vuoi?- sussurò Lacie per evitare di fare troppo rumore.

-Non ti faccio andare da sola in quella casa te l'ho già detto- disse Oliver guardandola dritto negli occhi con una mutua supplicca nascosta nel luccichio dei suoi occhi.

- Lasciami andare!- sbottò piano la ragazza -Tu non sei nessuno per fermarmi- e aveva ragione, Oliver non era più nulla per lei, quindi non aveva nessuna voce in capitolo sopratutto nelle sue scelte personali.

- Ti prego Lacie ascoltami io...- la ragazza ne aprofittò e sciogliendo l'abbraccio aprì la porta della casa e uscì chiudendola velocemente e al tempo stesso senza alcun minimo rumore. Oliver non potette fare nulla che vedere la scena svolgersi come al rallentatore sotto i suoi occhi, come voleva correrle dietro, prenderla per un braccio e urlargli contro tutto quello che provava per lei ma l'unica cosa che fece fu imprecare e prendere una sedia e metterla in un angolo buio vicino alla porta dell'ingresso. L'avrebbe aspettata, lei sarebbe tornata, doveva tornare o lui non sapeva cosa avrebbe potuto fare.

Lacie correva lungo la strada diretta fuori città, si voltava dietro per vedere se Oliver non la stava seguendo. Aveva il cuore a mille e non era solo perché stava correndo, stava sudando freddo e non solo per via del freddo della notte, la mente non faceva altro che ricordarle il calore e la forza ma anche la delicatezza con cui l'aveva stretta e quella preoccupazione che aveva nel farla andare sola in quella casa.

Rallentò il passo e iniziò a godersi il freddo di quella serata di luna piena dove le stelle parevano brillare di meno come se divorate dalla luna. Le case si susseguivano l'una accanto all'altra in uno spettacolo sempre uguale e noioso.

Dopo quasi un'ora di camminata Lacie raggiunse i margini della città dove iniziava la campagna. La luna illuminava il tetro sentiero ricoperto ormai di erbaccie, la sagoma della casa si stagliò a qualche metro da lei, era imponente ma non molto grande, aveva solo due piani e il giallo della casa ormai era un giallo morto, spento.

Lacie percorse il sentiero arrivando ad un gigantesco cancello di ferro battuto, arruginito dalle svariate piogge e dallo stato di abbandono in cui era. Un grosso lucchetto ne bloccava l'ingresso, ma la ragazza tentò ugualmente di entrare, riuscì ad aprire uno spiraglio abbastanza grande per poter entrare. Si accovacciò e prima fece entrare la testa e poi il resto del corpo, il passaggio era stretto ma per fortuna era molto flessibile. Si rimise in piedi.

Un sentiero brecciolato costeggiato ai bordi da alberelli secchi e malnutriti che si innalzavano e si intrecciavano tra loro creando un effetto tetto da dove i raggi luminosi della luna filtravano tenuamente e rendevano il percorso cosparso di giochi di luci inquietanti. Le converse sembravano affondare nel terreno melmoso pieno di foglie morete e molli, e in prossimità della casa sotto le scarpe nascosto tra le foglie lo scricchiolio di pezzi di vetro.

La casa era una sorta di villa e le finestre al primo piano erano rotte e molti pezzi di vetro erano sparsi a destra e a manca. L'edera aveva coperto l'intera facciata e donava un'aria ancora più inquietante, il sangue parve congelarsi nelle vene, il freddo sembrava essere aumentato tanto che pareva le trafigesse la pelle con pugnali affilati.

Il portone era grande e il legno era marcito col tempo, costituito da due porte con due batocchi a forma di leone che mostrava i suoi enormi denti come in un ruggito. Inquietanti. Lacie fece un passo indietro intimorita da quella testa di leone che sembrava volerla divorare.

"Devo farcela, non posso avere paura." Si disse tra se e se, sapeva che doveva aprire quella porta ed entrare.

Avanzò verso la porta, non voleva toccare quella porta così tenebrosa e decise allora di provare ad aprirla con un calcio, che assestò al centro delle due porte. Le pesanti porte tremarono sotto il potente calcio ma nulla di più. Erano ancora chiuse come se il calcio non le avesse fatto neanche il minimo di danno.

"Stupidi film!" Pensò.

Sapeva bene che i film erano finti e che nulla corrispondeva alla realtà, ma aveva sperato con tutto il cuore che quella porta si aprisse, no voleva toccare quell'anello che il leone sulla porta teneva a denti stretti.

Si avvicinò alla porta e quando cercò di aprire la porta un rumore dietrò di lei la pietrificò, si voltò di scatto in tempo per vedere volare un corvo dal cespuglio di frutti rossi. Sospirò. L'aria intorno si era fatta tensa, come se tutti aspettassero che lei aprisse quella porta, alzò nuovamente la mano, pregando che nulla la spaventasse più di quanto non fosse già.

Non dovette neanche aprire la porta, con il solo sfiorarla la porta si aprì sola e senza il benché minimo sforzo.

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