Nuova movella

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Una lacrima le riga il viso.

***

Lei era lì. Aveva sette, otto anni al massimo, seduta su di una panchina del grande parco. I lunghi capelli fendevano l’aria, guidati dal vento, talvolta posandosi su una delle spalle della bambina.

Dondolava i piedi avanti e indietro, mentre nei suoi occhi color caramello regnava il vuoto, la solitudine.

Quando vedeva altri bambini della sua età correre e giocare in gruppo, si rizzava velocemente in piedi, fingendo di allacciarsi una scarpa.

Un comportamento astuto, per non farsi notare.

Un comportamento furbo, per non far capire che era sola.

Un comportamento fin troppo maturo, per una creaturina della sua età.

Da dietro una grande quercia, una chioma bionda la osservava.

Circa due anni in più di lei.

L’aveva sempre osservata in realtà, in segreto, studiando ogni suo comportamento.

E l’aveva vista fingere di aspettare la madre, di legare i lacci del pantalone, di parlare con “qualcuno” dall’altro lato della strada.

Per non farsi notare.

Per non far notare a nessuno la sua solitudine.

Quel sentimento amaro che le colmava gli occhi.

E aveva desiderato, di tanto in tanto, uscire allo scoperto, parlarle.

Perché lui era sicuro, sicurissimo, che anche una sola parola le avrebbe fatto nascere un sorriso, sicuramente meraviglioso.

E si sa che i bambini sono sinceri, spontanei. E hanno sempre ragione, in quel che pensano.

Cosa lo bloccava allora?

Forse era la stessa tristezza nelle sue iridi, a pietrificarlo.

A fargli pensare che forse si sbagliava.

A fargli rendere conto che una parola non sarebbe bastata.

No, non era quello, ciò che lei necessitava.

Eppure doveva farlo.

E uscì, si fece vedere da lei.

Si sedette sulla sua stessa panchina, al suo fianco, rispondendo allo sguardo interrogativo della bambina con un grande sorriso.

-Ciao! – esclamò LUI felice.

Il volto al suo fianco sembrò prendere un po’ di colore.

-Ciao –gemette piano LEI, come se non fosse abituata a parlare con qualcuno.

Si guardarono per un po’, il tempo per permettergli di stabilire che non doveva finire così.

Fece finta di disinteressarsi, guardò altrove.

-Sembri molto sola...

Poi la guardò negli occhi, e la vide arrossire.

-In verità, io stavo aspe…

Il biondino scosse la testa.

-Ti ho vista, sai. So che stai sempre qui, fingendo di aspettare… So che non è vero.

E la tanto odiata lacrima si formò sull’orlo dell’occhio della bimba.

-Io…

Lui le prese la mano, alzandosi in piedi e invitandola a fare lo stesso.

Le sorrise, e puntò i suoi occhi oceano in quelli caramello della fanciulla...

Poi, le fece un segno con la testa, indicandole il prato.

-Ti va di giocare un po’?

Eh sì, i bambini hanno sempre ragione.

E come il piccolo eroe aveva pensato, il sorriso che si formò sul volto di lei era davvero magnifico.

Ma cosa ancora più magnifica, quello che lui non sapeva, era che lei, dopo tempo, stava sorridendo.

Non sforzandosi di apparire allegra, ma gioiosa per davvero.

E poi si sa come fa a finire, no?

Iniziarono a rincorrersi sull’erba asciugata dal sole, a nascondersi nei più improbabili nascondigli, a spingersi a vicenda.

A ridere.

Sfiniti, si lasciarono andare sul verde, ansimando per le lunghe corse.

Nella stessa posizione di due frecce opposte, l’uno indicando l’altra, solo i due visi s’incrociavano.

All’improvviso, senza una spiegazione, lui prese lo slancio e si alzò, aiutando anche lei.

Fece finta di ritornare serio, si spolverò un po’ la maglietta e tese la mano.

-Niall – esordì.

Lei rise, poi si pose come un’importantissima dama, fingendo un’aria superiore e strinse la mano.

-Keira.

Nia, lo chiamava lei, lui preferiva Kei.

-Non sono una chiave! – brontolava lei.

- La mia chiave.

Ma purtroppo tutto è destinato a finire, in un modo o nell’altro…

L’amicizia durata quasi due anni, fu troncata.

-Mio padre deve andare in America per lavoro – disse Nia.

Sapevano cosa stavano perdendo.

Si abbracciarono, consapevoli che le parole avrebbero peggiorato la situazione.

***

Ora lei è cresciuta, ha diciassette anni, e continua, di tanto in tanto, a pensare a lui.

Soprattutto ora.

È seduta sulla panchina del grande parco, lo sguardo basso, dondolando i piedi.

Una lacrima le riga il viso.

La sua migliore amica Jo l’ha tradita.

O meglio, il suo ex-ragazzo Ron l’ha tradita con la sua ex-migliore amica Jo.

E fa male.

Ora, più che mai, pensa a lui, al suo Niall.

A quel giorno, a quando tutto sembrava perduto.

Qualcuno si è seduto accanto a lei, ma è troppo triste perché alzi lo sguardo. Può vedere solo le punte delle scarpe, e non è di certo abbastanza.

Probabilmente è quell’infame di Jo.

-Sembri molto sola…

Lei spalanca gli occhi, stupefatta.

Non è una semplice frase per lei.

Alza lo sguardo, puntandolo sulla figura di fianco, che fingendosi disinteressato guarda altrove, per poi far cadere le sue iridi su di lei.

Le lacrime iniziano a formarsi.

È un’altra persona, non c’è dubbio.

Ma quegli occhi, lei li conosce già.

Sono passati circa dieci anni, ne ha diciannove ormai.

-N-Niall – balbetta incredula, e si tuffa tra le sue braccia, scoppiando a piangere.

Lui le accarezza i capelli.

-Shh Keira, ci sono io qui.

E ancora una volta sono insieme.

Sono LUI e LEI.

E ancora una volta, c’è lui.

Il suo eroe.

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