Wish on a starry night

Il suo nome è Kiyoshi, in giapponese significa ‘puro’. È il settimo figlio di una famiglia proveniente da Osaka. Essendo il più problematico dei sette figli, i suoi genitori lo ignoravano piuttosto di frequente. Questa situazione lo faceva stare così male al punto che decise di scappare da quella casa. Grazie ad un suo amico d’infanzia riuscì a trovare i soldi per trasferirsi a Tokyo. Appena arrivato lì, a soli sedici anni, cercò invano di trovarsi un lavoro e si rese subito conto di non aver preso in considerazione che nessuno lo avrebbe assunto. Dopo mesi passati sotto un ponte, riuscendo a stento a vivere dignitosamente, un uomo gli si avvicinò e gli offrì un lavoro che mai si sarebbe aspettato di fare: il gigolò.

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5. Alone - 4° Capitolo

Alone

4° Capitolo

 

“Forse è meglio che ti fermi qui per oggi.” Mi disse Kiyoshi preoccupato.

“Sto bene.” Risposi riprendendo a raccontargli la mia storia. “Fui affidato a mia zia, la mia unica parente che mi era rimasta.”

“Tua zia è la proprietaria di questo posto, giusto?”

“Si.”

“Ti ha dato lei l’opportunità di lavorare qui?” Mi chiese.

“Kiyo, la mia non era un’opportunità, era l’unica scelta che potevo fare se volevo rimanere.” Sospirari. “Per mangiare e dormire devo pagare. Questo è l’unico modo che ho per avere i soldi necessari per pagarmi tutto quello di cui ho bisogno.”

“Mi dispiace, non avrei dovuto dirlo.”

“Non ti preoccupare.” Mi alzai dal letto asciugandomi le lacrime che mi bagnavano le ciglia. “Penso che ora andrò a farmi una doccia.” Aggiunsi. “Grazie per avermi ascoltato, Kiyo.”

Mi sorrise tristemente mentre lasciai la stanza.

Entrai in bagno e chiusi la porta facendola sbattere.

Appena capii di essere rimasto solo le gambe mi cedettero e caddi davanti alla porta.

Tirai un pugno contro di essa nel momento in cui le lacrime ripresero a scendere. Merda…merda!

“MERDA!” Mi alzai e presi a calci la porta per la rabbia e la tristezza che provavo in quel momento. Perché doveva succedere a te, eh Hiroki? Perché non sono morto io quel giorno?!

Mi girai e appoggiai la testa contro la porta coprendomi il viso con le mani, forse per vergogna o forse per paura che lui potesse vedermi.

Hiroki ho bisogno di te come i fiori hanno bisogno del sole. Da quando te non ci sei mi sento appassire ogni giorno di più.

Feci scorrere l’acqua della doccia per farla riscaldare ed entrai.

Le lacrime si unirono all’acqua, nascondendole.

Uscii dal bagno e trovai sedute sul letto Tsubasa, Yuuki e Osamu.

“Che ci fate voi qui?” Chiesi asciugandomi i capelli con un asciugamano.

“C’è un lavoro per te.” Rispose Osamu. “Un lavoro importante.” Aggiunse.

“Oggi non mi va di lavorare, chiedi a qualcun altro.”

“Hanno richiesto te, non posso mandare un altro.” Rispose seccata Yuuki.

“Digli che sono malato.”

“Non sparare cazzate Shun! Vestiti e vacci.” Mi urlò contro Tsubasa lanciandomi i vestiti che dovevo indossare.

“Sono stufo di questa merda!”

“Smettila di lamentarti e fai il tuo lavoro come si deve.” Ribadì Tsubasa.

“Ti diamo cinque minuti per vestirti, non uno di più né uno di meno, se non sei pronto esci così come sei, hai capito?” Disse Yuuki facendo uscire tutti dalla stanza.

Mi sono stancato, cazzo!

Indossai un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e una cravatta nera. Infine una giacca nera chiusa da due bottoni grigi e un paio di scarpe nere eleganti.

Yuuki aprì violentemente la porta.

“Bene Shun, i cinque minuti sono passati. Vedo che sei riuscito a vestirti, era così difficile?” Sogghignò.

“Potresti evitare di sfottermi, Yuuki? Non sono dell’umore adatto per le tue pessime battutine.”

“Forza è ora di andare.” Disse Osamu invitandoci ad uscire.

“Non viene Nobu?”

“No oggi ci sei solo tu. Tranquillo, gli ho già detto dove andrai.” Rispose Tsubasa.

“Ok.”

Dopo una ventina di minuti arrivammo in un hotel e all’entrata un uomo mi stava aspettando.

“È lui Nobu?” Chiese rivolgendosi a Osamu.

“Si, è lui. Spero che non l’abbiamo fatta aspettare a lungo.”

“Si figuri, sono appena arrivato.” Sorrise.

“Bene, spero che vi divertiate.”

Se ne andarono lasciandoci soli all’ingresso.

Osservai l’uomo, non sembrava il tipo che avrebbe mai chiamato un gigolò.

Era nella media come altezza, forse era 1.70 o giù di li, era magro e vestiva con un semplice completo nero con una cravatta rossa. Portava un paio di occhiali da vista con la montura scura che si abbinava con i capelli scuri. I suoi occhi erano anch’essi scuri e sembravano gentili.

Facendo questo lavoro, però, ho imparato a non giudicare una persona dall’aspetto.

“Bene Nobu, andiamo dentro?” Mi afferrò per la vita e mi condusse dentro.

Appena entrammo, tutti gli sguardi si posarono prima sull’uomo e poi su di me. Odiavo avere tutti quegli sguardi addosso.

“Signori, questo è Nobu e sarà il nostro ospite speciale per questa sera.”

Mi inchinai sorridendo.

L’uomo prima di andare dai suoi ospiti mi disse di chiamarsi  Daichi.

Capii sentendo i discorsi di Daichi che si festeggiavano i trent’anni dall’apertura dell’azienda dove tutti quelli presenti lavoravano.

La serata era noiosa: la musica era lenta e il cibo era raffinato. Avranno speso un sacco per questo. Pensai vedendo in mezzo al tavolo un bicchiere da Martini pieno di caviale.

In fondo era meglio che fosse una serata tranquilla, no?

Per la prima ora rimasi tutto il tempo attaccato a Daichi fingendo di ridere ad ogni sua battuta e a quelle dei suoi colleghi.

Daichi, mi lasciò un attimo con loro dicendo che doveva andare al bagno.

“E così tu sei il famoso Nobu.” Disse ad un certo punto uno di loro. “Io sono Tanaka Yataro, ma tu puoi chiamarmi Yataro.” Mi prese la mano e me la baciò. 

“Piacere mio.” Gli sorrisi.

Yataro aveva forse qualche anno in più di me, era bello, il più bello tra i presenti quella sera. Aveva gli occhi marroni, i capelli castani e le labbra carnose. Era il mio tipo ideale, però, c’era qualcosa in lui che non mi piaceva affatto. Il suo sguardo mi inquietava, era come quello di un animale feroce pronto a saltarti addosso da un momento all’altro.

“Sei giovane, quanti anni hai?” Mi chiese.

“Ventuno.” Risposi nascondendo l’imbarazzo.

Stava per farmi altre domande quando Daichi tornò. Mi sentii sollevato, non mi piaceva che i clienti facessero domande.

Sentii che qualcuno mi mise qualcosa nella tasca dei pantaloni e appena tolse la mano, mi girai e vidi Daichi, controllai cosa mi avesse messo dentro e vidi un mazzetto di yen.

“Potete scusarmi un attimo, devo andare al bagno.” Cercai il bagno e lo trovai in fondo al corridoio a qualche metro dalla stanza del hotel dove eravamo.

Contai i soldi erano 320.000 yen. Strano. Li rimisi in tasca e quando uscii vidi Daichi e Yataro che parlavano e vedendomi uscire dal bagno mi si avvicinarono.

“Nobu-chan, che ne dici di venire per un po’ con noi?” Sorrise malizioso Yataro.

“O..ok.” Daichi mi prese la mano e mi portò su al secondo piano, in una stanza enorme.

Era una stanza poco luminosa sebbene fosse veramente lussuosa. Aveva un letto matrimoniale con delle coperte rosse e dei ricami a forma di rosa, i cuscini erano bianchi come i divani che erano al centro della stanza. Ogni mobile era sulle tonalità rosse e bianche, oltre ai divani e al letto c’era un armadio con tre ante, una scrivania e un tappeto che si estendeva per quasi tutta la stanza.

Daichi e Yataro si scambiarono in continuazione sguardi che a me sinceramente mettevano i brividi,  

sorridevano e si dicevano qualcosa nell’orecchio guardandomi.

“Nobu siediti pure dove stai più comodo.”

“Ok.” Mi sedetti sul bordo del letto e loro si sedettero vicino a me, Daichi a destra e Yataro a sinistra.

Daichi mi sbottonò la giacca e me la tolse lanciandola vicino al letto, Yataro mi accarezzò il petto facendo dei movimenti circolari con la mano, mi sbottonò velocemente la camicia e la lanciò vicino alla giacca.

Daichi mi massaggiò il capezzolo, mi accarezzò dal petto all’ombelico e lentamente mi toccò anche l’interno coscia. Yataro mi prese il mento e mi girò la testa verso di lui baciandomi con foga mentre Daichi mi baciava lungo il braccio e con la mano mi massaggiava il membro.

Misi una mano sulla coscia di Yataro e una su quella di Daichi, sempre baciando Yataro, gliele accarezzai lentamente.

Yataro mi slegò i pantaloni e Daichi me li sfilò, Yataro mi fece sdraiare e mi morse sul collo e poi lo baciò lasciandomi un segno rosso. Fece la stessa cosa sul petto e sulla pancia.

Daichi si alzò di scatto lasciando perplesso Yataro.

“Mi è venuta una bella idea, Yataro.” Disse sogghignando e con un sorriso da pervertito.

“Sentiamo.” Rispose Yataro guardandolo divertito.

“E se vi filmassi?” Chiese.

“Per me non ci sono problemi.” Rispose Yataro. “Te che ne pensi, Nobu-chan?”

“B...basta che non mi riprendete la faccia.”

“Pefetto!” Disse Daichi prendendo una telecamera dall’armadio. “Iniziate.”

Yataro spostò di nuova la sua attenzione a me, mi baciò dal collo all’ombelico fino ad arrivare all’ inguine.

Si mise sopra di me e ondeggiando fece toccare i nostri membri, mi baciò e mi accarezzò i capelli per poi alzarsi.

“Girati.” Mi ordinò.

Mi sdraiai con la pancia rivolta verso il letto e Yataro mi baciò la schiena e con la mano mi toccò il sedere.

“Daichi, fai lo zoom sul suo culo. Mai visto un culo così bello.” Disse con quasi la bava alla bocca e così Daichi fece.

Yataro mi abbassò i boxer e iniziò a giocare con la mia apertura prima con un dito e poi con due.

Ansimai quando cercò di mettere dentro il terzo.

Mi prese per i fianchi e mi mise a 90, con la mano iniziò a masturbarmi mentre con la lingua lubrificava la mia apertura.

Strinsi forte le lenzuola sotto di me quando mi penetrò, lasciandomi scappare un urlo.

“Che carino, Nobu-chan. Fammi sentire di più la tua voce sexy.” Disse Yataro mentre aumentava la velocità delle spinte e nello stesso momento aumentava anche quella dei movimenti con la mano.

Venimmo entrambi quasi simultaneamente.

Uscì senza troppi complimenti e si girò a guardare la telecamera sorridendo.

“Fantastico!” Urlò Daichi.

“Modestamente.” Rispose Yataro ridendo. “Devo fare i complimenti a questo bel pezzo di carne di un Nobu, ci sa fare il ragazzo.” Continuò a ridere.

“Allora visto che è così bravo perché non alziamo il rating?” Ridacchio anche Daichi.

“Come desideri.” Si girò verso di me e mi afferrò per la cravatta avvicinando i nostri volti, mettendomi la lingua in bocca quasi fino alla gola.

Mi tolse la cravatta e mi portò le braccia sopra alla testa, con la cravatta me li legò alla spalliera del letto.

“Hei che stai facendo?!” Gli urlai contro con la voce tremante.

“Non ti preoccupare ti piacerà.”

“No cazzo! Slegami! Non mi avete pagato abbastanza per questo!”  Mi agitai cercando di liberarmi ma il nodo era stretto.

Non poteva legarmi così, non dopo quel giorno. Era una cosa che non riuscivo ad accettare.

Essere legato mi ricordava il giorno in cui venni stuprato da mio padre.

“Calmati Nobu-chan. Se sono i soldi il problema puoi avere tutti quelli che vuoi.” Rispose lanciandomi delle banconote.

Kiyoshi… perché non sei qui?

 

 

“Osamu, non mi sento tranquillo. Ho una brutta sensazione.”

“Kiyoshi, vedrai che sta andando tutto bene, non devi preoccuparti.” Mi rispose.

“Io vado a vedere come sta!” Gli dissi prendendogli le chiavi della macchina.

Mi fa male il cuore, ma non capisco il perché… Merda che sta succedendo?!

Accelerai così riuscii ad arrivare in dieci minuti.

Entrai nel hotel e cercai Shun per tutto il primo piano.

“Ha visto questo ragazzo?” Chiesi al ragazzo che stava servendo gli ospiti.

“Dovrebbe essere al secondo piano.” Rispose.

“Grazie!” Gli urlai mentre corsi su.

Spalancai tutte le porte fino ad arrivare a quella da cui provenivano dei suoni fin troppo familiari.

“Nobu?!” Chiesi aprendo bruscamente la porta e fiondandomi dentro alla stanza senza neanche bussare.

“Nobu!” Ripetei vedendolo piangere legato al letto mentre uno di quei vermi lo stava penetrando.

“E questo chi è?” Chiese l’uomo che stava riprendendo la scena.

“Che cazzo state facendo a Nobu?!” Presi la telecamera in mano al vecchio e la scaraventai a terra pestandola con il piede fino a romperla.

“Ragazzo non pensi che questa telecamera possa costare più di te?!” Mi urlò contro.

“Chi cazzo se ne frega!”

Mi lanciai contro il più giovane e lo scacciai da dosso a Shun.

Lo slegai e lo coprii con la mia giacca, me lo misi sulle spalle e uscii dalla stanza.

Uscii correndo dal hotel sotto lo sguardo inquisitore delle persone nel hotel.

Lo feci sedere accanto a me, ma quando mi sedetti vidi con estremo dispiacere che aveva del sangue che gli colava sulla coscia.

“Shun, fra un po’ siamo arrivati.” Cercai di farlo rimanere cosciente ma appena lo feci scendere dall’auto, crollò a terra.

“Shun ti prego svegliati!”

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