Il bacio della notte

Mi chiamo Juliet, sono una ragazza adolescente che quest'anno compirà finalmente i suoi diciotto anni..
C'è solo un piccolo particolare da aggiungere; sono una vampira. L'unica discente femmina in secoli e secoli di discendenti maschi. La mia famiglia difatti apparteneva ad una delle più vecchie ed importanti casate nobiliari vampire esistenti sulla terra dagli albori del tempo. Per i miei genitori non è facile trattare con una ragazza complicata come me, soprattutto adesso che ho scelto di frequentare il mondo mortale tanto odiato da mio padre e mia madre.
Non avrei mai immaginato che scegliendo questa strada, la mia vita sarebbe stata sconvolta.

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4. Shon.

Pensavo di volare. Mi sentivo così felice e libera che per un attimo non mi accorsi d'essere giunta in corrispondenza della classe. Non mi accorsi d'aver ventisette paia di occhi addosso. Il profumo della pelle umana e delle vene che vi pulsavano sotto mi colpirono lo stomaco con la forza degna di un pugno. Mi imposi di sorridere dirigendomi lentamente verso l'unico banco rimasto libero ovvero quello centrale, dritto davanti alla cattedra. Lasciai lo zaino addosso alla zampa metallica del tavolo e nel sedermi mi imposi la calma glaciale che anni di addestramento mi avevano permesso di sviluppare. Non c'era ragione di essere ansiosi, era un sentimento estremamente sciocco per me. -È quella nuova?- bisbigliò qualcuno abbastanza piano che un comune mortale non avrebbe mai percepito quell'alito di voce. Peccato però che io non lo fossi. Cercai di ignorare le voci che provenivano da ogni angolo della classe concentrandomi al contrario sulla sete che mi scavava la gola sempre più intensamente. Mi ero psicologicamente preparata all'idea della sofferenza ma non pensavo fosse stata così intensa. Sospirando bloccai il respiro continuando però a muovere il petto avanti e indietro affinché gli umani non si insospettissero. C'erano così tanti odori a circondarmi che persino trattenere il respiro impediva a quelle fragranze di tentarmi. Odori di shampoo, pelle e detersivo per gli abiti mi stava lentamente dando alla testa. La professoressa guardò la classe sedendosi elegantemente alla cattedra -So che oggi alla nostra classe si aggiunge una nuova ragazza. Prego vieni qui a presentarti.- disse facendomi cenno di raggiungerla. Mi alzai cercando di far meno rumore possibile mentre la classe tratteneva il respiro crollando in un silenzio di tomba. -Piacere di conoscervi, mi chiamo Juliet Bloodrose. Spero di passare un anno felice assieme a tutti voi.- dissi sorridendo sentendo tanti brividi di freddo accarezzarmi la spina dorsale. Trattenendo a stento un sospiro ritornai al mio posto aprendo il libro di testo. Più sfogliavo le pagine sottili e profumate, più mi scoraggiavo alla vista di quegli argomenti già fatti e rifatti migliaia di volte. Mi guardai attorno sentendo il disagio muovermi lo stomaco, tutti gli occhi erano puntati sulla mia schiena. Alcuni erano ammaliati, altri odiosi e macchiati di invidia. Di certo non avevo previsto una reazione del genere da parte di quelle persone.

La professoressa entrò in quel momento intimando il silenzio. Le voci dei miei compagni si spensero all'istante mente come un sol uomo gli alunni prendevano posto silenziosi come fantasmi. Ammirata guardai tutti quei ragazzi e ragazze fissare con timore reverenziale la donna, che allo stesso tempo fissava compiaciuta i suoi studenti ubbidienti. La professoressa lasciò vagare lo sguardo in classe finché due occhi color muschio non si posarono su di me. Ci guardammo negli occhi per un minuto interminabile, poi la donna mi sorrise. Anzi, ci provò! Quella smorfia orrenda e spaventosa non poteva davvero essere considerata un sorriso.

-Tu devi essere la ragazza nuova. Mi hanno parlato di te. Perché non vieni a presentarti?- disse picchiettando le unghie contro al bordo di legno della cattedra. Mi alzai cercando di farmi piccina sotto agli sguardi delle ventiquattro persone sedute in silenzio. Mi girai verso di loro aggiustandomi distrattamente i capelli su una spalla per tenere le mani occupate.

-Mi chiamo Juliet Bloodrose. Spero di passare un felice anno scolastico con tutti voi.- dissi infondendo più grinta possibile alla mia voce. Probabilmente dovetti sembrare molto più sicura di quello che ero realmente, in quando analizzando generalmente i visi dei presenti, notai che tutti erano stregati dal mio charme vampiresco. Uno stava persino sbavando.

"Che schifo." Pensai sentendo lo stomaco rivoltarsi. L'unica che sembrava resistere era la donna al mio fianco. Ciò contribuii subito a rendermela simpatica malgrado emanasse un odore veramente spiacevole, quel tipico aroma che proviene da coloro che provano un pizzico di piacere nelle avversità altrui. In quel momento la porta si spalancò rivelando un ansante Xavier.

-De Luca .. In ritardo come al solito vero?- borbottò la professoressa battendo la penne contro alla cattedra. Lui si avvicinò senza degnarmi di un'occhiata, quasi non si fosse accorto di me (che al contrario avevo gli occhi grandi e dilatati come quelli di un pesce palla.). -La professoressa di spagnolo mi ha chiesto una mano con degli scatoloni pesanti pieni di libri- disse sistemandosi i capelli per poi, finalmente, guardarmi. Il ragazzo spalancò la bocca colto alla sprovvista ed io accennai ad un sorriso.

La donna inquietante guardò in direzione del suo studente per poi volgere i suoi occhi su di me. -Ah certo. Xavier questa è la nuova ragazza che farà parte della nostra classe quest'anno. Si chiama Juliet Bloodrose.-. Il ragazzo arricciò le labbra verso l'altro sistemandosi lo zaino sulla spalla. -Abbiamo già avuto il piacere di conoscerci.- sussurrò in modo che solo la donna accanto a noi potesse sentirlo. Ogni singolo muscolo si irrigidì per la tensione e l'imbarazzo; ringhiai silenziosamente in direzione del giovane che mi strizzò l'occhio. -Xavier prendi posto per piacere.- disse la professoressa facendole segno di raggiungere l'unico posto rimasto libero, che per inciso era quello al mio fianco. Lui ubbidiente si mise a sedere sotto le occhiate gelose di molti dei suoi compagni di classe, maschi per la maggior parte. -Può tornare a posto signorina Bloodrose. Un cognome un po' ridondante.. Oserei dire.- disse intrecciando le lunghe dita ossute sulla cattedra mentre il suo sguardo rapace mi si posava addosso. Ci avevo messo secoli per reprimere quel senso di superiorità che i miei genitori vampiri mi avevano portato a provare sin dalla più tenera età; e adesso quella donna così superba, piena del suo potere, stava mettendo a rischio anni di duro lavoro. Represso la tentazione di insegnarle come ci si comporta di fronte ad un vampiro ma annuendo me ne tornai docile al posto. Se uno solo dei miei parenti l'avesse sentita pronunciare la parola "ridondante" al fianco del nostro antichissimo e nobile cognome, probabilmente si sarebbe ritrovata con la gola squarciata nel tempo di un battito di ciglia. -Ehi, che coincidenza!- disse Xavier non appena mi lasciai cadere sulla sedia con un sospiro. Non risposi cercando di non pensare all'odore che la sua pelle sprigionava. Mi morsi il labbro inferiore sentendo i canini incidere appena la pelle.

-È terrorizzante vero? Intendo la prof.- disse in un bisbiglio facendo cenno verso la donna che stava iniziando a studiare la struttura del DNA. Ovviamente sapevo già a memoria come funzionava il mio corpo, in tutte le sue variopinte e sfaccettate funzioni. -Adoro la biologia. Vorrei fare medicina appena uscito da scuola.. Te hai già pensato all'università?- chiese a bassa voce cercando nel frattempo di prendere gli appunti supersonici della donna. Scossi la testa con una smorfia triste, io l'università non l'avrei mai frequentata. Era già tanto se in quel momento ero lì tra tutti quegli umani invece che a casa a studiare economia e finanza tra vampiri (una cosa tanto noiosa che ogni volta rischiavo di crollare addormentata di fronte a Josh che si era preso la briga di insegnarmi quella materia così odiosa.).

Josh per me era la cosa più vicino ad un amico nella mia famiglia e malgrado ciò, le sue punizioni ogni volta che sbagliavo erano sempre dure e rigide. Diceva di farlo per il mio bene ma.. A volte non riuscivo a crederci. A volte mi chiedevo se si divertisse a vedremo soffrire, come sembravano d'altronde fare tutti gli altri membri della mia famiglia. -Terra chiama Juliet.- rise Xavier al mio fianco sventolandomi una mando davanti agli occhi per richiamare la mia attenzione. Sbattei le palpebre sistemandomi una ciocca di capelli dietro all'orecchio, in modo da veicolare la mia attenzione lontano dalle vene pulsanti sul suo polso. Era una tortura doversi comportare indifferentemente di fronte al richiamo del sangue, sentivo la gola bruciare così intensamente da far male. Ritornata a casa avrei dovuto affondare i denti in qualcosa che non fosse semplice pasta.

-Ti sto infastidendo?- chiese il ragazzo al mio fianco storcendo la bocca in una smorfia preoccupata. Quasi sobbalzai sul posto fissando la penna che da sola scorreva sui fogli bianchi a righe del quaderno. Mi resi conto di aver scortesemente ignorato il mio compagno persa com'ero nelle mie congetture.

-Scusa non ti stavo seguendo. Dimmi.- dissi cercando di non lasciar troppo trasparire l'improvvisa tristezza derivata dai pensieri riguardanti la mia famiglia. Xavier sospirò facendo un cenno distratto con la penna prima di appuntarsi una parola in rosso. -Lascia stare.- disse in breve rivolgendo il suo sguardo alla cattedra. Provai una fitta di amaro dispiacere cercando di attirare nuovamente la sua attenzione senza però toccarlo. Lui però ci fece caso afferrando al volo la mia mano quando sbattei le unghie contro al banco vicino al suo gomito. Un lampo di preoccupazione gli balenava negli occhi.

-Sei gelata. Sicura di non sentire freddo?- chiese strofinando la sua pelle calda contro alla mia. Mi costrinsi a riprenderemi la mano malgrado quel calore fosse irresistibilmente invitante.

-Sono sempre molto fredda.- dissi guardandomi le unghie mente la professoressa raccoglieva le sue cose pochi minuti prima del suono della campanella. Lui sembrò poco convinto ma non fece domande sorridendomi mentre il nostro breve scambio di battute si trasformava in una vera e propria conversazione. Era molto simpatico, più di quanto mi fossi immaginata e le mie difese caddero miseramente. A ricreazione uscii da scuola lasciandomi avvolgere dall'aria fresca del giardinetto disabitato. Ero così felice che dopo mesi e mesi, mi venne voglia di cantare. Sperando di non stonare iniziai ad intessere nell'aria le dolci parole di Every time we touch, la mia canzone preferita.

Un uccellino si posò ai miei piedi in un frullo d'ali variopinte alzando il beccuccio per seguirmi nella melodia. Le mie labbra salirono verso l'alto mentre chiudendo gli occhi lasciavo che la mia felicità sgorgasse dalle mie labbra sotto forma di musica.

-Wow, complimenti davvero.- disse d'improvviso una voce alle mie spalle. Alzandomi di scatto spaventai l'uccellino che se ne andò intimorito. I miei occhi socchiusi incontrarono la figura di un ragazzo con le mani sollevate in segno di resa ed un sorriso sincero sulle labbra. Fece un passo avanti ed io in risposta ne feci uno indietro neutralizzando le emozioni che prima mi scorrevano sul viso. -Mi dispiace, ti ho spaventata.- disse di nuovo passandosi una mano nei capelli folti color terra. -Non fa nulla.- risposi per cortesia portandomi una ciocca di capelli dietro all'orecchio. Analizzai meglio quel giovane umano. Era affascinante; alto e muscoloso sorrideva sollevando gli angoli di una bocca tanto perfetta da sembrare disegnata. Inoltre gli occhi color nocciola brillavano di una luce schietta e maliziosa da sotto alle ciglia lunghe. Probabilmente per le ragazze umane quel ragazzo rasentava la perfezione. Ma loro non avrebbero mai apprezzato tutte le piccole imperfezioni che caratterizzavano persino quel viso. L'imperfezione era molto più intrigante della perfezione, ed io potevo ben dirlo.

-Continua a cantare. Hai una voce divina.- disse appoggiandosi allo stupite della porta per poi serrare gli occhi rivolgendo il viso al sole. Gli diedi le spalle e fingendo che non ci fosse presi fiato per continuare. La canzone scivolò sulle mie labbra attirando l'attenzione di una coppia di carinissimi uccellini. I loro cinguettare si sommò al mio strappandomi un sorriso, chissà se quegli animaletti erano consapevoli della creatura che era loro di fronte..

-Hai mai pensato di presentarti ad uno di quei programmi TV in cui si ricercano nuovi talenti? Avresti possibilità!- disse il ragazzo sorridendo mentre faceva un passo avanti. Il suo odore mi raggiunse voluttuoso ed intenso stuzzicando la mia fame. Scossi la testa -No, canto solo per me stessa.- dissi lievemente imbarazzata nel sentire quei complimenti. Raramente qualcuno in casa mia esprimeva apprezzamento nei miei confronti.

-Secondo me dovresti farci un pensierino. Qualcuno ucciderebbe per una voce del genere.- disse ancora scrollando le spalle larghe avvolte in una maglietta nera.

-Canto solo per me stessa.- dissi piano sperando che non si accorgesse di quanto i suoi complimenti mi stessero facendo effetto. Era molto molto raro sentire delle approvazioni, o per meglio dire non erano mai rivolte a me. -Beh, quelle sono decisioni che spettano solo a te. Il mio era un consiglio.- disse sorridendo prima di sistemarsi i capelli all'indietro.

-Grazie per i complimenti.- dissi sorridendo appena sapendo che se avessi potuto arrossire, in quel momento sarei diventata rossa come un peperone.

-Niente. Posso sapere come ti chiami??- mi chiese guardandomi con quegli intensi occhi maliziosi.

-Mi chiamo Juliet. E tu?-

-Sono Shon. Piacere di conoscerti Juliet... Pensavo, che ne diresti di rivederci qui domani alla stessa ora? senza obbligo.- esclamò facendo un vago cenno in aria che mi richiamò alla mente il movimento dei chitarristi nel momento in cui con i polpastrelli baciano le corde.

-Io suono la chitarra e sarei lieto di poter accompagnare la tua voce celestiale con il mio umile strumento.-

Fece un breve inchino prima di rientrare nell'ombra della porta silenzioso come era venuto. -Ti aspetterò.-

Quando fui fuori dalla sua vista sorrisi tristemente mettendo in mostra i canini. Come si sbagliava quell'ingenuo essere umano, la mia voce non era celestiale, al contrario rappresentava i più profondi baratri dell'inferno.

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