Il bacio della notte

Mi chiamo Juliet, sono una ragazza adolescente che quest'anno compirà finalmente i suoi diciotto anni..
C'è solo un piccolo particolare da aggiungere; sono una vampira. L'unica discente femmina in secoli e secoli di discendenti maschi. La mia famiglia difatti apparteneva ad una delle più vecchie ed importanti casate nobiliari vampire esistenti sulla terra dagli albori del tempo. Per i miei genitori non è facile trattare con una ragazza complicata come me, soprattutto adesso che ho scelto di frequentare il mondo mortale tanto odiato da mio padre e mia madre.
Non avrei mai immaginato che scegliendo questa strada, la mia vita sarebbe stata sconvolta.

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23. Discorsi dolorosi.

Gli incubi mi perseguitarono per tutta la notte in un rincorrersi incessante di sorrisi crudeli, sangue che colava macabramente da ferite orrende e ombre tanto scure da superare persino la densità della notte più profonda. Josh, Xavier e Shon camminavano nei miei incubi mettendo in nostra occhi vacui e distanti come pietre slavate.

Improvvisamente, una scia pungente mi accarezzò la guancia strappando la rete dei sogni in cui ero involontariamente piombata. -Grida e ti strappo la gola.- sibilò rocamente una voce alla mia destra in un bagliore di denti bianchi come neve. Adrian appoggiò una mano al fianco della mia testa premendo il naso contro al mio collo, li dove pulsava febbrilmente la giugulare. -Sai come ci divertiamo a chiamare questa casa?- chiese il ragazzo facendo scorrere le unghie nel incavo del mento prima di passare ad accarezzare la gola e la clavicola subito sottostante. -La dimora dei segreti.- sussurrò ancora sorridendo malignamente quando si accorse del mio terrore.

-Sta tranquilla. Non provo alcun interesse per una ragazzina come te.- disse ancora sventolando una mano come a scacciare un dubbio infondato e stupido. I miei muscoli guizzavano sotto la pelle doloranti e rattrappiti per la posizione scomoda in cui mi trovavo. Essere così palesemente in svantaggio mi metteva terribilmente a disagio; non mi fidavo di Adrian.

-Che cosa vuoi?- chiesi cercando di non infondere alle mie parole il veleno che percepivo premere nel cuore ogni volta che quel suo sorriso fastidioso gli baciava le labbra perfette. -Cosa voglio? Mi sembra chiaro piccola Juliet.- disse affondando le dita nel cuscino che mi sorreggeva la nuca.

-Voglio sapere cosa vuole la nonna da te. Voglio sapere perché tu hai quello straordinario potere e noi no.- abbaiò a mezza voce notando che la confusione si faceva spazio sul mio viso. -Cosa vuoi che ne sappia io? Se lo avessi anche solo immaginato a quest'ora non sarei qui con voi a farmi trattare come un cane.- ringhiai in risposta rammaricandomi della lentezza di comprendonio dei miei cugini maschi. Da un lato potevo anche comprenderli; vivere nelle certezze ben delineate per tutta la vita aveva ristretto drasticamente la prospettiva degli avvenimenti inaspettati.

-Non puoi non sapere niente! I tuoi genitori...- ma le parole gli morirono in gola avvizzendo come fiori secchi alla porta delle labbra. I miei occhi si velarono di una tristezza senza fine, tipica di chi ha sempre ricercato il calore paterno senza però mai trovare che il freddo abbraccio delle lacrime salate. -I miei genitori mi odiano, Adrian. Ora lasciami in pace per favore.- dissi chiudendo le palpebre nella speranza che il ragazzo non notasse la devastante voglia di piangere che celavo nel cuore.

-Juliet?- mi chiamò ancora dopo qualche minuto di profondo silenzio. Non aprii gli occhi aspettando che lui continuasse con la domanda che gli aleggiava sulla lingua. -Ti sei sentita molto sola?- mormorò allentando la presa minacciosa sull'imbottitura del cuscino. Non potevo credere a quello che avevo appena sentito, mio cugino si era davvero preoccupato della mia condizione emotiva?

-Hai preso una botta in testa?- chiesi sgranando gli occhi mentre lui sbuffando si sedeva composto appoggiando la schiena contro ai miei polpacci. -Smettila di fare la spiritosa. Questa situazione mi ha messo talmente tanta angoscia addosso che non ci capisco più niente.- disse mormorando nell'ombra mentre il suo viso correva a nascondersi nei palmi aperti delle sue mani.

-Mi dispiace.- non sapevo cos'altro dire. Adrian, si era improvvisamente tramutato in un vampiro gentile, il mondo doveva davver essersi ribaltato mentre non prestavo attenzione. -Piantala di fissarmi come se fossi un alieno.-. Il silenzio soffocante della sala calò su di noi come un sudario. -Sono più o meno sicura del fatto che tu lo sia.- dissi decisa mentre lui scuoteva la testa esasperato dal mio insensibile sarcasmo. -Dove sono gli altri?- chiesi cercando di captare il respiro leggero dei vampiri senza alcun esito, era come se io e Adrian fossimo soli.

-Ci siamo affidati dei turni di ronda. Probabilmente saranno in giro a pattugliare o forse cacciare.- scrollò le spalle Adrian disinteressato a ciò che i suoi consanguinei stessero combinando. Il buio sembrava essersi fatto appiccicoso, le sue dita scivolavano sulla mia pelle madida di sudore e sangue li dove la camicia si era stracciata. La fame mi stava divorando soprattutto adesso che la lucidità aveva scacciato la pesantezza languida dei sogni. -Perché sei rimasto qui?-

-Sono ancora convalescente per colpa di qualcuno.- disse massaggiandosi distrattamente una spalla, proprio quella in cui avevo affondato i canini per porre fine alla sua esistenza. Avrei dovuto sentirmi in colpa, sentire un briciolo di rimorso e rammarico graffiarmi il cuore. Quello era mio cugino, sangue del mio sangue.. Eppure, tutto quello che riuscivo a percepire era una lieve, cinica soddisfazione. -Sai che non chiederò perdono.- mormorai distogliendo lo sguardo per impedirgli di leggere quei sentimenti compromettenti che mi baluginavano ritmicamente nelle iridi screziate di rosso.

-Non me l'aspettavo infatti. Ed io non rimangerò le mie parole.- controbatté mettendo ben in chiaro che la sua non era gentilezza, ma solo uno sprazzo di altruismo momentaneo. La mia vittoria l'aveva pesantemente ferito nell'orgoglio, vanificando anni di elogi riguardo la sua incommensurabile potenza. Adrian, cresciuto negli agi della vittoria, aveva conosciuto per la prima volta il dolore umiliante della sconfitta; probabilmente ne avrebbe anche portato per un pezzo i segni sulla pelle, la cicatrice amara impressa a fuoco sul suo collo non sarebbe scomparsa così facilmente.

Ricordavo benissimo quante settimane umilianti avevo passato a cercare di coprire al meglio quella scabrosa ferita incisa macabramente sulla mia pelle d'avorio. Ricordavo benissimo il dolore lacerante delle occhiate denigranti dei miei genitori mentre guardavano il loro crudele operato brillare sotto alla luce delle candele. -Almeno ora capisci cosa si prova ad essere umiliati. È una lezione che prima o poi tutti sperimenterete.- sussurrai tanto piano che per un attimo credetti che il ragazzo seduto al mio fianco non avesse sentito. -L'umiltà e la sconfitta sono parole a noi estranee e per questo le ferite che derivano da ciò sono ancor più profonde e dolorose.- disse saggiamente squadrandomi da capo a piedi a denti serrati.

-Malgrado ciò avete avuto una famiglia che vi ha voluto bene. I vostri genitori sono sempre stati pronti a garantire la vostra felicità, vi hanno coperto di attenzioni.- un sorriso amaro come fiele sboccio sulle mie labbra andando ad incrementare quella cocente sofferenza che provavo ogni volta vedevo il sorriso spensierato di Nicholas o William mi baluginava di fronte. -Sei una ragazza vampira..-

-Grazie tante.- sputai colpendolo con rabbia alla base della gamba. Lui si morse le labbra sollevandosi silenziosamente come era arrivato, i suoi occhi scintillavano di dubbi malcelati e taglienti come rasoi. -Vado a cercarti qualcosa da mangiare..- sussurrò prima di allontanarsi a passo felpato scivolando fuori dalla porta scricchiolante.

Nel buio della notte, una lacrima solitaria catturò una scintilla di luce brillando di tanti riflessi iridescenti.

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